Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 8
Infinita fu la schiera dei giovani deboli e degli uomini forti che da queste insidie e da questi terrori furono tratti a rompere la vita e l'ingegno contro le sbarre di una fiera prigione. Per non parlare che dell'alta Italia, il processo del 1815 avvolse Teodoro Lechi, Giovanni Rasori, Filippo Demester, Pietro Varese e una dozzina dei loro compagni; il processo del 1818 condusse a duro carcere, fra molti altri, Antonio Villa, Antonio Solera, Fortunato Oroboni, e quei due maschi caratteri di Felice Foresti e di Giovanni Bachiega. Poi venne il processo del 1820 contro Melchiorre Gioja, Domenico Romagnosi, Silvio Pellico, Piero Maroncelli, il conte Giovanni Arrivabene ed altri. Poi si arresta, come emissario d'una setta straniera, Alessandro Andryane; poi nel 1821 il Confalonieri, il Pallavicino, il Castillia, Pietro Borsieri, Andrea Tonelli. Poi, altri processi nel 31, nel 33, nel 35, e sfuggono all'arresto Pietro de Luigi, Francesco Arese, e sono presi con altri, Luigi Tinelli, uno Zambelli, Gabriele Rosa e Cesare Cantù.
La resistenza era tutta concentrata nelle classi superiori, fra i nobili soprattutto e fra i letterati. Le masse popolari non avevano ancora, come più tardi, aperte le loro fibre al fremito dell'indipendenza. Si commovevano alle sofferenze dei patrioti; ma non erano indifferenti alle feste dei persecutori. Subivano gli effetti dell'epoca di transizione. E l'imperatore Francesco e il principe di Metternich potevano, malgrado i processi iniqui e le più inique condanne, venire due o tre volte a Milano, senza che la moltitudine osasse turbare con atti di disapprovazione gli spettacoli e le luminarie. Soltanto uno studente dell'Università di Pavia, Tommaso Grossi, rispose nel 1819 alla sfida del viaggio imperiale, con una vigorosa e felicissima satira in dialetto popolano, la _Prineide_, che girò manoscritta e fu subito su tutte le bocche.
Fra questi tentativi politici, il più grave per la larghezza del disegno, per la qualità dei cospiratori, per le conseguenze che ne rimasero, fu certamente quello del 1821. E fra le vittime del tentativo, la figura più altera, la personalità più drammatica, il nome rimasto nella tradizione popolare e nel quesito istorico come il vero protagonista di quel dramma affannoso fu un patrizio milanese, il conte Federico Confalonieri.
Pochi uomini al tempo nostro sono stati più discussi di lui; pochi hanno avuto più devota schiera d'amici, più larga corrente di antipatie. Era nato al dolore e alla tragedia, come altri nascono all'idillio o all'amore. In tutte le fasi della sua vita, ha una pagina strana, che non lo porta mai al trionfo, ma che lo leva dal comune degli uomini. Giovane, è involto nei cupi andamenti di una rivoluzione che mette capo al delitto; sette anni dopo, gli si addossa la responsabilità di un altro movimento che mette capo a sconfitte e a supplizj; passa i quindici anni della sua virilità fra le nude pareti di un tetro carcere, amareggiato da ogni specie di sofferenze fisiche e di torture morali; muore, come pochi muojono, durante un viaggio, di pieno inverno, senza conforto di parenti o d'amici, in un albergo di villaggio, sulla cima del S. Gottardo. Il mistero s'è assiso, come dicono i poeti, al suo capezzale; lo offende nel 1814, lo perseguita nel 1821, esce con lui dallo Spielberg nel 1836, non lo risparmia nemmeno fra le pareti domestiche, in mezzo all'atmosfera di eleganza e di affetto che per pochi anni Teresa Casati ha potuto creargli intorno. È suo destino che lo si possa credere atto a cose grandi, capace di cose odiose. Nel complesso è una sfinge, contro cui non hanno cessato mai di scrosciare i venti e le tempeste, ma che resiste immota alle offese e che forza i viaggiatori del deserto a volgersi per guardarla e per occuparsi di lei.
Ora può dirsi giunto il tempo d'interpretare l'enigma di questa sfinge? possono dirsi vicini i posteri ad afferrare i confini di questa personalità, a strappare dalle pieghe dell'anima sua qualcuno fra i segreti, onde si compone e continuerà a comporsi la storia psicologica dell'ente umano?
Forse certi fenomeni dell'atavismo potrebbero essere utilmente invocati ad esplicare alcuni lati dell'indole di Federico Confalonieri.
Apparteneva al più antico patriziato milanese, senz'altro forse alla famiglia più antica; poichè, senza voler rimontare alla tradizione di S. Eustorgio, vi sono documenti del secolo ottavo, da cui appare già il privilegio dei Confalonieri di accompagnare nel loro ingresso gli arcivescovi di Milano. Fra i membri di quella prosapia parecchi avevano avuto vicende strane. Un Corrado, dopo avere appiccato incendj, s'era pentito, vedendo condannarsi alla morte un povero contadino pel delitto suo, ed era corso a chiudersi in un eremo, presso Noto, dove stette 36 anni e d'onde uscì beato, poi santo. I Confalonieri furono alleati di Carlo Magno e di Federico Barbarossa. Nel secolo XIII Stefano Confalonieri va ad appostarsi sulla strada di Barlassina ed uccide di sua mano, per fanatismo d'eretici, quel Pietro inquisitore che la Chiesa ha poi canonizzato col nome di S. Pietro Martire. Non vi sarebbe dunque a meravigliare se dall'insieme di queste tradizioni gentilizie uscisse nel conte Federico un tipo rigidamente aristocratico, duramente accentuato, e in lotta continua fra istinti vigorosi di ribellione e vaghe aspirazioni a misticismo religioso.
Durante il Regno Italico, Federico Confalonieri non ci appare che sotto le sembianze eleganti d'un giovane della buona società. È il migliore cavallerizzo, il re delle danze, l'oracolo nelle questioni di buon gusto, di spirito, di duelli. Il Cantù ha pubblicato in un suo libro pieno di sbalzi: _il Conciliatore e i Carbonari_, alcuni versi di Giovita Scalvini, da cui appare la grande seduzione che esercitava il giovane Confalonieri sugli uomini.... e sulle donne. Teresa Casati, bellissima e dolcissima fanciulla, gli rompe coll'amor suo la vita da scapolo. Ed egli è felicissimo di quell'amore; la giovane coppia conserva il primato delle simpatie cittadine; la Vice-regina vuole la sposa Confalonieri a sua dama di corte, e lo sposo vi acconsente senza entusiasmo.
Verso gli ultimi mesi del Regno, Federico Confalonieri comincia ad assumere atteggiamento politico. Non accetta un ufficio di Corte che Napoleone gli destina[29]; si astiene dallo intervenire ai ricevimenti del Vice-re; parla alto e forte contro le follíe dell'Impero e le sue guerre sterminatrici. Al 20 aprile, ha già fisi sopra di lui gli sguardi del pubblico, ed ogni suo passo è spiato, ogni mossa giudicata, piuttosto con diffidenza che con simpatia. È considerato già come il capo del partito italico; e si separano tanto da lui i capi della soluzione austriaca, il Verri, il Guicciardi, l'Armaroli, quanto egli cerca separarsi dal Melzi, dal Prina, dai capi della soluzione eugeniana. Come accade in tutte le giornate di tragiche commozioni, le accuse e le difese s'incrociano e non riescono a illuminare la scena. Il Verri asserisce di averlo visto nel cortile del Senato dare il segnale di applausi, ed egli afferma in un opuscolo[30] “nessuno potrà asserire d'avermi visto prender parte a que' clamori, sia di plauso, sia d'improbazione.„ L'Armaroli attribuisce a lui personalmente l'atto brutale di avere traforato coll'ombrello il ritratto dell'Imperatore dipinto dall'Appiani e di averlo buttato dalla finestra; e il Confalonieri risponde[31], denunciando al pubblico lo scrittore come “un vile calunniatore„ e protestando di “non avere mai posto, nell'aula del Senato, in quella giornata, il piede.„ Abbiamo visto come il duca di Lodi, uscendo dal suo cauto e silenzioso riserbo, rispondesse ad una lettera del Confalonieri, chiamando “uomini più che imprudenti„ i pubblicatori di quelle accuse contro di lui.
Certo, il Confalonieri agì in tutta quella giornata con impeti giovanili, dei quali pareva che il rancore, un rancore fiero e personale contro il principe Eugenio, fosse l'inspiratore. E s'è molto almanaccato, allora e poi, intorno a questo rancore. Gli si cercarono ragioni speciali, molto intime, punto politiche. Si sono immaginate imprudenze, passioni, vendette, di carattere medioevale.
Il nome, la gentilezza, la riputazione morale di Teresa Confalonieri ci pare che bastino a collocare simili supposizioni fra quelle troppo abusate a spiegare i fatti politici coll'elemento fantastico.
Può darsi che Federico Confalonieri fosse geloso. Lo si è quando si ama e quando non si ama. In tal caso, Dio gli ha riserbata una punizione ben grave. Ma dall'essere geloso ai cupi drammi che la tradizione popolare ha raccolto intorno a quell'altera figura, ci corre assai. Il principe Eugenio Beauharnais era un vagheggino; Teresa Confalonieri era bellissima; Federico era marito ed era orgoglioso; il dramma umano è lì, ma tutto induce a credere che sia stato unicamente lì. Ora, non basta una semplice galanteria di modi o di linguaggio a spiegare il contegno del Confalonieri verso il Vicerè. Un uomo dell'educazione e delle abitudini del conte non poteva spingere all'odio qualche momentanea irritazione per preferenze usate da un principe ad una bella signora, in un'epoca in cui le relazioni sociali non s'inspiravano a claustrali rigidità. D'altronde vi sono lettere del Confalonieri a sua moglie, da Parigi, nel maggio 1814, in cui si esprime intorno ad Eugenio nei termini della maggiore franchezza e intimità; con quell'accento verace di comunanza negli affetti e nei giudizj, che certo non avrebbe potuto usare, se il principe ormai spodestato fosse stato, in qualunque tempo, fra lui e sua moglie una causa di dolorosi rapporti. Si compiace con essa, p. es. perchè alla famiglia Beauharnais non sia stata riserbata, nelle trattative diplomatiche, nessuna _principauté_. Le dà ragguaglio d'un incontro fortuito avuto con lui nell'anticamera di lord Castelreagh; e le aggiunge scherzosamente: “Sostenni però la dignità della mia rappresentanza, ed egli certo trovavasi più di me imbarazzato.„ Un'altra volta, invitato a pranzo dal maresciallo Berthier, vi trova il conte Méjean, segretario di Eugenio, che gli dice essere stato il principe assai spiacente di non aver veduto da lui nessuno della Deputazione Italiana. E il Confalonieri risponde calmo “che una Deputazione politica non poteva agire individualmente e che anche la semplice urbanità doveva cedere alla posizione gelosa in cui si trovava, dovendo rispondere di sè alla nazione.„
Tutta questa corrispondenza insomma, dettagliata, intima, affettuosa, dimostra che nessuna nube gettava tra Federico e Teresa il nome del principe Eugenio. Sicchè è forza cercare una ragione veramente politica alla condotta sdegnosa ed ostile del Confalonieri verso il più alto rappresentante del regime napoleonico in Italia. A questo regime egli era e s'era manifestato profondamente avverso. Come tutta la gioventù non militare del tempo suo, disperava di un'ambizione che nessuna strage poteva disarmare. Quella nuova Iliade aveva stancato; il nome di Napoleone, ancora pieno di prestigio sugli uomini di guerra, aveva cessato di rappresentare, innanzi agli uomini di pace e di governo, nessuna speranza di benessere o di stabilità. Dopo la campagna di Russia, un lutto profondo aveva regnato nelle famiglie lombarde; di ventisette mila Italiani ascritti al grande esercito, soltanto mille rivedevano, col generale Pino, la patria; altri ventidue mila erano rimasti fra le zolle insanguinate di Spagna. Le guardie d'onore, meno cinque, erano tutte perite[32]. Non bastava la gloria a consolare tante madri. Onde la coscienza pubblica, attonita a questo duello fra un uomo e l'Europa, non osava più ricordarsi dell'idolo antico, a cui l'adorazione aveva pur troppo insegnata la via del male; e si allontanava da quel gigante, sotto i cui passi, come sotto quelli del dio d'Omero, tremava la terra.
V'è una lettera di Confalonieri a sua moglie, da Parigi, pochi giorni dopo l'atto di abdicazione, in cui parla quasi con ira dell'uomo “che ha fatto scannare centomila vittime in sostegno di tutt'altra causa che la loro propria.„ Era veramente la nota dominante, il _grido di dolore_ dell'epoca.
E se a questa ragione di alta politica, un'altra dovesse unirsene d'indole personale, a giustificare l'antipatia che il Confalonieri nutriva pel Vicerè, non la cercheremmo in un amore ferito, ma in un'ambizione offesa. Il principe Eugenio aveva offerto al conte Federico di essere suo grande scudiere; e l'offerta dovette singolarmente umiliarlo. Al giovane altiero, che si sentiva un valore politico ed era forse troppo impaziente di politiche attività, quel posto di Corte, che gli dava il diritto o l'obbligo di cavalcare sul corso alla portiera del Vicerè, parve piuttosto un insulto che un segno di favore. Rifiutò sdegnosamente, e forse di lì muovono i primi impulsi alla sua tenace ostilità. Da una lettera sua alla moglie e da un'altra a lui scritta da Lodovico De Breme traspare quanto orgoglio venisse offeso da quell'incauta proposta vicereale.
Ad ogni modo, dopo la fatale giornata del 20 aprile, e malgrado l'incerta fama che ne rimane su lui, l'influenza politica del Confalonieri diventa subito grande.
La Reggenza Provvisoria di governo, tratta dal solo partito austriaco, lo sceglie fra i deputati inviati a patrocinare presso le potenze alleate le sorti del Regno. Ed egli, più giovane di tutti, è il capo morale della Deputazione, l'oratore incaricato di affrontare le questioni più delicate, i colloqui più decisivi.
Questa prima missione politica è piena di onore pel conte Federico. Il brillante ordinatore dei minuetti milanesi si muove come un diplomatico esperto frammezzo a quella plejade di imperatori e di marescialli. Non è imbarazzato, non è timido, non è provocante. Vede giusto fino dal primo giorno e non s'illude, nè illude. Il suo colloquio con lord Castelreagh, in cui quel plenipotenziario inglese gli annuncia chiaro e tondo che la Lombardia è data senza condizioni all'Austria, è stato già pubblicato[33]; ma non sono pubblicate ancora le molte lettere sue da Parigi alla moglie, in cui la informa della situazione di Parigi e de' suoi colloqui coi sovrani di Russia e d'Austria.
È appena giunto, e scrive il 4 maggio: “Milano è nell'inganno. Egli è ben doloroso il doverne sortire, quando l'inganno è dolce.... Un mese prima eravamo ancora in tempo per far qualche passo alla nostra politica esistenza; or non ci resta che ad implorarla. Ci verrà essa accordata? l'Austria è l'arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini. Non trattasi più di domandare alle Alte Potenze costituzione liberale, indipendenza, Regno, ecc. Trattasi d'implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare.„
Assiste all'ingresso in Parigi di Luigi XVIII, e, meravigliato degli entusiasmi che l'accompagnano, scrive con vibrate parole: “Stordita nazione, ha bisogno d'esser condotta colla catena e col flagello! 24 anni di disastri non l'hanno ancor resa alla ragione. Ma l'orgoglio, ma la vanità francese è bassa.... si ubbidisce tremando a chi parla una lingua straniera....„
I suoi abboccamenti coll'imperatore Alessandro e coll'imperatore Francesco sono di notevole interesse storico. Alessandro riceve gl'inviati milanesi come illustri italiani, non come Deputazione. È garbato, ma breve e laconico, quasi per impedir loro affatto d'entrare in materia. Invano il Confalonieri e Alberto Litta prendono due volte la parola; egli la tronca con altiera urbanità sul labbro degli oratori, dice loro delle cose graziose e li congeda coi complimenti d'uso. Forse il contegno dell'imperatore Alessandro sarebbe stato diverso, se la Deputazione milanese avesse avuto il mandato di sollecitare una soluzione favorevole al principato indipendente di Eugenio Beauharnais. Questa soluzione avrebbe avuto tutto il favore dello Czar, che all'imperatrice Giuseppina lo aveva caldamente promesso. E forse in quel punto Federico Confalonieri avrà dovuto pensare come l'essere giovani e audaci non basti sempre a risolvere bene i gravi argomenti, e come il vecchio Melzi avesse avuto, nel suo tentativo politico di un mese prima, intuito più giusto e avvedimenti più sagaci de' suoi.
Quanto all'imperatore Francesco, le sue accoglienze sono egualmente cortesi, ma la sua volontà è inflessibile. “Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista, vi amo come miei buoni sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore del vostro bene;„ ecco le prime parole con cui l'Imperatore accoglie la Deputazione lombarda. E il Confalonieri scrive alla moglie: “nulla vi ha di lusingante e di paterno che non ci abbia detto in più di mezz'ora di amichevole conferenza, ma egli parlava da padrone, nè vi era luogo a patti.„ Richiesto se almeno acconsentiva che la Corona di Ferro brillasse sul suo capo, unitamente alle altre, ma dalle altre staccata, rispose: “Io non ho progetti ambiziosi, mi occuperò di questa idea, desidero assai farvi contenti; Regno Italico no, perchè io non ispingo le mani a quello che può essere d'altri.„ E cercava in quei giorni di spodestare la dinastia di Savoja!
Alle richieste di Confalonieri per un esercito indigeno, per lo sviluppo degli stabilimenti sorti durante il periodo italiano, per la restituzione dei capi d'arte involati sotto il periodo francese, rispondeva evasivamente: “Lo veggo, avete bisogno di una Corte; vi manderò un Arciduca; sarà ammogliato.„ Quanta meschinità di criterj in così grande sommovimento di cose!
L'Imperatore desiderava però compromettere più a fondo i delegati milanesi; diceva loro che desiderava vederli altre volte per valersi dei loro lumi. Al che rispondeva con prudente fermezza il Confalonieri che “la Deputazione non poteva allontanarsi dallo scopo per cui era stata mandata, senza avere nuove istruzioni.„
È rimasta nelle tradizioni storiche di quei giorni una grande oscurità intorno alla vera soluzione che il partito italico avrebbe voluto dare alle cose del Regno. Si conosce il programma dei Mellerio e dei Ghislieri, l'Austria assoluta; si conosce quello dei Verri, dei Guicciardi, della Reggenza, l'Austria con guarentigie amministrative; si conosce quello dei Melzi, dei Paradisi, dei generali italiani, il Regno autonomo colla dinastia di Beauharnais. Ma qual era il programma di Confalonieri, che a nessuno di questi aderiva e che di tutti s'era guadagnata l'ostilità?
Nessuno storico, a nostra conoscenza, l'ha finora accennato; ma fra le carte della famiglia[34] si trovano accenni ad una soluzione, che il conte Federico era forse allora solo a credere possibile, e che i tempi resero più tardi la soluzione trionfante. “Stiano gl'Italiani uniti„ scrive alla moglie fino dal 13 maggio 1814 “non presentino che un solo voto, si dimentichino quel fatale e malinteso patriottismo di città per non servire che al patriottismo di nazione; pronuncino pure i loro sensi altamente, energicamente, li facciano giungere fin qua, e la loro causa non è ancor disperata.„ E più tardi scrive: “Bando alle idee municipali e pregiudicate; la miglior consistenza di uno Stato è legata colla sua compattezza e conveniente linea di confini. Le città non possono essere tutte capitali; e una città grande di uno Stato grande val meglio di una capitale in uno Stato piccolo. Se nel sistema delle reintegrazioni, la Casa di Savoja, già la più forte dell'Italia nordica, dovesse divenirlo di più, è meglio appartenerle che aumentare il numero o far parte dei frazionarj Ducati italiani.„
Da queste lettere spunta veramente un programma; un programma forse — come il diplomatico di Scribe — unitario senza saperlo. Ma l'uomo che fin dal 1814 vedeva nella Casa di Savoja, allora negletta ed umiliata, la soluzione dell'avvenire; l'uomo che, affrontando con largo animo la questione municipale, intuiva le discordie del 1848 e le concordie del 1859; l'uomo che fin d'allora consigliava a Milano, splendida capitale d'un grande Stato, di abdicare, per intenti superiori di nazione, ad orgogli che potevano sembrare legittimi, — quest'uomo doveva unire ad un forte intelletto politico un alto sentimento di convenienza e di generosità[35].
Chiuse le trattative e stabilito irrevocabilmente il destino della Lombardia, Confalonieri non volle spiccarsi da Parigi senza visitar Londra. La sua riputazione vi era giunta prima di lui, ed egli ebbe ovazioni dal partito liberale e dai membri dell'opposizione parlamentare, malcontenta già del trattato di Parigi e della condotta, piena di assenso a tutte le avidità imperiali, che vi aveva tenuto lord Castlereagh. Non volendo aggiungere pretesti a lotte politiche in paese straniero, Confalonieri tornò subito a Milano. Vi prese atteggiamento di altiera disapprovazione per la condotta governativa dell'Austria e per la sleale dimenticanza delle sue promesse. Fu il rigido regolatore del piccolo partito nazionale rimasto in Milano; ed ebbe crude parole per le debolezze di amici suoi, del Pecchio fra gli altri e di Ugo Foscolo; col quale corsero sfide, perchè il suo contegno verso le autorità austriache non gli era parso così indipendente com'egli giudicava che il Foscolo avrebbe dovuto serbarsi. E forse dobbiamo alla severità morale del Confalonieri se quell'alto ingegno s'è potuto in quei giorni fermare sulla china pericolosa verso cui l'avviavano le spensierate prodigalità della sua vita gaudente; e se, determinandosi ad emigrare in Isvizzera e a Londra, trovò poi modo di rialzarsi a dignità di lavoro e di riconquistare l'amicizia dello stesso Confalonieri e degli altri liberali che a Milano ne avevano deplorata l'incerta condotta.
Dopo un anno di questa vita milanese, piena di virtù, di riflessioni, forse di pentimenti, il Confalonieri si decide a viaggiare; viaggia colla consorte, viaggia solo, con amici, percorre l'Italia, la Svizzera, e da capo la Francia e l'Inghilterra. Viaggia con molta serietà d'intenti, coll'animo sempre aperto alla patria e all'avvenire. Monsignor Pacca, governatore di Roma, annunciando a chi vi poneva interesse il passaggio per le Romagne del conte e della contessa Confalonieri, notava che a Roma e a Bologna essi frequentavano “la più cattiva compagnia.„ Voleva dire gli uomini che aspiravano a rivolgimenti d'indipendenza.
A Napoli il Confalonieri conosce i Poerio, i Carrascosa, i Cuoco, i Rossaroll e quei due generali Pepe, di uno dei quali, Guglielmo, scrive con tacitiana sentenza: “divenuto famoso senza essere nato a fama.„
In Toscana si stringe di nobile amicizia con quel Gino Capponi che è stato per tre generazioni il modello degli Italiani a cuor largo e a politica generosa. In Isvizzera visita gli istituti di Fellemberg e di Pestalozzi e vi si innamora delle questioni didattiche e dei metodi educativi. In Inghilterra studia tenacemente le istituzioni liberali; è ricevuto a braccia aperte da lord Holland, il patriarca dei liberali inglesi, e un fratello del Re, il duca di Sussex, lo inscrive nella loggia di Cambridge.
In Francia, si lascia attrarre dal vecchio Buonarroti nell'ambiente delle società segrete; nelle quali accetta di entrare, quasi con scettico disdegno, ricusando i giuramenti e gli altri vincoli della setta. È accolto ospite gradito nella compagnia del venerando Lafayette, e vi conosce i Broglie, i Dupin, i Constant, madama di Stael e Larochefoucault-Liancourt e Degerando e Alessandro Laborde. Dappertutto dove va, lo sentono uomo di valore e lo trattano come tale.
Al suo ritorno da questi viaggi, il suo nuovo programma è stabilito. “Federico mio„ gli aveva scritto in quei giorni un amico, profondo, si vede, nella conoscenza degli uomini “soffoca l'invidia colle azioni o l'invidia soffocherà te colle parole[36].„