Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Part 15

Chapter 153,787 wordsPublic domain

A poco a poco la terra diveniva uno sconfinato braciere: ogni traccia dʼabitazione, ogni vestigio dʼalbero spariva. Tutto, sino allo zenit, era una immensa fiumana di sole. Il vento infuocato nulla trovava da scuotere; si camminava in un mondo senza ombre; un silenzio peggiore che la morte splendeva su quella vampa infinita.

La carovaniera diveniva incerta come un fiumiciattolo che man mano si andasse disperdendo; qua e là cominciavano a saltare leggeri nugoli di sabbia; dallʼoriente avanzavan dune cosparse di magnifici colori.

Ella pativa il male della strada, quella ubbriachezza dellʼanima e dei sensi che nemmeno lʼoceano dà. Le pareva di sentirsi chiudere nellʼinfinito più strettamente che in unʼangusta prigione. Sola, tra quegli uomini selvaggi, non provava nemmeno il senso della paura. Si era data in braccio alla strada, come la vergine ubbriaca se ne va col primo venuto. Non gli domanda nemmeno:

«Dove mi porterai?..» Pensa che le farà male, stupendamente male; questo è ciò che le importa.

Così per lei, che voleva solamente camminare.

Con lʼanima sua dʼinnamorata, una sera, nella Parigi Babelica, si era detta senza un tremito:—Camminerò.

Aveva sempre il suo mazzo di fiordalisi nella cintura fragile di ballerina, profumati con un profumo di Coty.

Ma era quasi un miracolo: aveva saputo comprendere lʼamore di Maria Maddalena.

Che lunga, lunga strada...

Si ricordò la prima sera, quando Max la condusse per le vie di Parigi, e come in sogno rivide splendere neʼ suoi lontani occhi di Transalpina le girandole di fuoco:—«Maxima Maximum—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien...—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»

Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...

Ed ora portavano il Sole. In sè, nella propria materia, nei propri atomi viventi, gli uomini, le cavalcature, le distanze, tutte le cose dellʼinfinito portavano il Sole. Anche il Tempo non era più che uno spazio immobile, pieno di Sole.

Qui roteava lʼinfinità senza ombra.

Qui, nellʼincendio, morivano le strade.

—Bon chemin, bon chemin, lalla! Animaux forts, désert calme, brigands Arabìs rien fusillade. Allah et mon bras droit toujours protegé Jossuf–el–Foukani. Moi avoir dit: «Pas danger aller Taghit et Beni–Abbès.» Sidi Abel aussis avoir dit: «Pas danger.» Sidi Abel bon Yudi; vole un peu, mais très honnête. Officiers Colomb–Béchar très magnifiques, mais connaître pas Guébli. Jossuf–el–Foukani connaître Guébli et tous chefs oasis. Chefs oasis un peu brigands, mais très honnêtes. Pas danger, lalla!

Portava, oltre la carabina le pistole ed il courbasc, anche un lungo pezzo di fune, attorta e nodosa, che gli serviva per aizzare i cammelli o per carezzare familiarmente il groppone deʼ cammellieri, quando sʼaccapigliavan tra loro, picchiandosi ed ingiuriandosi con una serqua di bestemmie, in liti che duravano per chilometri di strada.

E le diceva:

—«Toi malade, lalla. Jossuf préparer bon tasse thè vert avec menthe et sucre. Thé marocain très magnifique. Toi goûter boisson Mahomet! Vin danger, eau danger, whisky anglich très danger; thè marocain pas danger, lalla! Moi préparer bon tasse thè vert. Boire ensemble avec Jossuf–el–Foukani.»

E le ore passavano, i giorni passavano, solo interrotti a lunghissime distanze dalla breve oasi di un magro palmeto. Quando appariva sul più lontano cerchio dellʼorizzonte la fulva caotica ombra della foresta che si delineava, gli uomini, oppressi dallʼenorme delirio del sole, cominciavano ad urlare di gioia, ad urlare di sete, mentre pareva che gli animali stessi, carichi dʼun mantello di mosche invelenite, fiutassero nellʼaria morta il sentore dellʼacqua sotterranea.

—Sebala! Sebala!—gridavano i cavalieri della scorta.—La fontana! la fontana!

E tra una furia di volanti criniere partivano verso lʼoasi, di galoppo.

Il grido liberatore correva, in giù, in giù, per il lungo nastro della carovana, fino al più tardo mulattiere, che urlava egli pure, dimenandosi e bastonando la sua logora cavalcatura:

—Aïne! Aïne! La sorgente! la sorgente!

Le scarse tribù che vivono di miseria nelle perdute oasi del Guébli si adunavano fuori dal palmeto per veder giungere la carovana.

Dalla groppa del suo méhari falbo, Jossuf–el–Foukani, maestoso ed affabile, parlamentava brevemente con i capi–tribù. Da quelle misere genti si davano segni quasi di venerazione al potente Foukani, lʼuomo che parlava il linguaggio dei roumi, il protetto francese, lʼamico del Pascià di Beni–Ounif.

Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare in silenzio la bella Cristiana. I marmocchi arabi le si premevano in giro, nudi, oblunghi e lucidi come ghiande. Qualche negro spaventoso rideva con la bocca sino alle orecchie, tenendo la mano incastrata sotto lʼascella dellʼopposto braccio, e così facendosi croce al petto cosparso dʼuna fuliggine ricciuta.

Il latte aromatico delle piccole mandrie si offriva da quella misera gente in larghe ciotole di legno di palma.Le ragazze di nove anni avevano i seni maturi e protuberanti come nespole. Nel rumore dellʼacqua sorgente cantava la musica naturale della vita.

Poi le bestie si alzavano, pigre, lʼuna dietro lʼaltra, in fila. E via, nel sole, nel delirio, nel sole, per lʼaccecante sabbia, verso lʼoasi più lontana.

* * * * *

Di tratto in tratto qualche carcassa di cammello divincolava dal tenace deserto le sue costole incenerite; qualche cranio dʼuomo luccicava come una sfera dʼavorio polito fra le dune ricamate con mille arabeschi dai lontani turbini del Khâmsyn.

Un giorno, dʼimprovviso, quando i miraggi del Guébli salivano come torce vorticose nellʼalto infinito, apparve una selva di padiglioni dʼoro. E questa era, su lo scenario dellʼorizzonte, la confusa macchia dei palmizi di Taghit.

Vi giunsero al cadere del giorno, quando su lʼalto palmeto sʼimpigliavano strisce di vapori quasi violetti e nellʼoasi brillavano, fra le tende sparpagliate, i fuochi serali del bivacco francese.

Non vʼerano che pochi uomini ed un ufficiale infermo; gli altri erano andati a combattere verso il turbolento Gharb.

Lʼoasi di Taghit era vasta, fertile, felice. In quella orrenda graticola di sabbia che per intorno lʼaccerchiava, i suoi palmeti onusti sotto il peso dei datteri maturi, le sue gonfie boscaglie di giuggioli selvatici, lʼerba soffice che nei pressi delle fontane sbocciava tutta cosparsa di gocciole, davano allʼesausta fatica dei nomadi camminatori un senso di beata ombra e di paradisiaca primavera.

La carovana vi riposò fino al crepuscolo del giorno appresso, poi lentamente riprese la via.

Si entrava ora in un paesaggio di dune instabili, si camminava con estrema lentezza nella bufera di sole. Verso lʼoccidente, verso il terribile Gharb, lʼondata estrema del Sahara sʼimpaludava su le propaggini dellʼaltipiano, seppelliva, soffocava nella sua morta marea le radici ultime del macigno dʼAtlante. Ma dallʼaltro lato, verso il Guébli ed il Chergui, sollevando burrasche di luce sotto il curvo emisfero, si vedeva il deserto nomade avventare le sue procelle di sabbia contro la diga cerulea dellʼantipodo scintillante. Nessuna distanza poteva uguagliare, per lʼocchio dellʼuomo, quella sua formidabile vastità. Su le criniere delle dune tumultuose qua e là si accendevano i prismi dellʼarcobaleno. Il vento rosso infuriava nella grande solitudine; la terra mandava ondate; il deserto camminava.

Lente, pavide, quasi respinte, le bestie avanzavano con fatica su la carovaniera sparente. Sembrava di andare lungo lʼorlo dʼuna marea, curvi sotto il pericolo del flutto che sta per sopraggiungere. Da presso e da lontano, come rovesci di pioggia in un prato, la sabbia vorticando saltava; un tenebrone rosso veniva contro il cielo di tramontana, infiltrandosi negli occhi e nel respiro, simile quasi ad una fuliggine di sole.

Si vedevan, nellʼestrema lontananza, in un chiarore obliquo di cataclisma, le dune perdute andarsene alla deriva.

Ecco, era la via per il deserto, la via del Guébli calamitoso, la via della terra che non beve mai. Gli animali, assaliti e paurosi, prendevano terribilmente la forma del loro scheletro; gli uomini, allucinati, non parlavano più. Si lasciavano portare, non dalla pesta cancellata, non dalla propria volontà uccisa, ma da una specie dʼistinto ulteriore: quello di cercare una strada ove non cʼè più strada.

Camminarono per qualche giorno su lʼorlo di quel prodigioso inferno. Il capo–carovana era il solo che non dormisse mai. Gli bastava quel suo mantello bianco perchè la bufera di sabbia non gli facesse alcun male.

Aveva il deserto nellʼanima ed era nato per la via del sud.

Egli si mise a fianco di Bluette, prese la briglia del suo cammello, e di giorno e di notte mai non lʼabbandonava.

Quandʼera più tramortita, le avvolgeva la fronte con un fazzoletto umido; quando il vento assaliva con troppa veemenza le tende lacere del suo baldacchino, egli prendeva la via del vento, e conosceva lʼaria come se guidasse un veliero.

Tre giorni e tre notti andarono fra i turbini della bufera; poi una infinita calma si adagiò su quel mondo infinito.

Qualche duna, più agile, ancora volava in lontananza sul brulichìo della pianura morta; ma lʼoceano di sabbia e di sole andava ricuperando a perdita dʼocchio la sua luccicante immobilità.

E finalmente ritrovarono la carovaniera; incerta, spesso cancellata, che andava grado a grado piegando verso il Gharb, verso lʼaspra e collinosa terra dʼoccidente. Già, lontanissime, riapparivano le guglie azzurre della montagna dʼAtlante. Là dietro, i nomadi predoni della Chaouia tendevano agguati e massacravano le colonne francesi, come rifiutavano lʼimposta e lʼobbedienza militare agli esautorati funzionari del sultano di Fez.

El Foukani mandò avanti la scorta e diede ordine di far fuoco sul primo baraccano che fosse veduto strisciare od appiattarsi fra le dune. I leggeri cavalli berberi, assetati e miserabili, ormai galoppavano senza velocità. La carovana sprofondava e risaliva per le ondate ferme del terreno, con un barcollare sfinito, come se le ginocchia degli animali non reggessero più. I muli erano piagati sotto la greve soma; chiazze nere di migliaia dʼinsetti li coprivano come croste brulicanti. Più magri, più alti, più lugubri, solamente i cammelli andavano sempre, con un passo di bestie perpetue, che possano morire camminando. Lʼuragano infuocato aveva di quasi due giorni prolungata la marcia; lʼacqua negli otri stava per venir meno. Il dromedario che portava gli ultimi sorsi fu messo nel centro della carovana, sotto gli occhi di El–Foukani, che non avrebbe certo esitato a spegnere con le sue pistole brillanti la sete pazza dei minacciosi cammellieri.

E finalmente, un mattino, su lʼestrema via del sud, egli vide nascere un confuso tenue disegno azzurro, come un fiocco di nebbia che rasentasse la terra, come una rupe dʼaria nello sconfinato sole. Guardò, guardò prima di parlare; poi disse alla donna che mai non abbandonava:

«Toi regarder petit couleur ciel droit dans le Guébli; toi voir Beni–Abbès, lalla! Beaucoup marcher, bessèfe marcher, lalla; puis arriver Beni–Abbès, où toi désir, lalla...»

E giunsero dopo quindici ore nellʼoasi lontana, dove il suo grande amore lʼaveva portata.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Per niente.

Tutte le strade vanno a finire in questa parola che domina lʼuniverso:—Niente.

Ed anche per lei, che aveva camminato con tanta bellezza dietro il suo piccolo sogno, ed anche per lei, che si era elevata con lʼanima sua di danzatrice fino a conoscere lʼamore di Maria Maddalena.

Per niente.

Le strade vanno; sono il principio della distanza, il colore dellʼanima che si allontana: portano in sè molta polvere, molto sole, hanno tutte una meta—e non arrivano mai.

Un piccolo cuore di ballerina, mandando un sorriso dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna, certa sera di neve, nella Parigi Babelica, si era divinamente innamorato.

Per niente.

Mandò amore come un rosaio manda profumo: per niente.

Si avvolse di musica e di elevazione come un giardino addormentato, nel chiaro plenilunio del Maggio, si gonfia di poesia.

Per niente.

Un giorno la barbara Città splendente camminò sovra il suo piccolo cuore. Vasta e forte, con il suo peso tremendo, camminò sopra il suo piccolo cuore. Parigi la Grande brillava e girava intorno al suo fermo spavento come il carrossello di una terribile fiera. Mandava un repentino soffio di tragedia ad investire i suoi capelli biondi; sciupava, sfogliava con adirata violenza i semplici fiori del campo, i fiordalisi di Mimi Bluette.

Allora partì.

Prese la via del mare, del mare nomade che oscilla fra le bionde rive cariche di violenti giardini.

Per niente.

Sola camminò per lʼAffrica vertiginosa, nei delirii della terra interna, verso i fermi uragani di sole. Camminò. Le fontane degli erranti abbeveravano la sua torbida sete. Le sue bianche mani si abbronzarono e lʼanima sua divenne colore dellʼesilio. Camminò. E pose il piede nella desertica terra ubbriacante, ove, nella dannazione del sole, nessuna eco più giunge del perduto mondo.

Le dissero chʼegli era più lontano; e più lontano lʼamore la portò.

Per niente.

Giunse dove guerreggiano e cadono, sotto le armi della Grande Repubblica, i soldati senza patria, la carne da macello e da conquista, gli esclusi per sempre dalle famiglie del mondo, che solo ridon nei giorni di massacro, quando li ubbriaca lʼodore della polvere da schioppo, le baionette brillano, e spiegata batte nel vento la bandiera dellʼergastolo camminante.

Li guardò negli occhi, li guardò nello spirito, concavo e spento come unʼorbita senza pupilla: e nella rossa vampa ove si agita la potenza del delirio affricano le parve di essere divenuta una loro innamorata sorella. Poichè nellʼanima portava ella pure il colore dellʼesilio, il sogno dellʼultima stella che si accende su la strada più lontana.

Quanto sole!... quanti roghi accesi nello spazio... e dappertutto, a perdita dʼocchio, nel cerchio del mondo visibile, che infinito scintillìo!...

Per niente.

Come le strade, come il deserto e lʼoceano, come la vita e la morte, così lʼanima sua, lʼamore dellʼanima sua, portava unʼazzurra fedeltà nei turbini della distanza infinita.

Per niente.

Nelle oasi profumate si addormentò con la fronte posata sovra il braccio bianco. Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare in silenzio la bella cristiana.

Era la ballerina di Parigi, quella che aveva prostituito il suo corpo divino sotto gli archi elettrici delle ribalte maravigliose nella musica dellʼaffascinante My Blu; era un gioiello da principe, lʼetèra per un vizio da re, lʼopera dʼarte umana che Parigi aveva messo allʼincanto; era la rosa delle rose nei giardini dei Campi Elisei...

Ed ora la portavan le bufere di sole per la via senza ombra del terribile Gharb.

Si fermava presso le tende bianche dei nomadi accampamenti, la sera, quando il remoto Sahara trema di una elettrica oscurità ed un orribile splene contorce le anime di questa gente che non conosce il suo cimitero.

Li aveva qualche volta veduti partire in colonne agili e serrate, dietro i méhari che portavano le belle mitragliatrici; qualche volta rientrare in silenzio, a fronte china, come un gregge decimato nei tradimenti della Chaouïa.

Li aveva qualche volta veduti nei giorni di «cafard», nellʼiracondia e nellʼangoscia dellʼorribile splene, chiudersi con una tremenda gelosia, con una cieca rabbia, sul proprio essere anteriore; starsene in disparte, muti, avversi, obliqui, come bestie contagiate, quasichè li assalisse una torbida memoria di quel mondo che avevano sepolto nel lor cuore dʼuomini, o li stringesse fino alla gola, chissà mai per quale urto, chissà mai per quale ombra, un subitaneo furore dellʼanima non ancora sopita.

Era la ballerina di Parigi, quella che aveva regalato alla Città Babelica il suo lieve cuore di danzatrice, la sua pura e scintillante nudità... Ma ora chiudeva nellʼanima lʼamore di Maria Maddalena, ed aveva traversato il deserto per recare allʼamante che amava, nel trasparente cálice del suo palmo, un sorso fresco dʼacqua di fontana.

Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Era venuto a lei da una storia buia, da tutto ciò che nel mondo si chiama «lontano».

Forse aveva una casa in qualche terra straniera, ed una sua donna paziente, che innamorata lʼaspettava in qualche lontana città.

Forse, nelle sere profonde, anchʼegli piangeva di rimorso e di malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla sua vita.

E chissà mai quante volte, nella terra senza ombra, dove lʼacqua nascosta non manda fiore, dove la bandiera dei Legionari sventola come una fiamma nel sole del terribile Gharb, chissà mai quante volte gli aveva ubbriacato lʼanima quel biondo profumo di poesia che dai giardini delle terre crepuscolari mandavano al suo cuore morto i fiordalisi di Mimi Bluette...

Le strade vanno, sono la forma della velocità, la musica dellʼesilio: sono distanti perchè si avviano, sono ferme perchè non arrivano mai. Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro; la polvere di una distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai:—nientʼaltro.

Ecco; e forse quel Nomade lo sapeva.

Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.

Ed allora forse quel Nomade pensò chʼera meglio fare come il sole; volgere verso il Gharb, la terra dʼOccidente.

Camminare laggiù, nella vampa, dove tramontano le strade, con lʼanima seppellita nellʼombra dʼuna fortuita bandiera.

E lasciò agli uomini saggi, agli uomini calmi, tutto quello che gli avevano dato: qualcosa che si chiama una patria, qualcosa che si chiama un focolare, qualcosa chʼegli portava sopra di sè come una veste importuna: il suo nome; qualcosa infine che lo aveva innamorato troppo tardi, troppo tardi... un amore.

Vivere o morire, questo non era importante; ma solamente voleva dividersi dallʼuomo che fra gli uomini era stato. Voleva mettere lʼinvarcabile fra il suo cuore e sè. Dovunque lʼandassero a cercare, nei diligenti libri dello Stato Civile, di lui avrebbero detto:—«Scomparso»—di lui avrebbero detto:—«Forse non cʼè più.»

Camminare inforno al formicaio degli uomini saggi, degli uomini calmi, senzʼavere la propria esistenza inchiodata nelle caselle dʼun passaporto. Nemmeno davanti al suo cadavere, nessuno che potesse dire chi fu.

Non vʼera alcuna patria della terra che gli potesse dare questa orrenda libertà, se non lʼesilio dei morti che vogliono ancor vivere, la truppa dove al soldato non si domanda che di saper morire.

Chi era?

«Laire.»

Laire: il suono dʼuna sillaba, cinque veloci lettere dellʼalfabeto... Era tutto, e bastava.

Così erano a decine, laggiù, nei reggimenti stranieri, nel delirio del terribile Gharb.

La sera talvolta si udivano cantare.

Distesi allʼombra dei palmizi biondi, verso lʼora in cui sʼaccendono i fuochi tremuli dei bivacchi, tra il fumo denso che immobilmente sale verso lo zenit vertiginoso, cantavano a voce spiegata le afose nenie delle tappe, le buie canzoni dʼAffrica dellʼergastolo camminante.

Era forse, per quegli uomini, lʼultima sera di vita, lʼultimo colore di crepuscolo su la terra che non ha tombe nè focolari. E guardando con fissa maledizione il disco enorme che affondava nellʼantipodo scintillante, con ira e con oblìo cantava, prima di farsi uccidere, «la gloriosa canaglia» della Legione Disperata.

Questa era la gente che non avrebbe mai sepoltura.

Là indietro, su le frontiere dellʼesilio, avevano lasciato agli uomini saggi, agli uomini calmi, anche il cimitero.

Qui, nellʼoceano di sabbia, le bianche ossa dei morti perennemente cambiano sepoltura.

Le strade vanno, sono il pendìo del sepolcro, la tappa della strada che non cʼè; tramontano come le ore dʼun giorno, convergono tutte nel deserto, laggiù, verso la terra folle, dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...

[Illustrazione: DECORAZIONE]

—Eh bien. Madame, je suis désolé, désolé de ce que vous me dites, mais je ne me sens pas le droit de vous mentir, ni de vous épargner cette peine, pour cruelle quʼelle soit...

Nellʼoasi di Beni–Abbès, nella dorata penombra che riempiva la tenda spaziosa del capitano–aggiunto Letellier, Mimi Bluette si portò convulsamente le mani alla gola, e stette immobile a fissare lʼuomo che le parlava; un ufficiale scarno, febbricitante, seduto quasi a terra sovra il suo letto da campo, e che ogni tratto alzava la mano con un moto meccanico, per toccarsi la fronte bendata.

Sovra due cassette vuote un legionario scriveva celeremente; un altro riceveva i messaggi del telefono da campo. Lʼufficiale medico preparava una fresca bevanda di cognac, di ghiaccio e di limone.

—Est–il–mort?...—disse infine Bluette, con una voce che appena si udiva.

—Dans des circonstances particulièrement héroïques, Madame, le matin du 23 Septembre, face à lʼennemi.

Solamente i suoi occhi vissero quellʼattimo di vertiginoso dolore; ma il suo corpo immobile nulla sentì. La ferita le passava il cuore senza ucciderla; solo, da quel momento, i suoi dolci occhi azzurri non furono mai più gli occhi di Mimi Bluette.

Poi, dʼun tratto, barcollò, aperse leggermente le braccia, il suo corpo si piegò in due come una sciarpa, e cadde per terra di schianto, senza far rumore. Lʼufficiale medico non ebbe nemmeno il tempo dʼallungare un braccio per darle aiuto; lʼaltro, il capitano ferito, riuscì ad alzarsi con estrema fatica, e, dopo averla sollevata, insieme la portarono a sedere sovra il lettuccio da campo.

Ella riaperse gli occhi e li guardò con il suo cuore morto.

Allora il capitano sedette vicino a lei, con le ginocchia rialzate fin presso il mento, le spalle raccolte nellʼangolo che la tenda formava sopra un filo dʼacciaio, mentre il medico, un bel fanciullo biondo con gli occhi di cortigiana, li guardava in silenzio muovendo le sue mani pallide.

Si udiva in quel silenzio lo stridore veloce della penna sul ruvido protocollo militare. Nella distanza dellʼoasi, ad intervalli, cantando, un falegname picchiava. Le voci aspre dei cammellieri giungevano dal profondo palmeto.

Allora il capitano disse:

—Le soldat Laire est tombé sous mes yeux pendant le combat que nos troupes livrèrent le 23 Septembre aux insurgés de la harka marocaine. Jʼy ai été blessé moi–même, comme vous voyez. Son nom a été porté sur la liste des morts, bien que nous nʼayons pas pu recouvrer son corps. Sur proposition de son chef de bataillon, on lui a décerné la Croix de guerre. Sa médaille a été portée à la salle dʼhonneur du 1.ͤ ͬ Régiment Etranger. Il fut un brave, Madame; soyez–en fière!—Donne–moi quelque chose à boire, veux–tu, major? Jʼai horriblement soif.

Con la sua mano delicata il medico versò la bevanda, e gli sorresse la nuca mentrʼegli beveva.

—Nous étions partis pendant la nuit avec les mitrailleuses. Nous savions très bien quʼil nous attaqueraient. On nous les avait signalés dans plusieurs directions du Gharb. Le Gharb, savez–vous, cʼest comme le Bois de Boulogne pour les jeunes filles: il y a, paraît–il, des satyres. Nous étions trois cent quatre–vingt, quatre cents, pas plus; il sont, eux, comme les sauterelles; plus on en fauche, plus il en vient. Mais nous avions des ordres, quoi!... il fallait obéir. Nous avons obéi. Nous sommes revenus soixante–treize, et il fallait voir en quel état! Oh, je sais bien, à Paris on ne sʼen doute guère!.. Les Coloniaux? eh, quoi, la belle affaire! Cʼest leur métier à eux de se faire «zigouiller!» Peste, Madame! Je vous dis que ces gros bourgeois ne se doutent de rien. Du cinq pour cent et Monsieur Fallières: voilà leur façon dʼentendre la patrie. Cʼest commode, hein? Oui, sûrement, cʼest tout à fait kouss–kouss!—Major, approche la carafe, je tʼen prie...