Mia: Romanzo

Part 2

Chapter 2 3,759 words Public domain Markdown

--Cosa sarà?--disse il ragazzo insospettito ma senza paura. Era già nell'ombra; vi rimase, anzi s'ingolfò meglio nel buio, passando dietro una gran macchia di ortensie e coll'acutissimo sguardo prese a indagare, per quanto gli riesciva, il vasto sfondo del viale. Non andò guari che un secondo fischio, ma stavolta appena percettibile all'udito, gli giunse da quella direzione. Poi vide confusamente un gruppo di due o tre persone camminare lente, con somma cautela, verso il fianco settentrionale della villa.... dove per l'appunto si trovavano le dispense e i tinelli della servitù. Drollino indovinò che quella silenziosa comitiva erano ladri.

Non si sgomentò, non smarrì nessuna delle sue facoltà. Senti un'acre gioia di averli veduti, di potere sventar i loro progetti.--Ah! birbanti!--pensò con trasporto....--or ora vi servo io!...

Svoltò l'angolo della villa, si mise pel fossatello, e, scivolando come una serpe per l'erba agitata dal vento, fu in un lampo alla corte rustica. Svegliò il fattore, un vecchio animoso, che alla sua volta destò e fece armare frettolosamente cinque o sei dei più arditi famigli. Guidata da Drollino, la piccola comitiva avviata a sorprendere i malviventi si recò nel luogo accennato dal fanciullo. Allorchè vi giunse, i ladri, che non si erano ancor avveduti di nulla, erano già intenti a smovere l'inferriata d'una delle finestre a terreno, in faccia ad un corritoio che metteva capo al tinello, dove alla sera si rinserrava l'argenteria.

Drollino capitanò la schiera dei famigli sino al riparo d'una vicina macchia d'oleandri; poi si spinse solo, strisciando come un rettile, finchè giunse quasi accanto ai ladri. Allora si voltò, accennando ai suoi di farsi avanti. Ma in quel momento volle fatalità che la luna, liberandosi inaspettatamente dalle nubi, piovesse sul mistero muto di quella scena una viva striscia di luce mercè la quale il viso da zingaro di Drollino e la sua mano alzata a far cenno, riusciron visibili ai ladri.

Questi, lasciata sul momento l'inferriata, si diedero a fuggire precipitosamente. Allora, nel silenzio della notte, si sentì, acuta, stridula, rapida come lo scoppio d'un razzo, la voce di Drollino che mandava il grido d'allarme «Ai ladri!» E gridando, s'era lanciato su quello dei malfattori che gli stava più vicino e gli si era appeso ad un braccio facendosi, nella fuga precipitosa di colui, trascinare come un peso morto. Il cane di guardia abbaiava a squarciagola, i contadini inseguivano correndo; s'era alzato un baccano incredibile.

A un tratto si vide un lampo, s'udì uno sparo, cui tenne dietro un grido acutissimo. I fuggitivi erano incalzati da vicino, ma due di questi riescirono a porsi in salvo; il terzo, quello a cui s'era avvinghiato Drollino, e che per isbarazzarsene gli aveva sparato addosso un colpo di pistola, fu preso. Ma il fanciullo giaceva inerte sul terreno.

Non morto però, nè moribondo. La palla s'era acquartierata in un polpaccio rispettando le ossa. Gli venne estratta la notte stessa ed egli rimase l'eroe incontrastato dell'avventura.

Il Principe venne a trovarlo nello stanzino del portinaio; s'accostò al letto, disse un sonoro «bravo», e cacciò la mano sotto il lenzuolo per sentire il parere del polso. C'era un po' di febbre, naturalmente, ma nulla di grave.

L'eroe era debole assai, ma grato, superbo di aver meritato tanti onori e sopratutto una visita del Principe. Al padre che gli chiedeva più tardi se nel momento terribile non avesse avuto paura, rispose coscienziosamente di no.--Cioè--corresse un momento dopo--ho avuto paura di due cose: che mettessero fuoco alle scuderie e che destassero la signorina Milla!

Rimase a letto per una ventina di giorni. Il Principe non s'era accontentato dell'elogio fattogli in quella notte memorabile. Mandava ogni giorno a prender sue notizie e volle che fosse per tutto il tempo della malattia nutrito a spese della casa. Poi un bel mattino, quando seppe che era proprio guarito, lo mandò a chiamare.

Drollino venne subito accompagnato da suo padre. Era ancora assai debole; il sangue perso e quei venti giorni di letto l'avevano infiacchito assai; era magrissimo e aveva le labbra smorte. Il cuore gli batteva forte e le gambe gli tremavano un poco mentre attraversava la lunga infilata delle sale a terreno. Il Principe stava ad aspettarli nel salotto chinese e vicino a lui c'era Milla vestita di bianco come al solito, coi begli occhioni azzurri spalancati, per contemplar meglio l'eroe di quella misteriosa nottata.

A dir vero, siccome essa dormiva placidamente quand'era accaduto tutto quel tramestìo, non sapeva bene cosa fosse stato; ma dai discorsi di Miss Spring, entusiasta del _fiery boy_, s'era capacitata che Drollino aveva fatto qualche cosa di straordinario. E perciò lo guardava ammirata, un po' impaurita forse da quella magrezza e da quel pallore eccessivo.

Il ragazzo non era punto vanaglorioso in quel momento; tremava e avrebbe voluto essere altrove; il Principe gli faceva animo parlando in tono scherzoso del fatto; chiedendo particolari. Ogni, tanto il padre metteva bocca anche lui e Milla guardava, guardava.

--Milla--disse a un tratto il Principe, con una serietà affettata,--e tu non dici nulla a questo tuo compagno che è stato così coraggioso? Orsù, fagli i tuoi mirallegro.

Pare che i mirallegro non fossero il forte della bambina; stava lì attenta, immobile, senza parlare. Poi, a un tratto, stese timidamente una manina, che Drollino non accennava per nulla di prendere.

--Ho capito--disse il Principe, ridendo.--Tu, Drollino, vieni qua e tu, Milla, falla finita e dagli un bacio.

Drollino, il coraggioso! non era più pallido; era rosso rosso, e non si moveva. Fu dessa a moversi, ad andargli incontro sorridendo, cercando, colle labbruzze strette, riunite all'insù, le labbra pallide del fanciullo, che, vergognandosi, si schermiva. Le trine del candido abitino di mussola si gualcivano al contatto della rude fustagnina di Drollino.

Miss Spring, presente a quella scena, stava perplessa fra uno _shocking_ e un _darling_; ma il Principe rideva di gran cuore. E il bacio, un po' per amore, un po' per forza, fu ricambiato.

--Oh!--disse il Principe--così va bene. Ma ora è giusto che abbi, oltre a questo, un compenso più duraturo. E voglio lasciarne la scelta a te. Dì su, ragazzo, cosa vuoi?

Sulle prime Drollino parve non capire. Poi, quand'ebbe afferrato il senso della frase, quando capì che forse potrebbe ardire, ardire assai, si fece di bragia, gli occhi gli scintillarono in fronte, sulla sua mobile fisonomia si dipinse l'ansia d'un supremo desiderio.

Ma non seppe parlare.

Non gli riesciva.... l'idea della sua ambizione lo atterriva.... No, no.... era impossibile.... era impossibile.... era troppo.

Il padre, cogli sguardi, col gesto, gli faceva animo; ma egli non guardava suo padre e respirava a stento.

--Orsù, disse il Principe impazientito--hai capito di parlare? vuoi farmi star qui tutta la mattina?

Drollino non aveva certo una così perversa intenzione; si sforzava, poveretto, a parlare; ma la parola strozzata dall'inquietudine, gli moriva in gola.

--Papà--disse timida, ma pronta, la bambina, tirando la manica della giacchetta indossata dal padre--vuoi che te lo dica io... cosa desidera Drollino?

Il Principe si mise a ridere.

--Tu?... ma cosa vuoi sapere tu, pettegolina che sei?

Essa non si offese. Insistette, armeggiando in siffatto modo colle manine che il Principe dovette chinarsi e ascoltare le sue sommesse parole.

--Vuole la puledrina di Rowena, quella che era appena nata quando successe la storia....

--Oh!--rispose forte il Principe, alzandosi e squadrando Drollino con un fare canzonatorio...--Vuole la puledrina di Rowena, eh! questo monello!

Drollino tremava come una foglia. Ecco che l'avevan tradito! E ora.... lo caccerebbero di casa, naturalmente, per punirlo di aver osato tanto.

Ma il Principe non parlò di scacciarlo. Trovava quell'ambizione un po' audace, ma giusta. Non si adirò per nulla, e, dopo essersi divertito un momento delle visibili angoscie del ragazzo, le troncò d'improvviso, dicendo che avrebbe dati lui stesso gli ordini necessari perchè la puledrina gli fosse consegnata.

--Ma--soggiunse--ci hai pensato bene? Non vorrei poi che nelle tue mani quella povera bestia....

Non finì; s'avvide che ogni raccomandazione era superflua. La faccia di Drollino sfolgorava. Egli non seppe ringraziare nè il padrone, nè la Milla; ma da questa a quello scoccò rapidamente uno sguardo impetuoso, esaltato. Volle bensì parlare, ma proprio non gli venne fatto. E il Principe rimase contento, e disse a Milla ch'era una cara pettegolina, e che, giacchè sapeva indovinar così bene, più tardi sarebbe riuscita a condurre suo marito pel naso.

La Milla non capiva bene la profondità di questa frase, ma non ardì chiedere altro. Rimase contenta anch'essa, benchè le toccasse d'avvedersi, fra non molto, di non averci punto guadagnato personalmente, colla sua intercessione fortunata. Drollino, dacchè aveva la puledra, trascurava Milla indegnamente, era sempre in scuderia, e non scappava più a giocare sul viale, all'ombra degli ipocastani.

--Che bestia!--disse, la sera dopo, un vecchio stalliere ad un camerata.--Chiedere una puledra, mentre avrebbe potuto farsi una sorte! Ma già, è sempre stato un disperato colui! E ora, cosa fa?

--Oh!--rispose l'altro, mutando quartiere alla sua cicca--è in scuderia, da ier sera. Non è uscito neppur pel desinare, e seguita a ripetere: «È mia, è mia!»

--Dovrebbe chiamarla Mia!--disse burlando lo stalliere.--Domani glielo dico.

--Perchè no?--rispose fieramente Drollino, quando udì quella proposta, fatta in tono di scherno.--È mia! sapete?

--È matto,--dissero ridendo i mozzi e gli stallieri.--Ma la puledrina aveva un nome ormai.

E, prima per chiasso, poi sul serio, venne chiamata così.

La neve cominciò presto quell'anno, e Astianello prese un'aria malinconica, nella campagna, fatta brulla dal verno. Le caccie eran finite, le brigate disperse; i cavalli dovevano esser ferrati a ghiaccio, il casone non era guari riparato dal freddo, e il Principe si annoiava.

Ma, benchè si annoiasse seriamente, non gli passò neppur pel capo di prender moglie. Bensì gli venne in mente d'andare a passar l'inverno a Parigi.

D'altra parte, era ormai tempo di mettere la Milla in collegio. E il collegio c'era, bell'e pronto. Un austero convento, celebre come educandato, e dove delle monache aristocratiche insegnavano un monte di belle cose a una falange non meno aristocratica di signorine. Il convento era a Torino, e quella santa regina di Maria Adelaide, quand'era viva, ci andava di frequente. La superiora era una cugina in secondo grado del Principe. Milla non poteva esser meglio raccomandata, nè completare, sotto auspici più favorevoli, l'educazione iniziata dalla povera Miss Spring. Affrettiamoci a dire che Miss Spring aveva in vista, per consolarsi del dolore di quella separazione, l'immediato avvicinarsi d'una: _sacra alleanza_ con un coraggioso, ma non estetico, ministro della chiesa anglicana. L'intrepido brittanno, a 65 anni, sposava Miss Spring. Ma la Milla, che non era provveduta di siffatte prospettive consolanti, non si poteva dar pace di dover lasciare il padre, Astianello e il suo amore irlandese. Di tutto le rincresceva, persino di Drollino. Era proprio sconsolata, quando ci pensava. E ci pensava spesso... così bambina com'era....

E in paese, che dispiacere per tutti... I padroni andavano via... davvero?... Il Principe sarebbe tornato a primavera, ma la bimba no; andava in un convento lontano, e non sarebbe tornata che dopo varii anni. La fattora lagrimava, la giardiniera anche lei, la guardarobiera aveva gli occhi rossi... tutti dicevano: «Va via la _nostra_ signorina,» con un'aria triste, sinceramente triste....

Bisognava vedere quanta gente s'era riunita in corte, sotto il portico, appiè dello scalone, la mattina della partenza, mentre in scuderia si rivestivano dei finimenti i cavalli che stavan per essere attaccati al _landau_. E la piccina, avvolta nel suo mantellone foderato di pelliccia, col visino mezzo smarrito nella felpa bianca della cappottina da viaggio, coll'aria confusa, cogli occhi rossi, riceveva con affettuosa gratitudine quei saluti, quegli omaggi, e andava ripetendo: «Addio, arrivederci, grazie,» colla voce proprio commossa. A un tratto le si fece davanti il suo compagno di gioco, Drollino!

Anch'egli aveva la faccia malinconica. Sulle prime pareva che volesse dir tante cose; ma poi si morse le labbra, e disse solamente: «Buon viaggio.»

--Addio,--disse affettuosamente la Milla. E togliendo dal guantino una manina, microscopica nel suo guanto di flanella bianca, gliela porse. Egli non la baciò; la prese un momento fra le sue; poi non si ricordò neppure che avrebbe potuto stringerla, e la lasciò andare.

I due bambini si guardarono un momento in silenzio, con una certa voglia di piangere; soli, avrebbero pianto... forse...

--Ricordati!--disse subitamente Milla.

Egli si fece rosso, e scosse energicamente il capo. No, non le avrebbe dette più quelle brutte parole.

Si compresero, e sorrisero.

--Salutami Mia...--continuò gravemente la bimba.

--Vieni Milla,--chiamò il Principe.--È attaccato.

Drollino si mise a correre disperatamente lungo il viale. Giunse al cancello, trafelato, ma in tempo per vedere a passar la carrozza... per gettare nell'interno di questa uno sguardo profondo. Dietro il cristallo alzato, si vide per un secondo una manina bianca che salutava. L'agente, che era anch'esso venuto sin lì, prese per sè quel saluto, e scappellò profondamente. Era molto lusingato, e Drollino, accanto a lui, teneva dietro collo sguardo alla carrozza, che si faceva già piccina piccina sulla neve della strada.

Stavolta gli onori e i rimpianti della partenza erano stati tutti quanti per Milla, che non sarebbe tornata più per tanti anni. Il Principe aveva detto gaiamente: «Arrivederci questa primavera,» e nessuno s'era creduto in obbligo di commuoversi per lui. Pure l'assenza sua doveva essere ben più lunga di quella di Milla, doveva prolungarsi sinchè i mesi diventassero anni, gli anni secoli, e i secoli eternità. I suoi agenti, i suoi cocchieri, i suoi cavallanti l'avevano veduto per l'ultima volta. Morì a Parigi, sul finire dell'inverno, d'un malore acutissimo, mentre la Milla, nel suo grandioso e signorile convento, cominciava ad abituarsi a quella vita di reclusa, a farsi adorare dalle sue compagne, e a innamorarsi perdutamente della superiora, di sette suore, di due converse e di quattordici compagne, e parlava di farsi monaca per star sempre con loro.

E così avvenne che, per otto anni seguiti, la grandiosa villa rimase chiusa. Invano, nel giardino ridente, i fiori olezzarono instancabili; invano nella serra maturarono gli ananassi; invano l'allevamento equino diede lietissimi risultati. Nessuno venne ad abitare quelle camere, sempre chiuse, coll'atmosfera greve d'un odore di muffa e di tarlo. Gli agenti soltanto andavano e venivano per conto dell'attuale proprietaria di tutte quelle immense ricchezze; e questa era un'educanda umile ed affettuosa, che non sapeva nulla del mondo e della vita, e aveva un cuore grande grande, grande, e una statura piccina, piccina, piccina....

II.

--Ouff!--disse il Duca Giuliano, uscendo dal _boudoir_ di velluto color pesca a garofani di raso granata--ouff!... La signora di Rèmusat, nelle sue agro-dolci _Memorie del primo Impero_, ci narra come Napoleone si divertisse un giorno a mistificare crudelmente alcuni dei suoi più intimi cortigiani, chiedendo loro cosa direbbe il mondo s'egli, l'Imperatore, avesse a scomparire d'un tratto. E nell'imbarazzo generale che susseguì a quella domanda, la risposta suonò repentina, dalla bocca stessa che aveva posata la questione:--Sapete cosa direbbe il mondo?... direbbe: ouff!...

Ora, date le debite proporzioni fra l'impero di un Bonaparte e quello di una brillante Baronessa, può essere che l'ouff di Giuliano rappresentasse del pari un sospirone di sollievo. Può essere che egli avesse preventivamente desiderato di lanciarlo così ai quattro venti; può essere che, entrando schiavo in quel tepido gabinetto, egli avesse in animo d'uscirne libero; può essere che la perifrasi gentile, destinata a velare l'odiosità d'un «basta,» fosse stata detta da lui e non da lei... A malgrado però di tutte queste supposizioni, è cosa positiva che il duca Giuliano si fermò un momento nell'andito-serra, e rimase immobile accanto a un grande _arum_. Si fermò coll'orecchio teso, coll'occhio attento, come aspettando. Un minuto completo, non la parte di un minuto. Ma non udì nulla. Non voce angosciosa che chiamasse, non rumore sommesso di singhiozzi, non strepito di seggiole smosse, non tonfo di caduta... Nemmeno una scampanellata... per chiamar la cameriera col _flacon_ del sale volatile. Si voltò anche a guardare la porta ch'egli aveva testè serrata, ma, dietro ai vetri, non passò la più lieve ombra.

Allora Giuliano diede un'energica crollata di spalle, si mise con passo risoluto per la lunga infilata delle sale, raggiunse l'anticamera, e scese allegro la scala di marmo, salutando beffardamente il paffuto angiolo di stucco bianco che, recando sempre fra le mani il tulipano di vetro del lume a gas, s'era tante e tante volte veduto passare davanti quel bellissimo giovane.

La novella, la grande novella del giorno, fu pronta a percorrere tutta Torino. In capo a qualche ora, nessuno dell'_high life_ cittadina ignorava che il Duca Giuliano Lantieri aveva riacquistata la sua libertà.

Allo spettacolo del Regio, quella sera, ci fu nei palchetti e nelle poltrone un po' d'irrequietezza. Molti cannocchiali erano appuntati, non già verso il palco scenico, dove _Mignon_ chiedeva dolcemente in italiano, col pensiero di Goethe e colla musica di Thomas: _Kennst du das Land?_; ma bensì verso un palco in seconda fila, occupato da una splendida figura di donna non più giovanissima, ma di quelle che hanno il privilegio di percorrere nella vita due o tre giovinezze consecutive. La Baronessa Olga, benchè russa, era bruna di capelli. Era vigorosa, non molto grande, con delle forme splendide, e una fisonomia affatto straniera, non bella forse, ma ricca d'un certo fascino irritante. Aveva il naso piccolo, un po' camuso, una bocca quasi da mora, grande, sana, ridente, con dei denti che parevano quasi fulgidi nella loro bianchezza di smalto e all'ombra di quelle labbra tumide, violenti di forma, di colorito, d'espressione.

Dirimpetto a lei, al posto spesso occupato da Giuliano, brillava l'insipida figura d'un Viscontino francese. Furono osservate varie cose: primo, che la Baronessa Olga era più bella che mai; secondo, che aveva una _toilette_ nuova; terzo, che serbava quella tal aria serena, di buon umore, che la rendeva adorabile; quarto, che aveva precisamente i modi, la maniera di guardare delle altre sere; quinto, che il suo palco fu affollatissimo. Giuliano, quella sera, venne in teatro, s'adagiò nella sua poltrona, andò a far visite nei palchi delle signore di sua conoscenza. Non andò nel palco della Baronessa, ecco tutto.

Ma al _Fiorio_, dopo il teatro, quante se ne dissero!... Tutti sapevano il perchè di quella rottura... era un motivo frivolo, dietro il quale si celava forse un reciproco senso di stanchezza. Generalmente, si approvava Giuliano e la sua ribellione. La Baronessa aveva qualche anno più di lui, e, a dir vero, viaggiava troppo. Un signore, autorità vecchia, ma incontestata, di quel formidabile palazzo di giustizia, fu il solo a sostenere che Giuliano aveva fatto uno sproposito, enorme. Gli altri insistevano: diavolo! si sapeva positivamente che la Baronessa aveva 6 o 7 anni più di Giuliano. Ma il vecchio si ostinava. Ne avesse dieci o quindici di più! era pur sempre la sola donna che Giuliano _potesse_ amare.

--Perchè, perchè?--chiesero tutti a una voce.

--Ah!--rispose il vecchio con uno di quei sorrisi brevi, che alla lunga dovrebbero corrodere le labbra che li recano, tanto sono acri, incisivi, mordaci.

--Povero Giuliano!--disse qualcuno--cosa farà ora?

E fu la fine.

Giuliano non fece nulla di straordinario per celebrare l'era della sua riacquistata indipendenza. Si vide più festeggiato, più accolto, più ben voluto che mai. Passò un carnevale delizioso, si divertì, fu amabile, evitò ogni laccio, si congratulò molto con sè stesso, e accompagnò a teatro due o tre volte la sua vecchia mamma. Un giorno, un'idea bizzarra gli passò per la mente: «Se prendessi moglie?»

Ma la scacciò subito subito, come una tentazione.

Ora aveva la sua libertà e voleva goderla.

Goderla, ma come? Se avesse avuta una gran fortuna, ecco, sarebbe andato a Parigi! E invece suo padre gli aveva lasciato un patrimonio discreto, ma nulla più, e lui stesso, sicuro, un po' aveva speso... si sa. Divini quei tre anni nei lacci della baronessa Olga! ma era proprio una cosa curiosa il vedere quanto alla Baronessa Olga piacessero i dolci, le statuine di Saxe, le tazze di _vieux Vienne_, le rose durante l'inverno, le camelie in estate, i viaggi in primavera e in autunno, e le gite in tutte le stagioni. Eh! non c'era che dire, in quel patrimonio s'era fatto una gran buca! Come colmarla? E qui l'idea della dote tornò in campo; odiosa, a dir vero, nella sua arcigna fisionomia d'espediente. Il Duca la mandò via risoluto; ma quella passò soltanto l'uscio, e si celò dietro un battente, aspettando.

La libertà... celeste cosa! Ma, un giorno, Giuliano andò sulle furie con sè stesso, perchè uscendo alla sera, senz'avvedersene s'era messo per la via che conduceva alla dimora della Baronessa. Provò un gran dispetto, imbizzì colla forza cieca dell'abitudine. No.... diavolo, no.... E in quel giorno fu del parere del marchese Colombi, che le accademie si fanno o non si fanno.

Ma, passata la prima gioia della sua liberazione, questa cominciò a parergli uno strano arnese, come una foggia troppo attillata d'abito o di cappello, in cui egli si sentisse un po' a disagio.

Certe ore gli parevano lente assai. Il disordine sistematico lo seccava alla lunga, e non si trovava abbastanza ricco per organizzare attorno a sè un lusso di vizio quale l'avrebbe inteso, in omaggio ai suoi gusti raffinati e dispendiosi. Ricominciare ancora, tornare nella stessa direzione, mettendosi per altro sentiero?... Chè.... non valeva la spesa; allora, tanto valeva continuare a quell'altro modo. Tornar da capo è noioso, e non tutte le belle signore hanno un marito dotato di un carattere buono e conciliante, quale la Provvidenza l'aveva impartito al barone Dornelli. E quel benedetto tirocinio.... che cosa seccante! Prendersi un'altra volta la briga d'innamorarsi! Già, egli non si sentiva fatto per le difficili fasi d'una grande passione; per lui ci voleva proprio l'amore d'oggigiorno, piano, senza complicazioni, ben educato. Era tanto pigro, tanto indolente quel Giuliano! Anzi, era uno dei suoi pregi, dei suoi mezzi di seduzione quella sua indolenza languida, dolce, gentile, che si tradiva nei suoi modi, nella sua voce, fin nei suoi sguardi, che dava alla sua sana bellezza bionda un carattere speciale. La Baronessa lo chiamava creolo..., e quella disinvoltura che aveva l'arte di ridurre tutto a un'espressione placida, facile, elementare, schiva-fatica, armonizzava, forse per forza di contrasto, colla tempra insolentemente energica di quella donna. Però l'aveva voluto e serbato schiavo sino al momento in cui gli aveva concesso di ribellarsi. Le era parso che qualcun altro l'avrebbe meglio, o solo altrimenti, divertita. E ora, egli non ci voleva tornare laggiù in quel gabinetto color pesca a fiori di granata, non ci voleva tornare. E non ci tornò.

Siccome era creolo, così accadeva qualche volta che la sua stupenda vesta da camera orientale avvolgesse tuttora le sue forme da Apollo impinguato, in quell'ora privilegiata durante la quale la gente per bene esce di casa e popola i Portici, via di Po e il Corso. Allora accendeva un _chibouk_ e sfogliazzava un romanzo. Ma tant'è eran lunghette quelle ore.