Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 5

Chapter 53,548 wordsPublic domain

Nel paese appartenevano a questo partito pochi signori tenaci di vecchio e nuovo legittimismo; di cui i più capaci e più noti erano il conte Alfonso Castiglioni e il conte Giacomo Mellerio.

Un'altra e più numerosa frazione dell'aristocrazia milanese si lasciava pure adescare da simpatie austriache, ma non scendeva a propositi di tumulti e di violenza. Erano uomini quieti, d'ordine, di affari, il vero partito conservatore religioso del tempo; aveva sopratutto nel Senato i suoi principali rappresentanti, il conte Diego Guicciardi e il conte Carlo Verri.

Contro questi stavano i così detti _Italici_, nobili e borghesi che s'erano, per varie cagioni, non tutte politiche, inaspriti col Vicerè, e che speravano trovare, nello sconvolgimento europeo, una forma di governo che rispettasse l'indipendenza del regno d'Italia, mutandone il capo. Non erano però d'accordo sulla sostituzione, com'erano d'accordo sulla negazione. Alcuni avrebbero volontieri veduto succedere all'odiato Beauharnais un altro personaggio franco-italiano, Gioachino Murat; altri fantasticava un re nazionale nel generale Domenico Pino, a cui la vanità naturale e l'esempio dei marescialli francesi non lasciava forse parere affatto assurda la speranza di una corona. Le frazioni politiche del partito accarezzavano soluzioni diverse; l'una accettava un principe austriaco, con separata costituzione pel Regno; l'altra aveva posto gli occhi sopra un principe inglese, il duca di Chiarenza, il secondo dei dodici figli di Giorgio III, e sperava con ciò di attirarsi la protezione e le simpatie di lord Castelreagh, l'onnipotente diplomatico della coalizione europea. Nè mancavano, come vedremo più tardi, altri progetti più serj, ma piuttosto individuali che di partito.

I personaggi più attivi fra questi gruppi erano senza dubbio il conte Federico Confalonieri e l'avv. Traversi; ma l'uno, aristocratico altiero e liberale, carattere rigido e forte, uomo d'istinti piuttosto che di combinazioni, camminava per la sua via, mosso da una vivace ambizione personale che non si disgiungeva da un alto sentimento di patria, accettando alleanze piuttosto che ricercandole; l'altro, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno, stretto in solidarietà di intrighi politici con una moglie avida di ricchezze e di onori, commensale e nel tempo stesso insidiatore del ministro Prina, non aveva ripugnanze nè di mezzi, nè di scopi, nè di alleati; e pare che su lui principalmente ricada la responsabilità di cupi accordi col conte Gambarana, mediante i quali, Austriaci ed Italici lasciarono poi tacita libertà di tumulto all'orda sanguinaria del 20 aprile.

Un quarto o quinto partito caldeggiava invece la nomina del principe Beauharnais, sottraendolo come sovrano indipendente ad ogni vincolo verso la Francia o verso la famiglia del vinto Imperatore. Era il partito di gran lunga men numeroso e pochissime aderenze noverava tra i nobili milanesi. Aveva l'esercito per sè, ma l'esercito era lontano, e subiva, quantunque valoroso, l'umiliazione della sconfitta. Aveva per sè i ministri, ma erano uomini impopolari, e perchè di un passato troppo ligio all'Imperatore e sopra tutto, bisogna dirlo, perchè estranei a Milano, essendo modenesi il Luosi, il Vaccari, il Veneri, bolognesi l'Aldini e il Marescalchi, novarese il Prina. L'autorità maggiore a questo partito veniva dal Cancelliere Guardasigilli, il duca Melzi d'Eril, uomo che naturalmente a tutti sovrastava per la grandezza della situazione personale, per la integrità del carattere, per la lunga e profonda esperienza delle cose di Stato. Sgraziatamente, l'abbiamo già detto, l'influenza del duca di Lodi sopra i suoi concittadini era sminuita; lo vedevano poco e lo avevano facilmente dimenticato; ai giovani pareva troppo vecchio, ed ignoravano che nelle questioni politiche l'età giovanile è piuttosto feconda di impeti che di energie.

Infatti fu da questo vecchio acciaccoso e solitario che partì la prima iniziativa virile, in tanta disgregazione di propositi; una iniziativa, che, se fosse stata secondata dalla fiducia pubblica come era stata concepita dal privato intelletto, avrebbe probabilmente dato alle sorti del regno italico quella forma d'indipendenza che invano si fantasticava per altre vie.

La sera del 16 aprile, un avviso di convocazione chiama il Senato ad una seduta straordinaria pel giorno dopo. Si buccina per la città che trattasi di un messaggio del duca di Lodi per invitare il principe Eugenio ad assumere il titolo di Re d'Italia. La notizia commove gli animi e dà la stura all'agitazione dei partiti. Gli ostili si rinfocolano nelle ire, contestano la competenza del Senato, deplorano, colla consueta ipocrisia dei partigiani, la _sorpresa_ di siffatta convocazione. Quasichè la sorpresa maggiore non venisse dalla capitolazione di Parigi e quasichè in politica la peggiore delle sorprese non fosse quella di lasciarsi sorprendere!

I senatori, di ogni partito, accorrono numerosi, e il presidente, conte Veneri, raccomandando il segreto sugli oggetti posti all'ordine del giorno, dà comunicazione al Senato del messaggio di Melzi.

Questi proponeva, dopo gli opportuni preamboli, che il Senato inviasse all'imperatore d'Austria una deputazione, coll'incarico di richiedere la sua mediazione presso le potenze alleate, affinchè: 1.º cessassero tutte le ostilità nel territorio italiano; 2.º fosse consacrata e riconosciuta l'indipendenza del Regno; 3.º fosse riconosciuto Re il principe Eugenio, le cui virtù e la cui onorata condotta avevano meritato l'amore del popolo e la stima dell'Europa.

L'iniziativa di Melzi era piena di avvedutezza politica. Sapeva egli, per le sue vaste relazioni personali, che l'imperatore Alessandro di Russia era favorevolissimo al Beauharnais[18]. Rivolgendosi direttamente all'imperatore d'Austria, metteva questi nella necessità di consultare il suo imperiale alleato; il cui sicuro consenso rendeva poi difficile all'Austria di accampare per proprio conto pretese territoriali. D'altronde, una deputazione consimile stava per partire, in nome dell'esercito, secondo uno dei patti dell'armistizio conchiuso il giorno 16 col maresciallo Bellegarde. Questa doppia dimostrazione, che avrebbe additata una completa concordia degli elementi civili e militari del Regno in favore del principe Eugenio, non poteva non fare una grande impressione sui governi alleati, compromessi dalle loro magniloquenti dichiarazioni di rispetto per la nazionalità e l'indipendenza degli Stati. E finalmente, approfittando subito della simpatia che aveva destato la condotta leale ed onesta del Vicerè, in confronto di quella subdola ed ambiziosa del re di Napoli, si rendeva più facile che, data la disposizione delle potenze a conservare in Italia almeno una delle dinastie uscenti dalla famiglia napoleonica, la scelta cadesse piuttosto su quella di Beauharnais che su quella di Murat.

In un paese che avesse serbato, insieme col desiderio vago dell'indipendenza, un concetto serio e giusto delle situazioni politiche, il programma di Melzi avrebbe dovuto trovare un incoraggiamento larghissimo nel paese ed una votazione unanime fra i suoi rappresentanti. Ma non fu così. Svegliatosi per le questioni di materiale interesse, l'intelletto del paese s'era attutito circa le questioni di Stato. Il dispotismo napoleonico aveva irrigidito ogni elasticità di pensiero pubblico. Gli uomini politici erano spariti; non erano rimasti che degli amministratori e dei legulej.

L'opposizione scattò subito, dopo finita la lettura del messaggio di Melzi; e ne fu l'oratore più autorevole e più accanito il conte Diego Guicciardi.

Quest'uomo, già s'è detto, aveva riputazione di essere nel Senato il capo del partito austriaco; n'era effettivamente al di fuori uno dei capi. Però non bisogna credere che allora questa denominazione avesse il significato odioso e antinazionale che ebbe più tardi. È una delle abitudini che rendono più confusa la storia e più difficile l'indagine critica quella di attribuire parole di un'epoca a fatti di un'altra. Si creano delle storpiature morali, non dissimili da quelle di cui si renderebbe colpevole un artista che dipingesse Cleopatra col guardinfante o Carlo Magno colla parrucca di Luigi XIV.

A settant'anni di distanza, poche pagine possono essere utilmente impiegate a delineare la fisonomia di un uomo che fu tra i più operosi e i più influenti del tempo suo.

Ambizioso quanto attivo e sagace, fertile nelle difficoltà politiche di espedienti e di transazioni, ricco d'ingegno più che di cultura, di una esperienza d'affari da pochissimi superata in quei giorni, il Guicciardi s'era mescolato di buon'ora ai pubblici negozi, e sotto tutti i regimi aveva tenuto un posto importante.

Nato a Ponte, in Valtellina, era stato fino dai primi anni spettatore della sordidissima dominazione che i Grigioni esercitavano sul suo paese. Ne divenne tra i più caldi a volerne scuotere il giogo, e concepì il pensiero di allacciare con solidi nodi alle provincie italiane della sottoposta valle del Po, una provincia rimasta fino allora pressochè digiuna di tradizioni italiane, sebbene teatro di lunghe ed acerbe lotte, combattute, pel dominio d'Italia, da Svizzeri, da Francesi, da Spagnuoli, da Tedeschi. Quel pensiero lo seguì per tutta la vita e poteva certo bastare, in tempi così agitati, ad occupare tutte le facoltà di una mente attivissima.

Le rivolture cisalpine del 1796 fornirono ai patrioti valtellinesi la cercata occasione di sottrarsi al vassallaggio d'oltr'Alpi; e fu principalmente per le influenze del Guicciardi che il generale Bonaparte aderì allora ad emancipare la Valtellina, Chiavenna e Bormio, dichiarando quei territori irrevocabilmente uniti alla Repubblica Cisalpina.

D'allora potè datare il Guicciardi l'ingresso nella vita politica più larga e più attiva. Piacque dapprima a Bonaparte, gran nemico degli ideologhi, che ne fece un ministro dell'interno, per controbilanciare il vuoto frasario demagogico degli amministratori cisalpini. Ai Comizi di Lione, il Guicciardi fa, dopo il Melzi, nominato direttamente dal Primo Console come Segretario di Stato della nuova Repubblica Italiana; onore diviso unicamente con quell'altro eminente magistrato che fu il Gran Giudice, Spanocchi.

Nè fra così alte vicende obliava il Guicciardi gl'interessi della sua provincia nativa, a cui seppe mantenere, contro ogni sforzo di emule diplomazie, l'irrevocabilità dell'annessione italiana. Questo affetto di montanaro ostinato spiccava anzi nel Guicciardi così evidente, che partecipandogli l'alto grado a lui conferito, Bonaparte credeva necessario di scrivergli: “vous n'appartenez plus à aucun département. N'ayez jamais en vue que l'interêt et la politique de la République _entière_„[19].

Melzi non amava Guicciardi, e non lo nascondeva. Sicchè, fattisi difficili i loro rapporti personali. Napoleone collocò Guicciardi alla Consulta di Stato. Ma costituitosi poco dopo il Regno d'Italia, lo volle ritornato a capo di un dicastero, e gli affidò la direzione generale della Polizia. Bisogna dire, ad onore del Guicciardi, che in tali funzioni egli non seppe interamente prestarsi alle sfrenate volontà del sovrano. Uomo pratico, voleva la moderazione; uomo onesto, voleva la legge. Onde scadde dalla fiducia dell'Imperatore, che gli tolse la Direzione della Polizia e gli inflisse, con metodo imitato spesso dappoi, la dignità di senatore del Regno.

Voltandosi all'Austria, contro il sistema francese, Diego Guicciardi non poteva dunque dirsi nè un ingrato, nè uno spensierato. Aveva servito con zelo il governo da cui era stato beneficato. Caduto quello, ricuperava il sentimento della sua indipendenza politica, e credette scorgere nell'Austria, vale a dire nel più forte dei governi allora segnalati sull'orizzonte, la sola potenza capace di guarentire i due scopi politici che gli erano cari: il mantenimento della Valtellina nel regime lombardo ed una libertà onesta pel Regno. L'avvenire ha dimostrato che s'ingannava almeno per metà. Ad ogni modo, la sua evoluzione politica suscitò allora e mantenne intorno al suo nome fino agli ultimi tempi un ambiente di sfiducia, a cui s'ispirarono con troppa ingiustizia alcuni scrittori contemporanei. Dopo l'avversione del Melzi, incontrò quella del Marescalchi; e irosamente ostile gli fu sopra tutti Ugo Foscolo, che lo chiamava con suo sarcasmo: _l'uomo valtellinese_, e che avrebbe dovuto, più d'ogni altro, essere indulgente verso le debolezze dell'epoca.

In realtà, il Guicciardi, che tante antipatie s'era nella vita pubblica ingrossate contro, aveva fra le pareti domestiche riputazione di animo buono e probo, cui sempre giustificarono legami di affetto famigliare vivi e durevoli. Ma il Guicciardi era figlio del suo tempo ed aveva subìto, non corretto, l'ambiente in cui era vissuto. La mobilità degli eventi, avendo educato tutta la generazione sua ad un certo scetticismo utilitario, — che ora torna di moda, — non gli permise di mostrare, nella sua vita pubblica, ciò che si è convenuti di chiamare _carattere_; ma sarebbe ingiusto affermare, col Foscolo, che in quella non si fosse proposto se non utili individuali. No, il Guicciardi aveva il sentimento del paese, il concetto della vita politica. Non gli sacrificava con larga generosità le sue convenienze personali e famigliari, ma non può dirsi che abbia cercato queste a ritroso della sua coscienza di uomo pubblico.

Gli è che il Guicciardi non poteva propriamente dirsi un uomo moderno. Per l'educazione, per le tradizioni, per le necessità degli eventi contro cui ebbe a lottare, egli apparteneva a quella scuola di statisti italiani, che dal Macchiavelli, dal Morone, da Vittorio Amedeo avevano imparato l'evoluzione dei metodi come unico avviamento ai successi del bene. La saldezza delle convinzioni politiche, divenuta, sotto l'influenza dell'odierno liberalismo, quasi guarentigia e sinonimo della onestà degli uomini pubblici, non poteva sembrare qualità egregia di governo in tempi, in cui contro la prepotenza dei dominatori unico schermo era l'astuzia, ed unica preoccupazione quella di assicurare quanto più si potesse delle vite e delle sostanze dei sudditi contro l'imperversare delle mutabili tirannie. Onde accadeva sovente che uomini di rette intenzioni e di vita illibata serbassero, nei loro rapporti politici, andamenti così incerti e così brusche mobilità, da eccitare la riprovazione di chi non abbia l'indulgenza, naturale allo storico, per le incoerenze di cui ogni epoca è necessariamente feconda.

Il programma austriaco del Guicciardi poteva dunque essere, e fu, un errore; ma non era un traviamento.

Dell'Austria non s'aveva allora fra gli uomini di governo quel concetto che dopo il 1815 divenne popolare in Italia. Il Guicciardi non l'aveva conosciuta che come potenza estera, e gli uomini di parte sua in Milano ne ricordavano il mite regime teresiano e leopoldino come un ideale di autonomia, in confronto delle prepotenze repubblicane e imperiali piovuteci dalla Francia. Quegli uomini mancarono piuttosto, e mancarono affatto, dell'esperienza politica, che s'acquista unicamente colla meditazione e colla lettura. Furono vittima di quella illusione, che seduce sempre le menti volgari, di credere che un partito o un governo, abbandonato ad un dato punto della vita, sia rimasto immobile e si possa riprendere e ripresentare colle stesse forme e cogli stessi caratteri, allo stesso punto in cui s'è lasciato.

Il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo

che non vede, non sente, non istudia le modificazioni che intorno a lui e in sè stesso cagiona la forza delle cose o lo spirito dei tempi, non sa immaginare che si sia mutato o in bene o in male quel partito, quel governo, quel sistema che da un pezzo ha perduto di vista. S'ostina a respingerlo o a ribramarlo, sulla base delle passate nozioni, inconscio dello squilibrio che vi può essere fra la sua ricordanza ed il vero; e quando poi la fortuna dei casi lo ripone in contatto con quella forma, desiderata o abborrita, dei tempi andati, s'accorge con sorpresa che quella forma è mutata, che ha subìta, affrettata, compiuta quella stessa evoluzione benefica o disastrosa da cui egli credeva che fosse rimasta lontana od immune.

Questo complesso di circostanze e di idee, unito probabilmente ad un senso di gelosia e ad un ricambio di antipatia pel duca di Lodi, unito ad una certa sfiducia dell'uomo d'affari per quella vaghezza di teorie e quella imprecisione di scopi che distinguevano il partito degli Italici puri, pose risolutamente il Guicciardi campione della resistenza contro il programma savio e patriottico esposto al Senato nella seduta del 17 aprile.

Rifar qui la storia di quella discussione parlamentare non sarebbe forse inutile, ma sarebbe certamente assai lungo; nel complesso, la sua intonazione fu meschina e rivelava la pochezza dei valori intellettuali rimasti in quella assemblea. È, del resto, uno dei fenomeni più volte ripetutisi nella storia, che, alla vigilia delle grandi crisi, l'eloquenza parlamentare si trovi quasi sempre inferiore all'urgenza delle situazioni o schiacciata da quelle. Invece di affrontare la discussione delle cose, si affronta quella delle apparenze; invece di trarre i fatti dalla necessità delle parole, si cerca di oscurare i primi sotto il viluppo delle seconde.

Il Guicciardi, secondato dai suoi, combattè innanzi tutto con mozioni d'ordine; mostrò dubitare che il Guardasigilli avesse facoltà di convocare straordinariamente il Senato; gli contestò il titolo di rappresentante dello _Stato_, mentre, a suo credere, lo era soltanto del _governo_; propose, vecchio espediente d'ogni nuova contesa, la nomina di una Commissione per istudiare l'argomento. Propostosi un Comitato segreto, per discutere subito l'affare e prendere una deliberazione, il Guicciardi si oppose di nuovo, sostenendo che un Regolamento organico del 1809 non consentiva al Senato il metodo dei comitati segreti.

Per uscirne, fu deciso che una Commissione, secondo il suggerimento di Guicciardi, si nominasse seduta stante e che il Senato fosse riconvocato la sera stessa alle otto per udirne la relazione. Guicciardi fu eletto naturalmente a far parte della Commissione, e fu incaricato, col Verri e col Dandolo, di recarsi dal duca di Lodi per udirne schiarimenti e notizie.

Questo colloquio e le gravi e dignitose parole del vecchio uomo di Stato parvero scuotere la Commissione; la quale, scelto a relatore il Dandolo, accettò e propose al Senato l'invio della Deputazione, dirigendola però a tutte le Potenze Alleate e sostituendo alla domanda esplicita del trono pel Vicerè un elogio cauto ed insignificante delle sue virtù. Questo inciso aveva, nella sua forma ipocrita, una significazione anche maggiore di indifferenza per la persona del Principe; e in tal modo lo commentò Carlo Verri, lasciando intendere che dubitava fossero i voti della nazione favorevoli a lui. L'imminenza del voto decisivo scosse i senatori del partito vicereale, e il Vaccari, il Paradisi, il Prina sostennero energicamente la forma del messaggio Melzi, facendo notare a ragione che, escludendo la domanda del principe a Re, lo scopo del decreto e della Deputazione si risolveva in una inutilità. Al che Guicciardi rispose, che essendo, per gli Statuti Costituzionali del Regno, erede diretto della corona d'Italia il figlio legittimo dell'imperatore Napoleone, i senatori, che erano tali in forza di quegli Statuti, non potevano chiedere un altro Re. Il ragionamento era rigido, ma non era leale; giacchè a nessun uomo di senno poteva sembrare possibile che la coalizione lasciasse un trono al successore immediato dell'uomo contro cui s'era rovesciata; e si ricadeva nel sofisma e nel bizantinismo, rifiutando di riconoscere la situazione di fatto per aggrovigliarsi nelle situazioni di forma.

Ben lo fecero notare Prina e Luosi, proponendo una nuova dizione che riservasse almeno _il diritto eventuale_ del principe Eugenio. Guicciardi non cedette su nessun punto; ed essendosi venuti ai voti, piuttosto per istanchezza che per esaurimento della discussione, come accade nelle sedute parlamentari notturne, quasi tumultuariamente il Senato approvò a grande maggioranza il progetto della Commissione, nominando il Guicciardi e Luigi Castiglioni a deputati presso le potenze alleate. E i due deputati, accettato, sebbene a malincuore, l'incarico, e forniti dal duca di Lodi delle commendatizie necessarie presso i governi europei, partirono infatti da Milano il giorno susseguente e si trovarono in Mantova la sera del 19.

La seduta del 17 aprile ebbe un contraccolpo immediato sull'attitudine dei partiti in Milano.

I cospiratori del partito austriaco, visto che nel Senato il governo era ridotto ad una piccola minoranza, decisero di approfittare della circostanza per sollecitare quella rivolta di piazza, che doveva, nel pensier loro, rendere inevitabile l'intervento dell'esercito austriaco e quindi la definitiva occupazione, a tutela dell'ordine pubblico.

Gli Italici poi, indispettiti perchè nel Senato stesso neanche una voce si fosse levata a sostenere il loro programma, rivolsero i loro sforzi contro il Senato stesso, considerandolo, nella loro cecità, come l'unico ostacolo al trionfo della parte loro. Fra due partiti, chiaritisi ostili ad un terzo, una coalizione per distruggere è presto fatta. Gli _Austriaci_ accordarono il loro appoggio e le loro firme ad una protesta che gli Italici presentavano, contro la deliberazione del Senato, per domandare l'immediata convocazione dei Collegi Elettorali, come unica legittima rappresentanza del Regno. Gli _Italici_ dovettero tollerare, con trista e tacita complicità, l'agitazione popolare che il Ghislieri, il Gambarana e il Traversi organizzavano con torbidi elementi chiamati dal Pavese e dal Novarese.

La protesta in favore della convocazione dei Collegi Elettorali era imponente per la stessa moderazione con cui era redatta, pel numero e per la qualità delle firme ond'era accompagnata. Il primo nome sottoscritto era quello del generale Domenico Pino, e dietro a lui venivano tutti i nomi più noti dell'aristocrazia e dell'alto commercio, i Porro, i Trivulzi, i Confalonieri, i Fagnani, i Borromei, i Visconti, i Greppi, i D'Adda, i Cicogna, i Rasini, i Mellerio, i Sormani, i Trotti, i Brambilla, gli Arese, i Ciani, i Busca, i Silva, i Bossi, i Giovio, i Serbelloni, i Crivelli, i Castiglioni, gli Scotti, i Castelbarco, i De-Capitani, i Balabbio, i Besana, i Barbò; v'era il presidente del Consiglio comunale, conte Gian Luca Della Somaglia; vi erano il podestà di Milano, conte Durini, e tutti i Savj municipali; v'erano le illustrazioni intellettuali, Carlo Porta, il Monteggia, il Cagnola, Carlo Rosmini, e un giovane già alto nella riputazione cittadina, Alessandro Manzoni.

Questo documento parve atto così grave e così pieno d'incognite minaccie a Carlo Verri, uomo di animo retto e fermo, non indegno dei suoi illustri fratelli, che si recò senza indugio a casa del duca di Lodi, supplicandolo a prendere, come depositario del supremo potere, misure di previdenza. Fu inutile; il duca di Lodi, prostrato da un accesso di gotta, ingannato dai rapporti di una polizia che s'era fatta complice dei turbolenti, forse persuaso in cuor suo che ogni cosa precipitava e non v'erano più probabilità di salute, non volle far nulla. Era fatale che la catastrofe succedesse[20].

La mattina del 20 aprile era il giorno ordinario delle riunioni del Senato; e, malgrado l'eccitazione popolare, che già si annunziava, il presidente Veneri non ebbe il coraggio di sospendere la convocazione. Pioveva; e i senatori s'avviavano nelle loro carrozze verso il palazzo dove solevano radunarsi.