Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 6

Chapter 63,683 wordsPublic domain

E allora, in quel palazzo dove oggi accorrono gli studiosi del tempo antico a frugare le polverose cartelle degli Archivj di Stato, in quel cortile dove un imperatore di bronzo aspetta, colla stessa imperturbabilità di cui fu simbolo in vita, che si risolva il quesito di giustizia storica e di libertà politica agitato intorno al suo nome, accadde la seguente scena. Quando le carrozze dei senatori si fermavano dinanzi al vestibolo, un uomo d'alta statura, domestico di una casa signorile, montava sopra uno sgabello, si accostava allo sportello e gettava alla folla il nome del senatore, dando egli stesso il segnale dei fischi o degli applausi, secondochè il personaggio appartenesse o no al partito vice-reale. La folla era variopinta: v'erano giovani delle primarie famiglie, con ombrelle di seta, v'erano lacchè, popolani, faccie truci come di sicarii assoldati, e perfino, asserisce il Coraccini, delle dame di Corte. Quando giunse la carrozza del conte Verri, fu accolta da applausi, voltisi poi in fischi nel salire lo scalone; e il senatore vide distintamente il conte Federico Confalonieri dare il segnale degli applausi. La folla cresceva ad ogni momento, e assumeva, come avviene, aspetto più minaccioso e propositi più torbidi dal maggior numero. Mentre il Senato, appena riunitosi, cominciava la lettura della protesta e delle firme, un capitano Marini fece annunciare che la Guardia Civica chiedeva di voler presidiare essa il Senato, invece dei soldati di linea. Era il primo procedimento metodico della rivoluzione. I senatori, già sgomentati di questi preliminari, non seppero neanche dare risposta. E il capitano Begnino Bossi, del partito italico, rimandando senza contrasto il picchetto di linea e i dragoni ch'erano di servizio, fece occupare dalla Guardia Civica il cortile e le scale. Voleva dire, e volle dire infatti, che la turba fosse padrona d'invadere le scale e i cortili con assai maggiore libertà di prima. Il romore della sommossa cominciò allora a penetrare nella sala senatoria, e il pallore degli uscieri avvertì del crescente pericolo. Il conte Carlo Verri, affidato alla notorietà del suo nome e della sua famiglia, si offrì di uscire e di arringare la turba. Lo fece infatti e più volte, man mano che si udiva ingrossare il tumulto. Ma ad ogni arringa sua, vedeva più inquieta e più cupa l'attitudine della folla, respinta più in alto la guardia, sempre più occupati dai tumultuanti gli accessi e le scale del palazzo. La terza volta che si presentò sul pianerottolo dello scalone, vide che ogni freno era spezzato; che l'invasione delle sale era imminente. Gli ufficiali della Guardia Civica gli si strinsero intorno, dicendosi pronti ad esporre la loro vita per salvarlo; egli, impotente a farsi udire frammezzo agli urli, agitò un fazzoletto bianco e visto poco lungi il conte Confalonieri, lo chiamò ad alta voce per nome, invitandolo ad esporre i lamenti e i desiderii dell'assembramento. Furono poche parole, ma chiare: che si convochino immediatamente i Collegi Elettorali e che si richiami la Deputazione del Senato. Poi, gli urli proruppero come prima e più di prima, e assunsero quel tono foriero delle imminenti violenze: abbasso il Vicerè! abbasso il Senato! che si sciolga la seduta!

Il Confalonieri si pose a lato del Verri, quasi per fargli scudo della sua momentanea popolarità, e lo accompagnò fino all'uscio della sala, rimanendo sul limitare. Nell'interno poi della sala, tutto il Consiglio era scompigliato; i senatori, sbigottiti, non idonei per tempra ad affrontare somiglianti tempeste, non chiedevano altro senonchè si cedesse. Il Verri confermò loro che, senza un'immediata adesione ai desiderii della folla, non si poteva guarentire la salvezza del Senato. Non v'era bisogno di più forti scongiuri. Un senatore stese il decreto, di forma semplicissima: _il Senato richiama la Deputazione, riunisce i Collegi Elettorali, e la seduta è sciolta_. Il presidente Veneri appose la firma; siccome la folla già batteva all'uscio ed occorreva pubblicare il decreto, tutti i senatori e gl'impiegati si posero a scriverne copie, che poi venivano gettate e diffuse tra il popolo tumultuante.

Questa risoluzione salvò probabilmente i senatori da un possibile eccidio; i capi della cospirazione riuscirono a calmare per un istante le turbe, tanto che i senatori potessero, sgusciando ad uno ad uno, sfilare lungo i corritoi, tra gli urli e i fischi di quella plebe sfrenata. Poi cominciò il saccheggio. Il ritratto di Napoleone, dipinto da Appiani, fu bucato dalla punta di un ombrello e gettato sul lastrico della via. Poi, tavoli, sedie, usci, specchi, stufe, persiane, le carte d'archivio e i libri della biblioteca, tutto fu rovesciato, divelto, rotto in frantumi, buttato dalla finestra.

La prima parte della Rivoluzione era compiuta; il Senato era esautorato, sgominato, poteva dirsi abolito. Gli ostacoli che parevano gravi al partito italico s'erano superati. Ma restava l'altra metà del programma; quella che stava più a cuore del partito austriaco puro; e anche questa, poche ore dopo, era inesorabilmente e atrocemente compiuta.

Bisogna ora che ci trasportiamo col pensiero in altra parte della città; sopra un'altra area, pure oggi immemore della tremenda tragedia, i cui edifici sono consacrati a quanto v'ha di sereno e di nobile nel consorzio umano, la religione, l'arte, l'amministrazione cittadina, l'ospitalità.

La piazza di S. Fedele non aveva allora nè quell'aspetto regolare nè quella sufficiente ampiezza che oggi le si riconosce. L'edificio in cui trovasi l'albergo della Bella Venezia si protendeva allora assai più innanzi, con un massiccio quadrato, diviso dal prolungamento della via del Marino dalla casa Imbonati, divenuta ora teatro Manzoni.

La facciata poi si prolungava tanto verso il palazzo Marino da lasciare adito ad una viuzza strettissima ad angolo retto colla via del Marino; tanto stretta quella viuzza che, come nota il compianto Cusani, obbligò il celebre architetto di Tomaso Marino a costruire questa fronte del suo palazzo senza euritmia; cosa che ognuno può verificare od avrà verificato, notando che la porta centrale ha otto finestre a diritta e soltanto sei a sinistra, per potere collocare quella porta d'ingresso in faccia alla contrada dell'Agnello e sottrarla all'oscura strettoia, per cui nessun rotabile avrebbe potuto passare.

Era quello il palazzo che la dizione pubblica chiamava _la casa del Prina_; e dove quella immaginazione popolare malata, che è propria di tutti i tempi e resiste a tutte le logiche della civiltà, vedeva ammucchiati sterminati tesori. Il ministro delle finanze abitava infatti in quella casa, che non era sua, ma che il Demanio aveva comperata dall'Ospitale Maggiore. E lì, fin del mattino, era un via vai di gente, che, avendo sentore dei preparati tumulti, instava perchè il ministro cercasse fuori di casa un asilo.

Uno sconosciuto gli s'era presentato, porgendogli un biglietto anonimo, in cui lo si consigliava a lasciar tosto Milano; due segretari del ministro, Pavesi e Pioltini, lo esortavano a nascondersi, temendo per sè stessi e per lui; il parroco di San Fedele si offriva di celarlo in modo sicuro nel sotterraneo della chiesa; suo cugino, l'abate Prina, professore a Pavia, stava presso di lui un quarto d'ora prima che la folla irrompesse, e lo supplicava a fuggire secolui, avendo pronta a poca distanza una vettura preparata a tal uopo.

Fosse imprevidenza, irresolutezza o coraggio, il Prina non badò a nessuno di questi avvisi e non si mosse di casa[21]. La fatalità lo traeva. Trentaquattro anni dopo, un altro ministro, egli pure avvertito dei sicarii che lo attendevano, non volle mutare la sua via e corse incontro alla morte: Pellegrino Rossi. Ed aveva egli pure alcune spiccate analogie col ministro delle finanze del Regno d'Italia; entrambi uomini rigidi, aspri, inflessibili, tenacissimi; entrambi alteri dispregiatori di popolarità; entrambi ultimi sostenitori di un potere che cadeva con essi.

Quando la turba ebbe finito di trionfare delle suppellettili del Senato, una certa irresolutezza si manifestava nell'attitudine sua; voleva evidentemente una vittima; e già s'era mossa, per cercarla, verso il palazzo del duca di Lodi, quando una voce autorevole, forse spinta — chi lo sa? — da un desiderio onesto di stornare per un pericolo incerto e remoto un pericolo certo e prossimo, gettò nella turba il nome di Prina. Dio solo sa a quest'ora se quella sia stata la voce del conte Federico Confalonieri. Certe accuse, non basta che siano ripetute dai contemporanei, perchè debbano supporsi vere. L'epoca nostra ce lo insegna troppo. Guai se il giudizio dei posteri su alcuno dei più illustri contemporanei nostri fosse basato sulle audaci improntitudini di alcuni giornali!

Comunque sia, quella voce bastò a fermare la turba, che si precipitò invece, come un torrente devastatore, verso la nuova direzione e il nuovo nome additato ai suoi cupi disegni.

Giunse sulla piazza di S. Fedele, quando il cugino di Prina, visti inutili i suoi tentativi, aveva spinto il ministro in una delle ultime cameruccie dell'ultimo piano, gettandogli un abito da prete; ridiscendendole scale, scontrò la ciurmaglia che già le saliva.

Ognuno ha innanzi alla memoria quelle pagine sublimi del romanzo immortale, in cui Alessandro Manzoni descrive la sommossa del 1628 e l'assalto dato alla casa del Vicario di provvisione, che era, fra parentesi, Lodovico Melzi, un antenato del duca di Lodi. È fama che l'ispirazione di quelle pagine si dovesse all'impressione lasciata nell'autore dall'eccidio del 20 aprile che succedeva a pochi passi dalla sua contrada. Certo è che gli episodii si rassomigliano tutti; l'inferocir della plebe, la viltà degli eccitamenti, l'intervento delle scale e dei martelli demolitori, l'assenza di forza pubblica, la pietà generosa e impotente di alcuni cittadini. Soltanto, al povero Prina mancò l'aiuto di Ferrer.

Un Colombo, trovatello, falegname addetto al teatro della Scala, si vantò finchè visse d'avere scoperto il ministro in quella stanzuccia dove stava infilandosi le calze e l'abito da prete, nella speranza che il travestimento potesse salvarlo. Mentre gli uomini pratici della turba rompevano gli scrigni e mettevano in tasca i titoli di credito, il rozzo operaio, più violento, ma forse meno spregevole, pensava alla vendetta personale, che probabilmente gli avranno fatto credere giusta.

L'infelice ministro è ruzzolato giù per le scale, gettato da manigoldi fuori di una finestra verso la contrada del Marino, e raccolto da altri manigoldi sulla punta delle ombrelle e dei bastoni. Un manipolo di pietosi — ce n'è sempre, in questi casi, per l'onore dell'umanità — lo accerchia, finge d'essere il più accanito contro di lui e lo attira nell'interno della casa Imbonati. Renzo doveva essere tra questi. Ma i sicari prezzolati avvertono il tentativo e non lo lasciano compiere. Prina è strappato di nuovo dal suo rifugio, condotto a spinte, a busse, a colpi d'ombrello lungo la viuzza già accennata, tra la sua casa e il palazzo Marino; lo si trascina verso l'angolo di S. Fedele e lì la turba imbocca, schiamazzante e feroce, la via di S. Giovanni alle Case Rotte. Invano tentano alcuni generosi di placare quelle iene; il frate, poi cardinale Orioli, ajo del marchese Lorenzo Litta-Modignani, il celebre cantante Filippo Galli dal suo balcone, Ugo Foscolo dalla piazzetta della Scala spendono invano la loro pietà, la loro voce, la loro eloquenza; soltanto quel drappello di generosi che non aveva rinunciato alla sua speranza — bisogna nominare fra questi, a titolo d'onore, un cameriere di G. Domenico Romagnosi, Angelo Castelli — riuscì per la seconda volta a spingere la vittima trascinata entro una porticina che metteva nel cortile di un mercante di vino, Perelli, quasi di fronte alla casa, dove ora si trova la libreria Pirola.

Nascosto lì, dietro un mucchio d'assi del falegname Bonfanti, il misero Prina, già livido di ferite, vide passare per l'ultima volta innanzi a' suoi occhi la speranza dell'esistenza. Avrebbe potuto salvarlo il caffettiere Borrani, aprendo un usciolo che dal cortile metteva nella sua bottega e ad altre case; ma il caffettiere ebbe paura del saccheggio e si rifiutò. Avrebbe potuto salvarlo il generale Pino, coll'impiego di pochi soldati che avessero fatta una punta energica in mezzo agli assassini, che sono sempre vili. Ma il generale Pino si divertiva sulla piazza ad arringarli, gli assassini, in luogo di disperderli; e gli assassini udivano l'arringa, ridevano sul viso all'arringatore e proseguivano il loro truce divisamento.

Dopo un'ora di questa inutile aspettativa, avendo la turba già rotta la porta e invaso il cortile e ammucchiato delle fascine per incendiare la casa, il Prina rinunciò nobilmente all'esistenza, uscì dal suo nascondiglio e si diede nelle mani dell'orda inferocita.

Qui ebbe luogo una scena d'orrore che soverchia ogni più atroce concepimento di fantasie sbrigliate. La storia è talvolta più crudele dell'immaginazione. L'infelice uomo fu da un colpo di martello sul viso rovesciato a terra, fu legato pei piedi sopra un asse e trascinato in quella foggia lungo le vie, col capo che rimbalzava sullo sconnesso selciato della città. La pioggia dirotta e il cader della notte dovevano aggiungere orrore a quella scena sinistra, certamente rischiarata dalla luce sanguigna delle torcie di resina, più che dai pallidi fanali cittadini dell'epoca. Giunta la folla, briaca d'urli e di sangue, dinanzi all'ufficio del Demanio, sulla piazzetta del Cordusio, rizzarono contro il muro quel semivivo lacerato, lo denudarono, e cercavano sfondare la bottega di un vicino droghiere, per trarne acqua ragia ed abbruciare il cadavere coll'edificio. Erano i precursori del petrolio politico. Quando Dio volle, un picchetto di Guardia Civica comparve sulla piazzetta e sgominò gli assassini. Fu slegato e adagiato nel cortile del Broletto quell'informe avanzo d'uomo; era morto; ma i chirurghi che lo visitarono non seppero rinvenire, fra tante e così orribili contusioni, una ferita mortale; s'era spento di spasimo e di angoscia.

Tal fine ebbe, per una spensierata coalizione di passioni, il conte Giuseppe Prina, novarese, uomo che ad alcuni difetti, di forma più che di indole, univa qualità preziose di amministratore e di ministro. Era dal 1791 nei più alti uffici della finanza; dal 1802 ministro, prima della Repubblica italiana, poi del Regno d'Italia. Nel 1797 aveva salvato le finanze del Regno di Sardegna, provocando, con una misura allora assai coraggiosa, la vendita dei beni ecclesiastici. Nel 1798, era uscito dal potere perchè si rifiutò di emanare un decreto fraudolento, con cui si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore nominale.

Questi due atti bastano a dimostrare quale fosse il vigore e l'integrità del suo carattere. Come ministro delle finanze del Regno d'Italia, l'unica pecca sua fu un'eccessiva devozione personale all'imperatore Napoleone, alle cui esigenze di danaro non seppe resistere come doveva. Del resto, portava negli affari una grande oculatezza, una rigidità che contrastava colle abitudini dell'epoca e coll'amabilità che lo distingueva nella vita privata. Basava il suo sistema finanziario sulle imposte indirette piuttosto che sulle dirette; queste caricava moderatamente per potere, nelle frequenti occasioni di guerre, trarne aumenti straordinari di facile applicazione e che gli parevano allora giustificati dal rialzo dei prezzi che la guerra produceva, a favore dei proprietari fondiari. Così fu che nel 1805 e nel 1806 potè spingere l'imposta fondiaria da 48 a 60 centesimi, senza che paresse opprimente, e nel 1813 si fece dare un'anticipazione di due centesimi e mezzo, che l'estimo fondiario potè sopportare senza troppo disagio. Aveva immaginato il dazio della macina, ma vi rinunciò quando vide le enormi vessazioni a cui avrebbe dato adito quella forma d'imposta. Immaginò e tenne fermo il bollo; e fu l'imposta che lo rese più impopolare, quella che fu presa a pretesto del suo sterminio. Del resto, la regolarità della sua amministrazione era esemplare; i suoi resoconti, ch'egli, con esempio nuovo, rendeva pubblici ogni anno, erano modelli di chiarezza, di semplicità e di esattezza nei risultati; gl'impiegati del suo ministero non erano esuberanti; frammezzo alla rovinosa politica dell'Imperatore, aveva potuto consacrare in nove anni _settantacinque_ milioni, somma per allora enorme, ad opere pubbliche nell'interno del Regno; le spese di esazione, sopra un bilancio di centocinquanta milioni, non superavano l'8 ½ per cento. Era insomma, come cittadino, un uomo della vecchia scuola, che preferiva il concetto di giustizia a quello di libertà; come ministro, un finanziere sullo stampo di Colbert e del barone Louis, che credeva la severità verso gli individui guarentigia necessaria dell'imparzialità verso il pubblico. Morì per non essersi saputo persuadere che, in un momento di vertigine, una città mite e gentile, governata da magistrati e da generali, potesse cercare nel cadavere d'un ministro la prova della sua attitudine a reggersi come Stato liberale e indipendente.

La catastrofe del 20 aprile ebbe un'eco dolorosa in tutta la Lombardia, e la pietà per la vittima non tardò a prevalere, dietro la guida di un poeta gentile, che vendicò col vernacolo popolare il popolare traviamento di quella giornata[22]. Sopra Milano pesò per lungo tempo la cupa tradizione di quella tragedia. Eppure, bisogna essere giusti, Milano non ne è responsabile che per metà. Tutto dimostra ormai che la maggior parte dei saccheggiatori e degli assassini era stata chiamata da fuori; dentro, pur troppo, erano gl'inspiratori, e questi la storia deve cercarli e punirli piuttosto nelle classi colte che nelle classi popolari della città.

La plebe milanese si trovò spinta al delitto dall'esempio attivo di altre plebi rovesciatesi in mezzo a lei e dalla colpevole tolleranza di uomini d'alto grado ch'essa era avvezza a rispettare. È un cumulo di responsabilità, maggiori o minori, di prima o di poi, d'influenza o di acquiescenza, che ormai nessuno può togliere più ad una parte dell'aristocrazia milanese del 1814. Tanto è vero che subito dopo molti sentirono la necessità di scolparsi, di giustificarsi, di discutere. Gli stessi coalizzati, come avviene dopo un delitto o dopo una sventura, si sconfessarono l'un l'altro, rispettivamente alle singole ingerenze prese da ciascuno in quella settimana di storia. Il generale Pino, il conte Confalonieri, il conte Guicciardi, il conte Giovio, il senatore Armaroli scrissero tutti e subito intorno a quei fatti, e non tutti li scrissero nel modo istesso. Carlo Verri lasciò pure le sue memorie autografe; memorie che non sempre combaciano colle altre scritture dei contemporanei, e che soltanto da due anni furono pubblicate. Il Confalonieri protestò fieramente contro i sospetti da cui si vedeva assalito, si appellò alla sua educazione, alla stessa riputazione sua di nobiliare alterigia, per negare gli atti volgari e violenti a lui attribuiti; invocò il giudizio e la stima del duca di Lodi, che questi, in una sua lettera, pacatamente accordò[23]. Vere od erronee quelle accuse dominarono per lunga pezza la vita successiva del Confalonieri; il quale, nelle sue irrequiete cospirazioni, nell'attività che pose ad ogni sviluppo d'istituzioni politiche ed educative, nella stessa audace noncuranza con cui affrontò nel 1821 l'arresto ed il processo che facilmente avrebbe potuto schivare, parve all'opinione pubblica invaso da un fervido desiderio di espiare con patriottiche sofferenze un pensiero di colpa o di rimorso. La sua lunga e nobile prigionia, la fiera calma del suo contegno in quel colloquio col principe di Metternich, che ci ha rivelato recentemente il biografo di Gino Capponi[24], hanno raggiunto quello scopo, se mai lo cercava; ed oggidì il nome di Federico Confalonieri è un nome che suona onore d'Italia, è il nome di un generoso che non si può rammentare senza emozione e senza rispetto.

Quanto al generale Pino, la sua situazione innanzi alla storia è tutt'altra. Pino s'è difeso con molti opuscoli contro le imputazioni che gli vennero mosse; ha creduto dimostrare la propria energia, asserendo di essere stato traverso la folla, alla casa del Prina, mentre era invasa, di non avervi trovato il ministro e di aver dovuto respingere degli insulti.... alle sue decorazioni. Ma i fatti sono questi.

Già fin dal mattino del giorno 17, dopo la prima seduta del Senato, il generale Pino aveva avuto un lungo abboccamento segreto con Giacomo Luini, direttore generale della Polizia; e il giorno 20, quando già la sommossa si disegnava, Giacomo Luini aveva mandato fuori di Milano due compagnie di truppa regolare a difendere il passaggio del Ticino.... che nessuno assaliva. E poche ore dopo, nel fitto della Rivoluzione, Giacomo Luini si nascondeva presso il conte Giberto Borromeo, uno dei capi del partito favorevole all'Austria.

Quando il generale Bianchi-d'Adda, facente funzione di ministro della guerra, dopo l'assalto al palazzo del Senato, incaricò Pino di assumere il comando di tutte le forze ed ordinò al capitano Vercellon di mettersi, con una quarantina di uomini, a disposizione del prefetto della polizia dipartimentale, Giovanni Villa, fu un ajutante del generale Pino che intimò a quello squadrone di retrocedere in castello, mentre già la folla cominciava a fuggire, al primo avanzarsi di quei granatieri per la via di S. Giuseppe.

L'intendente di finanza, Frigerio, che teneva duecento guardie doganali a propria disposizione nel locale di S. Giovanni alle Case Rotte, proprio nel centro della sommossa, mandò a chiedere a Pino la facoltà di farle uscire, garantendo di vincere il tumulto e di liberare il ministro. Il generale Pino non gli diede risposta. Ed il fatto era udito pochi anni dopo, raccontato dallo stesso Frigerio, da una persona vivente degna di tutta fede.

Non basta; il giorno dopo, essendosi arrestati parecchi sicarj, che volevano continuare le turbolenze, Pino ordinò al generale Paini che fossero tosto rimessi in libertà, e fu destituito il prefetto Villa, che aveva cominciato i processi, malgrado gli ordini datigli di non far nulla.

E finalmente, quando tre giorni dopo, i generali Teodoro Lechi, Paolucci e Palombini vennero a Milano, nella speranza di persuadere Pino a reagire contro gli avvenimenti e a tentare una resistenza armata contro l'Austria, si udirono cinicamente rispondere dal loro collega! “_la faccenda fu assai ben condotta, giacchè se volevasi una vittima, bastò una sola, nè fu scelta male_.„

Quando sopra un uomo pesa la responsabilità di questi fatti e di queste parole, lo storico non ha più un processo da fare, ha un giudizio da pronunciare.

Colla giornata del 20 aprile fu raggiunto veramente lo scopo della Rivoluzione e distrutta ogni base su cui poggiava il primo Regno d'Italia. V'ebbero bensì tumulti e resistenze e saccheggi anche il dì dopo; ma la stessa facilità con cui fu repressa in quel giorno l'azione delle turbe sguinzagliate a disordini, prova quanto sia stata colpevole l'autorità pubblica nella tolleranza del giorno prima.

Eugenio Beauharnais seppe il 21 mattina, per un corriere speditogli durante la notte dal ministero della guerra, le prime notizie della Rivoluzione milanese. Aveva appunto spedito al generale Pino l'abbozzo di un decreto veramente esemplare per la legalità e lealtà delle sue disposizioni. In esso riconosceva cessati i propri poteri, per l'abdicazione dell'imperatore, da cui li aveva ricevuti; proponeva l'immediata convocazione dei Collegi elettorali e la formazione di un Governo provvisorio, presieduto dal duca di Lodi.