Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 9

Chapter 93,496 wordsPublic domain

E il Confalonieri agisce. Raduna un gruppo d'amici, colti, operosi, devotissimi all'Italia ed a lui. Si mettono a patrocinare nuove idee, ad iniziare progressi nuovi, introducono macchine per lavorare il lino, assettano la prima filanda a vapore, fanno solcare da un piroscafo di prova il lago di Pusiano, tentano in un palazzo di Milano[37] il primo esperimento d'illuminazione a gas. Il Confalonieri chiede al governo il permesso di aprire scuole popolari fondate sul sistema del mutuo insegnamento; sistema allora molto in voga per iniziative inglesi e francesi, ma del quale, come sovente, poteva rivendicarsi l'invenzione ad un nostro italiano, quel Castellino di Lecco la cui memoria è ricordata da una lapide municipale sopra una casa della via Alessandro Manzoni.

Il Governo accordava dapprima volentieri il permesso, ma poi, sospettoso degli scopi e visto il gran numero di scuole che si fondavano, ritirò l'autorizzazione e ne decretò la chiusura. Intanto, la novità aveva servito ad allacciare molte relazioni, ad agitare questioni d'istruzione pubblica, a mettere in evidenza la cultura e l'amor del paese che nutrivano i liberali. Il Confalonieri s'era posto in corrispondenza per tali imprese con uomini distinti d'ogni parte d'Italia, col Mompiani di Brescia, col conte Giovanni Arrivabene di Mantova; s'era fatto presentare per lettera da Gino Capponi a Carlo Alberto, principe di Carignano.

Per allargare e rassodare questo movimento di spiriti che doveva, secondo i suoi promotori, preludere a rinnovazioni politiche, si fondò un giornale, il _Conciliatore_; macchina di nazionalità e di progresso, di cui s'era avuto cinquant'anni prima l'inspirazione nel _Caffè_, e di cui si avrebbe avuto trent'anni dopo nel _Crepuscolo_ una gloriosa ripetizione.

Il conte Luigi Porro-Lambertenghi era il braccio destro di Confalonieri in tutto questo tramestio. Anzi fu lui che sostenne le spese della pubblicazione e ne diresse gli andamenti. E con lui sul _Conciliatore_ scrivevano, con pensieri rinnovatori, Gian Domenico Romagnosi, Giuseppe Niccolini, Silvio Pellico, Lodovico De Breme, il Sismondi, Ermes Visconti, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene, Giovanni Rasori, Filippo Ugoni, Giovanni Berchet, tutto lo stato maggiore dell'ingegno lombardo, da cui sarebbero usciti i martiri e gli esuli del patriotismo.

Questo simpatico sodalizio ridava a Milano un po' di tono; si usciva ancora una volta dai discorsi volgari per muoversi in un'atmosfera di novità intellettuali[38]; in casa Trivulzio, in casa Porro, in casa Confalonieri, in casa Ciani, in casa Arconati si raccoglievano a piacevoli e dotte conversazioni i più distinti e i più intelligenti cittadini; non vi mancavano illustri stranieri, che ricercavano con premura l'ingresso a quei circoli, — e lord Byron e M. Necker e lord Brougham e Schlegel e il chimico Davy e il duca di Richelieu. Lo stesso comandante supremo dell'esercito austriaco in Italia, il maresciallo Bubna, frequentava quelle sale del patriziato; dacchè era e si manifestava volentieri uomo di progresso; e nel paese, piuttosto che l'elemento militare, si avversava in quell'epoca l'elemento civile austriaco, perchè il vero colpevole delle smentite promesse e degli abusi della polizia.

Questa non tardò infatti a fermare il moto e a perseguitare i motori.

Nell'ottobre del 1819, il _Conciliatore_ veniva soppresso; nell'ottobre dell'anno successivo, si arrestavano Pellico, Gioja, Romagnosi, — il processo dei Carbonari — e non s'era che al principio; l'anno seguente, le carceri si riaprivano per nuovi illustri, e cominciava il mostruoso processo dei Federati.

A questa setta avevano politicamente aderito il Confalonieri e gli amici suoi lombardi; mentre la Carbonerìa aveva maggiormente invaso le Provincie venete, marchigiane e napoletane.

In queste ultime l'insurrezione era scoppiata nell'estate del 1820, e nell'inverno successivo cominciava a rumoreggiare in Piemonte.

Sui primi di marzo, parte da Parigi per Torino il principe Della Cisterna, gentiluomo nobilissimo e rispettabile, padre di quella che fu regina di Spagna e consorte ad Amedeo di Savoja. Un avviso segreto al conte Lodi, ministro della polizia, gli partecipava che in un doppio fondo della carrozza da viaggio del principe si sarebbero trovate carte compromettenti. La carrozza è visitata, e le carte si trovano. Si cominciano i primi arresti, lo stesso principe Della Cisterna, che parve estraneo alla congiura ordita per mezzo suo, il colonnello Ettore Perrone e il marchese di Priè. Quegli arresti provocano agitazioni, e a furia di spinte e di controspinte si giunge a quel movimento militare, il cui insuccesso procurò a Carlo Alberto così lunghe amarezze.

Il Confalonieri non voleva essere inerte spettatore delle novità piemontesi. Ma era malato di febbre e non poteva viaggiare. Incaricò due giovani amici suoi, Giorgio Pallavicino e Gaetano Castillia, di recarsi a Torino a proporre accordi. Quelli andarono, videro il generale Della Torre, parlarono a Carlo Alberto, e tornarono persuasi che non v'erano sufficienti forze militari per attaccare gli Austriaci. Saputo ciò, il Confalonieri disdisse prudentemente in Lombardia ogni disposizione di moto, e scrisse anzi, trasmessa dal Pecchio, una lettera al conte di San Marzano, sconsigliandolo dal tentare invasioni inefficaci al di qua del Ticino[39].

La polizia austriaca aveva notato questi andirivieni e stava in agguato. Fra le carte trovate nella carrozza del principe di Cisterna, v'erano indirizzi di varj personaggi italiani, e fra i lombardi si raccomandava Federico Confalonieri. Bastava perchè fosse attentamente vigilato, come si vigilavano il Pallavicini e il Castillia. Questi era inoltre sospetto per frequenti relazioni sue colla Spagna, allora in auge presso i congiurati per la sua Costituzione del 1812 e per l'appoggio che dava loro in Torino l'inviato diplomatico conte Bardaxi. Sopra un anello che il Castillia portava in dito, si potè leggere un motto che fu subito considerato come linguaggio settario: _leggi e non Re; Italia c'è_. Si decide una perquisizione nella casa di Castillia e il commissario Bolza trova, involta in una camicia, una lettera scritta ad Emanuele Marliani, noto liberale italiano, allora in Ispagna. Ciò basta perchè il Castillia venga imprigionato; ma non basta perchè si scoprano complici e fatti. Per alcuni giorni si va a tentoni; interrogando a destra e a sinistra, specialmente delle signore.[40]

Allora l'imperatore Francesco istituisce, per avviare il processo, una Commissione straordinaria inquirente, affidandone la direzione all'acuto ed accanito Salvotti. Questi ottiene dal consigliere Pagani, direttore di polizia, una relazione scritta, per incarico suo, da Carlo Castillia, fratello dell'arrestato, che, avendo fatto parte di una seduta cospiratoria in casa di Pecchio, con Benigno Bossi, Borsieri e il conte Arrivabene[41], ne aveva dato alla polizia i ragguagli ed informava su molte cose attinenti alla rivoluzione piemontese allora soffocata. Il processo comincia a prendere proporzioni e l'inquietudine si sparge fra i liberali.

Forse però sarebbe stato difficile procedere ad altri arresti, essendo il Pecchio fuori di Stato, se al marchese Giorgio Pallavicino, giovane di caldi sensi e di animo generoso, non fosse balenata una ispirazione che soltanto la mente affatto inesperta poteva fargli credere di antica virtù.

Supponendo che il Castillia fosse arrestato pel suo viaggio in Piemonte, si reca difilato dal direttore di polizia e gli dice: “Gaetano Castillia fu da me trascinato in Piemonte; se quel viaggio è riputato delitto, io solo sono il delinquente; io solo adunque sono meritevole di pena.„

È facile pensare che l'atto inconsiderato del marchese Pallavicino doveva perdere lui ed altri, non salvare nessuno. Per quel giorno lasciarono ritornare l'incauto giovane a casa e tesero le loro reti. La sera dopo, mentre il Pallavicino è nell'atrio del vecchio teatro Re, si vede a un tratto dirimpetto il conte Bolza, ai lati due gendarmi travestiti, e un altro commissario Cardani, che, con un sorriso sulle labbra, da disgradarne quello dei birri a Renzo, al momento di mettergli i manichini, gli dice rispettosamente: “signor marchese, il direttore generale di polizia vorrebbe dirle una sola parola.„

È la frase d'obbligo del tempo e del caso. Il Pallavicino non resiste, nè può resistere. Due giorni dopo, condotto innanzi alla Commissione inquirente, il Salvotti gli mostra sopra un pezzo di carta la firma del Confalonieri e gli dice che ha saputo da un esame suo tutte le circostanze della cospirazione. L'insidia volgare riesce; al giovane, già percosso di dolore e di stupore, richiamano alla memoria la madre sua che lo adora. Uno de' commissarj, con cinico inganno, dichiara d'averla or ora lasciata tutta convulsa ed in pianto. Il Pallavicino ha scritto egli stesso, con molta lealtà, la confessione di quel terribile quarto d'ora. “In quel momento io perdei l'uso della ragione; farneticavo, sopraffatto dal dolore.... caddi nel laccio.„

La deposizione del Pallavicino allarga il processo; si fanno arresti a Pavia, a Brescia, a Mantova. Invano lo sventurato, ravveduto dalla commozione e dall'inganno, cerca ritrattarsi, confondere i giudici, fingendosi pazzo e ostinandosi lungamente in questa finzione. Era troppo chiaro che una pazzia venuta dopo non poteva infirmare deposizioni fatte prima che quella sopraggiungesse.

Nella città intanto cresceva l'inquietudine, e tutti gli occhi si volgevano al Confalonieri, ritenuto il capo e l'anima di ogni cosa. Si arrestavano intorno a lui il Borsieri, il Tonelli, il colonnello Arese, ed egli non si moveva. Aveva fatto costruire nella sua alcova una scala segreta che metteva ad un abbaino, e aspettava. Invano gli amici lo esortavano a mettersi in salvo. Il maresciallo Bubna, trovatosi una sera colla contessa Confalonieri nel palco della duchessa Visconti di Modrone, le disse con marcato accento: “perchè il conte Federico non si reca in campagna? mi pare che l'aria libera gli farebbe gran bene.„ Vuolsi che la stessa moglie del maresciallo, dama di squisita educazione, avesse pregato, piangendo, la contessa Confalonieri a voler allontanarsi da Milano con suo marito.

Fu inutile. Quanto più pareva che il governo austriaco esitasse a mettere la mano sul gran colpevole, tanto più questi pareva ostinarsi a sfidarne le esitazioni. Era il pensiero che la sua fuga avrebbe potuto rendere più grave e più manifesta la colpa de' suoi amici nel carcere? Era, come fu più volte supposto, l'inconscio desiderio di un'espiazione patriottica per le responsabilità del 1814? Era, come altri gli rimproverarono, l'orgoglio di un uomo che si atteggiava a potenza, e che diceva, come Danton alla vigilia del suo arresto: _non oseranno?_

La sera del 31 dicembre 1821, Federico e Teresa sono soli in un gabinetto, nella loro casa, ora Lattuada, tra la via Romagnosi e il Monte di Pietà. Entra improvvisamente il solito conte Bolza con due commissarj. Vogliono solamente rovistare alcune carte, ma il Gonfalonieri ha visto nel cortile birri appiattati e comprende che l'ora del dolore è suonata. Teresa dà al marito in uno sguardo un poema di conforti, di ricordi e di addii. E mentre il commissario affetta di visitare lo scrittojo, Federico chiede il permesso di mutarsi d'abiti, entra nello spogliatojo ed apre l'usciuolo della scaletta segreta. Al remore, che non può interamente dissimularsi, il Bolza si precipita nella camera da letto, un altro commissario mette una pistola alla gola della contessa Confalonieri, gendarmi e birri entrano nelle stanze e inseguono su per le scale il fuggitivo. Questi giunge in tempo a calare dietro di sè la pesante botola che copriva la scaletta e si slancia verso il cancello dell'abbaino che ogni sera rimaneva aperto. Un urlo d'angoscia! il cancello è chiuso e la chiave non è sull'uscio.

Invano fruga con febbrile ansietà; invano scuote le rigide barre e cerca con disperato sforzo di sgretolare i mattoni; il tetto, lo spazio, la libertà son lì a due passi le sue mani vi si distendono traverso alle sbarre; ma la botola si risolleva; gli sbirri accorrono, si abbattono sulla loro preda; Federico Confalonieri dà un mesto addio al mondo, alla libertà, alla sua Teresa; è prigioniero.

Nessuno potè mai spiegare in qual modo la via di salvezza preparata con tanta cura si sia trovata al momento del bisogno così fatalmente ostruita. Un agente di casa Confalonieri asserì per molti anni che soltanto per misura di sicurezza interna, il maggiordomo di casa, ignaro del vero scopo di quell'apertura, avesse, qualche giorno prima, fatto chiudere il cancello. Nella famiglia durò lungamente la tradizione che un servitore, da poco tempo assunto, e boemo di nascita, avesse in quel mattino chiuso il cancello e nascosto la chiave.

Il processo del conte Confalonieri è una delle maggiori iniquità giuridiche di cui siano fecondi i moderni tribunali straordinarj. Nulla fu rispettato, nè le forme, nè la coscienza, nè i diritti del prigioniero. L'insidia e la ferocia ne vegliano le ore, durante il carcere d'inquisizione e durante quello di pena.

Domanda un Codice penale, e gli viene rifiutato. Esige, a tenore di legge, che due probiviri assistano agli interrogatorj per la regolarità del processo, e gli destinano due giudici tratti dal seno della Commissione straordinaria inquirente. Convintosi una volta della falsità di una deposizione presentatagli a firmare, la riassume nella sua risposta protocollata, ed il giudice gli straccia sul viso deposizione e protocollo, perchè non ne rimanga traccia negli atti. Si cerca interrogarlo di notte, rompendogli il sonno; durante accessi di febbre; subito dopo qualche colloquio colla moglie, da cui esca addolorato o commosso[42].

I capi d'accusa sono quattro. Gli contestano: 1.º di avere mandato ad annodare intelligenze col principe di Carignano; risponde di averlo fatto soltanto per gli scopi del mutuo insegnamento e sfida a produrre lettere che parlino d'altro; 2.º di essere notato fra le carte sequestrate al principe della Cisterna come l'individuo di maggiore influenza a cui far capo in Lombardia; risponde, non avere avuto corrispondenze di sorta, non essere responsabile di supposizioni o di opinioni che altri esponga sul conto suo; 3.º di essere entrato in conciliaboli diretti ad assassinare il maresciallo Bubna; risponde sdegnoso che le relazioni di amicizia personale esistente fra lui e il maresciallo lo avrebbero fatto correre in sua difesa se lo avesse supposto minacciato da altri; 4.º di avere insistito perchè i rivoluzionarj di Torino entrassero in Lombardia; risponde, provando d'avere scritto al San Marzano, per isconsigliarlo vigorosamente dal passare il Ticino.

Sopra nessun punto è debole, in nessun argomento si lascia vincere dallo sconforto. È un inquisito che mette in contraddizione i suoi giudici, non lascia mettere sè. Non accusa nessuno, ma si scolpa d'ogni imputazione[43]. Un tribunale onesto avrebbe dovuto dimetterlo per mancanza di prove. La Commissione straordinaria lo condannò a morte.

Ma lo si voleva condannare. Volevano che non isfuggisse allo Spielberg la sua maggior preda; che Milano fosse percossa di terrore, vedendo troncato il suo più alto papavero. Un inquirente novizio, un giorno che Salvotti era assente, gli aveva detto: “Della reità sua, signor conte, nessuno può dubitare; ma il trovarne le prove è un affare imbrogliato. Per condannare tutti gli altri a morte, abbiamo prove più del bisogno; ma se non si potesse condannar lei, che cosa direbbe il pubblico?„ Un altro giorno finalmente lo stesso ingenuo gli dice: “Il Salvotti ha studiato tutti questi giorni il suo processo, e questa mattina era tutto _contento_, dicendo d'averla trovata anche per lei.„

Che cosa aveva trovato questa tigre contenta? null'altro ancora fuorchè la lettera scritta al San Marzano per distoglierlo dalla spedizione. È quella il capo d'accusa, l'argomento che lo fa condannare a morte. Il Salvotti trova che non era scritta _con buono spirito_. “Le intenzioni„ risponde calmo il Confalonieri, “le vede Iddio. La mia lettera ha servito ad impedire l'impresa e non a favorirla. Ecco tutto quello che posso dire[44].„

Gli episodj che seguono la condanna del Confalonieri sono strazianti. Bisognerebbe possedere la tavolozza di Ary Schäffer o la penna dell'autore dell'_Ildegonda_ per descrivere le emozioni di quell'infelice famiglia, la costernazione del pubblico sentimento; per interpretare quell'immenso dolore e quell'immensa pietà.

Il vecchio padre Vitaliano, la giovane sposa, il fratello Carlo, il giovinetto cognato Gabrio Casati partono precipitosamente per Vienna il 2 dicembre (1823); il cupo imperatore li fa aspettare fino al 24; e sceglie la vigilia di Natale per ricevere, non Teresa, che non volle veder mai[45], ma il padre e i due giovani e annunciar loro che ha confermato la sentenza di morte.

Il vecchio padre è per isvenire dal dolore a così crudele notizia. Gabrio Casati, forte della sua giovinezza e della sua innocenza, parla, prega, scongiura; e il Tiberio austriaco risponde freddo e sentenzioso: “valga l'esempio di siffatto castigo a voi giovane e a tutta la lombarda gioventù, perchè abborriate dalle congiure. Se vi preme di abbracciare anche una volta il congiunto, correte precipitosi a Milano.„ E quelli corrono, e con essi corre la sventurata Teresa, a cui l'imperatrice Carolina, confondendo le proprie lagrime colle sue, aveva promesso che insisterebbe colla maggior seduzione presso l'imperiale marito.

E insiste infatti, e nella notte del Natale, giovata da un dubbio sulla legalità del processo e dalla ingrata impressione fatta sulla città e sull'aristocrazia viennese dall'implacabile linguaggio dell'Imperatore, ottiene che una staffetta sia spedita a Milano coll'ordine di sospendere l'esecuzione. La previdenza tutta femminile dell'imperatrice le fa aggiungere l'invio di una seconda staffetta; e infatti è questa che giunge in tempo, essendosi l'altra attardata per via.

Però, crudele perfin nel bene, Francesco II impedisce alla consorte di partecipare questa notizia alla Teresa, che viaggia con tanta angoscia nell'animo, mentre una parola avrebbe potuto lenirla d'assai.

A Milano sa che Federico è ancor vivo, ma non può rivederlo. Si raccolgono firme per un indirizzo all'Imperatore, e la città commossa ne offre a centinaja, prima fra queste quella di Alessandro Manzoni. Gabrio Casati riparte a furia per Vienna, con queste firme, colle preghiere di grazia del Vicerè, dell'arcivescovo Gaisruck, di Maria Luigia, duchessa di Parma. E finalmente l'Imperatore, mosso piuttosto da pressioni viennesi che da preghiere italiane, faceva grazia della vita e permetteva che a Teresa fosse accordato un ultimo colloquio collo sposo infelice. Non permise però, — cuore di marmo, — che a Federico rimanesse un cuscino, trapunto dalle sue mani e su cui essa aveva versato tutta un'intimità di baci e di lagrime, atta a consolare per molti anni nella sua carcere il derelitto!

Il 20 gennajo 1824, i condannati, graziati della vita, furono esposti alla berlina fuori del palazzo criminale. Soldati e gendarmi circondavano il triste impalcato, e pur troppo non mancava una folla di mascalzoni e di baldracche all'ignobile esposizione[46]. La città fu quel giorno sotto l'incubo del terrore e dell'angoscia; le porte dei palazzi signorili rimasero chiuse; nessuno uscì per visite o per passeggio; al teatro della Scala i palchi furono coperti di nero. S'aprì quel giorno tra il governo austriaco e l'aristocrazia milanese un largo solco, che a poco a poco doveva diventare un abisso.

Prima di essere rinchiuso in quella cella sepolcrale dove gli restavano a passare altri dodici anni di vita, il conte Federico Confalonieri doveva però subire un'altra prova, sottoporsi ad un'altra insidia politica.

Il Tabarrini ha già pubblicato in un suo libro intorno a Gino Capponi quel brano delle memorie inedite di Confalonieri, in cui narra il suo colloquio a Vienna col principe di Metternich. È una pagina epica. Quel potentissimo uomo che si presenta al suo prigioniero come eguale innanzi ad eguale, che gli discorre lungamente, come uomo di Stato ad uomo di pensiero, che fa balenare innanzi a' suoi occhi tutti i miraggi della vita, dell'eleganza, del grado sociale, dell'influenza politica, per istrappare a questo prigioniero una rivelazione, una parola, su cui l'uomo potentissimo fonda tutta una speranza di sistemi e di combinazioni, — è un episodio storico degno di Polibio o di Tacito.

Quella parola, richiesta con tanta ansietà, il prigioniero non l'ha pronunciata. Si voleva da lui qualche cosa che compromettesse Carlo Alberto, che permettesse a' suoi nemici di chiudere ogni avvenire di regno a un principe italiano che pel quarto d'ora aveva contro di sè il sospetto e la sventura, ma nel quale l'Austria, infallibile nell'odio suo, presentiva da lungi il futuro determinato nemico. Federico Confalonieri ebbe in quell'ora nelle mani il destino d'Italia. E lo salvò; coll'intuizione del patriota, se non con quella del genio; lo salvò, sacrificando sè stesso, la sua gioventù, la sua gioja domestica. Il principe di Metternich gli offrì invano un colloquio liberatore coll'imperatore Francesco. Quel beneficio dell'augusta presenza, che il capo di un grande impero negava così duramente alla virtuosa moglie di un nobile gentiluomo, egli l'avrebbe accordato volentieri a quello stesso gentiluomo, fattosi delatore.

Ma il forte italiano ruppe i cupi disegni che sorridevano all'Imperatore e al ministro, e l'avvenire di Carlo Alberto fu libero. Il principe di Metternich si congedò dal suo interlocutore come un carnefice dalla sua vittima. “Signor conte„ gli disse colla più ironica disinvoltura “debbo intervenire ad un ballo e non posso farmi aspettare. Mi dispiace ch'ella si ostini a voler seguire diversa via.„ E, accendendo ad un doppiere il suo zigaro colla massima indifferenza, s'inchinò come avrebbe fatto a Milano nel palazzo Confalonieri, ed uscì dalla stanza.

Il richiudersi di quell'uscio dovette certamente essere pel conte Federico un istante di tremenda emozione. Aveva avuto un'ora di illusione dei vecchi tempi, degli urbani colloquj; ora gli si aprivano anni di umiliazioni, di fame, di catene. Quell'austero carattere non si piegò. Da quell'abboccamento il ministro usciva rimpicciolito, il prigioniero ingrandito. Il primo era un uomo di Stato che si tramutava in delegato di pubblica sicurezza, il secondo era un ribelle che si tramutava in uomo di Stato. Il primo s'avviava, uscendo da quella stanza, ai balli, ai congressi, a tutte le voluttà della vita, ma era e si sentiva vinto da quel pallido galeotto, che, avviandosi invece verso le regioni dello squallore, constatava ancora una volta in faccia alla storia l'impotenza della tirannide contro la virtù[47].