Mia: Romanzo

Part 4

Chapter 4 3,675 words Public domain Markdown

La curiosità era grande fra quella buona gente, e l'incertezza pure. Come l'andrebbe con questo padrone nuovo? Chi comanderebbe, lui o lei? E le razze? Se ne intendeva colui? Avrebbe saputo mantenerle bene?... Nei pascoli non si parlava d'altro. E, a misura che s'avvicinava il giorno dell'arrivo, una trepidazione più affettuosa, meno egoista, teneva agitati i dipendenti della tenuta, e questo era il pensiero del marito della signorina.

Finalmente il gran giorno spuntò. Un bel giorno degli ultimi d'aprile, tiepido, sereno; un vero giorno di nozze.

L'agente diede ordini precisi. Alla stazione, alle 4 pom., il _landau_, con quattro cavalli, e un cacciatore a cavallo per seguire la carrozza: Drollino per l'appunto, ch'era il cavalcatore più destro e più appariscente che ci fosse in tutta la tenuta.

Veramente, nello spazio di questi otto anni, Drollino s'era fatto bellissimo. Era cresciuto rapidamente; snello e gagliardo come un antico discobulo. L'indole sua non aveva subito grandi mutazioni; egli aveva serbato una grande indipendenza di carattere, non era nè allegro, nè socievole, e non bazzicava coi suoi compagni più di quanto lo comportassero le esigenze del comune mestiere. Stava sempre in mezzo ai cavalli, in scuderia e ai pascoli, errava continuamente per tutta la vasta zona dell'allevamento. Ora non bestemmiava quasi più, ma continuava nel suo sistema di parlar poco. Era ormai presso ai venti anni, e, se avesse voluto, avrebbe potuto destare grandi passioni fra le ragazze del paese; ma era così poco gentile con loro, se ne occupava così poco, che le simpatie, scoraggiate, si smorzavano presto. In complesso, ispirava più soggezione che simpatia. Ma nella tenuta si faceva molto calcolo di Drollino.

Intollerante d'ogni lezione, aveva imparato solo, a furia di volontà tenace, le più ardite prodezze del suo mestiere. Era il primo domatore che vantasse casa d'Astianello. Ahimè! non più d'Astianello... Lantieri! Aveva un metodo tutto suo per venire a capo delle bestie più ribelli, un metodo ch'egli non insegnava ad altri, che aveva appreso, si diceva, da un certo mandriano di tori, mezzo stregone, mezzo zingaro, un pochino contrabbandiere. Può essere che non fosse tutta arte naturale. Si dubitava d'un segreto; d'una specie di malìa. Egli, per non essere seccato, lasciava che questa diceria si perpetuasse nella tenuta; forse lui stesso ignorava come gli venisse fatto di dominare a quel modo, con una specie di forza magnetica, i cavalli più indocili. Voleva! ecco tutto.

Era sempre serio, benchè non si potesse accusarlo di tetraggine o di malumore. E meglio che coi compagni, meglio che colle rusticane beltà della tenuta, egli pareva trovarsi contento nelle solitudini grandiose del piano, dove la sua compagna, quasi inseparabile, era Mia!

Mia era diventata una stupenda giumenta, celebre per la bellezza eccezionale delle sue forme, e per le qualità dell'indole propria. Quando Drollino attraversava i pascoli, cavalcando Mia anche a dorso nudo, i palafrenieri ed i cavallanti interrompevano le loro faccende, per fermarsi ad ammirare quel gruppo magnifico. La riputazione di Mia aveva oltrepassati i limiti della tenuta e vistosissime offerte di compra erano giunte sino a Drollino, ma il giovane rispondeva con un no così brusco e reciso che ormai nessuno più s'attentava a intavolar trattative. Mia era l'orgoglio, la passione di Drollino. Non aveva mai permesso a nessuno di cavalcarla nè di governarla ed era istancabile nell'usarle infinite e delicatissime cure.

Qualche volta le andava mormorando all'orecchio qualche parola, come se ella potesse intenderlo... dargli retta. Si faceva ubbidire senza mai batterla, l'aveva avvezzata ad una straordinaria sensibilità di bocca... Il suo sogno di bambino era esaudito; quella cavalla, era sua, sempre, veramente sua.... No! non sempre.

Un caso esisteva, solo, ma esisteva, in cui la voce di Drollino perdeva ogni prestigio per l'orecchio di Mia. In _quel_ caso, Mia si ribellava. Nulla poteva vincere quella ribellione, non cure, non richiami, non castighi violenti nè scudisciate crudeli. Mia aveva paura dello sparo di un'arme da fuoco.

Una paura insana, delirante, che determinava in lei come l'accesso d'un pazzo orgasmo. Appena udito lo sparo essa partiva a gran carriera, colle nari al vento, con un acuto nitrito di dolore. E per non esser balzati di sella o dal legnetto leggero a cui Drollino soleva talvolta attaccare la sua cavalla, bisognava proprio esser lui, coi suoi garretti ed i suoi polsi d'acciaio. Drollino aveva fatto il fattibile per guarire la povera bestia da quella suscettibilità nervosa dell'udito; ma non era venuto a capo di nulla e Mia in quei momenti, diventava anche per lui una cavalla pericolosa.

Nella tenuta si sapeva di quest'unico difetto di Mia; ma nessuno ardiva tenerne parola a Drollino, da poi che un mozzo malaccorto, per avergli rimproverata con scherno quella codardia della cavalla, s'era buscata... Dio! che tempesta di pugni s'era buscata colui!

* * * * *

Davanti alla piccola stazione pochi contadini attoniti e sbalorditi guardano lo splendido _landeau_ che un cocchiere imponente, guidando quattro massicci cavalli meklemburghesi, fa passeggiare al passo sulla spianata.

Un po' in disparte, un palafreniere in gran livrea frena a stento lo scalpicciare inquieto di una superba giumenta, Mia.

Ogni tanto Drollino la lascia sbizzarrire un po', osservando con occhio malizioso il prudente _dietro front_ del sig. Damelli, agente della casa, ch'è venuto anch'egli ad ossequiare gli sposi e che non pare troppo smanioso di proseguire la sua passeggiata in vicinanza della cavalla. Ma udendo il treno rumoreggiare in lontananza Drollino si mette in guardia e raccoglie le briglie. Il _landeau_ si ferma proprio dirimpetto alla stazione, la locomotiva è visibile e le teste si protendono, curiose.

Un nereggiamento rumoroso s'avvicina velocissimo, traendosi dietro un gran pennacchio di fumo bianco. Si sente una scampanellata, si vede sventolare una bandiera rossa. Mia s'inquieta, sbuffa, accenna ad impennarsi, ma il suo cavaliere le stringe i fianchi come in una morsa di acciaio, mentre colla mano guantata in pelle di daino, accarezza il collo della cavalla, battendo leggermente sulla criniera. Mia si rassegna ed aspetta, ma colle orecchie tese, coi garretti frementi.

Un lungo fischio risuona oltre i cancelli, il treno si ferma e riparte un minuto dopo, ed in mezzo ad un po' di ressa, emerge dalla porta della stazione avanzandosi verso il _landeau_, una giovane e bellissima coppia.

Son dessi!... Gli sposi di otto ore prima.

Drollino la vede subito, la guarda, come trasognato!

Si, è lei... la signorina. Ingrandita, di certo, ma non tanto e sempre quel visino dolcissimo. Com'è pallida!... Ma ora, con quel sorriso sulle labbra, par tal e quale la Milla di otto anni fa!

Porta un gran cappellone, tutto velluto nero e piume nere, un abito inglese, attillato e scuro. Gira attorno uno sguardo, ch'è a un tempo commosso, sgomentato e felice. L'intendente si fa innanzi ad ossequiarla. Essa s'intenerisce.--Ah! signor Damelli, nevvero!... il mio povero Papà...--Sulle palpebre castane spunta una lagrima. Poi la sposa si scuote, sorride, arrossisce, e presenta il signor Damelli a Giuliano... il duca... mio marito. È la prima volta che dice così: «mio marito.» Il qual marito è senza dubbio un bellissimo giovane, non molto grande, grassotto, con una barba d'oro alla nazzarena. I tratti signorili all'estremo, tondi, tendenti al floscio. È amabilissimo col signor Damelli, d'una amabilità languida, che, se si avesse il tempo di studiarla, parrebbe un pochino sprezzante. Ha un non so che di seccato che consola; nel suo sorriso fisso, nell'azzurro acceso dei suoi occhi, si legge una premura insolente d'essere a casa.

Drollino, immobile, snello sulla sua bella cavallona, lo guarda attentamente, scrutando quella nuova faccia di padrone, che non lo soddisfa. Però, con una riflessione degna del suo senno pratico, pensa che per giudicare infallibilmente d'un uomo bisogna prima averlo veduto in sella.

Mentre si caricano i bauli, Milla si guarda attorno per ritrovare quel noto paesaggio. E in questo paesaggio vede la macchietta immobile di un palafreniere a cavallo. Guarda, le pare, non le pare, vede due occhi scintillanti, una faccia bruna:

--Oh!--dice sorridendo, commossa.--Drollino!

Drollino s'inchina profondamente, mentre una fiamma impetuosa arrossa la tinta bruna del suo viso. Milla avvicinandosi, gli dice:

--Oh, Drollino! come ti sei fatto grande!

Poi si ricorda di Mia, e gli chiede di Mia.

--Eccola--dice Drollino, accennando la sua cavalcatura.

Milla stende la mano come per accarezzar Mia, ed entrambi, palafreniere e Duchessa, sorridendo, si ricordano.

Ma i bauli sono caricati, e il Duca s'è sbarazzato del signor Damelli.--Milla! chiama con impazienza. Essa dimentica Drollino, dimentica Mia, li lascia sui due piedi senza salutare, e si avvicina a sua marito, che le offre il braccio, per aiutarla a entrare in carrozza.--Avanti,--ordina il Duca; e sulla strada polverosa, stretta, fiancheggiata dai vasti campi del grano ancor verde, i quattro cavalli trottano rapidi e pomposi. Drollino è rimasto dietro la carrozza, aspettando che una maggior larghezza della via gli permetta di oltrepassar l'attacco. Il _landeau_ è aperto; ed egli vede il cappellone di piume nero e l'elegante berretto scozzese da viaggio farsi vicini uno all'altro, chinandosi, come se volessero intavolare loro la conversazione..., vede delle larghe spalle irrequiete e delle spalluccie fine che tremano un poco.... vedo dei profili in moto, delle labbra che parlano e sorridono. Ma, ad un tratto, il cappellone nero, come se avvertise un pericolo, si tira in là... bruscamente.

Allora il Duca, con un movimento d'impazienza quasi brutale, si volta.--Passa avanti,--dice ruvidamente a Drollino.

Mia si sente a figgere gli sproni nei fiacchi, si sente spinta in un passaggio strettissimo, che corre fra la carrozza ed i campi, a sinistra della via. Passa rapida come un lampo, e Drollino non vede la mano del Duca correre sotto l'ala del cappellone nero e posarsi, imperiosamente morbida, sulla spalla della Duchessa.

Il personale della tenuta era quasi tutto riunito al cancello del viale d'ipocastani. La balia di Milla e la fattoressa piagnucolavano, affettuosamente, parlando della loro piccina che tornava, ed era sposa! Era un sussurrìo continuo di osservazioni, di ricordi, di pronostici.... e il coro non faceva sosta se non quando s'udiva da lungi sulla via il rumore d'un veicolo. Allora le parole si facevano tronche... sommesse... Ora viene... è lei... a momenti... è qui. Ma non era mai lei, e intanto annottava.

Finalmente s'udì un galoppo continuo, concitato... Sono loro di certo. E tutti ritti in punta di piedi, per veder meglio e prima. Ma no... era Drollino.

Lui a briglia sciolta, coi capelli al vento, pareva un indemoniato. Mia era tutta bianca di schiuma. Con due sbalzi, cavalla e cavaliere oltrepassarono il cancello fra le due ali di folla che davanti a quell'arrivo precipitoso s'erano ritirate gridando. Drollino non si fermò a dar spiegazioni, corse via sempre di carriera, e scomparve quasi subito nella direzione dei pascoli.

La carrozza coi quattro cavalli non giunse che venti minuti dopo.

IV.

Alla torre bruna del campanile, l'orologio, serio e grave, annunziava le dieci e mezzo. Il desinare degli sposi era finito da non molto, ed il Duca, parlando languidamente della stanchezza dei viaggio, aveva subito condotto Milla di sopra, della loro stanza.... E la camere illuminate e silenziose, la fuga delle sale a terreno avevano veduto passare quella coppia, taciturna ormai.... sui passi del domestico, che spalancava gli usci. Poi gli usci s'erano chiusi, e non si sentiva rumore di sorta. Il chiasso e l'allegria s'eran concentrati nel tinello della servitù.... dove e vino e motti festosi correvano senza posa in mezzo alle libere risate e alle libere frasi. Ma quella gazzarra schietta e grossolana moriva lì, tra le pareti crudamente bianche di quel locale.

La casa era immersa in un silenzio religioso, come addormentata, nella serenità luminosa della notte. Biancheggiava alta, chiusa, signorile, nel vivo chiaro di luna che, piovendo senza riparo sulla facciata, pareva rivestirla d'un'immensa frescura d'argento. L'ombra della villa spiccava di fianco nerissima, sul verde umido del giardino. In quella luce dolce, senza bagliori, tutto pareva acquistare un forte risalto di contorni, ed il fogliame scuro del viale pareva staccarsi, cesellato, sullo sfondo dell'aria serena, tinta d'un cupo azzurro grigiastro.

Una pace infinita. Attorno al laghetto, nel canneto, qualche breve sussurro di giunchi dondolati da una subita bava di vento notturno; dalla parte del viale, qualche nota smarrita di rosignuolo.... L'aria era pregna d'un odore forte e grato di serenella.... e ve n'era infatti una gran macchia, tutta in fiore, poco discosto....

In mezzo a quella pace e a quel silenzio, una ombra mascolina or s'allungava, or si faceva più corta sulla ghiaia del giardino, a seconda della direzione del corpo che la proiettava. Era l'ombra di Drollino.

Il giovane palafreniere s'era trovato lì senza sapere come, nè perchè.... Quel fracasso infernale del tinello l'aveva stordito; era uscito per respirare un po' d'aria fresca, e camminava in su e in giù sulla grande spianata. Si fermò un momento dietro alla macchia delle serenelle, guardando come trasognato la doppia scalinata che sale sulla facciata della villa e fa capo alla terrazzina del primo piano. Sapeva esser quello l'appartamento destinato agli sposi.

La brezza notturna si mette improvvisamente in moto. Allora tutto quell'arruffio di piante arrampicanti, avvinghiate alla balaustra, s'agita, freme, i fiori oscillano, rizzano le pendule teste sui rami curvati ad arco. Anche loro vogliono vedere: come lui.... Perchè?... Cosa importa ai fiori delle fatali ore umane? E cosa importa a lui, a quel giovane ineducato, mezzo zingaro, mezzo selvaggio, che se la dice e sta coi cavalli più volentieri che coi pari suoi?

La finestra s'aprì impetuosamente. Milla apparve.... lassù sul terrazzino. Non aveva più il suo elegante vestito da viaggio; la sua personcina, minuta, snella, era avvolta in un'ampia _douillette_ di casimirra bianca. E subito, alle spalle di Milla, ecco il Duca.... Milla voltò il visino smarrito verso la luna.... quella vecchia amica di tutte le gioventù! Ma egli no, non lo guardò neppure quel disco pallido e muto.

Parlava, e il vento portava le sue parole, brevi, tronche, come soffocate:

--Ma che idea! vieni, amor mio.... vieni.

Essa rideva, appoggiata, stretta alla balaustra, come una rondine che, in tempo di bufera, si stringe alla gronda.

--Vieni, vieni!--ripeteva il Duca, null'altro che: «vieni.» Ma quella parola vibrava.... ardente.... nell'aria fresca.

Milla lo pregava d'aspettare un momento.

--Oh! Giuliano.... no.... aspetta un momento.... ti prego.... guarda.... com'è bello!

Era smarrita, ansante; guardava quella gran pace di luce smorta, quella divina poesia notturna, che nell'ora suprema della sua esistenza metteva un minuto di suprema poesia d'amore.

Ma il Duca, in quel momento, non aveva nessuna voglia di contemplare la luna, la trovava anzi molto inutile...; non disse più: «vieni,» ma, avanzandosi rapidamente verso Milla, la recinse con un braccio alla vita. Essa non lottò, lasciò andare il capo all'indietro, sinchè lo sentì appoggiato sul petto di lui, ed alzò gli occhi a guardar Giuliano. Allora egli chinò il volto, e le baciò la bocca dando un passo addietro. E così, adagino adagino, con quel metodo, camminando a ritroso, a furia di baci, di sconnesse parole, la ricondusse sulla soglia. Poi sciogliendosi per un momento si voltò repentino a serrar le gelosie, i vetri, le imposte e quanto diavolo c'era.

Di fuori, rimase il lume di luna, così perentoriamente messo alla porta.

E nel lume di luna, la faccia turbata, quasi stravolta di Drollino!

Sua! mormorò il giovane.... E digrignò i denti....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Si guardò attorno. Era precisamente in quel lato del giardino dove, otto anni prima, aveva avvertito l'avvicinarsi dei malfattori. Rivide, colla memoria, quelle tre faccie sinistre sbucanti cautamente dall'oscurità del viale!...

Ma ora, la pace era completa. La facciata della villa taceva nella molle bianchezza che l'illuminava.

Un subito pensiero scosse Drollino. Provò un impulso.... quello di destare ancora, tutti con un grido d'allarme: al ladro.

Ma si trattenne, con uno sforzo violento che gli fece provare come un senso di stringimento alle fauci.... Ah Cris....

Ma non potè finir quella parola... neppur quella...

Allora, come se lo avesse colpito un subito spavento, fuggì rapidamente pel viale e scomparve nell'ombra, sforacchiata dai cerchiolini argentei che piovevano a terra, sotto il traforo del fogliame.

* * * * *

Pochi giorni dopo, il Duca e la Duchessa vennero, in carrozza s'intende, a visitare i pascoli. Le puledrine erravano, sgambettando attorno alle madri, che posatamente pascevano, alzando ogni tanto le teste per guardare, con quei loro occhi calmi e profondi, l'orizzonte sereno del piano. Qualche gaio nitrito echeggiava qua e là nelle mandrie e le grandi biche del fieno maggengo profumavano l'atmosfera, accanto ai casolari.

Drollino, osservava con piena soddisfazione l'equipaggio, una leggiadra _vittoria_ attaccata a due nervosi cavalli ungaresi. Stava un po' in disparte, di fianco alla carrozza. Che cosa curiosa era mai quella Duchessa! La sua piccola persona scompariva quasi nell'ampiezza della vittoria e nell'intricata vicenda di trine bianche e _thibel_ grigio tenero della sua stupenda _toilette_ di primavera, ma la bianchezza dell'incarnato, la delicatezza squisita dell'ovale e la grazia soave della fisonomia componevano nello sfondo roseo dell'ombrellino aperto, un quadretto supremamente gentile. Essa non aveva più l'aria sgomentata; era un po' pallida, ma su quel passeggiero abbattimento dei tratti, che dolcezza infinita di contento, che luce ridente, quanto raggio di gioia, d'un orgoglio nuovo, appassionato! Un sorriso lievemente estatico le posava sulle labbra ed ella riusciva a gran stento a strappare ogni tanto dal volto del Duca il suo sguardo, invincibilmente affascinato.

Il Duca, quieto, ilare e molto bello, nel suo elegante _tout de même_ inglese, rispondeva ad intervalli alla involontaria fissità degli sguardi di lei, con certe rapide e molli carezze dell'occhio. E con una compiacenza, non meno paga e sincera, guardava pure i cavalli che il capo di scuderia gli andava accennando e che i mozzi della tenuta facevano passeggiare avanti e indietro a fianco della _vittoria_.

Egli li esaminava, socchiudendo per vederci meglio, uno dei suoi splendidi occhi azzurri.

Faceva il possibile onde persuadere gli astanti d'essere al fatto di quanto costituisce la difficile arte dell'allevamento equino, ma le sue cognizioni in proposito, limitate al dispendioso sì, ma ristretto _dilettantismo_ dei più dei giovanotti eleganti, non impedivano che ogni tanto gli scappassero detti certi maestosi strafalcioni, che la Duchessa aveva per vangelo, ma che sortivano un ben altro effetto presso gli altri. Qualche sorrisetto spuntava qua e là sui volti abbronzati; mozzi e palafrenieri scambiavano certi sguardi, ch'erano vere salve di canzonatura. Il Duca non se ne accorse, e incoraggiato da un intimo sentimento della propria disinvoltura, volle scendere, per scegliere un cavallo da sella, ch'egli destinerebbe al suo uso particolare.

Ne provò parecchi e dei migliori, ma su tutti trovò a ridire. Questo aveva la bocca dura, quello il trotto ineguale.... quell'altro l'andatura sgarbata.... Alla lunga, s'impazientì. A lui non piacevano.... ecco!... era abituato a ben altri _soggetti_.... Già; con queste benedette razze italiane, è inutile, ci sarebbero sempre degli inconvenienti! E anche le mandre, i riparti, i pascoli lasciavano molto a desiderare.... Penserebbe, provvederebbe lui; ci voleva un altro impianto; ecco cosa ci voleva!

A un tratto gli venne veduta, un po' in lontananza una cavalla alta, di stupende forme, con una testa fina, delle gambe sottili e nervose, un collo elegantissimo, sul quale i turgidi meandri delle vene spiccavano in nitido risalto. La cavalla stava immobile, in una posa felicissima e atta a far valere la classica bellezza delle sue linee.

--To! pensò il Duca! ecco il caso mio.

Si voltò verso l'intendente e gli disse accennando quella cavalla:--Ecco un discreto prodotto; come si chiama?

--Mia!--rispose dietro alla _vittoria_ una voce giovane e vibrata.

Il Duca si voltò e vide che chi aveva detto quel nome era uno dei cavallari. Per cui, senza rispondere a colui, si rivolse nuovamente all'agente:

--Che nome ridicolo.... Dev'essere una buona bestia.... Amerei vederla in moto.

D'un salto, e benchè Mia non fosse sellata, Drollino le fu in groppa. Sciolse la cavezza, e si mise in moto. Con due o tre monosillabi fece prendere successivamente alla cavalla il trotto, il galoppo, saltar una barriera, fermarsi repentina, poi tornare scambiettando al sito donde avea prese le mosse. E tutto questo fu compiuto in un momento, con una maestria, una sveltezza, una _bravura_ ammirabili.

--Bravo, Drollino!--sclamò la Duchessa con entusiasmo e guardando suo marito per vedere l'_effetto_ che sortiva in lui lo spettacolo della valentìa di Drollino.

Ma il Duca non si degnò di esprimere la sua soddisfazione. Ordinò che sellassero la cavalla; voleva provarla.

L'intendente rimase un po' imbarazzato.

--Veramente.... signor Duca....

--Cosa?--chiese brusco il padrone.

--Ecco.... signor Duca.... certamente..., si figuri.... ma vede, quella cavalla.... sicuro.... è bensì un prodotto della tenuta, ma non appartiene propriamente alla tenuta.

--No? e di chi è?...

--Mia!--disse tranquillamente Drollino, che, disceso di sella, stava ritto accanto alla cavalla, guardando fisso il Duca.

--Ah!--rispose questi con suprema indifferenza.

Risalì in carrozza e si rivolse di nuovo al signor Damelli:

--Come mai si permette a un addetto alla tenuta di tener cavalli proprii?...

Damelli tentò una specie di giustificazione.

--Era stato il fu signor Principe, in ricompensa d'un importante servigio....

--Queste sono irregolarità--interruppe il Duca--cose che non dovrebbero accadere. Mi avvedo che ci sono varie riforme da fare in questa tenuta. Provvederemo, provvederemo.

Il signor Damelli, più ossequioso che mai, si affrettava a scappellare, vedendo che il Duca si disponeva a dar l'ordine di partenza. Ma i fastidi del buon intendente non eran finiti. Il Duca gli fè segno d'accostarsi, e gli disse abbassando la voce:--Caro signor Damelli, ella ha l'incarico di pagare a quel ragazzo il valore della cavalla e di farla condurre stasera in scuderia.

--Avanti--ordinò poscia al cocchiere; e la carrozza si mosse in mezzo ai saluti ossequiosi dei dipendenti.

Ma, appena rizzate, quasi tutte le teste ebbero un dondolìo: il nuovo padrone non era riescito simpatico a nessuno, e lo si giudicava severamente. Che boria! che fare sprezzante! E che bel modo di stare in sella! com'era sgarbato a cavallo! che personale tozzo, che corporatura floscia, molle! A loro non pareva neppur bello di viso con quella faccia bianca e grassa, quegli occhi di vetro celeste, e quel barbone biondo! La Duchessa, quella sì...; a lei, ch'era una donna, stava bene il visino bianco. E com'era contenta, come sorrideva, come conosceva tutti! S'era ricordata persino d'un vecchio mozzo che una volta, quand'essa era piccina, le aveva fatto fare il giro del giardino sulla carretta del fieno! Ah! che povera idea aveva avuta la signorina d'innamorarsi di quel biondone spiantato che non sapeva far altro che criticare a diritto e a rovescio.