Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo
Part 12
—Hier, Monsieur le Ministre, jʼallais vous déclarer mon impuissance à retrouver cet homme, lorsquʼune idée soudaine a jailli de mon cerveau. Cette idée me vint au souvenir dʼun fameux Norvégien, disparu dans des circonstances à peu près analogues, il y a une dizaine dʼannées. La Police eut beau le rechercher aux quatre vents de la terre: ce fut toujours en vain. Il demeurait insaisissable. Certain jour un gros scandale éclata à la Légion Etrangère. Il sʼensuivit une enquête, que le Garde des Sceaux eut la bonne grâce de me confier. Bref: je découvris mon homme sous la tunique bleue du légionnaire, portant les galons de sergent et décoré de plusieurs médailles. Cʼétait, entre nous, un homme très cultivé, très aventureux, et pas du tout malhonnête; car la Légion est une pépinière où vous trouvez des galériens et des idéalistes, des princes et des rôdeurs, pêle–mêle.
—Jʼai toujours été plutôt sceptique au sujet de ces légendes, mon cher Monsieur Ardouin!...
—Cʼest la pure vérité, Monsieur le Ministre. Et, ce qui est indéniable, cʼest que là–bas ils deviennent tous des héros. Ces hommes, qui sʼengagent le plus souvent sous un nom dʼemprunt, ces hommes qui nʼont plus de patrie ni dʼétat civil bien défini, sont des soldats superbes, et vous y trouvez des gens qui se feraient tuer dix fois plutôt que de vous avouer leur véritable nom de famille. Mais enfin, peu importe. Cʼétait pour vous dire que lʼhistoire du Norvégien a tout à coup ouvert une éclaircie dans mon esprit. Puisque nulle part on ne pouvait découvrir trace de son passage, et puisque les hommes ne disparaissent pas comme les brouillards, pourquoi, me suis–je dit, nʼaurait–il pas signé un engagement à la Légion Etrangère? Sans perdre de temps je me rends sur place, et, au troisième Bureau dʼenrôlement, celui de Belleville, je constate que le 17 Mai, à 9 h. du matin, un nommé Laire...
—Cʼest lui! cʼest lui!...—si mise a gridare Bluette, che un invincibile tremito scuoteva per tutta la persona.
—Oui, Madame. Sur ce point, je nʼai plus le moindre doute. Cʼétait bel et bien la personne qui vous intéresse. Il sʼest engagé sous le nom de Laire, sujet galicien, âgé de 39 ans, ne possédant aucun papier... Il a signé pour cinq ans et a voulu partir le jour même...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
«Sidi–bel–Abbès, 1.ͤ ͬ Régiment Etranger...»
La strada cantava. Parigi era per lei nuovamente la città maravigliosa del suo regno. Le rifluiva gioia ed ilarità, musica e profumo dal rumore della vita.
«Sidi–bel–Abbès... Sidi–bel–Abbès...» Camminava rapida e leggera, lasciandosi quasi trascinare dalla potenza rumorosa della folla, stordita e pur felice nella confusione ilare delle vie, nella ressa dei quadrivi, lucidi ancora di tramonto. E le pareva di vedere laggiù, nella distanza imprecisabile, nel sogno deʼ suoi chiari occhi pieni di cielo, splendere sotto lʼoasi dʼAlgeria le vaste caserme arabe dalle calcine sfavillanti. Camminava con una specie di lievità, libera dallʼangoscia dei giorni trascorsi come dallʼoppressione di una orribile malattia; camminava portando il suo cuore giovine come si porta verso la finestra, verso il raggio del sole di primavera, una pianticella fiorita. Ora lo aveva ritrovato, conosceva il suo distante rifugio, immaginava la strada luminosa per andare fino a lui.
«Sidi–bel–Abbès... Sidi–bel–Abbès...» LʼAffrica barbara dormiva senza ombra negli uragani di sole, devastata e scintillante, laggiù, dove tutto brucia.
Come ridevano, come splendevano le vie di Parigi quella sera! Quanta gente, nel passarle vicino, bisbigliava quasi volesse darle una carezza: «Tien, cʼest Mimi Bluette...»
Mimi Bluette!... Era stata per loro, per tutti, un fiore voluttuoso nel giardino di Parigi; aveva regalato ad ognuno qualche rara memoria di sè, quasi un immaginario contatto con la sua bianca nudità... Era stata per loro, per tutti, un piacere, una bellezza della vita; e quando passava Bluette per quelle strade gonfie di moltitudine, pareva che ognuno sentisse muoversi nellʼaria il profumo selvatico degli azzurri suoi fiordalisi.
Camminò. Si accendevano tra la chiarezza del tramonto le fosforiche vetrine dei gioiellieri. Una lancia di sole, invisibile per lʼalto infinito, spezzava in arcobaleni di fiamme le vetrate dellʼOpéra.
Ecco, era giunta. Una fuga profonda, innumerevole, di lampadine elettriche illuminava gli Uffici di Thos. Cook and Son. Ella si mise a leggere con pazienza, lʼuna dopo lʼaltra, le insegne dei vari sportelli:
_«Billets—Chèques—Excursions—Change—Nile Flottilla—Coupons dʼhôtel—Renseignements...»_
Depose la borsetta su la mensola dello sportello, vi appoggiò i gomiti, e si rivolse con un timido sorriso al biondo elegante britanno, che dallʼinterno si affacciava sopra un mucchio dʼorari e di cedole, pronto a soddisfare la sua legittima curiosità.
—Monsieur, voulez–vous me dire, sʼil vous plaît, le chemin quʼil faut prendre pour aller jusquʼà Sidi–bel–Abbès?...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Il cammino era distante, lungo, pieno di sole, pieno di vertigine, come tutte le strade che vanno incontro alla felicità. Eppure, con il suo piede leggero, avrebbe camminato per lʼintero mondo, e camminato senza mai fermarsi, per rivivere un solo giorno di poesia.
Adesso le pareva di comprendere tutto quello chʼera stato incomprensibile fra loro. Non avrebbe saputo spiegare a nessuno il perchè di quella fuga, eppure nellʼintimo le pareva di «sentirne» la ragione. Le pareva quasi che un infinito amore di lei, troppo altero per umiliarsi, troppo in discordia con altre lontane bufere della sua vita, lo avesse travolto in quel rifugio dʼuomini finiti, forse alla ricerca dʼun sepolcro anonimo, laggiù, fra quei soldati di ventura.
Sì, le aveva detto la verità quella prima sera, dicendole: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»
Ora finalmente comprendeva, nella sua tragica e nuda semplicità, il fierissimo dolore di quellʼanima, il suo disperato esilio nella vita, il suo terribile cuore di nomade che non aveva più strada.
Negli ultimi tempi, quasi ubbidisse ad un oscuro presagio, le ripeteva ogni sera prima dʼabbandonarla:
—Bonne nuit, ma Bluette... souviens–toi que je tʼaime!... que je tʼaime...
E le diceva queste parole con la voce dʼun uomo che fosse già distante, con la voce dʼun uomo che non dovesse tornare mai più.
Povera, piccola, bionda Mimi Bluette!... Come gli voleva bene! Che profondo mutamento in lei, da quella prima sera, quando lo vide nel Bar della Grande Rouquine e la sua bocca gli sorrise, umida, sopra lʼorlo del bicchiere di Sciampagna!... Quanta bufera, quanto strepito nel suo piccolo cuore di danzatrice, nella sua dolce anima colore deʼ suoi fiordalisi!...
Non si pentiva dʼessere stata bella, e desiderata, e posseduta, eppure gli aveva dato il suo amore di vergine, a piene vene, con un senso di paurosa novità. In lui solo aveva trovato lʼamante, con lui solo aveva potuto conoscere quella totale fusione dei sensi e dello spirito, quella intima ebbrezza creatrice, piena di tremito e di purificazione, in cui la donna che fu dʼaltri sente nascere dalle sue colpe il senso dellʼamore infinito.
Quandʼera più inebbriata e più femmina tra le sue braccia dʼamante, sentiva persino la tentazione oscura di suggellare nel suo grembo innamorato, con un dolore materno, la fuggente voluttà.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Monsieur Bollot, ce nʼest vraiment pas la peine que vous me fassiez la morale... Je partirai quand même. Donnez–moi lʼargent que je vous demande, faites–moi un joli sourire, et attendez patiemment que je revienne.
—Mais vous me demandez une somme absurde, ma fille! Cent mille francs pour aller en Algérie, cʼest du gaspillage, croyez–moi, cʼest du gaspillage!
—Et encore je les veux en espèces, des billets les uns sur les autres. Pas de chèques, pas de lettres de crédit. Je ne veux point avoir affaire aux banques africaines. Dépêchez–vous, Monsieur Bollot, car dans trois jours nous partons.
—Nous, vous dites? Et qui donc? Partez–vous en caravane par hasard?
—Nous, cʼest ma mère, Linette et moi. Ma mère ne vieni que jusquʼà Marseille, dʼoù elle rentre en Italie. Moi et Linette nous allons aux bords du Sahara, une plage où la vie est très chère.
—Mais vous plaisantez, ma fille! Croyez–vous quʼon tienne cent mille francs dans son tiroir comme de la petite monnaie?
—Eh bien, vendez, hypothéquez, faites un emprunt, faites ce que bon vous semble; mais dans trois jours vous aurez lʼobligeance de me procurer cette somme, pas un sou de moins. Et, à présent, je vous dis au revoir, cher Monsieur Bollot, parce que, vous voyez cette liste?... ce sont des commissions que jʼai à faire.
Se ne andò. Jack lʼaspettava con pazienza davanti alla portineria di Monsieur Bollot. In quegli ultimi giorni la sua poca loquacità era quasi divenuta un assoluto silenzio. Bluette invece non aveva nemmeno il tempo di badare alla sua tristezza. Gli parlava come ad un fratello, raccontandogli tutto quanto passava nel suo tremante cuore. Jack lʼascoltava con una pazienza irritata, senza guardarla, senza interromperla; in ultimo concludeva:
—Quand une femme aime un homme, cʼest du temps perdu.
—Quʼest–ce que tu veux dire avec cette remarque très intelligente?
—Je veux dire, Bliouette, que cʼest du temps perdu.
—Tu es un grand philosophe, Jack, un très grand philosophe!
Ma una sera, che stavano come una volta nella sua camera da letto e, senza pudore verso di lui, Bluette non portava che una sbadata vestaglia, Jack, dʼimprovviso, tacendo, la rovesciò sui cuscini, e con la bocca premuta nel tepore del suo collo fece un tentativo quasi brutale per impadronirsi di lei.
Erano passati lunghi anni, ed egli lʼamava sempre come quando ella danzava il My Blu, come quando neʼ suoi occhi di Transalpina vʼera tutta la bellezza disonesta e docile della femmina da piacere.
Ma ora, da lunghissimi giorni, la sua calda gioventù era piena di solitudine; un vuoto e profondo malessere le correva nel cerchio delle vene. Sotto quella repentina violenza, da prima ella non capì. Solamente provava una stordita felicità fisica nellʼessere sopra una coltre, supina, con un peso dʼuomo che le opprimeva il cuore, il grembo, il seno, e quasi le chiudeva il respiro al sommo della gola.
Ma poi si ricordò con un brivido che non era il suo amante, anzi era quasi un fratello, che cercava di offendere la sua rinnovata castità. Un brusco dolore soverchiò nelle sue vene quella involontaria tentazione di gioia, e lʼurto fu così ruvido che le parve di ricevere una ferita, mentre il suo docile corpo di femmina era già immerso in un principio di voluttà.
Non seppe ribellarsi, non gridò; volse la faccia da un lato, e supplicava con la voce spenta:
—Ne me fais pas de mal, Jack... tu es mon frère, Jack... tu es mon frère...
Poi le scoppiò nella gola una convulsione di singhiozzi, e dagli occhi fermi, quasi morti, le cadevano lacrime brillanti su la spalla denudata.
Egli allora la guardò. La guardò, pallidissimo, con gli occhi bui, perdendo il coraggio di offenderla. Poichè neʼ suoi chiari occhi aveva egli pure unʼanima, e non poteva impadronirsi dʼuna donna che piangesse.
Anzi una orribile vergogna lo sopraffece: mormorò a fior di labbro:
—«Excuse–me. Bliouette...»—E scomparve.
Scomparve.
Ella rimase a lungo su quel letto, fra il disordine deʼ suoi capelli, supina e tramortita.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
In certi casi la bionda Caterina mancava di riconoscenza.
Quando Maurice, maggiordomo impeccabile, terminò di far passare attraverso il finestrino lʼultima borsa del suo numeroso bagaglio, mentre al segnale della partenza, il bianco treno della Riviera stiracchiava le sue lunghe vetture gremite, la sola cosa chʼella seppe dirgli furono queste parole insufficienti:
—«Ne plôrez pas, mon pôvre Maurice, pour la raison que ze mʼen vais... Qui sait quʼun zour ou lʼautre ze ne retourne!... Et puis, dans ce monde, il faut tout prendre avec un pé de philosophie!»
Maurice non piangeva: ma era veramente commosso e non poteva dimenticarsi lì per lì dʼavere calmati così a lungo i suoi nervi generosi col servirle in camera ogni sera una tazza di camomilla profumata.
Il treno frattanto sʼincamminava senza urto su le rotaie luccicanti. Allora la bionda Caterina incastrò nel finestrino la gagliarda ricchezza del suo seno classico e sorridendo allʼimpassibile maggiordomo gli mandò con la punta delle dita un ultimo bacio dʼaddio. Poi si ritrasse nello scompartimento con un grande respiro di sollievo, mentre i gentili occhi di Linette la guardavano trasecolati.
—«Tu as un pé de malinconie dans lʼâme, pôvre Bluette!... Et moi viceversa ze me sens tout–à–fait heureuse de quitter cette ville tant riche et tant déchantée, qui est, selon ma manière de voir, un immense bordel...»
Bluette sorrise, tranquilla, sotto il suo buio velo di viaggiatrice. Ma Linette, che non amava il frasario della bionda Caterina, e sopra tutto non amava sentir offendere la sua bella Città, con una sottil voce piena dʼirritazione le rispose:
—Pardon, Madame, je suis Parisienne, moi, et ça me fait de la peine de vous entendre débiner ma ville, qui demeure sans contredit la plus belle ville du monde!
—«Oh, la, la!... oh, la, la!... toi tu parles parce que tu as la bouche, Linetta mia! Quʼest–ce que ça veut dire «la plous belle ville du monde»? Est–ce que tu as vu les ôtres avant de parler? Non, natourellement! Tu es une zeune fille sans expérience et tu veux mettre ta langue un pé partout! Moi, qui pourrais être ta mère, ze dis que cʼest un bordel! Donc tu peux te fier, parce que ze vois les choses claires et ze nʼai pas comme qui dirait les tranches de saucisson sur les yeux!»
—Oui, Madame,—rispose Linette, con una remissività beffarda.
—«Parce que tu dois savoir,—ricominciò la bionda Caterina—que chez nous, par exemple, il y a moins de belles choses dans le magasins, et on peut traverser le rues sans risquer dʼy perdre une zambe; mais la vie dans notre pays est beaucoup plous natourelle, et on nʼest pas frustes comme de vieilles savates à lʼâge de trente ans! Paris, si tu regardes bien, cʼest lʼetiquette: mais le bon vin se trouve dans dʼôtres bouteilles. Cʼest ainsi, Linetta mia! Et souviens–toi que te lʼa dit Caterina.»
—Oui, Madame,—rispose Linette con un impercettibile sbadiglio.
—«Et toi, par exemple, tu nʼas quʼà regarder ma fille. Quand elle est venue à Paris, cʼétait un bouton de rose, mais un de ces boutons de rose quʼon ne cultive pas au Zardin des Plantes, ni pas même à Saint–Zermain!... Or, tu peux la voir, si elle ne ressemble pas à ces têtes de cire qui tournent dans les vitrines des coiffeurs. Et puis, quʼest–ce quʼelle a eu de bon, après avoir été la reine de Paris? Un pé de galette? Oh, mais diable! les belles femmes en trouvent partout. Et encore, quoi? Une poignée de mouches!... Viens voir un pé dans nos villes dʼItalie, toi qui chantes: Ze suis Parisienne! ze suis Parisienne!...»
—Pour le moment nous allons en Afrique, Madame, et cʼest aussi très intéressant.
—«Eh, voilà la belle histoire!» Si ma fille en retourne, zʼallumerai trois chandelles à la Madone! Cʼest encore un cadô de Paris ce mal de ventre dont elle est amoureuse! Car, si elle lʼavait trouvé chez nous, ze parie ma tête quʼelle lʼaurait envoyé se promener, lui et sa Lésion Etranzère! Mais à Paris cʼest très chic dʼavoir des béguins pour des gigolos qui ne valent même pas un sou troué du Pape!
Bluette, con gli occhi affascinati, guardava la veloce campagna sparire.
Adesso Parigi la Stupenda era già dileguata nel suo vortice di balenante atmosfera; incominciava senza confine il verde miracolo della terra di Francia.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Addio, addio mammina...—ella gridò ancora una volta, sporgendosi dallʼalto parapetto, mentre il piroscafo partiva.
E le mandò quel saluto con la sua voce che più non poteva essere udita, con gli occhi suoi di fanciulla chʼeran pieni di lacrime, con la sua lunga sciarpa di velo che il vento sbatteva in ogni senso come una fragile bandiera.
E la bionda Caterina rimase lì, sul molo de la Joliette, sperduta, immobile, quasi brutta, quasi vecchia, mentre vedeva lʼunica sua figlia perdersi, confondersi, nelle azzurre distanze del mare.
In quel momento si ricordò più che mai dʼaverla portata nel grembo, dʼaverle dato queʼ suoi dolcissimi capelli biondi.
Il pomeriggio assaliva con fulgori pieni di veemenza il marmo e le cupole della trionfale Marsiglia. La città rapace, straricca e splendida, pareva che tenesse alla catena il suo folto naviglio come una dormente muta di cani da preda, velocissimi.
Il grande piroscafo della «C.ͥ ͤ Transatlantique», descrivendo unʼagile curva sotto i lunghi vortici di fumo delle due ciminiere, usciva nel mare libero cantando a sibili di sirena. Ma la buona madre non poteva muoversi da quellʼasfalto luminoso e nero, in cui le pareva di sentir giungere il movimento ritmico del mare. Intorno a lei si pigiava la folla irrequieta, si accatastavano mucchi enormi di mercanzie; le bestemmie dei facchini scandivano il tuffo di qualche remo; lʼacqua sudicia gorgogliava contro le fondamenta, senza rumore dʼonda. Si alzavano grosse nuvole torbide, come per lo scoppio dʼuna mina, laggiù, presso i doks, ove i bastimenti fuligginosi rovesciavano valanghe di carbone.
Ma questa povera bionda Caterina, che si era creata con le malizie di Parigi una canonicale gioventù, non vedeva che il lontano piroscafo di Bluette camminare nellʼinfinito con una scìa di sole.
Un trattenuto singhiozzo le gonfiava il suo classico seno, e con gli occhi fermi, coʼ labbri chiusi, piangeva solitariamente.
Le grosse zanzare di Marsiglia fecero intorno a lei tanto rumore, che dʼun tratto la destarono.
—«Zout!—esclamò ella, con un oltraggio estremo alla favella repubblicana;—zʼai le mal de mer à force de plôrer... Couraze, Caterina!»
E tornò indietro passo passo, con la fronte china, finchè si risolse a prendere una carrozzella.
Il suo treno partiva qualche ora dopo; non le rimase nemmeno il tempo di conoscere la galanteria dei Marsigliesi.
E fu certamente un grande peccato.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ora il piroscafo andava tra stelle, solcando la chiara notte mediterranea con un calmo rumore di velocità.
Bluette guardava quel mare, chʼegli pure aveva guardato.
Così curvo era il firmamento che non si poteva nemmeno discernere quali stelle fossero nel cielo e quali navigassero nella cosparsa onda lontana. LʼAffrica invisibile mandava già il suo profumo di terra calda e barbara nel tremante spazio. Si sentiva il deserto respirare nella notte piena di fertilità.
Le azzurre isole Baleari galleggiavano come grandi giardini marittimi, gonfie di vegetazione, ravvolte in nuvole dʼoscurità e di profumo. Palma di Maiorca, ubbriaca delle sue rose, dormiva nel profondo semicerchio della sua baia notturna, tra un fantastico brulichìo di luci tremule, che si appendevano alla costa come leggere ghirlande.
Era già il mattino, quando apparvero, confuse nei vapori distanti, le cime della Grande Kabylia, nuvolosi vertici della baia di Algeri. Poi, lentamente, questo grande anfiteatro apparve, sotto le raggiere del sole nascente, chiuso allʼestremo confine dalla barriera ciclopica della Kabylia e dellʼAtlante.
Bluette guardò con gli occhi pieni dʼaurora, e guardando baciò con lʼanima sua dʼinnamorata quella terra stupenda che appariva.
Le montagne di Buzarea scagliavano alta nellʼazzurrità la cattedrale di Notre–Dame dʼAfrique. Laggiù, con i suoi mille vertici, brillava la capitale moresca del Mediterraneo, lʼantica emula di Cesarea, la schiava di Pedro Navarra, quella per cui pianse il Doria le sue belle armate, Algeri la sempre invincibile, Algeri la stupenda corsara.
Simile ad una immensa gradinata di marmo bianco, si sciorinava e scendeva in un delirio di luce verso il mare indolente. Sul più alto gradino, la Kasba fanatica dei vecchi sovrani Berberi scintillava traverso la lontananza come un incendiato palazzo di cristallo. E Bluette vide, su le ovali colline di Mustafà, stendersi la pigra dominazione della città europea, che uccise ormai per sempre il vecchio labirinto, il leggendario mistero della città mauritana. La neve dellʼalto Djurjura pareva dʼuna bianchezza inverosimile in quel colore di deserto.
Era un sogno, e Bluette sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che stava per entrare nellʼincantesimo di una grande poesia.
Era la piccola ballerina di Parigi, che andava in cerca del suo amante, laggiù, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, nel sole del continente vertiginoso, nel rosso delirio dellʼAffrica satura di malefizio e di voluttà.
Essa lʼaccoglieva, le veniva incontro con una sua città sfavillante, che pareva il giardino estremo di Parigi; eppure lì, davanti a quel porto, sul limitare di quel mondo, la vita cambiava colore.
Vʼerano ancora i sontuosi edifici dʼEuropa, le formicolanti corsìe, i viali percorsi da filari dʼalberi, gettati come larghi nastri sul pendìo delle colline; vʼerano ancora, di là dai sobborghi, le rotaie luccicanti, percorse dal fumo delle vaporiere. Ma ella sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che in questa indomabile terra, in questʼAffrica ove cʼè ancora la distanza, ogni strada poteva chiamarsi veramente una strada, poichè tutte camminando si perdevano, svanivano, parevano andare non verso un luogo ma verso lʼinfinito, verso quel pericolo chʼè il solo confine delle strade:—la Distanza.
Bluette sʼincamminò dietro la gente che a lunghe ondate sʼincanalava per la scala montatoia. I suoi grandi occhi azzurri guardavano lo spettacolo della Jetée Kheïr–ed–Dine con una specie di cosciente sogno. Di là il mare continuava, con lampi di sole, verso lʼAffrica più lontana.
Ed era verso quellʼAffrica più lontana che la piccola ballerina di Parigi doveva inoltrarsi, portando il suo cuore lieve, ma intenso e profumato come la musica del My Blu. Era nel sole della grande Affrica barbara chʼella doveva immergere, come in un bagno estenuante, la sua carne incipriata. Ella pure, la piccola ballerina di Parigi, aveva un errante sogno da portare nel deserto, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, verso i fermi uragani di sole che devastano il Tropico senza tramonto.
Algeri, sollevata nel tremolio del grande incendio pomeridiano, sciorinava il suo bianco splendore su lʼanfiteatro del golfo, dalle cave del Marmo di Bab–el–Oued sino agli ulivi antichi dei giardini di Mustafà. Quasi verticale nello spazio, Fort–lʼEmpereur vegliava inespugnabile su quellʼimmenso ventaglio di edifici; la moschea di Djama–Djedid, lʼ antichissima di Djama–Kebira, le zauie di Mohammed–ech–Chérif, di Safir e di Sidi–Ramdane, raccoglievano in sè tutta la luce di quellʼaria maomettana, ove usurpavano cielo senza mandare un lampo le obese cupole cristiane di San Filippo e di Santa Croce.
Bluette guardò con lʼanima sua dʼinnamorata quel prodigio nuovo per i suoi occhi, mentre, un poʼ stordita, un poʼ ebbra, si lasciava portare dalle ondate di gente, fra cui suonavano le sillabe aspre del linguaggio arabo, le orientali cadenze, le sonorità impure del francese dʼAlgeria. Davanti aʼ suoi occhi ferveva con una specie di trepidazione solare lʼintensa vita marittima della capitale dʼAffrica, mentre, percorsa in ogni senso dalle fiumane di tutti i boulevards, la grande piazza del Governo, pavimentata di fiamma, brulicava, squillante, scintillante, sollevando nel rettangolo degli edifici ad archi la statua equestre del Duca dʼOrléans. Da un lato sʼalzavano come ruderi dʼuna fortezza di macigno i dirupi turchi del vecchio porto dʼAlgeri, gli spalti e le darsene che scoscendono lʼaspra isola dellʼAmmiragliato; di là correva, leggero come un nastro galleggiante, il molo di Kheïr–ed–Dine.