Miei Pensieri di varia Umanità
Part 2
Tu sai che io ti amo, o mio intimo benefattore, o invisibile coppiere del farmaco _nepenthes_ e _acholon_, contro il dolore e l'ira, o trovatore e custode d'un segreto tesoro di lagrime e sorrisi! E sai ancora che io non ti credo, come fanciullo, così irragionevole, nè stimo un perditempo l'ascoltarti quando detti dentro. Oh! no, molto ci corre. Sebbene qualche volta, a vedere le tiritere isosillabiche e omeoteleute (non ti spaventare! è come dire «versi rimati») con le quali certi orecchianti vogliono far credere di far l'arte tua, anch'io rischio di pensare, come molti, che codesto parlare cadenzato e sonoro non è naturale nè ragionevole. Ma è un momento. Dimentico quelle tiritere, e dico a te che per quel momento mi fissi tra spaurito e malcontento con codesti occhi che vedono con maraviglia; dico a te:
No no: non temere. Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta. L'uomo le cose, interne ed esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro' degli studi degli altri. Sì che l'uomo poi dei nostri tempi sa più che quello dei tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo.
Certo ti assomigliavano, perchè in loro il fanciullo intimo si fondeva, per così dire, con tutto l'uomo quanto egli era. Meravigliavano essi, con tutto il loro essere indistinto, di tutto; che era veramente allora nuovo tutto, nè solo per il fanciullo, ma per l'uomo. Meravigliavano con sentimento misto ora di gioia ora di tristezza, ora di speranza ora di timore. Se poi tale commovimento volevano esprimere a sè e ad altri, essi traevano fuori dalla faretra, per dirla con te, certi preziosi e numerati strali di cui non si doveva far gettito.
Pronunziavano essi, i primi uomini, con lentezza uniforme, con misurata gravità, la difficile parola che stupivano volasse e splendesse e sonasse, e fosse loro e diventasse d'altri, e recasse attorno l'anima di chi la emetteva dopo la lunga silenziosa meditazione. Oh! non le gettavano essi, come cose vili che soprabbondano, le parole pur mo nate, legate coi più sottili nodi, segnate con le più vive impronte, lavorate coi più ingegnosi nielli! Ne vedevano essi tutti i pregi, e il peso e il timbro del loro metallo, e il suono col quale in principio rompevano dalle labbra schiudentisi, e quello col quale in fine ronzavano nelle orecchie aperte. Or tu, fanciullo, fai come loro, perchè sei come loro.
Fai come tutti i bambini i quali non solo, quando sono un po' sollevati, giocano e saltano con certe loro cantilene ben ritmate, ma quando sono ancora poppanti, e fanno la boschereccia, con misura e cadenza balbettano tra sè e sè le loro file di _pa pa_ e _ma ma_.
E in ciò è ragione perchè è natura. Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli e lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all'una o all'altra di queste due necessità, che paiono cozzare tra loro: veder nuovo e veder da antico, e dire ciò che non s'è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà! E si ribellano, gli uni con schifi gesti di pedanti: Questa metafora non è in... (e qui il nome d'un poeta a mano a mano più recente); gli altri con pugnaci atteggiamenti di novatori: Questo non è assai inaudito e inaudibile! Quelli sono in generale vecchi che nella vecchiaia credono riposta ogni autorità; e questi, giovani che nella giovinezza imaginano insita ogni forza; più noiosi questi di quelli, perchè l'un vanto è sempre con impertinenza, e l'altro non è mai senza tristezza, e perchè se gli uni non intendono più, per senile sordità, l'arguto chiacchiericcio del fanciullo, gli altri non lo intendono ancora, per quello schiamazzare che fanno, miseramente orgoglioso, intorno al loro _io_ giovane. E, in verità, giovani non sono, chè d'essere, se fossero, non si accorgerebbero. D'essere vecchio uno s'accorge sì, qualche volta, e allora si veste, si tinge, grida a giovane. È forse il caso di voi, vecchiastri?
A ogni modo, pace. Sappiate che per la poesia la giovinezza non basta: la fanciullezza ci vuole!
IV.
Tu sei savio, e mi contento. Non vuoi nè ripetere il già detto nè trovare l'indicibile: non vuoi essere nè un'inutilità nè una vanità. Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vedervelo, e non t'indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando. Il nuovo non s'inventa: si scopre. Mi contento dunque, a dirla tra noi, vale a dire, tra _me_... Ma intendiamoci subito: di ciò non ti attribuisco gran lode, perchè non ci vedo gran merito. Come? Aspetta e sii paziente, chè mi conviene andar per le lunghe. E prima vorrei farti una domanda. Un fine, l'hai tu? Fuori, s'intende, di quello appunto di dire o dittare? E puoi dirmi, quale? Ho bisogno di saperlo. Non rispondi? Pensi? esiti? dubiti? Imagino che codesto fine non sia, per esempio, quello di dare un po' d'aiuto, di fornire un poco d'oro al tuo vecchio ospite, che ne ha tanto bisogno. Imagino, anzi so, che tu non conosci altro oro che metaforico, cioè che non si spende. Ridi? Intendiamoci. So per certo che tu non credi di procacciarmi direttamente un utile materiale, ma sospetto che ti figuri di procacciarmelo indirettamente, aggiungendo non saprei che favore alla mia povera persona e che pregio alle mie umili virtù, sì che l'industria, che sai che esercito, mi profitti qualche cosa più. Ebbene, ti inganneresti. Sappi che è il contrario; e che è ragionevole che sia il contrario. Tu sei un fanciullo: ora non tutti sanno distinguere te fanciullo da me vecchio, e perchè mi sentono e vedono bamboleggiare qualche volta, credono volentieri che io bamboleggi sempre, anche quando lavoro _sul serio_, per guadagnarmi la vita. Per ciò essi meno apprezzano quei lavori serii, e io minor utile ne ricavo. E hanno torto. Sempre? Sappi che non hanno torto sempre. Hanno, per esempio, ragione (nè parlo soltanto di me, ma di molti altri), quando tra i miei ragionamenti, che non dovrebbero essere se non giusti e chiari, vedono comparire i tuoi sorrisi e le tue grida. Vedi: i passeri sono graziosi uccelli (anch'essi: perchè no?); ma nei seminati i contadini non ce li vogliono, per graziosi che sieno. Le spadacciole sono bellissimi fiori; ma tra il grano sarebbe molto meglio che non ce ne fosse. Ma fanno così bel vedere! Non nego che possano dilettare qualcuno: non dilettano però colui che spera l'utile di quel grano. Capisci? Se anche c'è qualcuno a cui piacciono i tuoi frulli e i tuoi lampeggiamenti in mezzo a un ragionare che avrebbe a essere serio, ai più non può essere che non dispiaccia. E sai che cosa succede? Questi, trovandoti così fuori di posto, non pensano che tu sia il fanciullo dalla voce argentina, ma credono sentire in te l'uomo roco, l'uomo che parla per ingannare; e gridano: _Retorica!_ Ora per evitare tale scambio a te e tale danno a me, non sarebbe male che quando io bado ai fatti miei, tu te ne andassi lontano e dormissi nei profondi boschi d'Idalia tra l'odoroso cespuglio dell'amaraco. Se tu conoscessi Platone, ti direi che come egli ha ragione nel volere che i poeti facciano _mythous_ e non _logous_, favole e non ragionamenti, così non ho torto io nel pretendere che i ragionatori facciano _logous_ e non _mythous_.[9] Ma pur troppo è difficile trovare chi si contenti di fare solo quello che deve. E Platone stesso... Ma egli era Platone.
Tornando a noi, dunque, nessun utile nè diretto nè indiretto mi viene da te, o fanciullo. Checchè tu possa dire, nessuno. Quale invero sarebbe? Parla!
— =il fanciullo= —
_A te nè le gemme nè gli ori_ _fornisco, o dolce ospite; è vero;_ _ma fo che ti bastino i fiori_ _che cogli nel verde sentiero,_ _nel muro, sulle umide crepe,_ _dall'ispida siepe._
_Non reco al tuo desco lo spicchio_ _fumante di pingue vitella;_ _ma fo che ti piaccia il radicchio_ _non senza la sua selvastrella,_ _con l'ovo che a te mattutina_ _cantò la gallina._
_Per me tu non ari, o poeta,_ _nè vigne sassose, nè grasse_ _maggesi; ma dimmi se più_ _di vigne e maggesi s'allieta_ _quel cupo signore, od il passero_ _garrulo e tu!_
_Non fragili coppe di Cina_ _la lampada d'oro t'irradia;_ _ma tu la tua scabra cucina_ _tu ami e la provvida madia;_ _la fiamma che lustra, tu ami,_ _sui nitidi rami._
_Non hai che dal ciglio ti penda,_ _nè paggio nè florida ancella;_ _ma lieta, ma grata sfaccenda_ _per te la tua dolce sorella;_ _che cinge il grembiule, e sorride;_ _lo scinge e s'asside_
_con te... E per letto di morte,_ _che a tutti è sì duro e sì grave,_ _che cosa ti serbo, sai tu?_ _Oh! rose per letto di morte,_ _cadute dal pruno: il soave_ _dolore che fu!_
V.
Bene! Tu hai cantato e detto: hai cantato strofe e detto verità. E mi viene in mente che oltre codeste verità, diremo così, usuali, di cui io ti sono testimone, ci sia sotto il tuo dire una verità più riposta e meno comune, a cui però la coscienza di tutti risponda con subito assenso. Quale? Questa: che la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale. E tu non hai mica ragionato, per rivelare a me il tuo fine. Tu hai detto quel che vedi e senti. E dicendo questo, hai forse espresso quale è il fine proprio della poesia. Ora tocca a me ragionarci sopra. Chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico, il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobiliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza; e vai dicendo. O è il contrario? E il pastore che, parando le pecore, sogna una bottega da avviare nel borgo vicino, e il borghesuccio che fantastica d'un palazzo in città grande e rumoreggiante, sono, essi sì, poeti fantasiosi e sognatori, e gli altri no? Già, per me, altro è sentimento poetico, altro è fantasia: la quale può essere bensì mossa e animata da quel sentimento, ma può anche non essere. Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente di tra l'oscuro tumulto della nostra anima.
A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercar lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi. Direte voi (non parlo a te, ora, o fanciullo, ma a cotali fanciulloni), direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? E non voglio dire che non abbondi nel primo, quel sentimento, e non si trovi anzi unito ad altre virtù di scienza e di fantasia che lo facciano giustamente ammirabile; sebbene, come più agevolmente muove, così più presto annoia il suo lettore, e, a ogni modo, poichè le cose assenti, o non viste mai, sono sempre a tutti meravigliose, egli fa come l'uomo che pretenda d'aver rallegrato con sue novellette l'uditore che, pure ascoltando, abbia bevuto largamente del vino letificante. Egli è stato, forse, arguto e festevole: ma chi rallegra con la parola sua schietta, senza bisogno di calici, ha maggior merito.
Or dunque intenso il sentimento poetico è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che pone un soave e leggiero freno all'instancabile desiderio, il quale ci fa perpetuamente correre con infelice ansia per la via della felicità. Oh! chi sapesse rafforzarlo in quelli che l'hanno, fermarlo in quelli che sono per perderlo, insinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana opera più utile di qualunque più ingegnoso trovatore di comodità e medicine? E non so dire quanto la comunione degli uomini ne sarebbe avvantaggiata; specialmente in questi tempi in cui la corsa verso l'impossibile felicità è con tanto fulmineo disprezzo in chi va avanti, con tanta disperata invidia in chi resta addietro. Già in altri tempi vide un Poeta (io non sono degno nemmeno di pronunziare il tuo santo nome, o _Parthenias_!), vide rotolare per il vano circolo della passione, le quadrighe vertiginose: e quei tempi erano simili a questi, e balenava all'orizzonte la conflagrazione del mondo in una guerra di tutti contro tutti e d'ognuno contro ognuno: e quel Poeta sentì che sopra le fiere e i mostri aveva ancor più potere la cetra di Orfeo che la clava d'Ercole. E fece poesia, senza pensare ad altro, senza darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio: cantò, per cantare. E io non so misurare qual fosse l'effetto del suo canto; ma grande fu certo, se dura sino ad oggidì, vibrando con dolcezza nelle nostre anime irrequiete. O rimatori di frasi tribunizie, o verseggiatori di teoriche sociali, che escludete dall'ora presente ogni poesia che non sia la vostra, vale a dire, escludete la POESIA, ditemi: Era o non era al suo posto, nel secolo d'Augusto, il cantore delle Georgiche? Sì, non è vero? Egli insegnava ad amare la vita in cui non fosse lo spettacolo nè doloroso della miseria nè invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli. Che volete voi, o poeti socialisti, che dite cose tanto diverse e le dite tanto diversamente da lui?
Dei due fraterni poeti Augustei (chè non si può parlare di Virgilio senza soggiungere Orazio) voi direte che fu la filosofia che li addusse a quella ragione sana e pia di considerare la società e la vita. E no: fu il fanciullino che li portò per mano, dicendo: Vi dirò io dove è nel tempo stesso la poesia e la virtù. Fu il fanciullino che, se mai, fece che trascegliessero tra le opinioni dei filosofi quelle che confermavano il loro sentimento.
Considerate. Catone e Varrone scrissero di agricoltura prima di Virgilio. Erano uomini di molto giudizio e sapere, essi. Per esempio, Catone, suggerendo al _pater familias_ che cosa deve dire e fare, quando si reca alla villa, conclude: «Venda l'olio, se si vende bene; il vino, il frumento che avanzi, lo venda. I buoi incaschiti, le fattrici non più buone, così le pecore, la lana le pelli, un barroccio vecchio, ferramenti vecchi, uno schiavo attempato, uno schiavo ammalazzito, e altra roba che ci sia di troppo, la venda. Un padre di famiglia deve tirare a vendere, non a comprare.»[10] Quegli schiavi, tra la ferraglia vecchia e l'altra roba d'avanzo, a noi fanno un certo senso; eppure era naturale che si nominassero a quel punto. Varrone in fatti riferisce questa elegante distinzione delle cose con le quali si coltivano i campi: «Altri le dividono in tre generi: strumento vocale, semivocale e muto; vocale, in cui sono gli schiavi, semivocale in cui sono i bovi, muto in cui sono i carri».[11] È naturale, s'intende, che Virgilio scrivendo di proposito sull'agricoltura, in versi bensì ma non a fantasia, in versi ma dopo avere studiato l'argomento anche sui libri degli altri, parlasse a ogni momento, oltre che dei plaustri e dei bovi, di quello strumento precipuo della coltivazione che erano gli schiavi. Noi, per esempio, dobbiamo aspettarci che come insegna quale profenda dare, erbe in fiore e biada, al polledro da razza,[12] e ai manzi in tanto che si domano, non sola erba e frasche di salcio e paleo di padule, ma anche piantine di grano appena nato;[13] così ammaestri il buon massaio sul pane e companatico, vino e vestimenta, da fornirsi alla _familia_. Parlando di olive, è certo che egli penserà al _pulmentarium familiae_. Catone, gran maestro, dice pure:[14] «Indolcisci quanto più puoi, di olive caschereccie. Quindi le olive anche buone, da cui non possa uscire che poco olio, indolciscile: e fanne grande risparmio, perchè durino il più possibile. Quando le olive saranno mangiate, dà _allec_ e aceto». Tornava bene, mi pare, discorrere di codeste olive da riporre per gli schiavi, e così anche dei vestimenti; che poteva cadere in taglio, a proposito della lana, fare per esempio un'osservazione di tal genere: «quando a uno schiavo dài una tunica o un pastrano nuovo, prima ritira il vecchio, per farne casacche a toppe (_centones_)». Insomma queste e simili provvidenze erano buone a mettersi in bei versi con quel tanto garbo del poeta che sa parlare con solennità e gravità di umili cose.
Oh! sì! Non ci sono schiavi per Virgilio. Nei suoi poemi non c'è mai nemmeno la parola _servus_: c'è _serva_ due volte, e a proposito di altri tempi e di altri costumi:[15] tempi e costumi in cui il poeta vede bensì i re serviti da molti schiavi; eppur chiama questi _famuli_ e _ministri_, non _servi_.[16] Ma i suoi campi, quelli che esso insegnava a coltivare, quelli che arava e seminava con i suoi dolci versi, quelli non hanno gente incatenata e compedita. Il poeta che nella prima delle ecloghe pastorali mette sè in persona d'uno schiavo liberato, ha proclamato nelle campagne italiche quella parola che con tanta enfasi suona dalla sua bocca di Titiro: LIBERTAS.[17] Gli agricoli di Virgilio nè sono schiavi nè mercenari. Essi sono di quelli di cui parla Varrone,[18] che coltivano la terra da sè, come tanti possidentucci con la loro figliolanza. Questi ha in mente Virgilio, quando esclama che sarebbero tanto felici, se conoscessero la loro felicità, con tanta pace, con tanto fruttato, tra tanto bello, senza il rodìo o della miseria o della soverchianza altrui, lavorando alla sua stagione, godendosi la famiglia in casa e le care feste fuori.[19] Di gente che lavori per altri, nemmeno una traccia. L'ideale del poeta è quel vecchiettino Cilice, trapiantato dalla sua patria nei dintorni di Taranto. Aveva avuto pochi iugeri di terra non buona nè a grano nè a prato nè a vigna: una grillaia, uno scopiccio. Ebbene il bravo vecchiettino ne aveva fatto un orto, con non solo i suoi cavoli, ma anche gigli e rose, e alberi da frutta, e bugni d'api, e vivai di piante.[20] Sì: il poco e il piccolo era il sogno dei due grandi fraterni poeti. Virgilio diceva: loda la campagna grande, e tienti alla piccina.[21] E Orazio: Questo era il mio voto: un campicello non tanto grande, con l'orto, con una fonte, e per giunta un po' di selvetta.[22] Chi non dovrebbe preferire la campagna grande alla piccola, quando non toccasse di coltivarla a lui? Ma ai due poeti, quando erano poeti, non si presentava al pensiero questa considerazione così semplice. A dir meglio, il fanciullo che era in loro, preferiva, come tutti i fanciulli, ciò che è piccolo: il cavallino, la carozzina, l'aiolina. Oh! c'è chi ha rimproverato a Orazio quest'amor della mediocrità! Ma esser poeta della mediocrità, non vuol dire davvero essere poeta mediocre. Il contrario, anzi, è vero. Non ama, chi dice di amare un serraglio di donne. Non è poeta, chi non si fissa in una visione che i suoi occhi possano misurare. E le cose grandi, le cose ricche, le cose sublimi non riescono poetiche, se non sono sentite o dette in persona di chi stupisce avanti loro, perchè appunto esso è piccolo, è povero, è umile. Il poeta è il poverello dell'umanità, spesso anche cieco e vecchio. E se tale non sembra, se anzi è gran signore e giovane e felice, ebbene vuol dire che se è ricco lui, è _pauperculus_ però il fanciullino che è in lui; cioè si è conservato povero, come a dire fanciullo. Perchè poverino è sempre il bimbo, sia pur nato in una culla d'oro, e tende sempre la mano a tutto e a tutti, come non avesse niente, e desidera il boccon di pan duro del suo compagno trito, e vorrebbe fare il duro lavoro del suo compagno tribolato. Per questo non Virgilio proprio, ma il fanciullo che egli aveva in cuore, non voleva gli schiavi nei campi. Diremo noi che Virgilio attingesse dai libri di qualche filosofo o di qualche profeta questa legge di libertà? No: egli stesso ne era forse inconsapevole, di questa libertà che proclamava. Era la sua poesia che aboliva la servitù, perchè la servitù non era poetica. Non era poetica, e il divino fanciullo che non vede se non ciò che è poetico, non la vedeva. Tanto che noi se non avessimo dei tempi di Virgilio altro testimone che Virgilio, dovremmo credere che non esistesse allora più questa miseria e vergogna che non è cessata nemmeno ai nostri, di tempi. Oh! dovremmo credere che il Cristo non anco nato ispirasse al poeta contadino dell'Esperia, come il vaticinio del suo avvento, così il presentimento della grande fratellanza umana! Non c'è la schiavitù nell'Italia Virgiliana: nemmeno c'è il salariato, nemmeno il mezzadro!
Così il poeta vero, senza farlo apposta e senza addarsene, portando, per dirla con Dante, il lume dietro, anzi no, dentro, dentro la cara anima portando lo splendore e ardore della lampada che è la poesia; è, come si dice oggi, socialista, o come si avrebbe a dire, umano. Così la poesia, non ad altro intonata che a poesia. è quella che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'_impoetico_. Ora si trova a mano a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l'estetica proclama brutto. Ma di ciò che è cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo. È il fanciullo interiore che ne ha schifo. Il quale come narrando le imprese dei suoi eroi, e dicendo tutto di loro, e, oltre le battaglie e i discorsi, anche i pasti e i sonni, e figurando a noi, per esempio, i loro cavalli, e ridicendo che brucavano e sudavano e spumavano, pur non dice mai (tu vedi che procuro quanto posso, che tu non torca il nasino) non dice mai che stallavano; così della nostra anima non racconta che il buono e della nostra visione non ricorda che il bello. Che per cantare il male bisogna fare uno sforzo continuo su sè stesso, a meno che non si tratti di pazzia. E in questo caso, la pazzia sta appunto in questo, di pensar da buoni e cantar da cattivi.
Così, caro fanciullo, hanno gran torto coloro che attribuiscono, per ciò che tu non vedi che il buono, qualche merito di bontà a colui che ti ospita. Il quale può essere anche un masnadiero, e aver dentro sè un fanciullo che gli canti le delizie della pace e dell'innocenza, e la casa dove non deve più riposare, e la chiesa dove non sa più pregare.
VI.