Miei Pensieri di varia Umanità

Part 12

Chapter 123,840 wordsPublic domain

Bene: questa cultura è dunque ben necessaria, se si vuole che l'Italia ricominci a dare anche lei le vegetazioni singolari di cui sono così feraci le altre nazioni e le altre razze. Semplifichiamola dunque pure, se semplificare vale migliorare. Si dovrà per questo togliere il greco? Strano, cominciare da quella lingua che fornisce il linguaggio a tutte le scienze, da quella letteratura, che procaccia ispirazione e dà norma e regola a tutte le arti, da quello spirito che anima ancora del suo primo impulso, già così lungi, il pensiero umano! O non sarebbe meglio provare, niente più che provare, con altro? Prima di tutto si potrebbe diminuire l'orario delle lezioni, cessando d'insegnare quello che si suole imparare da sè e non si può imparare se non da sè. Ci sono complessi di cognizioni cui l'industria degl'ingegni moderni presenta in giornali e libri con precisione, diremo, uguale, con chiarezza uguale, se si vuole, e con ampiezza e allettamento molto maggiori di quelli con cui possa presentarli un povero professore che ha due polmoni soli e insegna quando vuole l'orario e non quando lo scolare è più disposto ad attendere e intendere. Si pretenda che i giovani li abbiano, tali complessi di cognizioni, si dia loro anche qualche utile avviso in proposito, si forniscano loro biblioteche sufficienti a questo fine, e si veda ogni anno, ogni tre anni, ogni cinque anni, ogni quanti anni vi pare, se li hanno acquistati e conservati: ma non si facciano perdere loro nell'ascoltare dall'insegnante, nel riudire dai compagni, nel dire alla loro volta una piccola parte di quei complessi, tante ore quante agli occhi rapidi e alla mente raccolta basterebbero per acquistarli e capirli tutti interi. Per questo verso dunque c'è da semplificare, e non importa che io dica in quante e quali discipline. Ma ce n'è una, tra esse discipline, alla quale chi comanda, vorrebbe dare sempre più ore e lavoro, per la quale invece e il lavoro e le ore potrebbero essere diminuite. È l'italiano. Prima di tutto quel famoso esercizio di comporre a che cosa è diretto? A fare degli scrittori? Gli scrittori, degni di questo nome, che hanno cioè uno stile, vale a dire una individualità, una ragione di essere chiamati scrittori, sono necessariamente «autodidatti». A dare l'abito del pensiero e del ragionamento? Ma a ciò non servono forse meglio le scienze che s'insegnano, dalla filosofia alla matematica o dalla matematica alla filosofia? E si badi che questo esercizio del comporre è propriamente in contrasto o almeno non è mai d'accordo con le dette scienze ragionative. Domando io ai miei bravi colleghi di italiano, se pur assegnando spessissimo temi di etica e di politica, si accorgano mai che i giovani scrittori hanno appunto un altro maestro per provvederli d'idee e agguerrirli di ragionamenti in proposito a tali temi. Domando poi ai miei bravi colleghi di filosofia, se hanno mai trovato un professore d'italiano che non abbia respinte, riempiendole di segnacci e di punti ammirativi, le pagine delle loro lezioni che i poveri alunni (caso strano, perchè gli alunni non se ne accorgono quasi mai, che un tema filosofico loro assegnato è filosofico di quella tale filosofia che insegna appunto il professore di filosofia) abbiano, i poveri alunni, trascritte, per rispondere al tema del professore di italiano. E quante altre domande farei se potessi dilungarmi. Chi può accorgersi mai, leggendo un «componimento», che il suo autore è istradato a osservare e conoscere la natura, dai professori di storia naturale e di fisica? Quando mai vi apparisce un argomento matematico? Anche la storia, che pure vi fa capolino, è generalmente solo quella dei rapporti tra le vicende politiche e le letterarie; storia così arbitraria, falsa, convenzionale, appassionata, noiosa, che nulla più.

Dunque, semplifichiamo, semplifichiamo! Smettiamo di oltraggiare nel tempo stesso la scienza e l'arte, di collare ogni settimana buoni ragazzi, invitandoli a dimostrare (niente meno nel secolo di Darwin!) con ragionamenti ed esempi (sì deduttivamente e sì induttivamente, come Platone e come Aristotele) la verità di... un assioma. Chè per lo più è un assioma, e più è chiaro e indimostrabile (per quanto in tal proposito non sia luogo a più o meno), più il tema pare bello e adatto.

Toccano quindi per lo più questi temi chiari ai bimbetti delle prime classi del ginnasio, i quali se la cavano ripetendo prima l'enunciato, poi negando il suo contrario, quindi interrogando in forma positiva e forma negativa per ribadire che l'enunciato è vero e il suo contrario è falso; dopo di che vien la volta dello esempio: Viveva nei contorni della Toscana una famiglia composta di padre e madre e un figliuolo chiamato Luigi... Nè solo l'esercizio di comporre è troppo, per non dir di troppo, in questa forma. Dall'orario dell'italiano si può sottrarre tutto il tempo che si dà alla lettura in iscuola dei libri o supremamente dilettevoli o supremamente noiosi. I primi lasciateli godere al giovinetto liberamente, in casa, nelle ore in cui la sua mente apre le ali; gli altri rimandateli ai topi di biblioteca, che se li rodano.

Del resto io dico di semplificare e non di restringere. Io non intendo una ragione che per molti è la massima e forse l'unica. Vogliono questi meno ore, meno materie, punte lingue difficili, punte materie astruse, perchè la salute dei giovani ci patisce. Quanto a questo, bisogna, cari babbi e care mamme, rassegnarsi. Sapete dell'Aedo, cui la Musa, amò sopra tutti? «Degli occhi bensì lo privò, ma gli dava l'arguto canto». Così è, presso a poco, per tutti quelli cui la Musa, la dea d'ogni scienza e di ogni arte, ama, per poco che ami. Non li accecherà a dirittura, ma li renderà, presto o tardi, più o meno, miopi. Ben altro fa la Terra, che pure è madre, di quelli che zappano la sua corteccia o frugano le sue viscere! Ed ella dà il dolore senza adeguato compenso, nè ideale nè materiale. E i vostri figli, il compenso, l'hanno, e qualche volta insigne, e spesso superiore ai loro meriti: e non si dà quasi più il caso, per lo studio, di divenire gobbi, come si dà, e senza che ne facciate troppi lamenti, per la bicicletta.

UNA SAGRA

In mezzo a una settimana di lotta e di passione[39] cominciano, o giovani dell'Ateneo Messinese, le vostre feste. Tra il fragore della battaglia, che si combatte per tutta l'Italia, nessuno forse bada al vostro inno sommesso, che s'inalza in disparte. Forse v'è a chi spiace questo remoto scampanìo che festeggia una sagra mentre intorno imperversa la mischia. È una chiesa, per così dire, che non sembra accorgersi d'essere in un grande campo di battaglia, e manda, tra le grida e i gemiti e gli scoppi e gli squilli, il suono della sua modesta e segreta esultanza. O forse ad alcuno tocca il cuore, quel suono, e riconduce il suo spirito convulso e irritato alle placide memorie della prima giovinezza. Oh! anni senz'odio! oh! ingenui fremiti di guerra contro nemici che non si vedevano e non si credevano e non si volevano! oh! sogni di vittorie, in cui fosse il vincitore, sì, cinto di fiori e di luce, e il vinto non fosse! Chè questa del giovane è la divina, o diciamo, umana contradizione: dominare, ma che nessuno sia servo; godere, ma che nessuno pianga per la sua gioia! A qualcuno dunque può giungere con un senso di dispetto la vostra appartata esultanza; a qualcuno forse, con una punta di rammarico. A me fa l'effetto... perdonate l'umile paragone... del lume che brilla, in una sera di temporale, all'impannata d'una casipola di pescatori. Scrosciano i tuoni, mugge il vento, infuria il mare: in quel tugurio brilla quel lume. Per il temporale non si pesca. E i pescatori racconciano là dentro, conversando tranquillamente tra le convulsioni del cielo e del mare, le reti per la pesca del domani.

Chè del domani, o giovani, io voglio parlarvi. Della nostra Università nobili ingegni hanno scritta la storia e la cronaca. Voi la sapete, questa cronaca e storia, che non è senza glorie, ma conta certo più traversie che glorie. Una bolla papale fondava lo studio nel 16 Novembre 1548, un bando nel 29 aprile del 1550 (tre secoli e mezzo fa) ne annunziava l'apertura.

Così fu accesa la fiaccola che languì sulle prime, combattuta da venti contrarî, e poi divampò risoluta nel secolo decimosettimo, e parve spenta nell'ultimo quarto di quel secolo, e a metà del secolo seguente diede qualche guizzo, mostrando di non essere ancora spenta del tutto, e ricominciava nel 1829 una nuova vita, e il 19 Marzo 1885 brillava come non mai, preparandosi a gettar la luce nel remoto avvenire. Tra ottantacinque anni, o giovani, pensate (io non voglio essere profeta malauguroso), qualcuno tra voi berrà ancora il dolce lume: lo berrà in un calice tremulo, ne verserà molto, ma qualche stilla pur ne berrà. Questo, forse unico, avanzato alla commemorazione nostra secolare, questo vecchione, questo patriarca, il quale ora da non so qual angolo sgrana su me i suoi occhioni di fanciullo destato all'improvviso, ebbene, assisterà, questo decrepito, tremolante nel capo e nel viso di piume candidissime, a quello che allora si chiamerà il primo centenario della vera fondazione dell'Ateneo.

L'Ateneo, o giovani, è ancor più giovane di voi! Quel patriarca udrà in quella lontana celebrazione, udrà appena con l'orecchio illanguidito, pronunziare qualcuno de' nostri nomi; e, oda o non oda, sembrerà con lo scrollìo continuo del capo antichissimo assentire a tutti quei nomi, con un cenno benevolo di ricordo e riconoscimento e forse lode o forse pietà. E il cenno così benevolo lo farà certo per il nome del _vindice_, per il nome di Giuseppe Oliva (allora non si dirà più _commendatore_), di Giuseppe Oliva che propugnò e ottenne quel mirabile concorso del Comune, della Provincia e della Camera di Commercio, per il quale il nostro Ateneo nacque piuttosto che rinacque. Chè l'Ateneo sorse, o risorse (non dimentichiamo!) da un impeto d'amore e d'orgoglio e di fede cittadina. E noi, lettori e studenti, non dobbiamo dimenticarlo mai; e giustificare quell'impeto e assecondare quell'orgoglio e rispondere a quella fede, sì che, in quel primo centenario della risurrezione, quel bianchissimo vecchio, che ora freme tra voi del brivido della vita nuova, senta passare sul capo, già sacro alla morte, il soffio delle cose immortali.

Pensiamo all'avvenire. Il nocciolo d'olivo è deposto nella terra. Pensiamo al molle liquore di pace che si spremerà dall'albero, quando anche esso non debba che governare la nostra lampada sepolcrale. Secondo l'ingiuria che spesso mi si fa, di chiamare «poeta» me lettore, che torna a dir buon musico un condottiere d'esercito; secondo questa ingiuria, che io tollero in pace, perchè ve n'è di peggiori; per esempio, quella di chiamarlo carnefice, un condottiero, e pedante, un lettore; secondo quella placida ingiuria, io sarei dunque, o giovani, molto idoneo a quest'uffizio di indovino. In verità il poeta è o dev'essere l'uomo che non vive se non nel futuro, il cui mietere è il seminare stesso, e che gode il rezzo degli alberi che pianta e che non adombreranno se non la sua tomba. Oltre tomba è la sua vita e la sua ricchezza e la sua gioia, se il poeta è poeta, e non modista, non cercatore di plausi e lusingatore di passioni; s'egli è la voce nuova che cerca i cuori dove echeggiare; i quali non sempre o non mai trova nel suo tempo; se non è l'eco, moltiplicata e compiacente e artifiziosa delle grida che già sono nelle bocche, e che sono le solite, e non sono sempre le buone e le vere. Io sarei dunque, se fossi un vero poeta, idoneo all'uffizio di esploratore e narratore dell'avvenire. Proviamoci, a ogni modo.

Ecco: prima di tutto, e qui la poesia non c'entra, il presente mi spaura. In questi giorni due Stati europei in Africa danno gli ultimi tratti, e sono per spirare dopo una lunga guerra. Chi li uccide? Chi usa sino all'ultime conseguenze il diritto del vincitore? Il popolo sino ad ora vindice di tutte le libertà, assertore di tutti i diritti. Pure, si dirà, al vinto rimarrà la sua autonomia amministrativa, rimarranno le sue tradizioni nazionali, rimarrà quel vero fuoco di Vesta, che è la lingua. Il popolo inglese, si dirà, non conquista all'usanza d'un altro, non dirò popolo, ma impero, che ai popoli che, non dirò vince, ma soggioga e opprime e calpesta, confisca e la lingua e la religione e il nome. Giova sperarlo. Ma un fatto che sembra piccolo e che s'avvera vicino a noi e a spese nostre, limita la mia e la vostra speranza. Eccolo. Nell'isola di Malta tra quindici anni (e magari si promette di prorogare questa data) la lingua ufficiale sarà quella del popolo (ma è bell'ora di dire impero anche qui), quella dell'impero che occupa l'isola.

M'ingannerò; ma s'è aperta nel mondo una lotta, oltre le tante altre che già ci sono, una lotta presso cui le già antiche degli imperi orientali, e poi di Roma latina e poi di Roma, per così dire, germanica, sono un nulla. Si stanno edificando delle Babilonie e delle Cartagini e delle Rome, mostruose, enormi, infinite. Esse conquisteranno, assoggetteranno, cancelleranno, annulleranno, intorno a sè, tutto, e poi si getteranno le une contro le altre con la gravitazione di meteore fuorviate. Che sarà di noi? Perchè ciò a me sembra fatale e necessario; come, in un altro ordine di cose, altro fato e altra necessità mi apparisce. Questa. Le ricchezze gravitano a trovarsi insieme nel medesimo tesoro. Il campicello è assorbito dal campo, il campo dalla tenuta, la tenuta dal latifondo, e via via. Intere nazioni, sto per dire, sono espropriate della loro proprietà fondiaria. Ahimè chi possiede i campi della terra Saturnia madre di biade e madre d'eroi? Li possiede il creditore ipotecario. E questo chi è? È generalmente anonimo, ed è un creditore collettivo. Ma a poco a poco, questa collettività si riduce e semplifica; i più forti ingoiano i più deboli: verrà tempo, in cui si potrà dinotare per nome l'unico possessore di tutto il mondo: un tiranno al cui servizio è un genere umano di schiavi.

Verrà tempo... Verrà davvero? Oh! non è possibile! Eppure sembra fatale e necessario, come la progressione geometrica. Ma sarebbe inconcepibile! E sì. E perciò il genere umano, quello almeno che intravede se non prevede, rilutta disperatamente, come chi precipita per un pendìo ancor dolce verso un abisso infinito, e si aggrappa a ogni cespuglio che incontra.

Il genere umano precipita verso l'abisso della monarchia unica e del possessore unico. Si presenta ai nostri occhi l'orribile visione della galera terraquea in cui tutti gli uomini lavoreranno meccanicamente, parlando, o a dir meglio tacendo, in una sola lingua, ubbidendo al cenno invisibile del solo despota che impera nella unica Babilonia. Ma il genere umano rilutta, in ogni modo, con ogni suo sforzo. Lo sforzo più grande è di coloro che dicono: Se le ricchezze tendono ad accentrarsi, lasciamole accentrare e mettiamole a disposizione di tutti. A parer mio, il loro programma è ben semplice. Il mondo (o diremo, il capitale) tende, pende, scende a essere d'uno? Sia di niuno, cioè di tutti. Bene. Ma è possibile scindere questo problema dall'altro? L'un problema è evitare che le ricchezze si accentrino in pochi sin che vadano a finire in un solo Moloch. L'altro è evitare che i singoli popoli siano assorbiti dai più forti sin che vadano a finire in un solo impero. E lascio qui di trattenermi in questo campo estraneo ai miei studii, se non alle mie angoscie, per dire e dire alto, che logicamente quelli che repugnano a che la ricchezza sia di pochi, devono repugnare a che i popoli più piccoli e più deboli siano preda dei più grandi e dei più forti; e perciò, come nella lotta economica, sostengono gli operai contro i padroni, e i meno ricchi de' padroni contro i più ricchi, così nella lotta politica devono sostenere le nazioni contro gl'imperi, e le idealità e tradizioni singole e particolari contro le assorbenti ambizioni che già si mostrano come le prime nuvole di un uragano, che livella, perchè distrugge. In due parole semplici, e facilmente intelligibili a tutti, io, per non concludere con un enigma, dico che io auguro come uomo all'umanità, e come italiano e come tale che, secondo il suo dovere d'insegnante, ha compito la catarsi d'ogni passione politica, all'Italia, l'avvento del «socialismo patriottico»; d'una religione, dico io (vecchia o nuova? In queste cose l'umanità fa da sè!), d'una religione che si annunzi più e meglio con una lunga serie di fatti, di sacrifizi e di martirii intimi, che con una fila, più o meno lunga, d'articoli di fede o di scienza, d'una religione che abbia la sua ara massima per tutta l'umanità, e le are minori per tutti i popoli, e le are anche più piccole e forse più dilette, per ogni casa: are in cui non arda che un fuoco: fuoco inconsumabile acceso da un amor solo.

In quest'attesa e speranza, qual destino sarà delle Università nell'avvenire? della nostra in ispecie?

È fuor di dubbio ch'elle saranno autonome, o non saranno. L'Università che emana dallo Stato, e dallo Stato è retta e diretta, è un meccanismo dispendioso per fare avvocati e medici e professori uniformi, come spilli e aghi, non è il grande e libero laboratorio del pensiero. La autonomia non consisterà nella sola facoltà di amministrare da sè le sue scarse rendite; ma si estenderà a ciò che tocca più da vicino l'essenza stessa dell'Università: alla nomina, per esempio, degl'insegnanti. Sarà la città e la regione, saranno gli studenti stessi, che nell'interesse loro faranno la scelta migliore. E la faranno, perchè di qui innanzi «non si farà di nòccioli»; non basterà, voglio dire, agli studenti avere strappata una laurea a professori indulgenti e compiacenti: occorrerà che da maestri seri e severi derivino un'arte che valga alla vita e al decoro e all'onore. Non saranno giudici dei meriti d'uno scienziato quelli che professano la stessa scienza.

Vi sembra forse assurda questa previsione? vi sembra strano il dire che ciò sarà bene? Rispondo interrogando: Vi sembra così giusto e così naturale che il vasaio giudichi del vasaio e il fabbro del fabbro e il poeta del poeta? Sin dai tempi remotissimi si riconobbe questo fatto di debolezza umana:

Figulo a figulo è nero, col fabbro ha ruggine il fabbro, l'ha col pitocco il pitocco, ce l'ha con l'aedo l'aedo.

Sono debolezze umane, ripeto; e tutti, se vogliono un consiglio sul medico da chiamare, per un esempio, sentono che è meglio che consultino un malato che sia tornato a salute, di quello che un altro medico. Noi siamo abbastanza equanimi quando si tratta di portare avanti e magari di glorificare quelli che sappiamo o crediamo nostri inferiori; ma quando si tratta di pari? quando si tratta di superiori? Eh! via: allora non ci sentiamo provvisti di tanta virtù, e ci sentiamo propensi con tutto il cuore, tanto da essere ingannati sulla vera natura del nostro sentimento, ci sentiamo propensi per il discreto ingegno e per la attività discreta. Ma si dirà: Codesto caso, di giudici che debbono giudicare ingegni superiori ad essi, è raro... Oh! io vi dico che, sia o non sia raro, raro non deve essere. Sempre, in materia di scienza, deve darsi questo caso! Noi vediamo che il mondo progredisce. E il mondo non sarebbe progredito, se a mano a mano gli scolari non fossero stati migliori dei maestri. E non progredirà più, se questa vicenda non continuerà. Così è. Noi insegnanti, noi scienziati e noi scrittori, nello stato presente delle cose, dobbiamo al progresso dell'umanità due contributi: la nostra attività e studio e ingegno: uno; la virtù di ravvisare e segnalare i migliori di noi, ai quali consegnare la fiaccola accesa: e due. Non è troppo pretendere? Basti l'attività e studio e ingegno; quanto a quella virtù, risparmiateci. I migliori di noi, ravvisateli e sceglieteli da voi. Chè in fin dei conti, a voi sarà più facile che a noi anche il ravvisarli. Noi abbiamo per lo più la catalessi dello scienziato o dell'artista: malattia originata dal guardare, fisso e sempre, un punto solo... E poi, da codesto sistema di concorsi, possono venire altri guai. Già di per sè la contenzione, la lotta, la guerra, che in tal modo si suscita ed eccita, è un guaio tanto maggiore in quanto ella è, così, proclamata necessaria in fatto e diritto. E no: nessuna guerra, nemmeno questa così piccina, è necessaria, se non perchè necessaria la gridiamo noi. Dacchè il genere umano s'è accorto d'essere trascinato da questa forza, che è la lotta per l'esistenza, essa lotta ha cessato d'essere ineluttabile. Può, sì, uno che è portato via da una forte corrente, esserne perduto, anche dopo che se n'è accorto, d'esserne portato e perduto; ma ella non è veramente fatale se non per chi non se n'accorge nè prima nè dopo nè mai. A ogni modo, o voi dalla riva, siete o crudeli o stolti quando gridate ai notatori: Non giova volere e contrastare: lasciatevi andare! Il fatto è che il genere umano fa da secoli e secoli (da assai prima che quella legge fosse bandita e chiarita) sforzi _sovraumani_ contro questo fato ch'esso pretende sia bestiale e non umano. Col promuovere e incoraggiare siffatte perpetue risse tra gli uomini di studio e di pace, lo stato gode a provarsi di far arretrare verso la bestialità quelli che sono più risolutamente avviati verso l'umanità!

Ma via: si attenui col nome d'emulazione codesta gara; si affermi ch'essa è per una ghirlanda di gattice, così poca cosa e grande onore: io temo che il sistema dei concorsi porti ad annullare nel mondo della scienza quella virtù che è sommamente necessaria, se non alla salvazione eterna degli scienziati, alla vita e alla prosperità della scienza: la virtù della modestia. Sto per dire che in un concorso a tali alti uffizi, bisognerebbe nominare chi non ha concorso; chi s'è tratto in disparte invece di mettersi avanti e dire: Io mi sobbarco; chi si lascia pregare e ripregare per mostrare ai giudici il poco o punto che ha fatto e che fa meravigliare altrui e arrossir lui. Ma vi pare? Un lettore d'università a qualunque facoltà appartenga, deve essere già filosofo: deve, cioè, già coordinare i suoi particolari particolarissimi studi a un tutto organico. Chi esamina con la lente la graffiatura d'un codice o scruta al microscopio l'intestino d'una zanzara, deve già sapere in qual celletta della grande arnia esso, come ape, ha da deporre il suo granellino di polline. Anzi no: l'ape sa che a questa o quella celletta il suo granellino è buono. Non è simile all'ape lo scienziato, e nemmeno allo scalpellino, che picchia, sì, in disparte dagli altri sur una pietra che deve essere parte del comune edifizio, ma ha da altri la misura e la forma. Lo scienziato è come un lavoratore alla grande torre, che Nembrod lasciò a mezzo, e che ora l'umanità continua a edificare verso, non contro, il cielo: egli non può intendersela, sapete, con gli altri lavoratori: perchè il suo lavoro sia utile, bisogna che, prima di cominciare, vada a veder da sè l'opera tutta di tanti secoli e di tante mani e ingegni. La torre di Babele?! direte voi. Sì; torre di Babele o di confusione, se ci contentiamo di parole e se ci affidiamo ai discorsi, invece di andare a riconoscere _de visu_ il pensiero, il quale, non si vede se non dall'opera stessa, al punto in cui ora ella è.