Miei Pensieri di varia Umanità

Part 17

Chapter 171,784 wordsPublic domain

E in queste parole non è nessuna intenzione d'offesa per quelli che per tanta parte della mia vita chiamai i miei compagni, e chiamerei ancora così, se loro non dispiacesse: ho conosciuto, e conosco, tra loro tanti che non solo parlano, ma e fanno. O miei vecchi amici, medici dei poveri, avvocati gratuiti, maestri per carità, io non vi ho dimenticati e non vi disconosco! Ma voi non solo nascondete, col pudore del bene, la vostra opera caritatevole, ma la rinnegate a confronto della vostra predicazione! Voi disprezzate e condannate quella che chiamate la _filantropia_, volgendovi a questi, e la _carità_, volgendovi a quelli. Ebbene io credo, e questo ho voluto dire, che il fatto d'amore e di carità ha maggior importanza e consistenza, dirò così, scientifica, che le vostre teorie economiche e sociali. Tanto che qualunque uomo sia, qualunque sia la sua fede o il suo sistema, se fa il bene è più vostro compagno che il vostro compagno che il bene non lo faccia.

Tanto che io, o miei buoni eroici compagni della lontana giovinezza, io non vi ho abbandonati, se non credo a ciò a cui voi credete, all'efficacia della lotta di classe e ai prematuri disegni dell'avvenire, ma, se mai, vi ho rinnegati, perchè non obbedisco all'aspirazione a cui voi obbedite, e che è la pietà; ma, se mai, perchè non faccio quel che voi fate, non perchè non dico quel che voi dite; ma, se mai, per l'odio o il disprezzo che io abbia conservato e concepito per uomini più ricchi o più poveri, più potenti o più deboli, più sapienti o più ignoranti di me, buoni o cattivi, onesti o delinquenti, pure infelici e mortali come me e voi tutti: cui solo l'amore può rendere, dandoci figli, meno mortali; dandoci fratelli, meno infelici.

FINE

INDICE

DEDICA pag. VII PREFAZIONE » IX Il Fanciullino » 1 Il Sabato » 67 La Ginestra » 105 L'Èra nuova » 133 Un poeta di lingua morta » 155 Eco d'una notte mitica » 169 La scuola classica » 187 Una sagra » 193 _bis_ L'Eroe italico » 233 L'Avvento » 263

NOTE:

[1] Plat. _Phaed._ 77 E. E Cebes con un sorriso «Come fossimo spauriti,» disse «o Socrate, prova di persuaderci; o meglio non come spauriti noi, ma forse c'è dentro anche in noi un fanciullino che ha timore di siffatte cose: costui dunque proviamoci di persuadere a non aver paura della morte come di visacci d'orchi».

[2] Che Femio sia vecchio, non si dichiara da Omero con parola espressa, ma indirettamente con l'epiteto _periclytos_ (Od. 1, 325) comune all'altro aedo Demodoco (ib. 8, 521 e al.), e specialmente con ciò che Femio stesso afferma di sè (ib. 22, 347):

Sono maestro a me io, e un dio piantò nel mio cuore Ogni ragione di canti...

Il che consuona con ciò che di lui dice Penelope (ib. 1, 337 seg.):

Femïo, poi che sai molt'altre malie de le genti. Opere d'uomini e dei...

E il vecchio Femio canta la canzone più nuova o più giovane (ib. 351 seg.):

Poi che gli uomini pregiano ed amano più quel canto che il più nuovo all'intorno de li ascoltanti risuoni.

Quanto a Väinämöinen, ricordo da quel meraviglioso frammento di versione dovuto al mio PEPavolini (_Sul limitare_ pag. 75 seg.):

L'_antico_ e verace Väinämöinen . . . . . . . . Quindi l'_antico_ Väinämöinen . . . . . . . . quando udirono il _nuovo_ canto, sentirono il dolce suono.

[3] Od. 8, 499: _phaîne d'aoidén_.

Badiamo che io non intendo affermare l'etimo di _aeidein_ da _a_ privativo e _vid_ vedere. No: intendo asseverare che cotesto etimo era presente agli antichi cantori. Si confrontino i due versi di Od. 1, 337 seg. che terminano il primo con _oîdas_ e il secondo con _aoidoí_. Si mediti il 64 di 8: Degli occhi, sì, lo privò, ma gli dava la soave _aoidén_. Si ripensi l'espressione su riferita: mostrava l'_aoidén_. Persino, oso dire, giova osservare, riguardo l'accecamento di Polifemo, mangiator d'uomini e bevitor di vino, che _polyphemos_, oltre a essere il nome del terribile Ciclope, è epiteto dell'_aoidos_ Femio (22, 376). _Phemios_ il cui nome somiglia del resto a quello di _Polyphemos_. E il Ciclope, che mostra nella Odissea la sua musicalità solo quando (9, 315)

egli con sufoli molti parava le pecore al monte.

musicalità che del resto è nel suo nome, se esso vale, come in 2, 150, «pieno di sussurri o di voci», il Ciclope è presso Teocrito un dolce cantor d'amore, e nessuno dei Ciclopi sa sonar la piva come lui (Theocr. Id. 11).

[4] Ricordo che tutto porta a credere che la _Comedia_ sia stata cominciata dal poeta nell'anno quadragesimo ottavo della sua età, o dopo. E quello è il poema della contemplazione, opposta alla vita attiva.

[5] Così in vero lo rappresentò il Manzoni con le Muse (bastava una) che l'accompagnano «la mal fida Con le destre vocali orma reggendo».

[6] Non solo i poeti moderni, così assolutamente fissati sull'amore e sulla donna, ma anche gli antichi poeti tragici e persino i poeti corali immediatamente successi alla poesia epica, si diedero a colorire l'elemento femminile ed erotico dei poemi omerici. E le donne designate e mentovate in essi poemi, non bastarono, e se ne crearono di nuove. Ciò accrebbe l'interesse dramatico del ciclo, ma segna in esso la diminuzione di essenza poetica. Così Orlando innamorato e furioso per amore è più dramatico ma meno poetico di Rolando della _Canzone_.

[7] Augusto Conti narra di una sua bambina: «Quando mirava la luna o le stelle, metteva voci di gioia, e me le additava, e chiamavale come cose viventi; offrendo loro quel che avesse in mano, anche le vesti». Rivado col pensiero a tutte le poesie che ho lette: non ne trovo una _più poesia_ di questa!

[8] Tale, p. e., è quello di Andromaca che piange su Ettore (II. 22, 510):

Nudo, e sì che di vesti ce n'hai ne la casa riposte. Morbide e grazïose, lavoro di mani di donne!

[9] Plat. _Phaed._ 61 B.

[10] Cat. _de agri cultura_ 2, 7. _Armenta delicula, oves deliculas._ Traduco così, scostandomi dal Keil. Cf. per il significato di _armenta_ Verg. _georg._ 3. 129.

[11] Varr. _rerum rusticarum_, 1, 17.

[12] _georg._ 3, 126 sqq.

[13] ib. 174 sqq.

[14] Cat. _a. c._ 58, e leggi 56 e 57 e 59.

[15] _Aen._ 5, 284: è data, come premio a Sergesto, Foloe, una cretese, esperta nel tessere, con due gemellini alla poppa. Ed è imitazione di Omero: II. 23, 263. Anche è _serva_, in 9, 546, Licinnia che diede al re dei Lidi un figlio, Elenore. E anche questo è Omerico. Inoltre Andromaca partorisce _servitio_: _Aen._ 3, 327. E c'è l'idea e la parola di _servitium_ a proposito di giovenchi in _georg._ 3, 168, e di sè stesso, cioè di Titiro, in _ecl._ 1, 41.

[16] _Aen._, 1, 701 sqq. 705; 5, 391; 8, 411, 584.

[17] _Ecl._ 1, 28.

[18] RR. l. 17 _ipsi colunt, at plerique pauperculi cum sua progenie_.

[19] _Georg._ 2, 458 sqq. 1. 300 sqq. e altrove.

[20] _Georg._ 4, 125 sqq.

[21] _Georg._ 2, 412 sqq.

[22] _Serm._ 2. 6, 1 sqq.

[23] Plat. _Apol._ 28 B. sqq. _Georg._ 1, 291 sqq.

[24] _Aen._ 8, 155 sqq.

[25] Sen. _Ep._ 122, 11. cf. _Apoc._ 2.

[26] Sen. _Ep._ 122, 11. E continua a leggere il fattarello che segue. Montano avendo subito cominciato con un'alba «Febo comincia a metter fuori le ardenti fiamme, e il dì rosseggiante a spargersi per la terra; e già la rondine triste comincia a recare ai garruli nidi il cibo, con assiduo va e vieni, e a somministrarlo bene scompartito col molle becco»; un tal Varo, esclama: È l'ora che Buta va a letto. Perchè Buta era un fuggi-luce, un vivi-al-lume di lucerna, uno insomma che faceva di notte giorno. Di lì a poco, Montano declamava: «Già i pastori ricoverarono nella stalla i loro armenti; già la notte cominciava a dare il nero silenzio alle terre assopite». E Varo: «Che dice? È già notte. Andrò a fare la salutazione mattinale a Buta».

[27] _AP._ 15 sqq.

[28] È superfluo aggiungere che per quanto non tutto nella Comedia sia poesia, e non tutta la poesia che v'è, sia pura, per altro quel poema è nella sua concezione generale il più «poetico» dei poemi che al mondo sono e saranno. Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima, che la contemplazione dell'invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti.

[29] Pensiero LX.

[30] Pensiero XXIV.

[31] Il lettore ha già veduto da sè, nè tuttavia è inutile che glielo faccia meglio notare io, che questi pensieri sulla poesia, più che una confessione, che a volte sarebbe orgogliosa e vanitosa, sono veri e propri moniti a me stesso, che sono ben lontano dal fare ciò che pur credo sia da fare!

[32] Lo «Zibaldone» non era ancora edito, quando scrivevo queste parole.

[33] Così parlavo alla fine del secolo già sepolto.

[34] Lo _spiritismo_, interpretato nel modo metafisico, distruggerebbe le religioni rivelate, perchè la rivelazione è di misteri incomprensibili e rende perciò necessaria la virtù fondamentale della _fede_. La quale è di «cose non parventi», che se invece appariscono, non c'è più fede, e se non c'è fede, non ha luogo più rivelazione e religione.

Vi pare? Di Gesù Cristo la discesa e predicazione sarebbe stata superflua! Un tavolino parlerebbe meglio e più del figlio di Dio!

[35] I monti di prima sono quelli d'Urbino; i monti di poi, quelli di Barga.

[36] Aen. VII 8 e 9: _nec candida cursus Luna negat, splendet tremulo sub lumine pontus_. Per il resto: VIII 87 e segg: _tacita refluens ita substitit unda, Mitis ut in morem stagni placidaeque paludis Sterneret aequor aquis, remo ut luctamen abesset_.

[37] Queste sono pagine scritte alcuni anni addietro in risposta a F. Martini, un cui scritto, in proposito del greco, aveva il titolo: _Punto e da capo_.

[38] Scrivevo sugli ultimi di settembre.

[39] La settimana elettorale del giugno 1900.

[40] È parte d'un libretto, edito da V. Muglia, Messina, col titolo: _Garibaldi avanti la nuova generazione_.

[41] Era il 2 di giugno del 1901.

[42] Vedi, per es. Aur. Aug. _in Ioh. Ev._ 8 Tr. XXXVI 4: _Denique modo in poenis reorum non est apud Romanos: ubi enim domini crux honorata est, putatam est quod et reus honoraretur, si crucifigeretur._ E vedi _In psal._ XXXVI _En. Serm._ II 4.

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Miei Pensieri di varia Umanità, by Giovanni Pascoli