Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 7

Chapter 73,533 wordsPublic domain

Le notizie di Milano ruppero bruscamente, con ogni sua speranza, ogni previdenza sua. Leale verso il paese, come lo era stato verso Napoleone, respinse le istanze di Teodoro Lechi, dirette a far marciare sopra Milano una parte dell'esercito, per ripristinarvi la sua autorità; pubblicò un proclama all'esercito ed uno al popolo italiano, congedandosi da entrambi con generose parole; e al duca Melzi scriveva, con mesta amarezza: “tous mes devoirs ont cessé... je n'ai plus d'ordres à donner.„

Sette giorni dopo la strage di Milano, il principe Eugenio, soddisfatti nobilmente tutti i doveri suoi, partiva da Mantova per Monaco, ricevendo i saluti commossi de' suoi antichi compagni d'arme, e accompagnando la convalescente Vice-regina, alla quale poco tempo prima aveva detto, lagnandosi di offerte che mettevano a prezzo la sua lealtà: “Oh stanne certa, giammai io sarò Re!„ E non lo fu mai infatti; ma gli ultimi giorni del suo comando in Italia dimostrarono che, una volta libero da prepotenti influenze — alle quali, per più ragioni, gli riusciva difficile sottrarsi — avrebbe potuto essere un sovrano illuminato e di alte qualità.

Le aveva probabilmente indovinate Francesco Melzi, patrocinando con tanta intelligenza e con tanto disinteresse la soluzione politica, che il 20 aprile 1814 gli soffocò nel tumulto e nel sangue. Intorno alla qual soluzione, parecchie opposizioni furono mosse, fondate sulla presunzione che mancasse di base pratica, dirimpetto all'attitudine ed alla preponderanza assunta in Italia dall'Austria.

Il condannare, come utopie, programmi che si sono spezzati contro la brutalità degli eventi è una filosofia facile pei programmi a cui questa brutalità ha invece giovato.

Certo, è abbastanza grave per lo storico il dover talvolta spiegare le cause di ciò che succede, perchè non si abbia ad esigere da lui che cerchi le ragioni di ciò che non è accaduto. E le leggi che reggono, a grandi distanze, i destini dei popoli possono essere così previdenti nella loro complicazione, da rendere più utile una soluzione momentaneamente cattiva, come necessario avviamento alla miglior soluzione avvenire, da nessuno prevista.

Tuttavia, a dimostrare le probabilità ragionevoli che aveva, nel 1814, il programma politico del duca di Lodi, crediamo opportuno aggiungere alle considerazioni già esposte un documento nuovo; di cui non sembra abbiano avuto cognizione, nè il Cusani, ne il Du Casse[25], nè lo stesso Melzi D'Eril[26], che certamente lo avrebbero inserito, in tutto o in parte, nelle loro diligenti e voluminose pubblicazioni.

È una lettera, d'indole riservatissima, che il principe Eugenio scriveva il 18 gennaio 1814 al duca di Lodi, e in cui gli dava ragguaglio d'una trattativa segreta, rimasta, crediamo, tale anche per gli stessi storici successivi[27]. Preferiamo riprodurre intero il documento, anzichè citarne dei brani a spizzico, affinchè i lettori possano giudicare da loro stessi del carattere e dell'importanza di questo episodio.

_Monsieur le Duc de Lodi._

Je me fais un plaisir de vous informer, _mais pour vous seul_, de ce que j'ai tenté depuis deux jours, et qui malheureusement ne m'a pas réussi.

Un peu inquiet de tous les rapports que je recevais sur les intentions du roi de Naples, je me suis servi d'une occasion qui m'était offerte par le hasard, pour faire tâter l'ennemi, et voir s'il ne serait pas disposé à un armistice.

Dans la conversation qui a eu lieu, et qui avait en apparence un objet bien différent de celui que je voulais atteindre, l'Aide de Camp du Général Bellegarde a exprimé, même au nom de son Général, les sentiments les plus honorables pour ma personne; il a ensuite témoigné quelque étonnement que l'Empereur ne m'eût pas autorisé _à traiter définitivement pour l'Italie_. Il a ajouté: “l'Empereur sait pourtant bien les intentions des alliés sur l'Italie. Ces intentions ont fixé nos limites à l'Adige. Mais si on ne traite pas ici, nous serons obligés d'aller en avant; l'Empereur perdra certainement toute l'Italie, puisque nous sommes plus nombreux que vous et que d'ailleurs le roi de Naples est décidement notre allié; et vous comprenez bien que si nous nous emparons de l'Italie, les conditions proposées aujourd'hui ne pourront plus être les mêmes.„

Mon Aide de Camp a répliqué:

“Mais puisque votre intention n'était pas de passer l'Adige, pourquoi marcheriez vous en avant? peut-être le prince consentirait-il à conclure un armistice qui nous laisserait vous et nous dans le _statu quo_, pour un temps quelconque, pendant lequel il est probable que la paix serait signée.„

L'officier autrichien a repris:

“Oh cela n'est pas possible. Le Duc de Bellegarde se croirait bien autorisé à conclure un armistice avec le vice-roi aux conditions _qui lui ont déjà été proposées_; mais il ne l'est pas et ne le serait certainement pas aux conditions dont vouz parlez.„

La conférence a fini là. Je me suis fait devoir d'en informer l'Empereur. Je n'ai pas besoin de vous dire que pour mon compte je ne sortirai jamais de la ligne qui m'est tracée par mes devoirs et par mes serments.

Il faut donc que nous nous abandonnions aux évenéments et que nous reportions nos espérances sur les négociations de Bâle. D'ici là, je ferai certainement tout ce qui sera en mon pouvoir pour garantir d'une invasion toute la partie du Royaume qui n'a pas encore été touchée, et je ne désespère pas d'y réussir.

Les dernières nouvelles que j'ai reçu de Naples m'autorisent à croire que le Roi pourra bien être entraîné à signer un traité avec l'ennemi, mais qu'il persiste dans le réfus de porter ses armes contre le troupes de l'Empereur. D'un autre côté, les lettres les plus récentes de l'Allemagne et de la Suisse confirment les espérances de paix. — Sur ce, Mons. le Duc de Lodi, je vous renouvelle les assurances de mon estime particulière, et je prie Dieu qu'il vous ait en sa sainte garde.

Écrit à notre quartier général de Verone, le 18 janvier 1814.

EUGÈNE NAPOLÉON.

_Monsieur le duc de Lodi_,

En réfléchissant à la lettre que je vous ai adressée hier, il m'est venu une idée que je vous confie et dont vous ferez l'usage que vous jugerez convenable. Ne pensez vous pas que vous feriez bien d'écrire vous même à S. M. à peu prés dans le sens de la note que je joins â cette lettre?[28] Vous êtes mieux placé que moi pour dire tout cela, parce que vous êtes mieux à portée que moi de juger de l'intérieur. Au reste, vojez et ne faites que ce que vous jugerez convenable. Sur ce, ecc., ecc.

Qui appajono palesemente due fatti: 1.º che l'abbandono della Lombardia all'Austria non era in quell'epoca acconsentito, e che soltanto la catastrofe del 20 aprile allargò le ambizioni territoriali austriache, paralizzando naturalmente le resistenze degli alleati; 2º che gl'interessi del regno italiano erano fatalmente sacrificati, finchè Napoleone regnava, agli interessi francesi, e che urgeva svincolare gli uni dagli altri, dando alla dinastia italiana una base indipendente, come il Melzi voleva. Il primo fatto dimostra dunque la possibilità, il secondo la saviezza del suo programma. Eugenio non volle, o non osò, nel gennajo 1814, assumere la responsabilità di conchiudere questa pace, senza il permesso dell'Imperatore; ma dalle sue lettere traspira l'amarezza di non poterlo fare e la preoccupazione dell'avvenire. Questo avvenire avrebbe ancora potuto essere salvato, quando il duca di Lodi trasmise al Senato di Milano il suo messaggio del 17 aprile; poichè le condizioni militari non erano mutate, non erano mutate le disposizioni delle potenze, e la caduta di Napoleone rendeva liberissimo il principe Eugenio di assumere quella responsabilità che nel gennajo gli era parsa troppo temeraria.

Crediamo non occorrano più numerose ragioni a giustificare storicamente e politicamente la condotta di Francesco Melzi. In quell'ora, egli ebbe certamente l'istinto della situazione, e se avesse trovato nel Senato la cooperazione rapida ed energica che i momenti esigevano, l'eccidio di Prina si sarebbe potuto evitare, e con esso il dominio austriaco che pesò per nove lustri sulle contrade lombarde.

Sarebbe stato, per la futura unità italiana, un bene od un male? È un'altra “ardua sentenza,„ che neanche i “posteri„ saranno mai, crediamo, in grado di pronunciare.

Quanto a Milano, la parabola del suo destino si compieva rapidamente.

I tentativi di reagire contro l'eccesso e di trarre a carattere italiano le conseguenze della Rivoluzione, si ruppero presto contro l'attività dei cospiratori austriaci e contro la forza ineluttabile delle cose. Invano si costituì, a guisa di governo provvisorio, una Reggenza di cittadini milanesi; invano questa Reggenza inviò deputati alle grandi potenze, chiedendo il regno separato e la Costituzione speciale. Confalonieri si udì rispondere da lord Castelreagh che contro il paterno governo dell'Austria era una pretesa eccessiva il chiedere delle guarentigie; e, poco più d'un mese dopo l'assassinio del Prina, il maresciallo Bellegarde aveva preso possesso di Milano in nome dell'imperatore d'Austria, _legittimo_ ed assoluto sovrano.

V'è qualche insegnamento a trarre da questi fatti? se v'è, crediamo sia questo: che i grandi commovimenti popolari, quelli che lasciano traccie, sono quasi sempre il portato di cause morali, anche quando pigliano a pretesto moventi d'indole semplicemente economica. I popoli sopportano facilmente anche gravi imbarazzi della vita pratica, quando hanno la coscienza che l'anima loro è libera; al contrario, se si sentono soffocata od uccisa la libertà, non sempre ne traggono lungo conforto dal benessere amministrativo.

La Rivoluzione francese ha cominciato colle grida contro i monopoli del grano; ma il primo atto di forza che il popolo ha potuto fare, non l'ha rivolto contro i fornai, lo ha lanciato contro la Bastiglia. L'insurrezione inglese contro gli Stuardi ha cominciato dal rifiuto di Hampden a pagare un'imposta; ma il processo di Carlo I non fu incoato e condotto a fine per pretesti di ordine amministrativo; fu una reazione violenta contro lo spregio dei diritti e delle libertà popolari.

Gli è che vere rivoluzioni, rivoluzioni che producano effetti, non si fanno se non sono promosse o condotte da classi pensanti. Non è il braccio, è l'idea quella che cagiona nell'ordinamento degli Stati mutazioni profonde e durature. Quando il braccio solo si move, si producono tumulti, non rivoluzioni; e l'eroe si chiama allora Masaniello, non Cromwell, non Mirabeau, non Cavour.

Il primo Regno d'Italia ha, colla sua completa negazione di libertà politica, coalizzate contro sè stesso le classi pensanti e le classi popolane, unitesi in un giorno nefasto nella trista spensieratezza dell'odio che non ragiona. È un errore ed un pericolo che il secondo Regno saprà certamente evitare. Noi non sappiamo per quali prove la nostra generazione sarà chiamata a passare e di che intoppi lo sviluppo del movimento italiano troverà ancora a sè dinanzi sbarrata la via. Quello che speriamo ed auguriamo è che in nessun caso queste prove e questi intoppi potranno piegare a catastrofi, se da un lato le classi popolari sapranno non ispingere la tentazione della violenza fino agli orrori della crudeltà, e se dall'altro le classi pensanti non abuseranno della passione politica fino a calpestare il sentimento morale.

CONFALONIERI E I PROCESSI POLITICI.

Si possono studiare in due modi, sotto due aspetti diversi, i rapporti fra un individuo ed una società.

La forma più generalmente studiata, quella che seduce per una maggiore precisione di cause ed uno svolgimento più evidente d'effetti, è l'influenza che un uomo esercita sull'ambiente in cui vive, sull'epoca da cui sorge. La forza dominante, in questi casi, appartiene all'individualismo sulla collettività. È il genio che si sprigiona dalle mistiche profondità dell'umanesimo, e combatte e vince fenomeni universali, trasformandoli intorno a sè, obbligandoli a percorrere traccie diverse, a subire leggi nuove, che talvolta si prolungano bene al di là del tempo e dell'ambiente.

Aristotele, Dante, Bacone da Verulamio creano e modificano ambienti sociali nella filosofia, nella letteratura, nella scienza; Giulio Cesare, Carlo Magno impongono al mondo organismi politici, la cui influenza durerà ben più lungamente che la vita degli individui creatori.

Si capisce che questi fatti colpiscano fortemente l'immaginazione degli scrittori; e che una folla di osservatori si stringa intorno a queste esistenze privilegiate, che appunto per la loro scarsità e pei forti contorni della loro fisonomia sono facili ad esaminare e a descrivere, se non facili ad imitare.

Ma ben diverse e più complesse sono le questioni e gli studi, allorchè si passa all'influenza che la collettività esercita sull'individualismo; allorchè si esamina in qual modo agisca un'epoca, con quale forza prema un ambiente sull'educazione, sulle attitudini, sugli istinti, sul pensiero dell'uomo che vi nasce e vi cresce.

Quanti uomini di genio sono soffocati da un'epoca di compressione? quante intelligenze lucide sono sviate o rese incerte da un'epoca di transizione? quanti caratteri robusti ed interi diventano tiranni od ipocriti, sotto la piegatura lenta e costante d'una società frolla, o bacchettona, o crudele? Terribili quesiti, che devono renderci bene indulgenti nel giudicare gli uomini, ben cauti nell'attribuire esclusivamente all'indole loro, deficienze o contraddizioni od eccessi, che talvolta a questa indole furono inoculati da forze estranee, da impulsi irresistibili di responsabilità collettive.

Un uomo può nascere con attitudini spiccate alla scienza od alla letteratura; gli basterebbe un incoraggiamento, un alito di libertà per segnare forse una traccia durevole nei campi dell'intelletto. Invece, si trova in mezzo ad un ambiente di compressione o di scetticismo; un censore ignorante gli mutilerà il suo primo libro; un'accademia formalista gli screditerà il suo trovato; avrà una fiera lotta da sostenere contro un editore avido od un pubblico arido; il genio in formazione si sentirà sfiduciato, schiacciato; l'_homunculus_ si rimpiatterà nel suo germe; Tommaso Grossi farà rogiti di protesto cambiario; Piatti morirà povero e senza fama.

In ogni forma di attività questo fenomeno può manifestarsi; ogni carriera, ogni genio può essere alle prese colle rigide tenacità di un ambiente, può soccombere sotto la mole di un'epoca o di una società. Bonaparte, luogotenente d'artiglieria, trova innanzi a sè il mondo ridotto a frantumi, e diventa il genio della guerra per ricostruirlo a vantaggio suo; Cavour, scrittore di riviste, vede questo mondo bramoso di uscire dai ceppi antichi, e diventa il genio della politica per ricostruire la sua patria a vantaggio della libertà. Supponiamo che quelle due forze, quei due intelletti bisognosi d'azione avessero dovuto svolgersi nell'ambiente chiuso e tirannico in cui s'è trovata l'Europa dal 1815 al 1830; forse Bonaparte sarebbe divenuto colonnello nell'esercito del re di Francia; e il conte di Cavour avrebbe potuto aspirare al posto di direttore generale delle gabelle.

Se applichiamo criteri indagatori consimili alla storia milanese che va dall'eccidio del Prina agli albori del 1848, ci sarà forse più facile trovare la ragione dell'esaurimento politico in cui era caduta questa città, dove il periodo teresiano aveva prodotto gli eminenti economisti e giuristi del secolo scorso, e dove il periodo napoleonico s'era illustrato di Francesco Melzi, degli amministratori e dei generali, sorti con lui.

Quella fu un'epoca insieme di repressione e di transizione; di repressione in politica, di transizione nei costumi e nelle idee. Fu allora che cominciarono a sostituirsi abitudini di fusione sociale alle rigide distinzioni di classe dei tempi scorsi. Disparvero allora gli ultimi codini, le ultime parrucche, le ultime calze di seta bianca, gli ultimi spadini, le ultime giubbe ricamate e arabescate; l'abito rappresentò coll'esterna uniformità quella comunanza di pensieri e d'interessi che nobili e borghesi traevano dalla eguale umiliazione politica; nelle case, ai ritrovi pomposi, ai balli cadenzati, ai mobili pieni d'oro e di angoli, succedettero forme più famigliari, preferenze sempre maggiori per le comodità e le vivacità della vita.

Gli ultimi Arcadi morivano, uccisi dal ridicolo, sotto i colpi di quell'_audace scuola boreal_ che tutto l'ingegno di Vincenzo Monti non era bastato a respingere ed a sfatare. Si sentiva tutto all'intorno un mondo che si sfasciava; e tra i ruderi del vecchio e l'ossatura del nuovo, gli spiriti erravano dubitosi, si slanciavano, retrocedevano, ripiegavano; la società lottava contro sè stessa per uscire dal passato, e si spaventava qualche volta d'avere già fatto troppo larghi passi verso il futuro.

Politicamente poi, il timore e il silenzio erano divenuti i capo-saldi della vita cittadina, della prudenza borghese. Dopo quelle sterminate catastrofi che avevano segnalato gli ultimi anni del regime napoleonico, dopo le coscrizioni doppie o anticipate che avevano spopolate e addolorate le pareti domestiche, dopo l'impressione di terrore che aveva lasciato negli spiriti l'ultima giornata del Regno Italico, s'era prodotta in paese una sete di tranquillità e di pace che nulla valeva a saziare.

Volevano corsi e carrozze e teatri e giornali di mode e sonni tranquilli e gendarmi per le contrade. L'Austria soddisfaceva ed ajutava questo indirizzo dello spirito pubblico. Venuta qui con larghe promesse d'indipendenza e di libertà, si accorse presto che poteva smentirle impunemente, e lo fece. In Europa le lasciavano ogni arbitrio, nel paese non trovava sufficiente scatto di opposizione. Ci diede il Codice civile e la Cassa di Risparmio, un Vicerè e una Vice-regina che facevano ballare e trottavano sul corso in tiro a sei, cantanti e ballerine di cartello, giornalisti che si accapigliavano per la Taglioni o per la Cerrito, gendarmi e poliziotti in abbondanza, sulle strade maestre, agli angoli delle vie, sotto i fumosi lampioni ad olio di noce, sugli impalcati delle vetture postali.

Sotto questo regime gli uomini che avevano avuto l'abitudine dei discorsi politici si racchiudevano nel silenzio; i giovani ne sentivano difficilmente il bisogno; la polizia era divenuta la maggiore istituzione europea, e il principe di Metternich voleva sapere da Vienna di che cosa si discorresse sotto i platani del bastione o nei palchi del teatro alla Scala. A poco a poco, il regime europeo ci soverchiò e s'impose. L'Austria, che aveva vinto Napoleone, parve divenuta la potenza invincibile, eterna, a cui l'Italia non sarebbe sfuggita più.

Si accettò la vita com'era. Si andò ai balli del Governatore, del Vicerè. Gli ufficiali austriaci, che ci avevano liberati dalla canaglia del 20 aprile, avevano forme cortesi, si accettarono cortesemente. Si leggevano i giornali ufficiali, la _Gazzetta di Milano_, la _Biblioteca Italiana_; più sovente i giornali musicali e teatrali, il _Figaro_, il _Pirata_; più tardi l'_Indicatore_ e l'_Eco della Borsa_; i più rivoluzionari, leggevano il _Journal des Débats_. Ai giovani che crescevano, i padri, sfiduciati di cose vecchie e paurosi di cose nuove, raccomandavano prudenza, circospezione, rispetto ai superiori; il discorso di politica non si affrontava che sotto voce, fra gl'intimissimi, con mille reticenze di fatti e di nomi; si troncava presto, come di argomento che implicasse disgusto o pericolo; si parlava della Spagna o dell'Algeria, non dell'Italia. Le generazioni crescevano in quest'afa, sotto questa pressione, e perdevano a poco a poco ogni memoria, ogni coscienza di sè.

Com'era possibile uscire da queste molteplici difficoltà, vincere la compressione, sovrapporsi alla transizione, e riprendere in Lombardia la tradizione dei grandi caratteri e dei grandi intelletti?

Lo tentò e vi riuscì, con intero successo, un uomo solo, Alessandro Manzoni. Ma vi riuscì, allontanandosi da ogni complicità, da ogni attinenza colla politica contemporanea; vi riuscì, creando una letteratura nuova e potente, sotto cui i dominatori non avevano potuto indovinare nè punire l'alto sentimento di patria; vi riuscì, rigettando il suo genio fra le tenebre dei secoli precedenti, per trovarvi corruttele e discordie da flagellare, virtù ed audacie da segnalare, ad esempio dei tempi suoi.

Però intorno e al di sotto di lui, il pensiero politico, la vita pubblica trovavano pastoje difficili a superare, vincoli impossibili a rompere. Quei pochi, fra cui si conservava il fuoco sacro, o avanzi gloriosi del periodo militare napoleonico, o giovani sdegnosi di curvare la loro vita all'ossequio ignominioso dell'epoca, si riunivano, discutevano, deploravano, cercavano di sperare. Impotenti all'azione, si buttarono alla cospirazione; necessità dolorosa nei governi di servitù, deplorabile piaga nei liberi.

Quelle forme, quei segreti, quelle iniziazioni mistiche o paurose, ch'erano state fino allora espedienti per dare importanza ai mediocri od ai pessimi, cominciarono ad essere la seduzione dei cittadini migliori. Le società segrete pullularono, si moltiplicarono, si frazionarono secondo gli scopi, secondo le difficoltà materiali o morali d'ogni singolo centro. L'Italia fu piena di loggie, di vendite, di giuramenti, di motti, di segni di croce, di emblemi, di spade incrociate, di parole incomprensibili scritte col sangue o colla chimica. Tutti gli elementi di qualche valore intellettuale o di qualche vigore patriottico si ascrissero, per illusione di libere solidanze, ai frammassoni, ai carbonari, agli adelfi, ai federati, più tardi alla Giovane Italia. Le polizie non tardarono a fiutare i pericoli, a scoprire i misteri, e in ognuna di quelle illuse consorterie penetrarono elementi infidi, agenti diretti; che si acquistavano naturalmente fiducia, per essere sempre i più pronti e i più arditi nel manifestarsi.

Così l'organismo sotterraneo italiano cessava d'essere pericoloso pei governi e diventava invece un pericolo continuo pei patrioti. Il loro elenco, il loro censimento ufficiale stavano sul tavolino di tutti i direttori di polizia; i quali, ad ogni stormir di fronda, lanciavano i loro agenti a impadronirsi delle fila di congiure appena abbozzate, talvolta neanche pensate. E così passavano per le carceri, per le torture, per le forche uomini egregi, responsabili d'un biglietto ricevuto o d'un nome dato, ma che suscitavano colla loro riputazione o colla loro virtù i timori di un dispotismo, oscillante sulla stessa base della sua onnipotenza.

La storia d'Italia diventava null'altro che un protocollo di processi politici; la città del Parini e del Manzoni diventava l'ignobile anticamera d'una schiera di sbirri e di inquisitori, fra i quali erano destinati a trista celebrità un Trevisani, un Torresani, un Bolza, un Pachta, uno Zajotti, un Salvotti.

Il falso visconte di Saint-Aignan provocava e poi denunciava la cospirazione militare milanese del 1815; un Torelli complottava nel 1831 e poi svelava i complotti; il Boccheciampe tradiva, dopo averla incoraggiata, l'audace spedizione dei fratelli Bandiera; Attilio Partesotti s'insinuava nelle grazie di Giuseppe Mazzini e svelava all'Austria i nomi e i progetti dei mazziniani.