Miei Pensieri di varia Umanità
Part 6
a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti che apprendeva in casa e certo ebbe da giovinetto sino almeno il 15, restarono in lui quasi immutati. Ce ne dispiace? Pensiamo che se per i grandi anni del riscatto avremmo voluto altro, ora però, ora e sempre, dobbiamo trovar giusto il suo «odio delle vane parzialità e prevenzioni».
VII.
E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava alla Congregazione dei Nobili, nella chiesa di San Vito, i suoi sacri discorsi, e abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al Redentore egli diceva: «Tu hai provato questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro...» A Maria: «È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo: siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!» Oh! certo il piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno forse de' molti della sua madre severa, così severa, che appena appena sfiorava il suo visetto sparuto con la mano offerta a un bacio; uno di quei libri, nei quali ella segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la terribile massima dello Ecclesiaste: _Vanità delle vanità ed ogni cosa vanità!_ Ma in quei primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore («dice Gesù: dall'ora del mio nascimento infino alla morte mia sulla croce mai non fui senza dolore») doveva confortarsi con l'aggiunta, che trovava nel libretto: _fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo_. E amava e serviva. Ma intanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente, disposta alla mestizia e alla devozione: «Rammenta che l'occhio non si sazia per vedere, nè l'orecchio riempiesi per ascoltare». Ruzzava e trionfava nel giardino paterno; e non importava che Carlo facesse l'uffizio di schiavo ammonitore: esso poteva leggere nel libretto: «Non esaltarti per gagliardia o per beltà di corpo; la quale per piccola malattia si guasta e si disforma». Ardeva del desiderio di gloria: leggeva: «Dove sono... quei maestri...? di loro, si tace». In verità a me par di vedere nel lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione, di tante poesie e prose del nostro Poeta. «La natura è scaltra e trae a sè molti, allaccia e inganna e sempre ha sè stessa per fine». Indifferente di noi fa il Leopardi la natura:
Ma da natura Altro negli atti suoi Che nostro male o nostro ben sì cura.
«La natura fatica per proprio agio» commenterebbe il monaco pensoso. Altra considerazione: «povero ed esule in terra nemica dove incontro guerra ogni dì e grandissime sciagure...» Non pensava ad essa Giacomo non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita, quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro l'_Inimico_? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul petto del divino Redentore, quando diceva:
Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto Sul tuo vergineo seno?
Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che comparve a Socrate e gli disse:
Giungere fra i tre dì tu puoi a le zolle di Ftia.
Non ricordava egli l'umile preghiera «Percuotimi gli omeri e il collo», l'umile confessione, «Non son degno se non di essere flagellato e punito», quando diceva, ribelle ai pensieri che alitavano dalla lontana fanciullezza.
La man che flagellando si colora Del mio sangue innocente. Non ricolmar di lode, Non benedir com'usa Per antica viltà l'umana gente, Ogni vana speranza...?
Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava, nuda terribile la sentenza di Salomone:
Vanità delle vanità e tutto vanità.
Nè paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: «quando lo scrittore deplora la nullità di ogni bene creato in particolare,
E l'infinita vanità del tutto,
non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e dell'Imitazione». E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: «Quale è il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol di Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito di Salomone già da tanti secoli? _Vanitas vanitatum_». Egli tutta la sua vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli di dolore: =Dio=.
Alle tante vanità proclamate nei libri sacri e più, il grande pessimista ne aggiunse una: una sola!
VIII.
Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il concetto ch'egli ha, della vita umana:
Vecchierel bianco, infermo Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle . . . . . . . . . . . . . . . Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge...
Non è questo il cristiano, che a imitazione del divino maestro, deve prendere la croce, cadendo sott'essa, risorgendo sempre con essa? «Dalla tua mano ricevetti la croce, la porterò e la porterò sino alla morte, così come m'imponesti». Quella del vecchierello non è una croce ma un fascio. Il poeta dissimula, il poeta sdegna l'immagine vera, che certo gli si era affacciata alla mente, ma è quella. Il Petrarca ha dato qualche colore e non altro: che il fanciullo antico si è ridestato nel giovane trentenne e ha parlato col suo linguaggio d'allora. Solo in fine, in vece della gloria e della felicità ultima, è un
Abisso orrido, immenso Ov'ei precipitando il tutto oblia.
Un altro paragone è in lui che compendia la sua filosofia. Il paragone del letto. Ognuno ricorda sì questo del Leopardi, sì l'altro del Manzoni; i quali furono ingegnosamente paragonati tra loro da un terzo valentuomo. Il Manzoni e il Leopardi si assomigliano molto in quello in cui differiscono: sono due convertiti; ma l'uno a rovescio dell'altro. Il loro piccolo sunto di filosofia sembra ritratto e ricorretto di su un modello comune. Che non è di Dante, di Dante proprio, nè del Petrarca, nè d'altri, sebbene vi si trovi. È del cardinale Melchiorre di Polignac nel suo poema postumo _Anti-Lucretius_. Il poema fu tradotto due volte in versi italiani; e tutte e due le traduzioni, una col testo a fronte, si trovano nella biblioteca dei conti Leopardi. Il paragone del cardinale arcade è questo: «Come un malato si avvoltola nel letto con le membra inferme, ora adagiandosi sul lato sinistro, ora sul destro: e non giova: di che alza gli occhi, resupino: e non trova il sonno e sempre lo cerca; ciò che prima gli piaceva, poi lo tormenta e tortura; e non guarisce il suo male e nemmeno ne inganna la noia». Si vede che dai tre versi di Dante «simigliante a quella inferma Che non può trovar posa in sulle piume Ma con dar volta suo dolore scherma», si sono svolti alcuni particolari, che poi si ritrovano nel Manzoni e nel Leopardi.
Dice per esempio il Polignac: «_quod illi Primum in deliciis fuerat_»; dice il Manzoni «e si figura che ci si deve star benone». Dice il Polignac: «_Ceu lectum peragrat... In latus alternis laevum dextrumque recumbens: Nec iuvat... Nusquam inventa quies; semper quaesita_»; e il Leopardi «comincia a rivolgersi sull'uno e sull'altro fianco... sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno... senza essersi mai riposato, si leva». Ma si può opporre che tutto era già in Dante o prima di lui in Giobbe, e che non c'è bisogno di credere che il Leopardi e il Manzoni vedessero il Polignac. Or bene: nella prefazione dell'_Anti-Lucretius_, si racconta che il Cardinale, malato a morte, non trovando pace nel suo letto di dolore, si ricordò di quei suoi versi «nei quali paragona l'anima che ammalata e agitata dalla passione delle cose terrene non trova mai pace, a un corpo infermo». Si ricordò di quei versi e ripetè quel suo pensiero in alcuni altri versi bellissimi, cui gli astanti, nel loro dolore, dimenticarono tutti fuori di uno;
_Quaesivit strato requiem ingemuitque negata._
verso imitato dal Virgiliano:
_Quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta._
Questo racconto è tale, che i due nostri grandi scrittori doveva fermare, invogliare e commuovere. Il Polignac morendo applicava, in certo modo, il suo paragone non più all'anima insaziata dell'epicureo, ma alla vita umana. E la reminiscenza di Virgilio colpì particolarmente il Leopardi. Si direbbe che, sulla fine della lugubre comparazione, egli lasciasse il Polignac per Virgilio. Non c'è in lui quel gemito che chiude così tristamente la lotta; ma l'uomo, per lui, muore, come Elissa, quando vede la luce: la luce, ossia la morte. «Venuta l'ora, senza essersi mai riposato, si leva». Qual ora? L'ora del mattino, poichè ha durato a rivolgersi, «sempre sperando (_spem elusam_, ha il Polignac) tutta la notte». Con l'aurora la morte, disse il mantis a Leonida. Ma possiamo noi esser certi che il Leopardi conoscesse quel poema? Certo egli l'aveva nella biblioteca; e si può supporre facilmente che egli ammiratore di Lucrezio (che negli _Errori Popolari_ è citato spessissimo) dovesse sin da fanciullo, quando la mente è di cera, leggere l'Anti-Lucrezio. Il padre non doveva lasciargli bere il veleno senza propinargli il contraveleno. Così questo, si può dire, lasciò nella sua anima più traccie di quello. Egli ricavò bensì dal poeta Romano la descrizione dei primi momenti della vita dell'uomo, quando «La madre e il genitore Il prende a consolar dell'esser nato»; ma quanto più ha ricavato dal poeta franco-gallo! «Che ha a far teco la Natura? Matrigna certo, non madre la dirai, e invano la chiamerai, molto gemendo». Non aveva egli con queste parole appreso, fin da fanciullo, forse, a maledire la natura? Non discendono da queste parole i suoi rimproveri, tante volte poi ripetuti e in tante forme, a quella che «dei mortali È madre in parto ed in voler matrigna»? «O natura, o natura, perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto inganni i figli tuoi?». In questo libretto, forse, egli apprese a disprezzare la felicità umana: «Appena le hai ottenute, le prendi a noia, cercando sempre in cose nuove ciò stesso che ti deluse quando lo provasti, e ti lasciò avido e desideroso di meglio». Da questo libretto forse egli apprese il presentimento di quel vano pentirsi, di quel volgersi indietro, quando la vecchiezza abbia inaridito le fonti del piacere, e siano «le pene Sempre maggiori e non più dato il bene». Trovava egli infatti qua e là nel savio e pio libro: «Ti staranno avanti gli occhi le gioie della vita trascorse e ti trafiggeranno il memore cuore, come saette. Reo di lesa voluttà quegli che a sè fiero nemico si astenne dall'amore e dal vino, seguendo più gravi consigli». E il Leopardi scrisse:
A me se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core E lor fia voto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Nel libro declamatorio e, diciamolo, pedantesco egli notò forse prima che in Giovanni le lugubri parole: «Tu segui, invece della luce, dolci tenebre. Già, ti piacciono; la morte ti piace!» Potrei fare altre citazioni; potrebbe, chi volesse, trovare altri raffronti, sfuggiti a me. S'intende che il Pastore errante dell'Asia e il Gallo silvestre cantano con ben altra dolcezza e altezza! Ma qualche loro lugubre nota risonò nell'anima del poeta dalla lettura destinata forse dal padre a premunirlo o guarirlo. Sono, per esempio, al bel principio del libro V alcuni versi, che dovettero fermarsi nella mente del giovinetto lettore, per poi più tardi ridestarsi e riecheggiare: «non sei simile a quelli cui, dopo aver fatti dolci sogni, è in uggia veder la luce del giorno quando... l'Aurora... li sveglia mal loro grado e dissipa le ombre soavi. Chè l'errore piace più e sogliono sospirare trovando la luce, per la quale ritornano le noie del Vero». Pensate come comincia il suo cantico il Gallo silvestre: «Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in su la terra e partonsene le imagini vane. Sorgete, ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero».
Dunque il cardinale di Polignac è un ispiratore del Leopardi? In vero questi vuol dimostrare, nel primo libro e altrove, che la felicità umana è nulla e falsa senza e fuori di Dio. E le argomentazioni sue s'impressero nel fanciullo credente. Poi Dio gli tramontò dall'anima... e allora, «all'apparir del vero» la Speranza cadde e mostrava a lui «La fredda morte ed una tomba ignuda», ignuda, senza la felicità infinita ma postuma, che sola è, se è.
E intanto il Manzoni, sulla fine del suo Romanzo tirava «un po' cogli argani» una morale nuova dal vecchio paragone, di cui non poteva disconoscere la giustezza, e concludeva «E per questo si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene, e così si finirebbe a star meglio».
IX.
Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano sentire qualche brivido secco, e un cipresso nereggiava sul colle dello «Infinito». E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto ancora dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del secolo, e a me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare così bello e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si faceva riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una lontananza senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi anni. Un soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del presente, della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un canto d'artigiano che passa, ecco il suono dei popoli antichi, ecco il grido degli avi famosi:
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Così meditava dopo il grande fragorìo della rivoluzione e dell'impero il giovinetto smunto, dal viso senile, in questo borgo solitario. Egli era ben disilluso degli sforzi umani per raggiungere l'inafferrabile felicità, e non credeva nel progresso e non credeva nella scienza. Altri, presi dal medesimo sconforto, nei medesimi tempi, si volgeva a Dio: egli non credeva nemmeno a Dio. E tutta la vita egli rivolse all'Ignoto interrogazioni, le quali sapeva dover restare senza risposta.
E il fanciullo senile è ancora là, sente stormire le foglie e naufraga nel mare dell'Infinito. O siede, in forma di pastore, su un sasso della prateria, guardando la luna (appunto la luna falcata si mostrava su Monte Lupone) e chiedendo:
Che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?
Sì: la coscienza umana chiede ancora quello che chiedeva allora. Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di malattia o degenerazione? O dobbiamo credere che sia naturale del pastore in tal modo affannarsi, come della sua greggia il posare? Non so: certo io rammento che qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo dare, ella ci consiglia il bene. Che il fare bene non è solo la conclusione ultima della filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di quella sconsolata del Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la vanità del tutto, a parte a parte, della gloria, della libertà, del progresso, della vita; ha la visione dell'umanità futura, stretta insieme e ordinata, «negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune».
Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta della speranza, così: noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi infelici, difendiamoci, amiamoci.
Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè? Elle furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del secolo, durante e dopo quel tanto «affaticare» che parve non fosse giovato a nulla. Parve al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò a parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. E per ciò egli è il poeta a noi più caro, e più poeta e più poetico, perchè è il più fanciullo; sto per dire l'unico fanciullo che abbia l'Italia nel canone della sua poesia. O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente mesta, quando anche si volgeva a Gesù! La dolce fede divina già non gl'impediva, nel suo tempo felice, nel suo sabato, di credere all'immedicabile infelicità umana; come il mancare poi di essa fede non gli impedì di credere al grande ma unico e non solito, ahimè, nè facile conforto: allo amore!
LA GINESTRA
Imaginiamo d'essere trasportati al 1835, e di conoscere di Giacomo Leopardi quello che allora il pubblico poteva conoscerne, cioè quanto ne abbiamo fin ora[32] alle stampe, meno il Tramonto e la Ginestra. Leggiamo l'ultima delle operette morali: il dialogo di Tristano e un amico. Già il dialogo è alla sua fine. Dice Tristano: «Se ottengo la morte, morrò così tranquillo e così contento come se mai null'altro avessi sperato nè desiderato al mondo. Questo è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino...».
L'_amico_ tace. Egli sente sopra il capo senile del giovane poco più che settilustre il ventilare delle ali della _bellissima fanciulla_. La fronte dell'aspettante è eretta, il suo cuore ha gettato da sè _ogni vana speranza_. La fanciulla che sottoporrà dopo due anni il suo virgineo seno a quel volto esile e smunto, la fanciulla non ha per mano il suo gemello, ch'ella gode
accompagnar sovente; e sorvolano insiem la via mortale.
Tristano continua e conclude «Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare e di Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi».
L'_amico_ tace. Ma ogni lettore di Giacomo Leopardi si sente a questo punto di prendere le parti di quel freddo personaggio di giudizio, e parlare al poeta. Io voglio parlare per lui. Il poeta è presente nell'opera sua, _usque recens_. Voglio parlare al poeta, e dirgli:
I.
— O Tristano, o tetro amante della morte, sei tu davvero così _morto spiritualmente_ come affermi? è vero proprio che in cotesto desiderio di morte, non ti turbano più, come solevano, la ricordanza dei sogni della prima età e il pensiero d'essere vissuto invano?
Altra volta ciò ti parve, o Tristano, e il cuore ti parve perduto e morto, incapace di provare pure il dolore. Quella volta non potevi nemmeno più piangere la sparizione degl'inganni primi, dei _dolci inganni_, delle _vaghe immagini_. La tua vita era un deserto allora, come ora. La dicevi allora _spogliata, esanime_. Mancavano allora
all'anima alta, gentile e pura, la sorte, la natura, il mondo e la beltà;
sapevi che l'infelicità umana era immedicabile, che la natura era sorda e nemica, che gli uomini non ti volevano e potevano dare nè la gloria nè la pietà, e che vano, in ultimo, vano era anche l'amore. Nè ti ricredesti, so bene, ma il tuo cuore riacquistò la potenza di rimpiangerlo, quel _beato errore_; e il _dolore_, secondo una tua parola di grande virtù nelle nostre anime, _ti venne a consolare_. E da quel rimpianto noi avemmo nova gioia di canti; gioia: perchè il dolore del poeta è di così mirabile natura che anche quando il suono ne è triste, l'eco ne è dolce.
E ora? Aggiungi che ora, o Tristano, si appressa il momento che tu dormirai per sempre. E noi vogliamo la tua ultima parola. E sappiamo che questa, che hai pronunziata or ora, non è per essere utile, come certo non è dolce ai tuoi fratelli. Ma dei poeti grandi come sei tu, è somiglianza col frumento della terra, che solo dopo battuto e franto, dà il pane di vita. Dà a noi, o poeta, che abbastanza, credo io, sei stato battuto e franto dalla natura e dagli uomini, dà ora a noi il pane di vita, il supremo ammonimento del tuo dolore. Ma sarà possibile? Tu sei morto _spiritualmente_, dici.
II.
Vediamo. La gloria non ti sorride dunque più? Eppure, a me pare che questo sogno di fanciullo ti debba rimanere. Da fanciullo, meno che ventenne, professavi: «Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria». Certo poi, sett'anni dopo, la gloria che sola t'era concesso di cogliere, quella «a cui si viene talora colla sapienza e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere», ti parve tale da essere tenuta «in piccolo conto per comparazione alle altre», e ti parve che fosse ben difficile a conseguire tra i viventi, e non senza compenso di fastidi e dolori, e pur difficile a ottenere e conservare tra i posteri e senza tuttavia alcun frutto di felicità. Ti parve che ella portasse a' suoi cultori il destino «di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo sepolti». Ironia! E dopo ancora t'accorgesti che il _tristo secolo_ non apprezzava ingegno e virtù, e che pur quest'inutile gloria mancava _ai degni studi_. Non ostante mi parrebbe che ora tu dovessi sentire nella pallida fronte la ventata dell'avvenire: il soffio che viene dall'isola lontana la quale interrompe l'infinito mare della morte.
No. Se ti si offrisse invece di questa gloria inferiore, che viene dallo scrivere, quella maggiore che nasce dal fare, e ti si offrisse in sommo grado e senza alcuna macchia, e ti si desse a scegliere tra quella e la morte, tu sceglieresti la morte. La gloria è vanità.
III.
Ma in vero c'è qualche cosa di meglio. Tu dicesti, quattr'anni sono: «Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili, ma ho bisogno d'amore!» E per il tuo cuore basterebbe, credo, anche quello che tu, così vivamente, chiamasti «amor di sogno», simile a quelle meteore spirituali che scoppiano nel silenzio del sonno, e lasciano, al risveglio, l'anima rinverdita e rinnovata come dal refrigerio d'una tempesta. Al tuo cuore basterebbe dell'amore il lampo, che da lontano esso, nuvola temporalesca e fecondatrice della nostra vita, manda, quel lampo che è illusione, o quell'ombra che getta pur da lontano, trascorrendo via, quell'ombra che è dolore. Ti basterebbe ripensare, con un risveglio di palpiti, quella _cara beltà_ che ti appariva, quand'eri poco più che fanciullo, ti appariva, ma sempre lontana e _nascondendo il viso_; ti basterebbe sperare che, quando puro spirito movessi per vie inusitate ad ignoto soggiorno, ella ti si facesse incontro, viva, e venisse con te compagna. Ti basterebbe risentire l'_affetto acerbo e sconsolato_ nel ricordare il suono della voce e il rumorio del telaio di Silvia; ti basterebbe riprovare i palpiti della _rimembranza acerba_, rivedendo la finestra deserta, nei cui vetri si riflettono le stelle, e donde già ti parlava Nerina! O vorresti ritornare alla ancor recente primavera di Firenze, quando tra i novelli fiori ti apparve _novo ciel, nova terra?_ ti apparve l'allettatrice, vestita di viola,
inchino il fianco sovra nitide pelli e circonfusa d'arcana voluttà?
E nella tua mente dileguarono tutti gli altri pensieri e solo quel pensiero d'amore vi stette come una torre, e quel pensiero vi verdeggiò come un'oasi, e quel pensiero vi dominò come un incantesimo meraviglioso che t'inalzava a un'immensità nova! Sogno, sì, anche quel dolce pensiero, ma di natura divina: