Miei Pensieri di varia Umanità
Part 13
Ora si rischia, coi nostri concorsi, di far perdere ai giovani la conoscenza di tanta difficoltà e importanza d'uffizio, e la coscienza della loro inferiorità al sublime compito. Si daranno essi a produrre, prima d'aver cominciato o, almeno, prima d'aver finito di studiare. Non faranno più studi, ma saggi, non più libri, ma titoli, non più opere, ma contributi: soltanto saggi, titoli, contributi. O api operaie, senz'arnia! O scarpellini rumorosi, senza fabbrica! E guai, se sia per venir tempo in cui sembri più idoneo a insegnare e propagare una scienza, chi vuol prevenirla e preoccuparla, che chi intende farsene prima servo e poi padrone! Guai, se noi lasceremo che i giovani s'innamorino prima della cattedra che dell'arte! Guai! Guai! Per ora, non c'è che dire, tutto è andato bene; ma non bisogna, credo, conservare un istituto che può finir male. A ogni modo il sistema non sarà abbandonato per gl'inconvenienti che abbia presentati esso (non se ne può, credo raccontare alcuno), quanto per i vantaggi che dà a sperare l'altro: il sistema d'origine. Qui, come in tante altre cose, sembra fatale il ritorno alle sorgenti.
Si tornerà dunque al sistema di origine. Quale e quanto ne sarà il benefizio! Accennerò il principale.
Gl'insegnanti non voleranno, come ora è necessità per loro, a guisa di spole, su e giù per l'Italia, ma si fermeranno nel luogo dove tanto onore fu lor fatto e ivi formeranno la loro scuola e stabiliranno una tradizione. Di più si creerà un magnifico collegio di dottori, stretti alla studentesca e alla regione e alla città; che si identificheranno, per così dire, con la natura e con l'anima di quelle. Essi descriveranno la forma e la flora del paese, misureranno e narreranno il loro mare e il loro suolo, studieranno il corpo e la psiche del loro popolo, racconteranno di questo glorie e proclameranno le necessità. L'Ateneo sarà la grande officina delle idee, sarà il grande laboratorio delle esperienze, sarà il campo e la peschiera modello, la scuola modello, l'ospedale modello, il... sì, voglio dirlo: il parlamento modello. Lì saranno discussi i problemi, di lì saranno illuminate le coscienze, di lì verranno, al popolo incerto, al popolo che vagola nel buio, le designazioni politiche, non, come troppo spesso succede, da un'anticamera o da una cassaforte. Arderà lì, o giovani cari, il fuoco immortale che dia luce e calore, non incendio; di lì sgorgherà la corrente calda di amore e di pietà, che feconda al bene tutti i cuori più gelidi e nebbiosi, di lì usciranno i canti soavi o eroici, le persuasive istorie, i libri austeri e gai che ammaestrano e consolano, e migliorano.
Non ne usciranno, credete, soltanto avvocati o professori. Chè nemmeno v'entreranno soltanto quelli che aspirano a essere professori o avvocati. V'entreranno gli agricoltori per avere il consiglio del miglior concime e del miglior aratro, vi entreranno gli operai a perfezionare la macchina che li aiuta nel loro lavoro, vi entreranno tutti quelli che hanno un dubbio, un cruccio, un odio, per trovare la salute nella grande clinica, che non ha solo medici per il corpo, ma veggenti per l'anima. Tutto il popolo vi entrerà... O a dir meglio, sarà essa che si estenderà a tutto il popolo. Deriveranno da essa tutte le scuole, tutti gli ospedali, tutte le officine, tutte le industrie e coltivazioni del paese, ed essa, nel mezzo alla pacifica attività che prese le mosse da un suo impulso, starà sempre aperta e sempre in azione, migliorando e perfezionando sè stessa e i figli suoi.
Questo sarà il frutto della libertà. Ma mi direte, o giovani: Non fu già profetato che le Università minori spariranno, quando saranno lasciate sole alla lotta con le maggiori? Non è delle minori la nostra? minore per età, minore per potenza di danaro? Io vi rispondo con profonda convinzione che la nostra Università non è delle minori. Prima di tutto, che vuol dire minore in fatto d'università? Quando in Messina insegnava il Maurolyco o il Malpighi, di quale università era minore la nostra?
Ma sia: meno di danaro porti con se meno di scienza. Bene: ricordiamoci. Questa Università fu dai maggiori vostri domandata, voluta, litigata, ridomandata, rivoluta, rivendicata, pagata e ripagata, protetta anche con la forza, quasi a furia di popolo, ostinatamente, violentemente: ciò quando poteva parer ragionevole e paterno consiglio quello che già nel 1752 Carlo di Borbone dava a Messina: «che rivolgesse il pensiero alle industrie e ai commerci»; ciò quando nella desolante uniformità di principii e di metodi e di fini poteva parere superfluo un Ateneo oltre quindici o sedici altri; poteva anzi parere dannoso, nella esuberante fabbricazione di spostati, che si faceva e fa nella patria nostra. Ebbene quando l'Università sarà trasmutata in un cuore, che governi la circolazione della vita, e dia lumi ai commerci e forze alle industrie, per non dir altro; allora quelli che l'hanno pagata e ripagata senza averne un vantaggio si ritrarranno quando il vantaggio lo possono avere? E poi è troppo ben collocata questa Università, perchè si pensi mai a farla sparire. Questo è il luogo dove si stringono due mani invisibili. È lo stretto e, mi si perdoni il bisticcio, la stretta. Qui la penisola si tende verso l'isola col suo selvoso Aspromonte; qui la Sicilia si protende verso l'Italia col suo candido Faro. La Calabria e la regione Mamertina sono le due mani, che l'Italia e la Sicilia si stringono: sono, se volete meglio, le due labbra con le quali si danno un bacio d'amore indissolubile.
Qui è il ponte, o giovani: e le teste di ponte, per dirla militarmente, si fortificano. Ebbene l'Università è questa fortezza! E non cadrà mai, se prima potrà per l'autonomia che è inevitabile, e poi se vorrà, e vorrà certamente questa figlia della volontà ostinata de' vostri maggiori, e poi se vorrà trasformarsi ed estendersi.
O giovani, io sto per dirvi cosa che vi prego di accogliere e meditare nell'anima. È una specie di rimprovero che io dirigo, non a voi, o nuovi della vita, ma a noi, a noi, quasi vecchi o già vecchi.
Ecco. L'Università si deve estendere nell'avvenire, ho detto. Ora dico: Perchè non si è estesa per il passato? E aveva un grande compito da adempiere e non l'ha adempiuto. Essa (io parlo delle università in genere, in genere anzi di tutti gli studi che fanno capo, tutti, all'università), essa, l'Università italiana, ha mancato al suo dovere; ha lasciato commettere un delitto atroce. Voi sapete che l'Italia si è estesa, se non si è estesa l'Università italiana. Migliaia e migliaia di lavoratori ogni anno lasciano la patria. Vanno ad aprire strade, a forar monti, a tagliar istmi per altri popoli, coltivano anche a coloro i campi e badano gli armenti, come gli antichi ergastoli. Altri fanno men nobili arti, non pochi tendono la mano.
In nessun luogo neanche dove sono in gran numero e da gran tempo, sono trattati, oh! no davvero, come meriterebbero i discendenti del più gran popolo dei tempi antichi e i cittadini d'una grande nazione e gli artefici, spesso, della ricchezza di quelle nazioni nuove. C'è oltre alla nostra Italia, o giovani, un'Italia errante, che è da per tutto e non è in nessun luogo, una Italia faticante, un'Italia veramente schiava, che spesso riceve oltraggi per giunta al salario, per la quale spesso tace anche la pietà. O Italia divisa ed errante e faticante e schiava e oltraggiata e tiranneggiata e derisa e vilipesa, tu sei il nostro rimorso, perchè potevi essere il nostro onore e la nostra ricchezza; e sei, invece, il dolore e persino qualche volta, la vergogna! Sei il nostro rimorso. E intendo non dell'Italia stato, non della borghesia italiana, ma della Università italiana, prendendo questa parola come complesso di tutto ciò che s'insegna e s'apprende, d'arte e di dottrina: l'Italia pensante ha tradito la sua sorella povera: l'Italia lavorante.
L'ha reietta, l'ha lasciata partir sola, l'ha dimenticata colà, dove la fame la balestrò; l'ha dimenticata colà, dove ella si trovò priva di chi la consigliasse, ammaestrasse, guidasse, difendesse, ornasse! Non dovevamo lasciarli partir soli, i nostri poveri emigranti! E non dobbiamo lasciarli più partir soli, e dimenticarli soli. Ecco la estensione universitaria che l'Italia doveva e deve sperimentare! Giovani ingegneri che qui non avete che costruire, e medici che siete troppi per i malati che nel paese della malaria e della miseria sono pur tanti, e voi eloquenti e generosi intenditori e critici delle leggi e dello stato e della società, e voi maestri di scienze e voi maestri di lettere ed arti, là oltre i monti e oltre i mari, sono i vostri fratelli che non hanno difesa e non hanno assistenza e non hanno direzione e non hanno spesso più idealità e non hanno qualche volta più rispettabilità, e non ottengono giustizia, e sono privi della parola della patria lontana! Possibile che alle terre vergini la grande colonizzatrice, che fu l'Italia, non abbia saputo dare che i picconi? Io dico queste cose con la coscienza torba. Queste cose non si predicano a parole, ma a fatti. Per queste cose non si dice: Andate, ma: Venite. Io non ho quindi il diritto, di dirlo. Eppure... Eppure quelli infelici che qui erano, se volete, servi, ma là, oltre i monti e oltre i mari, sono iloti, cioè servi di stranieri, mi sembra che mi accennino e mi chiamino. Anche me. Sì, io, cui s'imputa piuttosto che si riconosca la più inutile delle arti, io che sono considerato qua un disutile, là avrei avuta la mia missione e il mio fine: narrare quei dolori e quegli strazi e quelle ingiurie: sommuovere qua i cuori che obliano, e là consolare quelli che non obliano; e per la mia parte, che può essere la parte d'ognun di voi, o giovani buoni e forti, piantare i termini, là, delle nuove terre saturnie e fondare le nuove città pelasgiche.
La nostra Università collocata sul mare e fra terre che danno tante vite all'emigrazione, a me par destinata più d'ogni altra a compiere, col mezzo de' suoi alunni, la riconquista dell'Italia nomade. E ciò ha già cominciato. Un medico che di qui parta e vada là ad esercitare la sua arte, è più benemerito del nome italico, che qualunque uomo di stato, sia pure il più energico e il più previdente. Una nave che tra gli emigranti lavoratori, abbia qualche giovane laureato, dalla fronte pensosa e dagli occhi pietosi, porta a bordo la fortuna d'Italia. Quella nave s'incammina a ben più umana e più durevole conquista, che le caravelle di Cortez e di Pizzarro! Oh! l'ardente e luminosa Sicilia deve restituire all'Italia i Mille che l'hanno aiutata a redimersi! Salpino, quando che sia; e non importa se tutti insieme, e senz'altre armi che di luce intellettuale, salpino i mille di Sicilia, e vadano a soccorrere, a unire, a redimere l'Italia transoceanica! Chi sa: forse un destino fulgido pende sul nostro Ateneo: egli è forse il _lido di Quarto_ della pacifica spedizione. E chi sa: col tempo egli avrà fondato di là dell'Oceano un istituto filiale e fraterno; e l'uno e l'altro sarà lambito dalla medesima corrente ideale che fa germinare i medesimi prodotti in latitudini diverse. E tra l'uno e l'altro una corrente di giovani generosi andrà e verrà, che qua porti lo spirito del rinnovamento e là rechi lo spirito della tradizione. Donde s'inalzerà la ideale città del buon vivere su fondamenta solide, perchè ella non crolli al vento come un edifizio fantastico, e in alto in alto s'aderga, dove è l'aria pura d'ogni miasma e d'ogni perverso fermento.
Queste gioconde speranze mi ragionano nell'anima in questo giorno, che ride pacifico in una settimana di lotta e di passione. Sono queste speranze fondate su due facili previsioni: sulla previsione che le università saranno col tempo, come tante altre cose, lasciate a sè stesse, con tutto ciò che è ragionevole che conservino e che acquistino; sulla previsione, che sempre più salda si farà l'unione delle parti d'Italia. L'una previsione è conseguenza dell'altra. Non c'è bisogno di legare insieme i fratelli, perchè si scaldino al medesimo focolare e si assidano alla medesima mensa. Soltanto, brilli nel focolare il fuoco, e fumi sulla mensa la vivanda! L'unione d'Italia viene da necessità d'amore, non da fato di forza! E qui specialmente si può bandire questa verità, in questa città che si è slanciata più volte verso l'Italia, che ancora non esisteva politicamente, con eroica impazienza; in questa isola, che diede, dalla nobile Palermo, il segno dell'aurora italiana, con le sue campane; in faccia a quel lido Calabro che portò primo quel sacro nome, e se ne ricordò sempre e sempre se ne mostrò degno.
E voi giovani calabro-siculi avete pensato a questa verità, quando, in tanta copia di persone più degne di me, tra tanta gloria di miei illustri colleghi e vostri concittadini e maestri, avete scelto, a inaugurare le vostre feste, me, benchè, anzi perchè non siciliano o calabrese. E avete forse pensato che chi è stato adottato in una famiglia, e, senz'obbligo alcuno da parte di lei, ospitato e amato, non è generalmente quello che ricambia con minor affetto l'affetto della sua madre d'elezione.
Cominciate, dunque, le vostre feste. Cominciate con un pensiero di gratitudine per gli enti locali che conservarono questa sede di studi, predestinata, se il cuore non mi inganna, a più alto avvenire; per coloro che insisterono e insistono al fine che questa sede abbia ciò che le spetta e ciò che le conviene, per i suoi diritti acquisiti e per i suoi destini futuri.
Cominciate le vostre feste, rivolgendo un pensiero di fratellanza ai vostri compagni e ai nostri colleghi delle due altre università siciliane, che sono in ispirito con voi; ai vostri compagni e ai nostri colleghi di tutte le università italiane, che lavorano al medesimo vostro ideale e vedono le vostre medesime visioni, di libertà e di giustizia, di conservazione e difesa patriottica ed umana pace e concordia.
E siate felici, e ciò che è migliore augurio, fate felici.
L'EROE ITALICO[40]
_C'era molta gente, e, dietro essa e sotto molte bandiere, una fila d'uomini vestiti di rosso. I bruni ragazzi d'oltre e citra Faro li contemplavano. A un tratto squillarono le trombe, pronunziando l'allarmi; e continuarono col canto della risurrezione italica. Era il 2 Giugno..._
È assai quest'inno a commemorare Garibaldi. Non è vero, Camicie rosse? L'inno risuona: si scopron le tombe, e Garibaldi risorge.
I.
Egli s'è addormito nella sua isola. Due bambine sue gli fanno compagnia. Il mare instancabile si muove azzurreggiando intorno a quell'immobilità, e s'alza e s'abbassa, e s'alza ancora e sempre, come per vedere che è. Nulla! Nulla! E il mare non cessa mai di parlare intorno a quel silenzio, _sciusciuliando_ (come dite voi) sulla sabbia e gemendo tra le scogliere. E forse lo vuol destare, il suo mare, e gli dice con ripetìo eterno:
«Vieni, vieni su me! andiamo a combattere sull'Atlantico, andiamo a sognare sul Pacifico! Vieni ad arrampicarti sulla snella alberatura della Costanza, che era così bella! La tua giovinezza l'abbelliva. Tu non sapevi allora che c'era una patria da redimere; ma il nome del brigantino era già l'augurio della tua vita. Vieni sulla Speranza! La Speranza, che ti ricondusse in Italia, si culla ancora nei mari d'Italia: vieni a issarvi la tua bandiera, vieni a cantarvi il tuo canto! Torniamo al Fiume di Argento. C'è tanta Italia che lavora sulle rive del gran fiume! Si amano, colà, tra loro, Italiani e Argentini, e lavorano concordi, parlando le due lingue, che tu, _amigo_, conosci bene, tutte e due. Navighiamo alle porte del Tevere; andiamo a vedere coloni più vicini, i coloni di Ravenna, che mietono. Ti farà piacere vederli: sono tuoi soldati che hanno la vanga invece del fucile. La tua vista farà loro dimenticare la febbre. Tanto più che non vedono ormai un altro, il tuo amico Re, che andava a stringere le loro mani incallite... Andiamo anche più presso: andiamo a Spezia: non ti fermerai al Varignano. Vieni, col tuo gran cuore marino i cui palpiti sono alisei e monsoni, ad esultare avanti la Regina Margherita... Una nave d'Italia, non la donna d'Italia: avanti questa, _povera donna_, ormai si piange... Ma esulterai avanti la più grande e bella nave del mondo, che porterà «la nostra bandiera alle feconde lotte della pace e del lavoro», e sì, quando occorra, «anche ai pericoli delle battaglie, ove siano diritti da difendere e glorie da conquistare». Sono parole che ha mandate la donna alla nave, da lontano, ove ella sta tra una culla che ieri cominciò a tremare,[41] e una immobile tomba... Andiamo! andiamo al Faro! Ti ricordi? Era tutto fiorito di camicie rosse, nell'anno sessanta. Eri entrato nella fiera Messina, la città fedele, che chi le si dà, non lo rende se non sepolto, se mai, sotto le sue rovine. Eri entrato nella testa di ponte dell'unità italiana. Ti ricordi? Il cavallo di Bosco, tra le gambe di Medici, come faceva sonare l'unghie di ferro sul lastrico della via!... Andiamo al Faro. Ti ricordi? Dalla Torre guardavi e guardavi verso Aspromonte... Ah! è vero... Non ricordarti. O guardiamo, guardiamo pure, ma senza avvicinare con le lenti del rancore le cose lontane. Guarda così, e dimmi se vedi quel bosco e quella cascina e quel sangue. Oh! no: tutto si fonde in un solo limpido azzurro, come di cielo che abbia dimenticate le nuvole, come di mare che abbia perdonato alla tempesta».
Così sussurra il mare, e s'alza e s'abbassa, e torna ad alzarsi, mollemente ed eternamente, per vedere che è quel silenzio e quell'immobilità.
E a volte brontola e mormora e si ostina e grida e urla: «Déstati: c'è da fare! Lontano lontano c'è una conca tra aride ambe, una valle tutta sangue! sangue nostro! Non sono de' tuoi; sono di quelli del Re; ma c'è tanto sangue, tanto rosso, che si crederebbero tue camicie rosse. E poi, chi sa? Pare che a un Castel Morrone che si chiama Amba-Alagè, sia risuscitato il tuo Pilade Bronzetti, per rimorire subito. È il maggior Toselli: non è de' tuoi? E senti che frenetici scoppi! Non sono le batterie di Bezzecca? No: sono le batterie siciliane; ma è lo stesso. Vieni! Vieni! Vieni a dire la gran parola: s'ha a restare, colà in Africa, o venir via? avanzare o retrocedere? Parla e l'Italia dirà «obbedisco», perchè un tuo consiglio di ritrarsi non può essere interpretato abbandono, e un tuo comando di avanzare non può essere considerato sacrifizio. Senza il tuo avviso, gl'italiani sono perplessi, e il nome italiano ne patisce, dovunque è il lavoro italiano, cioè in tutto il mondo... Oh! che sogno fa il tuo gran mare! Garibaldi che conduca in qualche terra del fuoco una dura colonia di lavoratori enotrii con la camicia rossa sotto la blusa! una primavera sacra che fiorisca oltre gli Oceani! un popolo nuovo di domatori di cavalli selvaggi, che si chiami garibaldino o italiano, che è lo stesso! Déstati, c'è da fare, molto da fare, sempre da fare. La gioventù nostra è spersa, incerta, inerte. Non potresti fare udire uno squillo di quella che tu dicesti «la tromba del dovere»?
E poi l'eterno mare torna a parlare sommesso, come volesse, bensì, destare il vecchio eroe, ma lasciar dormire le piccole sue compagne. «C'è bisogno di te, c'è bisogno di ideale e di fede, sempre mai, più che mai».
E non tace mai, e nell'isola piena di sacro sonno erra l'odor salso di viaggio e d'avventura. Fiammeggiano i gerani rossi, ch'egli piantò, e ronzano le api de' suoi bugni, e s'ode qualche belato tremolante di capre che pendono dai dirupi. Tratto tratto qualche colpo di cannone dall'estuario o dalle navi da guerra bombisce ed echeggia a lungo. E poi torna a sonare, uguale e continuo, il gridìo delle cicale di sui lentischi e di sui mirti e di sulle acacie che dovevano servire al rogo dell'eroe. E tra lo stridere delle cicale e lo _sciusciuliare_ del mare, si levano, con l'accento di chi domandi alcunchè, le voci di sufolo delle capinere ch'erano presso la sua finestra, quando morì.
Morì? Due squilli, due gridi: si scopron le tombe, e Garibaldi è avanti noi.
II.
È un giovane marinaio biondo, in una locanda di Taganrok, nel Mar Nero, che si stringe al cuore chi prima gli ha parlato di Giovine Italia. È un vecchio moribondo, tutto bianco, che viene, prima di morire, a sentir sonare i Vespri a Palermo. È un _gaucho_ che par nato a cavallo, e cavalca per foreste vergini con una donna a lato e un suo bambino in un fazzoletto a tracolla; e scalda al seno e con l'alito quel piccino ch'ha il nome d'un martire. È un capo di legioni, sporco di polvere e rosso di sangue, acceso in viso per la battaglia _ad moenia_, che sale il Campidoglio e si presenta così al Senato. È un mandriano delle Pampe, che dorme all'ombra del suo cavallo accosciato, il quale sembra vegliare su lui; ed egli, intanto, sogna l'Italia lontana. È un buon agricoltore che pota le viti nel suo sassoso possesso di Caprera. È il guerriero, il cui gran cuore ondeggia qua e là nel petto, prima di partire per la guerra; e va solitario lungo la spiaggia del mare instancabile, e sta lunghe ore immobile e taciturno. È il dittatore che muove con un gesto tutte le anime d'un popolo, come il vento, con un soffio, tutte le foglie d'una foresta. È l'esule che fa candele a New-York, e non trova lavoro come marinaio o facchino nel porto. È il grande straniero, che Lincoln voleva a capo dell'esercito dell'Unione contro gli schiavisti. È il condottiere atteso in vano, a lungo, dai suoi dispersi nelle praterie dell'agro Romano; e un'alba del mesto ottobre, in mezzo alla nebbia, vestito d'una maglia di lana greggia, come un vecchio pastore, egli si mostra. Un urlo immenso e poi silenzio improvviso. Si sente per l'aria il rombo d'ali degli avvoltoi romulei. Egli stende il braccio, e con la sua voce soave, soave come di donna, manda su quelle mille teste una sola parola: a Roma! Ed è, ahimè, il condottiere che ritorna, nella sera di Mentana:
Il dittatore, solo, a la lugubre schiera d'avanti, ravvolto e tacito, cavalcava: la terra e il cielo squallidi, plumbei, freddi intorno.
Del suo cavallo la pesta udivasi guazzar nel fango: dietro s'udivano passi in cadenza, ed i sospiri de' petti eroici ne la notte.
O aedo degno dell'eroe, Giosuè Carducci!
È l'eroe che marciando verso la battaglia, si ferma a sentire il canto d'un usignuolo. È l'eroe che sa il cammino delle stelle, e muove le sue schiere notturne, con gli occhi al cielo. È l'eroe che scrive: Obbedisco; che rampogna: Dove andate? il nemico non è qui; che ammonisce: Che dite, Bixio? Qui si muore!; che «pallido, rauco, cupo, invecchiato di venti anni, ulula: Sedetevi e vincerete!»
A tutti egli è presente e caro per alcunchè di intimo e personale. Per tutti è colui che ci redense nel sangue e nella gloria; ma più familiar ricordo di lui è in ogni ordine e grado di cittadini: nel Re, che nacque a Napoli che l'eroe restituì a sè stessa e all'Italia; nei lavoratori, dei quali egli conobbe la vita, e soffrì la fame; nell'esercito, che l'ebbe generale a Varese; nell'armata, che l'avrebbe voluto ammiraglio a Lissa; nella nobiltà, che gli forniva le guide per le sue schiere; nei preti... anche nei preti, sì, che gli dettero il più alto de' suoi martiri, Ugo Bassi, e il più efficace de' suoi salvatori, Giovanni Verità: un frate e un prete: clero regolare e secolare. E fuori della patria, gl'italiani nel suo nome si stringono, e nella sua memoria si consolano, quando sono spregiati, perseguitati, _linciati_, essi che ebbero Garibaldi, Garibaldi che là avrebbe potuto prender posto vicino a Washington e a Lincoln, ed essere Ulisse Grant, e non volle e non potè, perchè doveva in Italia restar... Garibaldi, ed esservi, magari, ferito, imprigionato, rinnegato! E nelle _fazendas_ del Rio Grande, i nostri infelici Iloti, nel loro esule terribile lavoro di sradicar selve e dissodar terre altrui, ne' delirii della fame e della febbre, sentono, gli Iloti, galoppare nelle notti, per le _piccade_, il divino Filibustiere.
III.