Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 2

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Mentre a Parigi l'Aldini e il Serbelloni trattavano col Primo Console per ridurre a due milioni mensili la contribuzione militare della Repubblica, il Sommariva la stipulava con Petiet e con Murat in una cifra di 2,700,000 lire. Si moltiplicarono misure finanziarie repentine e rovinose; vendite di beni demaniali, lotterie, imposizioni di guerra, prestiti sulle famiglie più ricche, senza criterj direttivi, senza guarentigie di pubblicità; veri agguati notturni, da cui le popolazioni uscivano impoverite e i governanti arricchiti. Il ministro della guerra, Pietro Teulié, avvocato milanese, datosi per inclinazione alle armi e divenuto uno dei generali più valenti dell'esercito napoleonico, aveva dovuto dimettersi per la sua resistenza agli avidi appaltatori militari, che il capo del governo, per solidarietà d'affari, turpemente proteggeva.

Si può pensare che conseguenze dovesse produrre siffatto indirizzo governativo. Tutti ne abusavano, a seconda dei loro istinti, di prepotenza, di vaniloquio o di avidità. Brune e Massena avevano ricominciato le loro estorsioni; il generale Miollis faceva rizzare un albero di libertà e diceva che questo avrebbe fatto rivivere le virtù, le scienze, le belle lettere e le arti. Il generale Varrin si faceva sborsare 440 lire al giorno pel suo pranzo; chiedeva approvvigionamenti anticipati pel doppio della forza che aveva sotto le armi; lacerava in faccia al presidente dell'amministrazione provinciale i documenti che questi allegava a sostegno delle sue ragioni.

Questa situazione non era ignota al Primo Console, a cui denunciavano fatti e chiedevano provvedimenti Paolo Greppi, Ferdinando Marescalchi, Antonio Aldini. E a quest'ultimo rispondeva Bonaparte: “So che laggiù le cose vanno molto male; non si commettono che bestialità e si ruba a precipizio. Quella è gente nata in uno stato mediocre, che si è messa in testa di fare una gran fortuna, profittando del posto.... Scrivete loro ch'io so bene tutte le loro bricconate e che creerò una Commissione per esaminarle.„

Ma intanto le altre cure del vasto Stato assorbivano il vasto intelletto; e il Sommariva, corazzato contro ogni severità di parole, continuava ad accrescere, coi metodi di corruzione, i complici d'oggi, che sperava potessero diventare gli ajuti dell'indomani. Lasciava quindi sempre maggiore libertà alle passioni, impunità maggiore ai disordini. I liberatori si atteggiavano da capo a conquistatori; e Carlo Porta flagellava di profondi sarcasmi i facili trionfi cittadini della milizia francese.

Onde Francesco Melzi, che conosceva i suoi paesi e i suoi tempi, scriveva al Primo Console, parlando dei Russi: “ils seront bien plus tôt oubliés que les Français; celui qui opprime et qui tue brutalement blesse encore moins que celui qui humilie.„ E infatti erano ricominciate le vendette personali. L'ajutante generale Hector, nel traversare piazza Fontana, veniva colpito da coltello al cuore; altri ufficiali subivano qua e là dal ferro notturno dei popolani la conseguenza dei rancori politici o più verosimilmente la pena di galanti misfatti. Il paese insomma era travagliato da una profonda malattia morale, e minacciava ricadere nell'odio per la libertà.

La Consulta di Lione ci trasse da queste abbiezioni e inaugurò veramente in Lombardia il periodo della ristorazione morale.

Fu una curiosa pagina di storia italiana e che vorrebb'essere illustrata più largamente di quanto non s'è fatto sinora.

Raccogliere la rappresentanza politica di un paese in una città straniera; elaborarvi tutto intero un organismo di Stato per questo paese; discutervi lo Statuto fondamentale; eleggervi come capo di questo paese un generale pure straniero, che era nel tempo stesso il primo magistrato della Repubblica in cui questa riunione avveniva; e datare da tutto questo guazzabuglio la prima vera epoca di libertà e d'indipendenza pel paese che si lasciava tranquillamente così regolare, sono fenomeni che bisogna giudicare solamente coi criterj di quell'età; straordinarj come i tempi, come gli eventi, come l'uomo che li dominava e li correggeva.

Tutto andava male in Lombardia e bisognava quindi tutto rifare. Chi poteva rifar tutto non era che un uomo, Napoleone Bonaparte. Egli però non poteva far solo e doveva fare rapidamente. Non poteva assentarsi dalla Francia, dove le sue mani movevano tutte le fila d'un febbrile riordinamento amministrativo; non poteva restare a Parigi, dove i rappresentanti italiani si sarebbero trovati in mezzo a troppe e troppo vivaci influenze. Bisognava che alle nuove istituzioni presiedessero gli uomini migliori, e che svanisse tra questi ogni gelosia personale, ogni dissidio d'idee. Si doveva dare al nuovo Stato tutta la forza che deriva da un'amministrazione autonoma, e impedire nel tempo stesso che il suo governo, staccato da ogni potente legame, si trovasse rimpetto a grosse complicazioni europee come

Nave senza nocchiero in gran tempesta.

Questo complesso di cose difficili e necessarie fu sciolto in un modo che allora non si poteva pensar migliore, mediante i Comizj di Lione. Questa città, a mezza via fra Milano e Parigi, dove non giungevano nè le influenze corruttrici del governo cisalpino, nè i propositi dominatori delle consorterie parigine, parve e fu veramente adatto luogo per quel convegno fra gli elementi italiani e gli elementi francesi, da cui doveva nascere il nuovo Stato repubblicano dell'alta Italia. Vi giunsero, nel cuore dell'inverno, frammezzo a intemperie che avevano reso pericolosi tutti i passaggi delle Alpi, parecchie centinaja di rappresentanti, nominati dal governo, dalle città, dalle provincie, dalle università, dalle camere di commercio, dai tribunali, dagli ecclesiastici, dalla guardia nazionale; vi stettero un mese e mezzo, suddividendosi in comitati, lavorando, discutendo, consigliando, studiando miglioramenti di cose ed elenchi di nomi.

Quel congresso presentò in embrione tutti i fenomeni buoni e i fenomeni cattivi che costituiscono il regime parlamentare; ma i fenomeni buoni vi prevalsero perchè erano alte le correnti del patriottismo. Vi apparvero ambizioni puerili che furono dissipate dalla serietà; vi si tentarono intrighi che si ruppero contro l'onestà. Il Prina, il Guicciardi, il Mariani, lo Strigelli, il Marescalchi vi guadagnarono o vi accrebbero la loro riputazione come oratori e come uomini di Stato. Lo zelo e la rapidità nel fare erano gli elementi costitutivi di quel patriotismo serio che la personalità del generale Bonaparte aveva saputo trarre dai ruderi delle parole e modellare a sapiente energia.

Certo, parrebbe incredibile ai nostri giorni, così saturi di abuso e di scetticismo in fatto di riunioni e di commissioni e di rappresentanze, che di 452 cittadini eletti a formar parte della Consulta di Lione, 450 si siano recati al loro posto e vi siano rimasti fino all'ultimo giorno. E sarà sempre un'umiliazione pei nostri meccanismi parlamentari il ricordare che quell'Assemblea costituente di 450 deputati, venuti da diverse provincie, nuovi per la massima parte a pubblici affari, non illuminati da giornali politici o da comitati elettorali, abbia trovato in sè stessa tanta forza e tanta virtù da deliberare e votare, con utile effetto e con perfetta tranquillità, un'intera legislazione politica, in un tempo minore di quello che oggi basterebbe appena per discutere un bilancio dei lavori pubblici.

Il Primo Console arrivò a Lione la sera dell'11 gennajo 1802. La Consulta vi era già radunata da un mese; egli s'era attardato in Parigi per dare le ultime spinte ai negoziati intrapresi coll'Inghilterra e che dovevano condurre alla posticcia pace d'Amiens. Arrivò come un trionfatore, come un sovrano. Era allora in tutta la forza del suo genio, al colmo della sua popolarità. La campagna d'Italia, il riordinamento della Francia, la savia pace stipulata a Luneville avevano circondato il suo nome di un'aureola che più fulgida potè sembrare di poi, non mai più serena nè più meritata. Aveva saputo domare l'anarchia senza elevarsi a tirannide, stravincere senza abusare della vittoria, ricostituire in due anni un paese, sfasciato da così lungo imperversare di guerre e di fazioni. Pochi uomini ricordava la storia, di cui l'ingegno avesse in sì breve tempo lasciata sì vasta orma. Onde la gratitudine toccava all'entusiasmo, e chi non amava, ammirava. Sei mesi dopo, la Francia gli avrebbe dato il Consolato a vita, e due anni dopo, l'Impero; ma fin d'allora il potere di Bonaparte non aveva altri limiti che la sua moderazione. Sventuratamente, questa doveva durare assai meno che il suo splendore.

La città di Lione aveva in quei giorni aspetto fantastico; Milano vi si era rovesciata, e i Francesi guardavano con simpatica meraviglia ad alcuni fra i nostri concittadini d'illustre nome, all'astronomo Oriani, al Cagnoli, al Moscati, al Bossi, pittore, al Longhi, incisore, ad Alessandro Volta, all'arcivescovo Filippo Visconti, che, vecchio di 82 anni, aveva superato le Alpi e non doveva più rivederle[2]. Oltre ad essere provvisoriamente la capitale lombarda, Lione pareva quasi divenuta, per una settimana, anche la capitale della Francia. I prefetti e le autorità di venti dipartimenti vi si trovavano raccolti ad aspettare l'arrivo del Primo Console. Una parte della guardia consolare v'era stata inviata da Parigi; la gioventù lionese aveva costituito per quella occasione un corpo di cavalleria d'onore dalle ricche armi e dalle brillanti uniformi. Generali e ministri erano accorsi da Parigi, da Milano, da Marsiglia; e più solenne di ogni spettacolo la vista dell'esercito d'Egitto, reduce in quei giorni dalla sfortunata epopea; laceri e gloriosi avanzi di Arcole, di Rivoli e delle Piramidi, arrivati a Lione in tempo da vedere nel più alto grado della potenza e dello splendore il generale che li aveva guidati a vincere alle foci del Nilo come alle sorgenti del Po.

Il Primo Console era atteso già da più giorni. La popolazione bivaccava nelle campagne per timore di perdere l'ora dell'arrivo; la cavalleria lionese caracollava da quarantotto ore sulla strada maestra; la città splendidamente illuminata; gli animi ebbri. Quando la carrozza comparve, un lungo urlo: _viva Bonaparte_ lo accompagnò fino al palazzo municipale. Colà scese, accompagnato da Giuseppina e dal giovinetto, non ancor principe, Eugenio. Ricevette il dì dopo i magistrati della città, le autorità civili e militari dei dipartimenti, lo stato maggiore dell'esercito d'Egitto, i membri della Consulta, presentatigli dal Marescalchi. A questi ultimi parlava in lingua italiana, seduzione per italiani grandissima. La sera fu in teatro, ove rappresentossi la _Merope_. Poi, la notte appresso, ad un ballo, a cui Giuseppina e le signore del suo seguito comparvero abbigliate di sole stoffe lionesi.

In pochi giorni, col suo meraviglioso istinto d'affari, e sugli schiarimenti che otteneva dal Marescalchi, dall'Aldini, dal Melzi, dal Talleyrand, fu interamente edotto delle cose trattate e conchiuse, delle difficoltà che restavano ad appianare. V'era stata lunga e sorda lotta fra le idee che voleva applicare all'Italia il Talleyrand e quelle da cui non dipartivasi Francesco Melzi. Prevalsero le ultime che ottennero l'aperto suffragio del Primo Console. Il Talleyrand voleva Stato piccolo, costituzioni vecchie, principe fiacco; Melzi insisteva per istituzioni nuove, per ampio Stato governato da principe illustre. Il ministro cortigiano insinuava che Giuseppe Bonaparte sarebbe stato un egregio presidente della nuova Repubblica, e lo schietto cittadino rimbeccava con fine spirito: “l'existence des archiducs a toujours suivi, jamais précédé celle des rois dans les familles souveraines.„ Egli voleva il Primo Console a capo del suo paese, perchè in lui solo aveva trovato, fra la turba degli statisti contemporanei, concetti politici affini ai suoi e l'autorità necessaria per farli prevalere. Non voleva uno Stato satellite che girasse intorno all'orbita del pianeta; poichè un uomo solo era grande e a tutti pareva necessario, voleva che quello, e non altri, assumesse, dopo la responsabilità del creare, quella del dirigere e del mantenere.

Sicchè volse tutta l'influenza sua e quella de' suoi amici a far sì che la Consulta acclamasse il Primo Console a Presidente; e la Consulta, che già aveva designato nel Melzi il proprio candidato[3], misurando da quell'alto disinteresse la forza della sua convinzione, si piegò unanime a quel desiderio e incaricò un Comitato speciale di esprimere a Bonaparte la preghiera dei rappresentanti italiani.

Fu nella solenne adunanza del 26 gennajo che lo scioglimento politico si annunciò.

La Consulta era completa. Il Primo Console v'intervenne come a seduta reale, accolto da grandi applausi, e andò a sedersi nella parte più elevata della sala, accompagnato dalla sua famiglia, dai ministri Talleyrand e Chaptal, da un gran numero di generali, da venti prefetti, da quattro consiglieri di Stato. Quando l'acclamato Presidente si alzò per parlare, nell'ampia sala non s'udiva un respiro. Si afferravano le parole, s'indagavano gl'intenti. Bonaparte parlò in lingua italiana, con pronuncia netta e vibrata. Il suo discorso, abilmente conciso e improntato di quella grandiosa semplicità che distingueva il suo dir pubblico, toccava delicatamente molte corde e ne trattava altre con aspra franchezza. Si vedeva ch'egli s'era ricordato di parlare ad Italiani, ma di parlare in mezzo a Francesi.

Sulla questione capitale della Presidenza disse senza ambagi: “non ho trovato fra voi nessuno che avesse ancora abbastanza diritto sulla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località e che avesse resi tanto grandi servigi alla patria, da potergli affidare la carica di Presidente.... mi sono quindi determinato ad aderire al vostro voto, e, finchè le stesse circostanze lo vorranno, io m'incaricherò del pensiero dei vostri affari.„

Sul programma di governo, soggiungeva poi con sintesi sagace, e profonda: “voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali; il vostro popolo non ha che costumi locali ed è necessario che acquisti costumi nazionali; voi finalmente non avete armate e le potenze che potrebbero diventar vostre nemiche ne hanno di molto forti.... Ma voi avete tutto ciò che può produrlo; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l'esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell'Europa.„

Era difficile che tali parole, pronunciate in così straordinarie circostanze e da così straordinario oratore, non commovessero ad alto grado gli animi dei convenuti. Il discorso del Primo Console fu interrotto ad ogni periodo da clamorosi e vivissimi applausi. L'affetto della patria vibrava in tutti quei cuori. Li avvolgeva l'atmosfera della grandezza, il sentimento dell'avvenire. Parlarono il cittadino Mariani, il cittadino Prina, l'arcivescovo Codronchi. Si lessero gli articoli della Costituzione. Si aspettava con ansietà la proclamazione del nome del Vicepresidente che, in forza dell'art. 49, Titolo VIII, era di libera ed assoluta scelta del Presidente. Il Primo Console, con una di quelle mosse efficaci, di cui possedeva il segreto, levossi, chiamò a sè il conte Melzi, lo abbracciò e lo collocò a sedere al suo fianco; poi, presolo per la mano, lo additò all'Assemblea come quegli in cui riponeva piena fiducia e lo proclamò _Vicepresidente della Repubblica Italiana_. Il nome dell'uomo e il nome dello Stato accrebbero gli entusiasmi; qualche memoria del tempo pretende perfino che gli applausi al Melzi soverchiassero quelli dedicati a Bonaparte. Ad ogni modo il Primo Console poteva essere contento dell'opera sua. Aveva reso tutti contenti. Non gli doveva accader più nel corso successivo della sua meravigliosa carriera.

Francesco Melzi aveva quarantotto anni allorchè assumeva così alto incarico di governo frammezzo a così alte difficoltà. Avrebbe potuto dirsi nella pienezza delle sue facoltà morali e fisiche, se queste ultime non avessero già cominciato ad essere offese da frequenti attacchi di gotta.

Figlio del conte Gaspare e di Teresa d'Eril, damigella spagnuola del seguito della governatrice Rosa di Harrach, aveva appena 21 anni, quando Maria Teresa lo nominò fra i decurioni municipali, tratta dalla grande riputazione che in paese s'era già levata di lui per l'ingegno pronto e l'amabile vivacità. Era stato educato, come la massima parte dei patrizj d'allora, in un collegio di gesuiti, a Modena; ed aveva dovuto resistere, con sagacia e volontà maggiore degli anni, alle pressioni ed alle seduzioni di quei terribili educatori, che, indovinando le forti qualità del loro allievo, avevano concepita la speranza di chiuderlo nel loro bruno sodalizio.

Nella gioventù milanese ottenne presto quella prevalenza che non isfugge all'ingegno, soprattutto quando è sorretto dalla ricchezza. Era l'idolo delle riunioni gaje, l'oracolo delle adunanze pensose. Cognato di Pietro Verri, che aveva sposato in ultime nozze sua sorella Vincenza, era legato per mezzo suo a quel manipolo di preclari intelletti, che, ormai sul tramonto, si vedevano con soddisfazione rivivere in quel giovane forte, serio e gentile. Non era stato esente da un vizio, pur troppo caratteristico delle società eleganti, quello del giuoco; anzi vi si era abbandonato con una forza che ad alcuni amici pareva minacciosa pel suo avvenire. La nobiltà della sua indole doveva trionfare della bassa tentazione. Un giorno si trovava al verde, e si recò a chiedere duemila scudi in prestito ad un amico in cui riponeva grande fiducia. L'amico glieli rifiutò nettamente. “Sarebbero pochi„ gli rispose “pel conte Melzi; sono troppi per un giuocatore.„ Il giovane fu così tocco della severa risposta che abbandonò le bische e non giocò più.

Auspicj femminili lo trassero dalla vita brillante e spensierata dei circoli cittadini, per avviarlo a più vasti orizzonti. Primeggiava allora fra le gentildonne milanesi la marchesa Paola Castiglioni, colta e gentile Egeria di ogni Numa dell'epoca, la cui riputazione di eleganza, di bellezza e di spirito, consacrata nei serali convegni, traversò due generazioni per giungere ancora intera e vivace fino a quella che immediatamente ci ha preceduti.

Francesco Melzi, che allora chiamavano il _contino_, non era fra gli amici della marchesa il più trascurato. Anzi fu lui ch'essa volle compagno in un viaggio che intraprese in Francia; ed essa gli dischiuse l'ingresso in quelle celebrate riunioni parigine, dove, sotto la gonfia dottrina degli enciclopedisti, romoreggiavano i nuovi e minacciosi ardimenti degli uomini del terzo Stato. Fra quel meraviglioso turbinío di stranieri non si smarrì l'ingegno del Melzi, non ancora trentenne. Vi conobbe il D'Alembert, il Diderot, l'Helvetius, il Marmontel, il barone di Holbach, Vittorio Alfieri. Stette con loro come uomo a cui fosse famigliare qualunque forma di attività intellettuale. E non parve piccino fra quei giganti; tanto che madama di Stael, nelle sue _Considerazioni sulla Rivoluzione Francese_, ebbe a scrivere di lui: “non esserci stato mai uomo più distinto, neppure in Francia, pel sapore della conversazione, e nessuno averlo mai superato nell'arte di conoscere ed apprezzare tutti quelli che sostenevano una parte sulla scena politica.„

L'indole tutta italiana del Melzi non si sformò al contatto dei ribollimenti francesi. Chè anzi grave materia di esperienza e di studio trasse egli dallo spettacolo vivo di quella nazione, fra cui si elaborava tanta mole di novità. E pur tenendo l'animo aperto alla seduzione per ciò che v'era in quei concetti di generoso e di grande, l'acuto senno ne misurava il pericolo e intravedeva già, dietro il fascino delle parole, la futura intemperanza delle cose.

Innamoratosi dei viaggi e del largo osservare, dopo la Francia percorse la Spagna, il Portogallo, sopratutto l'Inghilterra, studiando ed annotando costumi, istituzioni, uomini, arti, paesi. Tornò, come cinquant'anni dopo il conte di Cavour, ammiratore della costituzione inglese, e convinto non essere possibile ad una nazione acquistare ordini e forze di libertà senza il beneficio principalissimo dell'indipendenza, cui egli giudicava fin d'allora doversi indirizzare il desiderio e lo sforzo di quanti amavano possedere, come le altre nazioni, una patria.

Così, nudrito di fatti e di pensieri nuovi, che lo rendevano, per intelletto e per carattere, singolarmente idoneo a cose di Stato, Francesco Melzi aspettava gli eventi.

Quando apparvero, soverchiando d'un tratto ogni argine di dottrina e di ragione, non si sgomentò. Resistette alla fiumana demagogica come doveva resistere più tardi al torrente del cesarismo. Ai giacobini fu subito in uggia perchè non si umiliava dinanzi a loro. Lo accusarono, nel loro stile barocco “di mettere il capo nel cielo e i piedi nell'inferno per essere nel centro degli affari[4].„ Non era vero. Nessuno più del Melzi era schivo di chiedere ed assumere importanza politica. Più tardi fu anzi questo un difetto che il paese poteva a buon diritto rimproverargli. Ma allora come poi, dir male degli uomini virtuosi era pei viziosi il modo più sicuro e più spiccio di salire in grazia alle turbe e far loro dimenticare le proprie magagne. I malvagi strepitavano, il Melzi taceva; era una prova evidente del torto di quest'ultimo e della ragione dei primi. Così fu imprigionato, sbandito, richiamato.

Non era però il Melzi tal uomo che dello sfregio a sè fatto tenesse broncio al paese. Onde, non appena la prevalenza degli uomini onesti cominciò a risorgere e seppe essere richiesti i suoi servigi, non pose tempo in mezzo a prestarli; e, come addetto ai Comitati di governo, come inviato diplomatico a Rastadt, come consigliere di Bonaparte a Mombello, come inviato a Parigi, come promotore e ordinatore della Consulta di Lione, sollecito in ogni occasione degli interessi e della dignità del paese, ben presto riebbe quella fiducia e quella stima che i suoi concittadini non gli ritolsero poi per tutta la vita. Tanto è vero che popolarità durevole ed unicamente apprezzabile non si acquista col blandire ogni traviamento di moltitudini, per istrapparne un facile applauso, ma coll'uniformare sempre la propria condotta ai dettami di quella onesta coscienza, la quale allora solo è fallace quando s'impaurisce o si fiacca per biasimi non meritati.

Tali erano i precedenti dell'uomo che il 7 febbraio 1802 entrava in Milano, per assumere, con istituzioni nuove, le redini di uno Stato, in cui tutto era sconvolto e tutto era da mutare e da rinnovare. Le accoglienze, com'era da aspettarsi, furono assai festose e sincere. Da un pezzo la Repubblica s'agitava nel vuoto; indispettita della larva di governo cattivo che possedeva; ignara se ne avrebbe avuto uno migliore; incerta fino agli ultimi giorni se dalla Consulta di Lione le sarebbero giunte fortune o delusioni.

“Quel contino se la caverà con onore„ aveva scritto Vittorio Alfieri, appena udita la nomina di Melzi a Vice-presidente. Ed era, più che il pensiero, la speranza di tutti; essendo tutti ansiosi di uscire dal lungo provvisorio e dalla lunga anarchia. Era inoltre confortato il sentimento pubblico dall'idea che questa volta l'omaggio suo non si volgeva ad uno spagnuolo, nè ad un francese, nè ad un tedesco, nè ad un russo. Erano dei secoli che un italiano non appariva più come capo, come guida politica di una così grossa e bella compagine di popolazioni italiane! Onde l'istinto nazionale si sentiva rialzato nella sua dignità e si aprivano gli animi a speranze maggiori di maggiori compagini.

L'arte e la poesia celebravano a gara l'auspicato rinnovamento.

La Costituzione di Lione, firmata da Bonaparte, da Melzi, da Marescalchi e da Guicciardi[5], si deponeva nell'Archivio pubblico, dove tuttora si trova. Andrea Appiani aveva disegnato una medaglia, il Manfredini ne incideva un'altra, Ugo Foscolo pubblicava la sua veemente _Orazione a Bonaparte_, Vincenzo Monti cantava le lodi del nuovo magistrato e lo chiamava

il mio Melzi, a cui rivola Della patria il desío.