Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo
Part 1
Mimi Bluette
fiore del mio giardino
GUIDO DA VERONA
Mimi Bluette
fiore del mio giardino
ROMANZO
SETTIMA EDIZIONE—DAL 111º AL 160º MIGLIAIO
R. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZE
MCMXX
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi
Stab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.—MILANO—Via Zecca Vecchia, 7
_DELLO STESSO AUTORE:_
Lʼamore che torna—1908 _Ultima edizione—dal 100º al 150º migliaio_ _Romanzo_
Colei che non si deve amare—1910 _Ultima ediz.—dal 131º al 180º migliaio_ _Romanzo_
La vita comincia domani—1912 _Ultima ediz.—dal 105º al 155º migliaio_ _Romanzo_
Il Cavaliere dello Spirito Santo—1914 _dal 41º al 70º migliaio_ _Storia di una giornata_
La donna che inventò lʼamore _Ultima ediz.—dal 96º al 145º migliaio_ _Romanzo_
Mimi Bluette fiore del mio giardino—1916 _Ultima ediz.—dal 111º al 160º migliaio_ _Romanzo_
Il libro del mio sogno errante—1919 _Ultima ediz.—dal 51º al 100º migliaio_
Sciogli la treccia, Maria Maddalena—1920 _Terza ediz,—dal 101º al 150º migliaio_ _Romanzo_
_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la ristampa._
NOTA DEGLI EDITORI
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più.
Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei.
Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio dʼamido male insaldato.
Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano.
Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del primo amore.
Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che può innamorarsi dʼuno studente in medicina.
Sua madre non ne fu contenta.
Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il capriccio di verificarlo, non diceva di no.
Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima.
Entrambe le consigliarono di rinverginire.
In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì.
Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente.
Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.
Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un ombrellino da sole.
Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.
Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia della vita.
Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità.
Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.
Che brava bambina!
Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere «il suo primo amante».
Cʼera un Irresistibile.
Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava Conte.
Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in sogno.
Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse allʼIresistibile.
Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.
Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie dellʼIrresistibile.
Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.
Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto, ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.
Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.
LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma del suo terribile occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.
Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.
LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva di più leggiadro nel suo galeotto paniere.
Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.
La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»
Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece, descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed il suo cappello a tuba.
La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:
—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra un canapè.
La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande pericolo non le incuteva una soverchia paura.
Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.
Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.
Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò da lui per confessargli chʼera vergine...
La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano verginità.
Sʼinnamorarono.
Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.
Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.
Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di abiti e con la barba ispida.
Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande vertiginosità.
Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case di convegno.
Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.
La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine, come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia, che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta i ritrovi della piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso, e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.
La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che, per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in portineria.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi Bluette.
Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta celebri.
Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo, che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo Pittore.
Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata, chiamandolo: Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi mettere in cornice da lui.
Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto. Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere. Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano lʼappetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.
Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in compenso era molto originale.
Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine, le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo nome da teatro.
Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo specchio».
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.
Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.
Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a Venezia.
Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.
Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼal più ricevere due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.
Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale piaceva molto alle malinconiche forestiere.
Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.
Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla musica, diventare un giorno ballerina.
Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili della vita loro.
Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi, molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a compiere gli studi per divenir ballerina.
Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli disse di no.
Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le fece più maraviglia che dolore.
Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del brillante che il Protettore portava in dito.
Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio, si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a slacciarsi la camicetta.
Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.
Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua vita.
Forse, in quel momento, non mentiva.
Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle donne.
Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore di novità quasi riconoscente.
Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto quella bocca forte.
Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di piacere.
Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore proibito.
Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda; con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da ucciderla,—e questo le piaceva.
Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.
Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo capriccioso amore.
Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto questo con verità.
Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era un uomo.
Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio, nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte le sue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e gelosa di lui...
Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...
Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.
Il Protettore si chiamava Max.
Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della gaia Repubblica Transalpina.
Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del «Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno, diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»
[Illustrazione: DECORAZIONE]
* * * * *
Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose: «Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte, ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri. Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina; e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.
Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant; Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»; Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.