Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 3

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E il Melzi, serio e severo, perchè preoccupato della grave responsabilità, entrava da Porta Vercellina, in una carrozza preceduta e seguita da brillante accompagnamento di magistrati, di militari, di popolo. Il generale Pino era nella carrozza con lui; il generale Murat era corso ad incontrarlo a capo dello stato maggiore; nell'ultimo posto, ed obliato da tutti, chiudeva umilmente il corteggio — rappresentanza viva delle ironie della sorte — quel generale Despinoy, che sei anni prima aveva trattato i milanesi con tanta impertinenza e che aveva fatto arrestare, con brutalità soldatesca, Francesco Melzi.

Qui comincia il periodo dell'attività politica e della responsabilità per l'uomo insigne che s'era fino allora mantenuto nei più facili confini del consiglio e della censura. E non è piccola lode sua, non è prova leggiera delle sue alte qualità di Stato il poter dire che Melzi uscì con intatta, anzi con cresciuta riputazione, da questo periodo, che è sempre così pericoloso e spesso così fatale per le ambizioni politiche.

Non ci è dato poter qui giustificare questa asserzione. Per essere fedeli alle necessità ed alle proporzioni del nostro studio, dobbiamo respingere da tutte le parti argomenti e fatti che ci si affollano innanzi alla mente; dobbiamo chiudere gli occhi por non vedere il periodo, per dimenticare la moltiplicità degli ostacoli vinti, delle riforme cominciate, delle leggi votate, dei lavori compiuti; dobbiamo resistere alla tentazione di uscire dall'atmosfera dell'uomo per entrare in quella delle cose. Ed è qui soprattutto che sentiamo l'insufficienza del metodo che ci siamo imposti: è quì che dobbiamo chiedere scusa ai lettori se la parola sarà impotente a condensare in un capitolo la materia di un libro e se a questa irta contraddizione fra lo spazio e l'intento ciascuno di essi crederà sacrificate quelle speciali rimembranze e quelle glorie speciali, — militari, legislative, edilizie, — onde s'è composta fra noi la ricca e simpatica tradizione dell'amministrazione italiana.

A questa ha presieduto per più di tre anni Francesco Melzi, rialzando veramente in ogni pubblica azienda quel concetto alto e morale che s'era perduto durante gli ultimi rivolgimenti, e mettendo le basi a quasi tutte le istituzioni che i nove anni successivi del Regno italico avrebbero potuto svolgere e perfezionare.

Il governo di Melzi fu veramente un complesso di uomini, rispettabili nella vita privata, capaci nella vita pubblica, pieni di zelo e di attività salutare. Bonaparte gli aveva dato fin da Lione due soli collaboratori, lo Spanocchi, Gran Giudice, magistrato di severa dottrina e d'incorruttibile probità, e Diego Guicciardi, Segretario di Stato, amministratore sagace e ricco di espedienti, che delle persone e delle cose lombarde aveva conoscenza profonda e precisa.

Intorno a questo nucleo raccolse presto il Melzi gli altri elementi di cui aveva bisogno; e si ajutò di Carlo Verri e del Villa per gli affari interni, di Pietro Moscati per l'istruzione pubblica, di Prina e di Veneri per le finanze, di Bovara e di Giudici per gli affari del culto; all'importante dipartimento delle pubbliche costruzioni venne allora e durò poi lunghi anni quel conte Paradisi, sotto la cui amministrazione furono compiute così gigantesche opere stradali ed idrauliche, ed alla cui scuola si educarono ai futuri prodigi tanti giovani illustri, fra cui la nostra generazione non può dimenticare Elia Lombardini e Pietro Paleocapa.

Soprattutto al concetto morale badava il Melzi, e faceva convergere a rialzarlo tutti i suoi discorsi e l'opera sua. “L'uomo libero„ scriveva al parroco di Magenta “non è che l'uomo probo.„ E pubblicava, dover sopravvivere a tutte le divisioni passate quella sola che ponesse _un muro di bronzo_ fra gli uomini onesti e quelli che non lo sono.

Gli erano dunque fieramente avversi tutti quegli elementi equivoci, che nel primo triennio e dopo la battaglia di Marengo avevano fatto sulle finanze pubbliche così turpi speculazioni. Il Sommariva, congedato con severa frase dal Melzi, ordiva intrighi a Parigi per isbalzarlo. Aveva tentato perfino di mettere contro di lui l'influenza ancora efficace di Giuseppina, facendole offrire dal suo complice Formiggini una collana del valore d'un milione. Giuseppina, onestissima malgrado la sua vanità, respinse il dono, che sotto altre apparenze poteva ricordare il famoso episodio fra Maria Antonietta e il cardinale di Rohan. Ebbe minori scrupoli il Talleyrand, che ritenne, senza chiederne la provenienza, un orologio a brillanti del valore di ottantamila lire.

Questo intrigo poteva essere tanto più pericoloso in quanto s'ajutava di tutte le ostilità, segrete o palesi, a cui la politica schiettamente italiana del Melzi dava pretesto. Giuseppe Bonaparte, che attribuiva all'opposizione sua di non essere Presidente della Repubblica Italiana, ostentava grandi accoglienze al Sommariva, che aveva sposato un'antica amante di Gian Giacomo Rousseau e che teneva in sua casa corte bandita per equivoci commensali, orpellando colle nuove ricchezze l'antica volgarità. Fra i generali, avvezzi all'impunità degli abusi, l'irremovibile severità del Vice-presidente suscitava fieri lamenti. Se n'era fatto il più romoroso banditore Giuseppe Lechi, uomo altrettanto immorale quanto valoroso, non molto dissimile per torbida indole dal fratello Galeano, tiranno di Bormio. Il generale Marmont non era schivo dal prestar mano a queste corruttele, che venivano ad allacciarsi intorno al comandante supremo dell'esercito francese a Milano, Gioachino Murat; cuore onesto, ma debole, che dal suo grado militare e dalla sua stretta parentela col Primo Console traeva un certo disdegno d'essere in qualunque paese il secondo, e a cui non era difficile persuadere che gli spettasse esser primo.

Un pettegolezzo letterario, a cui questa coalizione d'interessi aveva saputo dare le proporzioni d'una congiura, complicava la situazione e accresceva gl'imbarazzi del Vice-presidente. Da Parigi venivano ordini fulminanti, richieste di processi contro Cicognara, contro Magenta, contro Teuliè, per alcune poesie d'un capitano Ceroni, che affettava ostilità giacobine contro il governo del Primo Console. Il quale s'avviava già, per insensibile pendio, su quello sdrucciolo di despotismo violento, in fondo al quale doveva pochi anni dopo trovare la fine della sua grandezza. Scriveva al Melzi, ordinandogli di sfrattare dallo Stato una dama milanese, la signora Fossati, perchè teneva circolo serale di elementi non favorevoli al regime francese. E per queste minutaglie politiche si accalorava tanto da scrivere: “la faiblesse du Gouvernement à Milan passe tout ce qu'il est possible de concevoir.„

Melzi resistette a queste molteplici bufere con severa e tranquilla dignità. “Le général Murat„ scriveva al Primo Console “a couvert de son nom cette trame odieuse„, e se ne appellava alla stessa sorella di Bonaparte, Carolina Murat, donna di maggior senno e di maggiore energia del marito.

Degli intriganti parigini scriveva col più grande disdegno e si meravigliava che presso le alte influenze del Governo avesse “le plus grand jeu la faction de l'ancien gouvernement qui est celle des voleurs.„

Circa le violenze poi che Bonaparte imponeva o consigliava contro avversarj politici, rispondeva: “je crois fermement qu'il y aurait de la folie à combattre les folies, les erreurs, les passions des hommes par la force, car la force leur donne un caractère extrêmement plus dangereux par la réaction qu'elle provoque. Je crois également qu'il est juste et nécessaire de punir les actes ou faits qui portent un caractère criminel. Toute ma conduite a été réglée sur cette distinction.„

Non vi pare di veder qui riassunta con linguaggio preciso e liberale, fin dal 1802, quella famosa teoria del prevenire e del reprimere, che alcune ingenuità dottrinarie considerano come un trovato di tempi così recenti?

Il Melzi chiudeva finalmente le sue corrispondenze, respingendo alteramente qualunque sospetto intorno alla sua lealtà, ed offrendo, come un primo ministro odierno, le sue dimissioni. “Comme il serait aussi injuste qu'absurde d'accuser ma loyauté, ainsi il serait au-dessous de moi de descendre à la justifier.... J'avais pu sacrifier mon existence et mon repos au bonheur de ma patrie; mais je n'ai ni le courage ni l'envie de sacrifier mon bonheur à de viles intrigues.„

Bonaparte, reso ai sentimenti nobili e giusti da questa fiera dignità dell'amico suo, gli diede intera soddisfazione sopra ogni argomento. Cacciò da Parigi il Sommariva e i complici suoi, scrisse a Murat, biasimando la sua ostilità contro Melzi e dicendogli: “vivez bien avec lui.„ Al Cicognara, al Magenta, al Teuliè restituì, dopo poco tempo, libertà ed onori. Non accettò naturalmente le dimissioni offertegli, dicendogli anzi: “il est impossible qu'avec la confiance que je vous accorde, vous éprouviez aucune tracasserie.„ E, avendogli anche più tardi, sotto un altro accesso di stanchezza e di gotta, ridomandate il Melzi le sue dimissioni, Bonaparte gli rispondeva con una delle sue frasi sovrane: “vous êtes engagé dans la lice; il faut désormais que vous mouriez au milieu des hommes et des embarras du gouvernement des nations.„

Di questa tempra alta e veramente liberale del Melzi si potrebbe trovare la traccia in ognuna delle sue lettere, in ognuna delle sue disposizioni di governo. Era un ingegno equilibrato e coerente, che non aveva nessun pregiudizio di tempi e in parecchie cose preludeva a progressi futuri.

Quando riordinò l'Università di Bologna, nominò alla cattedra di lingua e letteratura greca una colta signora, Clotilde Tambroni. Costituì vigorosamente il servizio pubblico dell'innesto del vajuolo, disciplina ancora così discussa e così timidamente accettata, che Lorenzo d'Orlando scriveva qualche anno prima al conte Giberto Borromeo: “Mi rallegro con V. E. dell'esito felice d'una operazione tanto pericolosa come è l'innesto del vajuolo.„

Sollecito di cultura pubblica, incoraggiava di sussidj e di commissioni Ugo Foscolo, Francesco Soave, Andrea Appiani, Canova. Ordinò l'Esposizione annuale periodica di Brera; stabilì dodici pensioni pei giovani artisti che si recavano a Roma; destinava fondi dello Stato a incoraggiare la grandiosa pubblicazione dei Classici Italiani; sussidiava del proprio una splendida edizione dei celebri scritti militari del bolognese Francesco Marchi.

Delle grandi necessità politiche poi aveva un sentimento alto e sicuro. Patrocinava in ogni occasione l'ingrandimento territoriale della Repubblica, la cui mostruosa conformazione, prima dell'annessione del Veneto, diceva fonte di gravi danni e pericoli. Agli ordinamenti militari poneva tutto il suo zelo, e fin dalla prima riunione del Corpo Legislativo, aveva scritto nel suo Messaggio, con intonazione affatto napoleonica: “Poichè le armate d'Europa riappresero il cammino d'Italia, è pur forza sovvenirvi che a' suoi soldati apprese l'Italia un giorno le vie del mondo.„

Dopo tre anni di un'amministrazione governata con tanta prudenza e tanto affetto, ecco un nuovo turbine che scende dalle Alpi, l'Impero.

Un giorno, Francesco Melzi è invitato a recarsi senza indugio a Parigi dal Primo Console Presidente. La novità della richiesta fa presagire gravissimo abboccamento. Parte, lasciando il governo al Gran Giudice, colla raccomandazione di consultare negli affari importanti il Moscati e il Guicciardi. Giunge a Parigi a tarda notte, è subito condotto alla presenza del Console, e rimangono quattro ore in segreto colloquio. Quando ne usciva, la nuova rivoluzione politica era stabilita, la Repubblica Italiana diventava il Regno d'Italia, Napoleone I cingeva la sua corona e nominava Vicerè il suo figlio adottivo, il colonnello Eugenio Beauharnais.

È la terza fase del periodo italiano che ora incomincia: fase che ha usurpato, nella tradizione storica, tutta la gratitudine dovuta all'intero periodo, soltanto per quella fatale preferenza che l'uomo accorda sulle felicità oneste e tranquille alle glorie tragiche ed alle romorose sventure.

Nulla si mutava in apparenza, tranne i nomi, gli spettacoli e le uniformi; in realtà, delle due basi fondamentali su cui fino allora il governo s'era fondato, la saviezza e l'energia, la prima cominciava ad affondarsi, e la seconda, abbandonata dalla sua compagna, assumeva sempre più uno solo degli aspetti sotto cui suole presentarsi, quello della violenza.

Ad un uomo, invecchiato negli affari e nelle difficoltà politiche, come Francesco Melzi, succedeva un giovane di 23 anni, inesperto degli uomini, voglioso di piaceri e di gloria, che, soverchiato dalla immensa grandezza del genitore, non si permetteva di discutere il menomo dei cenni suoi.

Giacchè questa fu veramente la differenza caratteristica fra la Repubblica e il Regno. Nella prima, agli ordini impensati, talvolta impetuosi del Presidente era efficace correttivo la prudente fermezza del Vice-presidente; nel secondo, le volontà imperiose e precipitose del Re erano aggravate dalla leggerezza e dalla inesperienza del Vicerè. L'equilibrio era rotto fra l'autorità lontana e la saviezza vicina; questa spariva, quella cresceva; e gli eccessi napoleonici, spintisi, per la rottura dei freni, alla ricerca dell'universale e dell'impossibile, preparavano sordamente la riscossa dell'odio nelle popolazioni balestrate da così mobile tirannia.

Napoleone, divenuto imperatore, scese due volte ancora dalle Alpi a Milano; ma egli pure aveva subito la sua terza trasformazione. Non era più il generale Bonaparte, vivace, entusiasta, colla patria sul labbro e l'amore nel cuore; non era più il Primo Console, pensoso, gentile, prudente nel parlare e savio nell'operare; era un uomo ingrassato di corpo e irrigidito di animo, freddo, altiero, preoccupato di cerimonie e di etichette, insofferente di ogni contraddizione, duro cogli uomini, ineducato colle signore; il cui linguaggio era forza, la cui politica era forza; un uomo che credeva legge morale il suo capriccio, e giustizia la collera, e impertinenza la verità, e felicità del mondo la sua soddisfatta ambizione.

L'antico giacobino era imbarazzato sotto il manto imperiale. Lo portava talvolta con un fasto di cattivo gusto, talvolta se ne spogliava con soldatesca ruvidezza. Metteva la dignità nell'essere brusco anzichè nell'essere cortese. Sentenziava sopra ogni materia, e sovente, su quelle di cui era digiuno, spropositava. Si fece incoronare con pompe teatrali, con isfoggio di carrozze dorate, di cavalli bianchi, di mantelli d'ermellino, di corone, di scettri, di globi d'oro. Obbligava i parroci a vegliare di notte, nel rigido inverno, sulle porte delle chiese, per incensarlo quand'egli passava in carrozza chiusa. Aveva sulle braccia l'Europa, il blocco continentale, la prigionia del Papa, e rimproverava la marchesa Busca, figlia del suo amico Serbelloni, perchè si era presentata un giorno alla sua Corte collo stesso abito che portava il dì prima.

Questo sovrano, tutto a sbalzi e ad effetti, sterminato di genio e innamorato di forme, dava ad Eugenio consigli eccellenti in cose di governo, ma poi, giunto a Parigi, li dimenticava affatto e gli fulminava ordini e decreti in aperto contrasto coi consigli di prima. Gli diceva a Milano: “supremo interesse per voi è di ben trattare gl'Italiani:„ e da Parigi gli scriveva: “abbiate per divisa: la Francia innanzi tutto[6].„ Dall'antica dicitura presidenziale: “Je vous conseille, je crois nécessaire, je trouve convenable„ era passato alla formola pura e semplice del padrone: “je veux, je vous ordonne.„ Prescriveva da Parigi la dislocazione dei corpi d'esercito e la quantità di vino che doveva bere la vice-regina incinta. Negli ultimi anni, il suo despotismo era divenuto veramente un delirio, ed ogni traccia di genio spariva dietro il linguaggio brutale che usciva dal suo pensiero malato. Sopprimeva, con un tratto di penna, una delle istituzioni fondamentali dello Stato, il Corpo Legislativo; dava ordine che si fucilasse Andrea Hofer, violando le promesse fattegli all'epoca del suo arresto; in lotta col Papa, scriveva ad Eugenio di fare _appiccare_ un librajo che ne pubblicava le encicliche, di _mitragliare_ alla menoma apparenza di movimenti cittadini, di _fucilare_ chi distribuisse coccarde papaline, fossero anche dei cardinali. Le istruzioni che mandava al principe Eugenio, per mezzo del maresciallo Duroc, respiravano una cinica frenesia di potere. “Si vous demandez a S. M. ses ordres ou son avis pour changer le plafond de vôtre chambre, vous devez les attendre; et si, Milan étant en feu, vous les lui demandez pour l'éteindre, il faudrait laisser brûler Milan et attendre les ordres...[7]„

Ci volevano questi ebbri furori per paralizzare i beneficj sorti dagli ordini precedenti e gli splendori che erompevano a scatti dal genio disordinato. Dal 1802 al 1814, la vita di Milano era stata grandiosa. Sentiva per la prima volta, da Lodovico il Moro in poi, gli effetti di una vera preminenza politica e civile. Era la capitale di un grande Stato, che negli ultimi anni comprendeva ventiquattro dipartimenti ed una popolazione aggirantesi intorno a sette milioni. Dopo tanti anni di vita umile, isolata, ora compressa, ora fanatica, ma sempre secondaria, il popolo milanese respirava in un ambiente largo, importante; vedeva i grandi personaggi passeggiare per le sue vie; si sentiva legato, per autorevoli solidarietà, coi grandi affari d'Europa. Lo spirito pubblico, vivo e intelligente, si metteva a livello de' nuovi destini. Elaborava uomini politici e generali d'esercito, che tenevano con onore il loro posto in quella meravigliosa generazione europea. La conversazione sociale e i discorsi popolari trovavano pascolo educativo in fatti nuovi e memorabili, che li svezzavano dall'antico pettegolezzo. Ora si vedeva aprire la via del Sempione, ora sorgevano le fondamenta dell'Arco di Piazza d'Armi, ora si metteva mano alla facciata del Duomo, ora si scavavano navigli e canali, a favore di Milano, di Pavia, di Mantova, di Brescia. Oggi era l'incoronazione di Napoleone, domani il matrimonio del Vicerè. Un giorno si discorreva dell'annessione al Regno delle provincie venete o marchigiane, un altro giorno del famoso decreto di Milano intorno al blocco continentale; poi le glorie dei nostri militari infiammavano d'entusiasmo; si udiva con dolore ed orgoglio che al Teuliè morto a Colberg l'esercito francese innalzava un monumento; s'era altieri che Napoleone avesse detto ad Aldini: “gl'Italiani ridiventeranno i primi soldati d'Europa.„ Splendidissime feste celebravano il ritorno dalle campagne germaniche dell'eroica divisione di Pino. E dal fondo della Spagna giungevano altre notizie del valore italiano, tenuto alto dal Palombini, dal Severoli, dal sergente Bianchini. Il principe Eugenio, non felice negli affari, presiedeva meglio alle feste e sosteneva bravamente le guerre. La sua Corte era il regno dell'eleganza e dello splendore; vi teneva uno scettro indisputato quella donna squisita di bellezza e di bontà che era la Vice-regina Amalia di Baviera; e intorno ad essa brillavano di splendori proprj alcune gentildonne universalmente ammirate; la marchesa Litta, la contessa Parravicini, la contessa Arese; apparve più tardi in quelle sale, e vi portò un profumo di fiera amabilità quella gentile Teresa Casati-Confalonieri, predestinata ad essere di un cupo e pietoso dramma la vittima e l'eroina.

In tutto questo periodo di romori e di magnificenze, Francesco Melzi tiene silenziosamente ma efficacemente il posto suo. L'austero vecchio vede esplicarsi e allargarsi le conseguenze dell'onesta attività da lui impressa alle cose pubbliche, e se ne compiace; vede i pericoli che preparano allo Stato le passioni sfrenate o frivole de' suoi condottieri, e si rammarica di non poterli evitare; vede le popolazioni cementarsi, malgrado ciò, in una forte ed omogenea comunanza di vita politica, e ne trae lusinghiere speranze per un avvenire ch'egli non è destinato a vedere.

L'imperatore Napoleone non gli scema, anzi gli accresce dimostrazioni d'amicizia e di stima. Gli aveva proposto in moglie la sorella Paolina, vedova del generale Leclerc; onore che Melzi declinò con grande riconoscenza e con maggiore prudenza. Quando la Repubblica fu tramutata in Regno, Napoleone lo nominò Gran Cancelliere Guardasigilli, coll'onorario di trentasei mila franchi; poi gli accordò, unico fra tutti gli Italiani, uno dei grandi feudi della Corona, col titolo di duca di Lodi e un appannaggio di duecento mila lire. Quando venne a Milano nel 1807, andò con grande ostentazione a visitare il Melzi nel palazzo Serbelloni, e non permise che l'illustre gottoso si alzasse dalla sua seggiola per riceverlo.

Le lettere poi che Napoleone scriveva da ogni angolo dell'Europa all'antico amico suo respirano sempre la più grande benevolenza e la più solida stima. “Je vois avec peine que vôtre santé n'est pas aussi bonne que vôtre tête.„ “Depuis que vous gérez les affaires de l'État son administration s'est considérablement ameliorée.„ Al principio del 1812, sul punto d'intraprendere la campagna di Russia, Napoleone sente il bisogno di avere intorno alla lontana Italia informazioni sicure, ed ordina a Melzi di fargli _ogni giorno_ un rapporto sulla situazione del Regno. Nell'archivio della famiglia si conserva il protocollo di queste relazioni giornaliere, che, senza offendere l'autorità diretta del Vice-re, servivano forse, nel concetto dell'imperatore, a controllarne l'inesperta politica.

Fu detto che Francesco Melzi fosse stato assai offeso di vedersi, negli onori supremi del nuovo Regno, posposto ad un giovinetto senza titoli come Eugenio Beauharnais, e che il suo contegno riservato negli ultimi anni movesse da questa causa.

Tutti i precedenti dell'uomo, i suoi carteggi col principe Eugenio e la sua condotta all'epoca della finale catastrofe dimostrano come questa supposizione non regga. Può darsi che Melzi sentisse abbastanza alteramente di sè da credersi meglio indicato e meglio atto del principe Beauharnais a dirigere, sotto e contro Napoleone, gli affari italiani. In ogni caso, era una opinione che sarebbe stato solo a non avere fra gli uomini intelligenti al di qua delle Alpi. Ma nessuna attitudine sua autorizza il sospetto che questa opinione lo avesse, nè prima nè poi, reso più indifferente alle cose del Regno o meno zelante a rimuovere, d'innanzi al principe Eugenio, le difficoltà del Governo.

La severità del carattere si univa in lui all'artritide per allontanarlo da quelle pompe e da quelle pubblicità, onde troppo si compiaceva la giovanile spensieratezza del figlio di Giuseppina. Ma dei doveri della sua carica non fu dimentico mai e, quando vennero i tempi grossi, non risparmiò ad Eugenio consigli insieme affettuosi e severi, che, seguiti, avrebbero forse dato alle cose del Regno un avviamento migliore e prevenuta la tragedia del 20 aprile 1814.

Intorno a questa, ed alle cause, dirette o indirette, che la produssero, c'intratterremo con qualche larghezza nel successivo capitolo.

Francesco Melzi sopravvisse pochi mesi a quella funesta rivoluzione.