Miei Pensieri di varia Umanità
Part 15
Io credo, o giovani, io voglio credere che il grande grido «Operai di tutto il mondo, unitevi!» sia per distruggere i calcoli degli imperii che già si formano e già minacciano e già cominciano l'opera loro. Io credo che quest'internazionalismo (e pare sulle prime assurdo) sia per proteggere le nazioni e conservarle. Chè noi non possiamo, nè altri può, aspirare all'ineffabile felicità della pacificazione e unione universale a quel patto che la religione ci assegna per l'acquisto della beatitudine eterna: la morte! Noi non vogliamo morire! un popolo non può desiderare di morire! E d'altra parte è contro ciò che la scienza ha di più sicuro, affermare che l'unità umana sia per ottenersi con la fusione, dirò così, nel gas primigenio e omogeneo, sì che non ci sia più che una lingua e un popolo.
Le varietà si moltiplicano via via, e non cesseranno mai di moltiplicare. Ci sono stati e ci sono e ci saranno, oh! se ci saranno, dei tentativi mostruosi, degli sforzi immani, per arrestare e cambiare la natura. Si faranno, e pur troppo già si fanno, dai mostruosi imperii tali sforzi per annullare in sè i singoli popoli. Ma non c'è forza che prevalga contro la natura! E noi vediamo già quale sarà la forza che si opporrà alla forza. Quando il più grande degli imperii, che si vanno formando, o un immenso _trust_ di essi, si apparecchierà con la violenza dell'armi ad assoggettare e struggere e fondere... le armi cadranno a terra; e i preparati a uccidere e morire, si stringeranno le destre. E i grandi imperi sfumeranno come nebbia, lasciando sereno in un attimo il cielo dell'umanità. Ma le evoluzioni degli esseri coscienti hanno un elemento in più che quelle degli altri esseri. Quest'ultime sono fatti della natura; quelle prime sono macchine, le quali si muovono, sì, con certe leggi che non facciamo noi; ma le macchine stesse le facciamo proprio noi. La volontà è la macchina con cui gli uomini fabbricano il loro avvenire.
Or dunque poichè il nazionalismo conserva il carattere e l'essenza dei singoli popoli, e l'internazionalismo è per impedire le guerre che cancellerebbero quel carattere e distruggerebbero quell'essenza dei singoli popoli; ebbene, bisogna voler essere nazionalisti e internazionalisti nel tempo stesso, o, come dissi già con frase molto combattuta, socialisti e patrioti!
X.
Come si fa? Certo, si soffre. In noi _sono due anime_. Due anime erano in voi, o generosi socialisti, che andaste a combattere coi palicari di Creta, e poi a fianco degli euzoni dell'Oeta! Chi vi chiamava, o socialisti generosi, quella volta, chi v'invitava a questa che era una battaglia con voi stessi, prima che con Edhem pascià; era l'Ombra di Garibaldi. E chiediamo dunque all'Ombra stessa, come fece egli a solvere quel nodo, a dirimere quella battaglia interna, a essere, con tanta semplice coerenza, socialista e patriota e anche credente (oh! credeva all'anima delle farfalle e dei fiori, e supponeva che due uccellini fossero le tombe canore e alate delle sue bambine), chiediamo al nostro eroe che c'insegni e c'ispiri. Noi vogliamo poter amare tutto ciò che tu amasti, Mazzini e il re Vittorio, il popolo e i popoli, la guerra e la pace, il dolore de' miseri e la gloria de' forti.
Ed egli ci direbbe:
«Siate liberi! La vostra mente non si chiuda a quel tanto di vero che si trova unito a ciò che pur credete il torto. Il vostro cuore non si serri a quella tanta umana simpatia, che si trova anche in ciò che vi sembra a principio ripugnare del tutto. Non ponete i parocchi al vostro intelletto; non ponete lo zaino al vostro sentimento. Se non si scusa, che con le necessità della difesa, il prendere dei giovani, e vestirli d'una veste uniforme, e assoggettarli a una disciplina di ferro, e armarli di ferro micidiale; qual necessità giustifica questo reclutare d'anime, questo uniformare e abolire volontà, questo inutilizzare intelligenze? Se le evoluzioni in piazza d'armi, di cento e cento, al rauco grido d'un solo, hanno del meccanico e perciò quasi dell'indegno d'uomini; come chiameremo degne e umane le tattiche dei partiti? Altro è avere idee, altro, essere d'un partito. Essere di un partito vuol dire aver rinunziato ad averne, dell'idee; e significa credere che l'intelletto umano si sia a un tratto isterilito in modo, da non produrne più, dell'idee! Significa, per esempio, aver giurato che il lume a olio è il più chiaro dei lumi, e odiare perciò, con tutto il vigore del nostro fermo carattere, il partito del gas e della lampada elettrica. Ogni riforma utile deve trovar sempre occhi aperti a ricevere la dimostrazione di quell'utilità e cuori pronti a consentirla e attuarla! Non mettete le bende a quelli occhi! non mettete le catene a quei cuori!»
E continuerebbe, l'Ombra del magnanimo, con più grave accento: «Voi mi amate tutti, non è vero? E amerete in me l'Italia che amai. E non c'è ancora tra voi giovani (perchè io non credo a clericali giovani!) il partito di disfarla. E anche voi, che vi scaldate al sole dell'avvenire, volete come io volevo, che i popoli si colleghino e l'umanità si unisca, ma non volete certo che il popolo, che io redensi, abbia il triste privilegio di sparire, mentre quelli contro i quali già dovemmo combattere, rimangano.
Or bene: l'Italia è il popolo più minacciato di questo mondo, ed è nel tempo stesso di questo mondo il popolo forse più povero. Come farà a reggersi e vivere? Dal Gianicolo io vedo ancora deserto l'agro di Roma; da Caprera io vedo tuttora deserta la mia Sardegna: per tutto ov'io trasvolo, odo singhiozzi di miseria e d'angoscia. E nel tempo stesso da Caprera e dal Gianicolo e dall'Alpi e dal Mare, invoco, invoco io per voi, più navi e più batterie.
Ebbene, o giovani italiani, questo dissidio tra due necessità m'è morte nella morte. Come si fa? E io dico che, se farete a tempo, voi, giovani, potrete comporre questo dissidio e consolare la mia tomba, presso cui rimbombano i cannoni non sufficienti dalla Maddalena. Voi sì, o giovani, potrete risolvere questo problema che sembra insolubile; aver più forte armata e più forte esercito, e spender meno, sì da avere di che seccar le paludi e dissodare i deserti. Che ciò potrà avvenire sol quando saranno sparite le diffidenze, che nascono dall'essere l'Italia un campo, sin ora _quasi_ incruento, di battaglia, in cui le grandi masse dei partiti stanno bensì con l'arma al piede, ma si tengono pronte a combattere della somma delle cose, della vita o della morte. Ora, sarà fatale, non nego, che una nazione sorta dalla cospirazione di idealità politiche varie e diverse, non si sia ancora acquetata alla forma di governo che è risultata; sarà fatale; ma allora è anche fatale, che ella non possa, come può la Svizzera che tuttavia parla quattro lingue, armarsi e difendersi con poca spesa. Ed è giusto che tra quelli che non vogliono «la nazione armata», si annoverino anche quelli che più dicono di volerla.
Ebbene, o giovani, contro questa fatalità ci è un rimedio. Finchè i partiti non cessino di essere, contro la ragione e la scienza, assoluti e antitetici, non entrate in partiti. Conservate alla patria e all'umanità illuminato il vostro giudizio e spassionato il vostro cuore. Non date l'anima vostra a tenere ad altri. Siate liberi!»
XI.
E io ti chiedo perdono, o morto eroe, di farmi interprete di ciò che mi pare il tuo pensiero, sfrondato, per così dire, di quel rigoglio di parole, cui fece germinare il calore dell'azione. Io non ho accettato di parlare di te, se non costretto; e non ho parlato per metterti indosso un paludamento di frasi: a te basta la tua camicia rossa. Ho detto ciò che m'è sembrato dovere.
Io sento fierissimo dentro me il contrasto delle due anime; e ho chiesto a te l'ispirazione per trovar pace nel cuore e unità nel pensiero. E tu mi hai additato — anche tu lasciasti, come Napoleone (quanto simile e diverso!) un aquilotto: un figlio morto giovane, alto, esile e mesto — e tu mi hai additato il figlio della tua solitudine, Manlio.
«In lui» mi pareva che tu mi dicessi «in lui guarda, e guarda come fa e pensa lui, e avrai la pace e conoscerai la via». Ebbene Manlio, col cuore pieno delle aspirazioni e rivendicazioni dei lavoratori del mondo, navigava sulle torpediniere dell'Italia. Navigava, ora non naviga più; l'aquilotto dorme vicino alla grande aquila. Dorme, l'incolpabile giovane; cui nè i popolari saprebbero rimproverare di non essere puro, nè il re, di non essere fedele.
Nell'isola solitaria l'eroe non è più solo con le due bambine. Anche Manlio è con lui. E il mare s'alza e s'abbassa, e torna ad alzarsi, con metro perenne, per chiamare il giovane, se il vecchio non vuole più saperne di navigazione e di vita. Ma nemmeno il bello, alto, esile figlio dell'eroe, può rispondere. Sonno eterno, mare eterno. O giovani, rispondete voi al grande mare. Non siete voi tutti figli dell'eroe?
Fate d'essere tali che, s'egli tornasse, potesse trovare in voi i volontari da condurre alle sue postume imprese; fate di poter essere i Mille dell'avvenire.
Un tempo ei chiedeva un milione di fucili. Il milione di fucili c'è. Ora chiederebbe un milione di coscienze. Siate questo milione di coscienze, non offuscate dalla passione, non irrigidite da partiti presi, non assordate da frasi fatte.
XII.
Formate, o giovani, col vostro Re giovane — felice della sua angioletta che col suo piccolo vagito ha la potenza ineffabile di disserrare le ferrate porte del carcere — formate, o giovani, un popolo forte e sereno che sia preparato al destino; che si faccia degno e si tenga pronto ad abbracciare gli altri popoli e a stringersi loro nella auspicata federazione europea, o nella sovrumana fratellanza di tutti gli uomini; quando nella pace e nel lavoro siano un mesto ed incredibile ricordo la fame, il vizio, il delitto, la guerra; un popolo che sia pronto ogni giorno a tale domani, e apra sin d'ora tutti i suoi cuori a tale verbo d'amore; ma sia anche pronto, nelle vicissitudini che ancora sono tra il presente e l'avvenire, sia pronto, contro chi volesse togliergli il suo faticoso presente e il suo laborioso avvenire; dalle officine fatte più liete, dalle scuole rese più sapienti, dalle campagne divenute più floride, sia pronto, ora e sempre, ad opporre tutti i suoi figli sull'Alpi nostre e sul Mare nostro!
L'AVVENTO
Donne gentili, fedeli della pietà, che avete il cuore all'infanzia abbandonata, che siete qui adunate per dare cibo e ricovero ai piccoli dell'uomo che non hanno ciò che hanno i piccoli della bestia:
è l'Avvento! Sta per nascere l'infante che sarà involto di cenci e deposto nella mangiatoia d'una capanna.
— Non c'era luogo per essi nell'albergo —
Ho sentito sonare la zampogna dei monti. Non era cominciato il crepuscolo mattutino. S'udiva sul lastrico appena appena qualche scalpiccìo che pareva d'uomini già stanchi sin dal primo principio della faticosa giornata. In uno di quei _fondi_ ove, oltre tutto il resto, manca l'aria, ardeva un lume rosso. Di là dentro veniva quel dolce suono d'organo pastorale antico come gli antichi pastori che erravano con le greggi prime addomesticate. Ne usciva la voce mesta e soave della fanciullezza del genere umano, della fanciullezza d'ognun di noi, con quell'accorarsi non si sapeva perchè, con quello sperare non si sapeva di che, con quel bisogno improvviso di godersi a piangere al collo della madre, chi l'aveva ancora.
Le stelle brillavano ancora nel cielo così bello e puro. Quel canto di zampogna pareva dovesse avere un'eco nel firmamento. Quel focherello di quaggiù, così umile e rossastro, pareva avere un perchè di cui le stelle di lassù, così limpide e d'oro, fossero consapevoli.
Di lì a poco le stelle impallidirono e scomparvero insensibilmente. Il lumino si spense e la sinfonia pastorale si tacque e il piccolo rito finì. E all'apparire dell'alba cominciò il tramestìo e lo scalpitìo soliti, con quel doloroso sforzo di voci strascicate, di piedi strascicati, di vite strascicate.
Era giorno, e tutto era come prima: l'oggi come il ieri e il domani.
O povero _ciaramellaro_ dei monti, perchè hai dunque sonato l'avvento? l'avvento di che? che cosa è questo regno che ha sempre da venire e non viene mai? questo regno che ha da essere in terra come in cielo? questo regno che ha da fare un cielo della terra? Oh! come ogni anno si dice che verrà? come ogni secolo si dice che è per venire? come ogni millennio si dice che non è venuto? Mai dunque? mai? Vano è dunque sperare, vano sognare, vano pensare; chè gli uomini, e singoli e insieme, sono condannati a patire o fame o rimorso; a patire l'odio che loro si porta e, peggio, l'odio che portano agli altri; a patire, oltre il male che la natura ci ha assegnato, anche quello che ci fanno i nostri fratelli, e peggio quello che facciamo noi ai nostri fratelli? Povero _ciaramellaro_, perchè canti così dolcemente e inconsciamente l'avvento del regno che non può avvenire? Non vedi, nel tugurio dove suoni l'organo silvestre dell'umile rito, non vedi forse un infante involto appena in cenci, deposto su peggio che una mangiatoia? non sai che quell'infante è destinato forse a non aver pietra su cui posare la testa, a non aver forse cibo nè per il suo corpo nè per la sua anima, a essere forse col tempo incatenato e segregato, privato della sua libertà dagli uomini che gli negarono la sua educazione, spogliato del suo nome dalla società che gli negò il suo pane? _Ciaramellaro_, riponi la tua _ciaramella_.
Noi non ci crediamo più!
I.
Oh! credeteci! crediamoci! È l'avvento! Quel regno è cominciato: era cominciato da prima, ma si è affermato da allora. Da quando? Da quando prima un piccol numero di reietti, poi molti, poi tutti, felici e infelici, civili e barbari (ma quale felicità era la loro, qual civiltà!) si fissarono su quel fatto incredibile dell'Uomo-Dio che nasce in una stalla, che vive non si vede di che, di pesci e di pani che sono troppo pochi alla fame di tutti, di spighe sgranate nei campi, di agnello avuto per carità, e muore su un patibolo, schiaffeggiato, bestemmiato, rinnegato, flagellato, coronato di spine e inchiodato a un legno. Che cosa sono le massime dei Vangeli, per quanto soavi o grandi, pur non sempre chiare, che cosa è la buona novella del Cristo, che cosa sono le predicazioni degli Apostoli e l'epistole di Paolo, che cosa sono le dichiarazioni dei Padri e le argomentazioni dei Dottori, rispetto a quell'oggetto continuo di meditazione, che è quella semplice e orribile storia, d'un bambino così privo di tutto, d'un uomo così povero, d'un condannato così innocente e così straziato? e che è Dio? quel Dio da tanto tempo aspettato e annunziato? che pareva dovesse apparire con tanta potenza e gloria, e mostrare tanti miracoli di felicità? Da duemila anni il genere umano fa la sua meditazione su quello strame e su quella croce. E _insensibilmente_, per così dire, un _sentimento_ nuovo è entrato nei nostri cuori selvaggi. _Insensibilmente_, ripeto: e lentissimamente, ahimè! Perchè, quando il Cristianesimo trionfò, fu cominciato a eliminare dai supplizi quello della Croce?[42] Fu religioso rispetto al grande simbolo, o non fu piuttosto inconsapevole vergogna, di dare ad un uomo, anche reo, il martòro per cui si versavano tante lagrime nelle chiese, dove pure il crocifisso splendeva di gloria, di immortalità e divinità? Fu vergogna! vergogna! E gli uomini erano ancora tanto ciechi e bestiali da non comprendere che la forca era una croce con un braccio solo, e che la ruota era una croce posta in piano, e che il rogo che distruggeva e disperdeva il corpo dopo atroci torture, era peggio di quella croce, da cui fu deposto il corpo di Gesù, perchè sua madre l'abbracciasse. _Lentissimamente_, al nostro parere e credere, il Sole, con tutto il suo corteo di pianeti, tra cui la trista Terra insanguinata, cammina cammina verso una nuova plaga dei cieli; _lentissimamente_ il genere degli uomini procede verso l'umanità. In tanto dopo le forche e le ruote e i roghi dell'Evo medio, dopo l'enorme abuso, o uso che è lo stesso, di morte per guerre e supplizi, che fu fatto anche dopo, anche in quella rivoluzione che proclamò i diritti dell'uomo, anche e specialmente (o antica stolidezza bestiale!) in essa, anche e specialmente dopo, anche ai nostri giorni, e per opera del popolo che si diceva sino a due o tre anni fa il più civile dei popoli; ebbene dopo tutto quello strazio di vite d'uomini, noi riconosciamo che in tanto il genere degli uomini si è spostato di qualche grado verso la sua integrazione. L'ultima forma della croce, la forca, va scomparendo: in Italia (o eterni bestemmiatori dell'_umile_ Italia, ricordatelo!) non c'è più: altrove s'appiatta. E a me giova insistere su questo punto, a preferenza d'altri che pur mostrano il progresso dell'_umanità_: perchè l'umanità più difficilmente crede doversi affermare in faccia a quella che è la bestialità, ossia il delitto. Perchè, dobbiamo noi, si dice, rispettare le bestie feroci? Quel tale, che ha appena qualche segno d'uomo e ne ha tanti di fiera, lo sguardo, il pelame, gli zigomi, la fronte, il cranio, o che so io, è fuori dell'umanità. Ebbene se noi troviamo che l'umanità s'esercita anche verso codesti, noi dobbiamo credere, o sperare, che ella sia già ben grande, e che abbracci tutti gli uomini, se già s'estende anche alle bestie.
E questo è certissimo. Lasciamo da parte le legislazioni le quali sono pure il prodotto e l'indice delle singole civiltà, e consultiamo la nostra coscienza. Chi di noi non ha sentito un morso di vergogna nel leggere il supplizio dell'assassino del Presidente Mac Kinley? Chi non si è detto: O che Volta ha inventata la pila per sostituire la corda e la mannaia? L'elettricità che deve essere l'anima del lavoro umano, che illumina già le nostre notti e che già spinge a corsa i nostri veicoli, e che ci farà volare, voi l'avete stipendiata per vostro boia? La scienza l'ha già applicata per la salute e la vita, e voi ne fate uno strumento di martirio e di morte? Oh! belle descrizioni! Il corpo si tese tutto, scricchiolò, poi si sentì odore di bruciaticcio... Chi avrebbe creduto che gli uomini, avendo potuto strappare dalla grande mano invisibile del Tonante lo strale con cui egli minaccia, l'usassero, essi, in modo più fine e feroce, contro i loro simili? Noi c'indignamo, e pensiamo, a proposito sì di questo, sì di altri e di tutti i supplizi, così: il peggior delinquente del mondo, che uccida lentamente e non di un subito; che si diletti degli spasimi e dei terrori della vittima; che premediti la strage a lungo, e ne dia misteriosi indizi al destinato, sì che egli muoia di cento morti; che lo faccia saper prima alla madre e al babbo, che il loro figlio sarà straziato e finito; che avvisi i fratelli perchè assistano al boccheggiare del fratello; oh! non si trova nel mondo un delinquente, traditore e squartatore, così feroce come codesta legge che con tanta freddezza, con tanta serenità, con tanta arte eseguisce le sue giustizie esemplari! Bell'esempio! Noi, profondando nella nostra coscienza, giudichiamo a nostra volta, che non c'è delinquente pessimo degno di morte, il quale non patisca peggio di quello che ha fatto! E così i popoli _veramente civili_, hanno abolito questo delitto esemplare che mortificava la coscienza degli onesti, i quali non volevano essere protetti a tal patto; e ancora alleggiava la coscienza dei delinquenti, i quali sentivano di poter pagare il debito che facevano, con usura tale, da acchetare ognuno e da indurre più d'uno a dire al fine: Poveretto!...
C'è di più. Alcuni chiamano morboso e immorale questo fatto che si rimprovera particolarmente, credo, a voi siciliani e calabresi, e che è di tutti o almeno di molti. Ecco il fatto. L'autore d'un delitto è subito esecrato: la folla, potendo, ne farebbe giustizia sommaria. Di lì a qualche mese il delinquente aborrito entra incatenato in una gabbia di ferro. Gli si fa il processo. Noi ascoltiamo o leggiamo. Che cosa succede? Penetriamo nella nostra coscienza, e non fermiamoci alla superficie, dove galleggiano le parole che si dicono, ma arriviamo al fondo, dove posano i pensieri che non si dicono: che troviamo? Il nostro odio è sbollito, il nostro orrore è diminuito, quasi quasi sentiamo di tenerla più per la difesa che per la parte civile, quasi quasi facciamo voti per il colpevole che avremmo voluto linciare... Che è? siamo malfattori anche noi? Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi nude intorno a quell'_uomo_; vorremmo non sapere ch'egli sarà chiuso, vivo, per anni e anni e anni, per sempre, in un sepolcro; vorremmo non pensare ch'egli non abbraccerà più la donna che fu sua, ch'egli non vedrà più, se non reso irriconoscibile e ignominioso dall'orrida acconciatura dell'ergastolo, i figli suoi...
Ma egli ha ucciso, ha fatto degli orfani che non vedranno più affatto il loro padre, mai, mai, mai! È vero: punitelo! è giusto!... Ma non si potrebbe trovare il modo di punirlo con qualcosa di diverso da ciò ch'egli commise?... _Così esso assomiglia troppo alle sue vittime! Così andranno sopra lui alcune delle lagrime che spettano alle sue vittime! Le sue vittime vogliono tutta per loro la pietà che in parte s'è disviata in pro' di lui!_
E noi allora sognamo il grande sogno novissimo.
C'è qualcuno che fece il male? Oh! infelice! oh! supremamente infelice! chi reggerà più alla sua vista? chi oserà più rivolgergli la parola? Egli passa, i bambini fuggono, le madri si stringono al seno l'infante, gli uomini gravi abbassano gli occhi. Egli passa tra il silenzio anelante. Ode appena, quando è passato, un bisbiglio sommesso: «È quell'infelice che ha ucciso! È un povero Caino che non dormirà più! Egli va, cammina e cammina, chi sa? per trovare il farmaco che resuscita i morti, e non si trova in nessun luogo!».
II.
Questo voltafaccia della psiche popolare che dal compiangere il delitto passa a commiserare colui che l'ha commesso, si considera dai più come una malattia dello spirito. E sia. In verità una scienza nuova, e già gloriosa, cerca negli uomini le traccie della degenerazione; e le trova in quelli che soli esamina; che sono o i geni o i delinquenti. Perchè in questi due ordini d'esseri umani le trova, anzi, ella è giunta a riconoscere una parentela tra loro. Ma perchè non istudia essa l'uomo normale? l'uomo che nè commette crimini da esser chiuso in prigione, nè fa capolavori da meritare il Pantheon? Chi sa? ella troverebbe che non v'è uomo al mondo, per mediocre che sia, nè troppo santo nè troppo cattivo, nè alto nè basso, che non abbia alcune delle anormalità da loro segnalate nei delinquenti e nei geni.