Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 20

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Tale fu lo svolgimento e la fine di questo singolare episodio, di cui fu discorso allora e dopo, nè con perfetta conoscenza di fatti, nè con perfetta giustizia di apprezzamenti.

Fu assai rimproverata, specialmente al duca Melzi, la partecipazione a siffatte trattative. E forse si può credere che non abbia il duca interamente misurata la responsabilità impostagli dall'illustre antenato, che aveva sostenuto quarantadue anni prima così diversa politica.

È certo però che la condotta degli uomini pubblici vuol essere considerata in rapporto alle circostanze, in rapporto all'ambiente che suole determinarla.

Gli uomini che s'erano lasciati attrarre dalla soluzione politica impersonata nell'arciduca Massimiliano avevano posto in prima riga una questione di riforme liberali, laddove il momento storico dava la preferenza ad una questione di agglomeramenti nazionali. Può essere stata da parte loro mancanza di previdenza, non più. E, come già abbiamo notato, nessuna ingerenza in altre politiche, in altre speranze, probabilmente ignorate, può aggravare in questo caso la mancanza di previdenza.

Appunto è dovere di quelli, al cui programma è stata prospera la fortuna, di non ispingere più in là del bisogno di lotta la riprovazione di un programma che è stato sconfitto. Le ipotesi che valgono a salvare od a perdere una nazione son molte, e la certezza della vittoria rade volte soccorre anche i capitani più eccelsi. Ned era senza preoccupazioni il partito della resistenza intransigente, pensando all'incerta fine di una politica, che una mancanza di successo all'ultimo istante avrebbe potuto far apparire, nell'opinione delle masse oscillanti, o meno savia o meno generosa di quello che fu. Napoleone III avrebbe potuto soccombere al pugnale di un sicario, la battaglia di Magenta poteva non essere una vittoria, il conte di Cavour poteva essere assalito due anni prima dal morbo che lo spense nel 1861. Ognuna di queste cause avrebbe obbligato ad una dura sosta il programma belligero e data, di ripicco, un'auge impreveduta al programma riformativo. D'altronde, al partito conservatore, che in ogni epoca è un numero, in ogni Stato una forza, in ogni istituzione una garanzia, non poteva negarsi il diritto di esprimere, col primo spiraglio di tolleranza, le proprie idee. Le quali, a voler essere giusti, rasentavano in quell'ora piuttosto l'audacia che la timidezza riformatrice; talchè avrebbero potuto servire perfettamente di base alla ricostruzione di uno Stato liberale, se la questione dell'indipendenza non avesse di tanto soverchiato quella dell'assetto organico. Ogni partito ha modi proprj di agire, che non si possono mutare senza distruggere con essi la stessa fisonomia del partito. E nella mutabilità dei pensieri e dei casi, vien sempre l'ora in cui un partito può rendere alla patria servigi che altri non potrebbero renderle più.

Sicchè, a voler guardare dopo trent'anni, e con criterj storici, l'episodio dell'arciduca Massimiliano in Lombardia, non ci pare che la tradizione italiana debba punto arrossirne. A buon conto ha dimostrato due cose: che, nella fatale ipotesi del rovescio di una politica, v'erano pronti degli elementi per sostituirne un'altra, atta a frenare le inevitabili reazioni; e che il paese aveva una fibra così energica e un apprezzamento così sicuro delle situazioni, da tracciare direttamente esso la via a' suoi consiglieri e a' suoi duci. Nel 1848 aveva risposto al Cattaneo: piuttosto la rivoluzione che le riforme; nel 1857 rispose al Melzi, all'Archinto, al Cantù: piuttosto che le riforme, la tirannia. “Nous ne demandons pas que l'Autriche nous gouverne bien„ scriveva da Parigi il Manin “nous lui demandons qu'elle s'en aille.„ Si può oggi e si poteva allora discutere sulla maggiore o minore convenienza pratica di questo concetto; ma non si può negare che il concetto fosse alto, e che torni a grande onore dell'intelligenza e della virtù nazionale l'averlo sostenuto in così diversi periodi con tenacità così fiera.

Le ultime pagine spiccate di questo decennio di lotta s'aggirano intorno a due tombe, a due funerali.

Quando morì, sul principio del 1858, vecchio di novantun anni, il maresciallo Radetzki, alle pressioni governative perchè il Municipio milanese onorasse della sua presenza il trasporto funebre, quei magistrati, pur non eletti dai loro concittadini, ma nominati dal Governo stesso, opposero un rigido rifiuto; memori di uno schifoso decreto del 1853 che poneva a carico del tesoro municipale le corde adoperate per le impiccagioni del 6 febbrajo. E v'erano pure fra quelli uomini, tali che potevano sembrare d'indole assai temperata per avere firmato in quell'epoca l'indirizzo all'imperatore d'Austria.

Ma quando, circa un anno dopo, si sparse per Milano la notizia che il lungo morbo aveva finalmente spenta la vita di Emilio Dandolo, la città si mosse tutta per onorare nel giovane morto l'eccellenza di quegli affetti e di quegli ardori da cui i vivi si sentivano penetrare. Fu invano che la polizia, indovinando questo scoppio di patriotismo, desse istruzioni severe e scaglionasse gran forze intorno alla casa, alla chiesa di S. Babila, lungo il percorso del corteggio funereo. Forse cinquantamila persone accompagnarono al cimitero quella nobile bara, trascinando in un fiotto irresistibile le stesse guardie incaricate di fermarlo e respingerlo. Nessuna misura precauzionale della polizia potette riuscire, nessun divieto suo fu rispettato. Sul feretro, portato da giovani patrioti e da intimi della famiglia, Lodovico Mancini ardì collocare una gigantesca corona di fiori, da cui spiccavano distintissimi i tre colori nazionali, e che nessun agente di polizia potè nè trattener prima, nè ghermir poi. Al cimitero parlarono con vivaci intonazioni d'attualità politica Antonio Allievi e Gaetano Bargnani. La polizia dovette quel giorno lasciar fare e lasciar dire, perchè impotente a reprimere.

Il giorno dopo, osò più sicura. Mandò a perquisire e ad arrestare quelli che trovò, un Carcano, il dottor Signoroni, Costantino Garavaglia; si sottrassero a tempo altri, cercati, come Lodovico Trotti, i fratelli Visconti-Venosta, Allievi, Bargnani, i fratelli Mancini. Ma erano più sgomenti gli arrestatori che gli arrestati. A questi i carcerieri si raccomandavano per essere perdonati della forzata custodia; si offrivano di portar loro abiti, cibi, giornali. La potenza era già passata dal terribile impero che aveva sul luogo duecentomila bajonette, a quei giovani inermi che rappresentavano unicamente un'idea.

Ma l'idea s'inoltrava. Già l'imperatore Napoleone aveva espresso al barone di Hübner il dispiacere di non essere più d'accordo col suo Governo; già il re Vittorio Emanuele aveva fatto echeggiare l'aula del Parlamento di quel maschio “grido di dolore„ che scosse dal sommo all'imo tutta l'atmosfera italiana. Contro queste due frasi l'Austria inviava cannoni e squadroni di cavalleria e truppe croate e boeme, che avrebbero voluto incutere terrore, e che i milanesi accoglievano con battimani, perchè dinotavano l'irrevocabilità della guerra. E la guerra si dichiarava proprio a voce alta nel teatro alla Scala, dove ogni sera al famoso coro della Norma il pubblico della platea e dei palchi si univa fremente d'entusiasmi, e a cui rispondevano irritati gli ufficiali austriaci stipati nelle sedie chiuse, gesticolando minacciosi ed estraendo a mezzo le sciabole dai foderi[98]. Nè queste erano guerre che si sarebbero fermate alle strida; poichè ogni sera ed ogni mattina i giovani schiamazzatori partivano solitarj o a drappelli, traversando, dove potevano e come potevano, il Po o il Ticino o il Lago Maggiore, per inscriversi nelle file dell'esercito sardo, o fra i volontarj di Garibaldi, o nelle scuole di Pinerolo e d'Ivrea.

L'Austria faceva dire alle sue gazzette che erano settarj, sobillati dalle fazioni anarchiche o mazziniane; e il conte di Cavour, soffregandosi le mani, additava nelle sue lettere e ne' suoi colloquj coi diplomatici europei i più bei nomi del patriziato storico lombardo, gli eredi dei Trivulzio, dei Litta, dei Visconti, dei Belgiojoso, dei Taverna, dei Del Majno, dei Borromei, arruolatisi come semplici coscritti nei battaglioni sardi, e pronti, per sentimento di patria, a portare sulle loro spalle le fascine pel rancio dei loro compagni.

In questa attitudine, che l'Austria avrebbe voluto più rivoluzionaria per poterla colpire, ma che trovava modo di rendere la rivoluzione efficace, trasportandola dall'interno all'estero, durò Milano fino alla battaglia di Magenta ed al memorabile ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III, dall'arco del Sempione.

In quell'urlo di entusiasmo, che ai superstiti dell'epoca servirà sempre di antidoto contro le indifferenze o le ingiustizie dei posteri, Milano estingueva, per così dire, il periodo millenario della storia lombarda e si rannicchiava serenamente in un cantuccio della futura storia italiana.

E noi chiuderemo a nostra volta la serie di queste ricordanze, dalle quali avranno tratto certamente maggior noja i nostri lettori che noi.

Abbiamo voluto indagare come nascessero e da chi fossero fecondati in Milano i germi di quella politica nazionale, che una legge storica quasi costante, benchè inavvertita, condusse, attraverso i secoli, alla fusione dei grandi municipj italiani nella sintesi di una patria. E siamo giunti, quasi senza avvedercene, dal 300 al 1859, evocando tipi e studiando caratteri, di cui ignoravamo noi stessi i contorni e l'influenza.

Noi non affronteremo il problema politico, — se la nuova Italia abbia fatto ne' suoi ordinamenti moderni una parte sufficiente a questi illustri focolari dell'antico senno italiano, — se abbia tratto durevole virtù di organismo da quel concetto unitario che le popolazioni hanno seguito, piuttosto tratte da un alto istinto politico che da una pensata filosofia.

A noi è bastato lumeggiare in parte il problema storico, citare innanzi ai contemporanei gli attori del passato, per trarre da loro la testimonianza delle necessità che ci hanno spinti su quella via e delle virtù che ce l'hanno potuta spianare.

Ed ora che la fatica è finita, abbiamo voluto, come Renzo, cercare se da questi fatti si possa imparare qualcosa. E ci par questo: che, nelle cose pubbliche, il male è facile, il bene difficile; e che, a voler servire davvero la patria e non un partito, bisogna diffidare sopratutto di quelle conclusioni individuali, che paiono giuste unicamente perchè rispondono ad una passione, — lottare contro le impressioni momentanee, che il pregiudizio ingrossa in ventiquattr'ore, ma che la ragione impiega degli anni, — talvolta dei secoli, — a dissipare.

FINE.

NOTE:

[1] Narra il Constant nelle sue _Memorie_, che questo musico aveva spinto allora la sua singolare impertinenza fino a rispondere: “Signor général, si c'est oun bon air qu'il vous faut, vous en trouverez oun excellent, en faisant oun petit tour de jardin.„ Il Marchesi, per questa audace risposta, era stato messo in prigione.

[2] Morì d'improvviso, mentre sedeva ad un pranzo che il ministro Talleyrand aveva offerto ai più distinti italiani. Fu l'ultimo dei patrizj milanesi, che da S. Carlo in poi avevano retto, senza interruzione, la diocesi ambrosiana. Era uomo di alta rispettabilità e di grande influenza.

[3] Anzi il Coppi (_Annali d'Italia_) afferma che la Consulta in una seduta avesse già nominato il Melzi Presidente e l'Aldini Vice-Presidente.

[4] _Termometro politico_, anno 1796.

[5] Ha la data del 26 gennajo 1802, anno I.º

[6] Cusani, VI, pag. 165 e 318.

[7] Du Casse, _Mémoire et Correspondance du Prince Eugène_.

[8] Fra queste bisogna mettere in prima linea l'interesse vivo e costante che portò ai nuovi metodi inglesi d'istruzione e di educazione. Fu lui che acquistò nel 1812 da un Luigi Piccaluga l'antico convento di S. Maria delle Grazie in Lodi, per insediarvi appunto una di quelle istituzioni didattiche, venute più tardi in gran riputazione fra noi, sotto la denominazione di _Dame inglesi_. I suoi eredi e successori continuarono e completarono in questa materia le intenzioni del loro glorioso antenato; e nel 1830 il duca Gio. Francesco cedette, con pubblico istromento, alla signora Maria Cosway, rappresentata da don Palamede Carpani, allora consigliere ispettore delle scuole elementari, tutto l'edificio di Lodi, in cui ebbe sede d'allora in poi, e mantenne alto il principio educativo, l'Istituto chiamato appunto delle _Dame Inglesi_.

[9] Il nobile Felice Calvi, vice-presidente della Società Storica Lombarda.

[10] Al generale Fontanelli diceva Napoleone, passando in rassegna nel 1813 la sua divisione “con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe già sul Danubio.„

[11] FEDERICO CORACCINI, _Storia dell'Amministrazione del Regno d'Italia durante il dominio francese_.

[12] Archivio Melzi d'Eril.

[13] Archivio Melzi.

[14] Archivio Melzi.

[15] FRANCESCO CUSANI, _Storia di Milano_, vol. II, cap. 35.

[16] Archivio Melzi.

[17] Id. ibid.

[18] Una lettera scritta a Melzi dal Vicerè proprio il 20 aprile, e quindi tre giorni dopo che Melzi aveva presentato il suo programma al Senato, gli diceva che avendo letto sul _Moniteur_ del giorno 12 l'abdicazione dell'Imperatore, aveva scritto subito ai Sovrani Alleati, raccomandando loro l'indipendenza del Regno Italiano. Aggiungeva di sapere che _specialmente l'Imperatore di Russia gli era favorevolissimo e s'era espresso nel più simpatico modo coll'imperatrice Giuseppina_. La lettera si conserva, con molti altri autografi importantissimi, nell'archivio della famiglia.

Anche il Cusani, degnissimo di fede, racconta nella sua storia (Vol. VII, cap. 34) d'avere udito dal conte B. Colleoni, che fino dal 1812 abitava Parigi ed era intimissimo dell'ex-imperatrice Giuseppina, far menzione parecchie volte delle promesse di Alessandro, e ricordare lo sdegno di lui alla notizia della rivoluzione di Milano, che gli tolse di patrocinare la causa del Vicerè.

[19] Corresp. T. VII, pag. 478.

[20] Per una inesattezza, che è, bisogna dirlo, affatto eccezionale nel diligente Cusani, questi asserisce nella sua storia che “sopraggiunti Veneri e Guicciardi, confermarono il racconto, insistendo sull'imminente pericolo del Prina.„ Ora questo può essere pel Veneri, ma pel Guicciardi certamente non è, giacchè il Guicciardi era partito col senatore Castiglioni, fin dal 18 per Mantova, dove giunsero il 19, e fu lì, e alla stessa presenza del principe Eugenio, ch'essi udirono i fatti occorsi a Milano, riferiti al principe dai fuggitivi ministri, Vaccari e Méjean.

[21] _I saria nen Piemonteis_, dicono che rispondesse, con alpina fierezza, a chi gli suggeriva la fuga, come unico modo di conservare la vita.

[22] È quasi inutile avvertire che si allude qui alla _Prineide_ di Tommaso Grossi.

[23] Per l'importanza del punto controverso e per la nobiltà dello scritto, crediamo opportuno ripubblicare questa lettera, apparsa soltanto in qualche opuscolo del tempo e nella voluminosa opera di Giovanni Melzi che a pochi è concesso di leggere.

Milano, 31 marzo 1815.

_Signor Conte Confalonieri._

Ho ricevuto la lettera apologetica ch'ella si è compiaciuta mandarmi. Fu sempre mio vivo desiderio che gli avvenimenti egualmente vergognosi che funesti per la nostra patria rimanessero sepolti in eterno oblìo. Ma dappoichè uomini più che imprudenti ne richiamano la memoria con imputazioni personali azzardate, trovo ben giusto che chi ne è indebitamente gravato alzi la voce per isdossarsene. Ella lo ha fatto con pari dignità che saviezza ed io la ringrazio della compiacenza che mi procura nel veder dissipate accuse che, comunque per me dubbie, mi erano penose, aggravando persona tra le principali del paese, di cui importa che la fama sia intatta onde i talenti possano esserne utili. Nel momento in cui siamo importa sopratutto di riunire gli sforzi degli onesti cittadini a temperare le animosità. Le ire non s'infiammano senza grave danno della pubblica e privata causa. La discordia non è conciliabile con nessuna speranza di bene. Non si deve usurpare il dominio del tempo, perchè non è mai senza compromettere l'avvenire.

Ho l'onore di riverirla colla più distinta considerazione.

DUCA DI LODI.

[24] Il senatore Marco Tabarrini.

[25] _Mémoires et Correspondance du Prince Eugène_.

[26] MELZI D'ERIL, _Memorie_, _documenti_, ecc.

[27] Dobbiamo la conoscenza di questo documento e la facoltà di renderlo pubblico alla molta cortesia del duca Lodovico Melzi d'Eril, pronipote dell'illustre uomo di Stato.

[28] Fra le carte dell'archivio Melzi questa nota non è unita alla lettera.

[29] CONFALONIERI, _Lettera ad un amico_.

[30] La succitata _Lettera ad un amico_ del 15 marzo 1815.

[31] Idem. ibid.

[32] _Ventinovesimo bollettino_, CUSANI, VII, 9.

[33] UGO FOSCOLO, _Prose politiche_. Appendice.

[34] Noi le abbiamo avute tutte a nostra disposizione, per larga e squisita fiducia dell'egregio e colto giovane, conte Gabrio Casati, abbiatico del celebre omonimo e bisnipote del Confalonieri. Cogliamo questa occasione per esprimergliene qui, pubblicamente, la maggiore riconoscenza.

[35] L'illustre Cantù, che nel suo libro _Conciliatore e Carbonari_, ha pubblicato tante lettere e tanti aneddoti intorno a quell'epoca, si sbriga, al solito, del Confalonieri con una frase spicciativa, assai contrastata dalle stesse corrispondenze che stampa di lui e intorno a lui. “Non era uomo di alto ingegno, neppure di voglie generose.„ E basta. Non sappiamo se, conoscendo altre lettere ed altri scritti, avrebbe modificato o sarebbe disposto a modificare quel suo riciso giudizio. Ad ogni modo, dissentendo noi così radicalmente dall'autorevole storico intorno a questo personaggio, abbiamo creduto dover pubblicare alcuni brani di lettere che il Cantù non conobbe e che forse ci fanno scusati del pensare diversamente da lui.

[36] CANTÙ, _Conciliatore_, pag. 15.

[37] Quello del conte Porro Lambertenghi, ora Bethlem, in via Monte di pietà.

[38] Milan est aujourd'hui un foyer de pensées et il y a une espéce d'opinion publique. (Lettera inedita dell'abate De Breme alla contessa d'Albany, che noi possediamo.)

[39] Non sappiamo se sia stato concepimento di cospiratori o sogno di polizie visionarie, un governo provvisorio di cui doveva essere allora presidente il Confalonieri, vice-presidente l'avvocato Marocco, e membri il Pecchio, l'Arese, il consigliere Alberti, il sacerdote Sozzi, il conte Folchino Schizzi e un Olginati di Como. Il Cantù e il Cusani affermano questo progetto e questi nomi; però il vedervi quello del conte Schizzi, che fu poco dopo un assiduo ed operoso dignitario del governo austriaco, ci lascia alquanto dubbiosi sulla realtà di siffatta combinazione.

[40] Principali, fra queste, per vivacità e vigore di patriottismo, la contessa Fracavalli, Camilla Fè, Bianca Milesi, Matilde Dembrowski.

[41] ARRIVABENE, _Memorie della mia vita_.

[42] Di queste circostanze, che appaiono dalle stesse _Memorie_, ancora inedite, del Confalonieri, bisognerà che tengano conto i futuri pubblicatori dei processi politici del 1821, che esistono in bell'ordine e in regolari cartelle nel nostro Archivio di Stato. Noi non dubitiamo che questi costituti (di cui _ottanta_ risguardano il solo Confalonieri) saranno, nelle loro forme giudiziarie, ineccepibili. Ma bisognerà andare assai cauti nello apprezzare la sostanza delle deposizioni, raccolte da inquisitori così superiori agli scrupoli. _Quis custodiet ipsos custodes?_

[43] .... “_Noi non abbiamo, è vero, raccolti maggiori fatti a carico di Confalonieri, ma vorrà ciò dire che non esistevano?_„ Questo ragionamento, assai singolare in bocca di un magistrato penale, è dello stesso Salvotti, e basta a dinotare lo spirito di persecuzione e non di giustizia, con cui s'istruiva quel colossale processo. È un brano di relazione segreta, che il Cantù ha pubblicato nel summentovato libro: _Il Conciliatore e i Carbonari_. E dello stesso Salvotti ha pubblicato il Cusani (_Storia di Milano_, Vol. VIII.º) altri brani di un riassunto processuale, in cui dichiarava: “_Le negative di Confalonieri tolsero di spargere su la congiura lombarda tutta la luce che la sua sincera confessione avrebbe irradiata._„

[44] Tutti questi particolari li abbiamo riassunti fedelmente dalle stesse _Memorie_ del conte Federico, che auguriamo e speriamo vogliano presto essere date in luce dal giovane conte, pronipote suo.

[45] Quantunque disposti, e per la grande autorità sua e per la sua qualità di testimonio quasi contemporaneo, a mettere molta fede in ciò che il Cantù scrive, relativamente a quei fatti, ci meravigliò non poco il racconto di quel colloquio tra l'Imperatore e la contessa Confalonieri, che si trova alla pagina 148 e 149 del libro _Il Conciliatore e i Carbonari_. Quel colloquio, descritto con colori così drammatici, può essere verosimile, ma non è vero. E come lo ha negato recisamente il senator Poggi nella sua ottima _Storia d'Italia dal 1814 al 1846_, così possiamo negarlo noi, che ci ricordiamo d'aver udito il racconto di quella scena, in casa del compianto conte Francesco Arese, dallo stesso Gabrio Casati, testimonio ed interlocutore nel dialogo.

[46] Anche quì il Cantù, pur difendendo Milano a pagina 150, mediante la pubblicazione del rapporto d'un impiegato dell'epoca, scappa fuori ad accusarla a pagina 271, scrivendo: “il popolo e un vulgo ricco, e fin signore assistettero come a spettacolo a quella scena. Dio lo perdoni ai Milanesi!„ Noi abbiamo voluto raccogliere testimonianze di egregi contemporanei, il signor Negri, il signor Landriani, il conte Giberto Porro-Lambertenghi; e tutti ci hanno assicurato che il “popolo„ era proprio composto dell'ultima feccia, che il “vulgo ricco„ fremeva di dolore o di terrore nelle proprie case; e quanto alle “signore„ pur troppo vi assistette “come a spettacolo„ _una sola_; sventuratamente nota per illustre casato come per eccessiva spensieratezza; e che un alto ufficiale austriaco, il conte Batthiany, aveva trascinato ad una finestra prospiciente il nefando spettacolo. Siamo un po' giusti anche con questi poveri “Milanesi!„

[47] Domandiamo scusa ai lettori se ci crediamo obbligati a metterli in avvertenza contro un'altra grave — forse la più grave — inesattezza contenuta nel libro _Il Conciliatore e i Carbonari_. L'illustre autore vorrebbe smentire, a pagina 152, ciò ch'egli allora chiamava “la tradizione„ del colloquio fra il Confalonieri e il principe di Metternich; e a pagina 192 ripete la sua smentita. Eppure già l'Andryane e il Gualterio e Gino Capponi avevano parlato di quel colloquio, che poi il Tabarrini riportò estesamente dallo stesso manoscritto del Confalonieri. Forse al Cantù, che aveva già proclamato quest'ultimo uomo _non generoso_ doleva di ammettere la verità di un colloquio, che lo avrebbe senza dubbio obbligato a ricredersi. Anche gli uomini di maggiore ingegno possono talvolta cadere in siffatte contraddizioni dell'animo. Ad ogni modo, le ragioni per cui nega il Cantù consistono tutte in una sottile analisi di una testimonianza indiretta — molto indiretta — d'un commissario di polizia. In favore della verità del colloquio abbiamo le dichiarazioni di Gino Capponi, di Filippo Gualterio, di Marco Tabarrini, di Enrico Poggi, di Gabrio Casati, di Alessandro Andryane e di... Federico Confalonieri. Ci pare che bastino.

[48] CANTÙ, opera citata, pag. 271.

[49]

_Signor Redattore_,

“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„