Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 19
Le conseguenze dirette ed immediate del tentativo furono proprio le più opposte che si potessero pensare alla speranza ed all'intenzione di chi lo aveva promosso.
Il partito repubblicano ne uscì fiaccato di credito e di autorità. Quella terribile inesperienza, quella spensierata prodigalità di vite umane indarno sacrificate allontanarono dalle sue fila il nucleo più numeroso e più intelligente degli uomini che mettevano lo scopo al disopra del metodo. In una sua celebre lettera ad Emilio Visconti-Venosta, il Mazzini mostrò sentire la necessità di questa ricomposizione politica; e si congedò da una parte de' suoi antichi seguaci, esprimendosi con un tono di mestizia profetica, sotto cui primeggiava quell'orgoglio de' proprj pensieri, che gli procurò più tardi dal generale Garibaldi giudizio così severo[95]. I patrioti milanesi accettarono senza esitazione questo distacco dal Mazzini; non dimenticando i servigi resi dall'uomo e il rispetto che gli si doveva, ma altrettanto convinti che r azione sua si trovava ora in completo disaccordo col pubblico sentimento e non poteva giovar più agli scopi nazionali, ormai avviati a soluzione diversa. Il ravvicinamento fra le tre correnti politiche di cui s'afforzava il programma di resistenza divenne sempre più stretto. Gli antichi albertisti trovarono nell'appoggio di elementi giovani e vigorosi una ragione a mosse più sicure e a maggiori ardimenti. Gli antichi repubblicani, scostatisi dal Mazzini, si confusero colla schiera capitanata dal Tenca, da cui soltanto questioni di opportunità li avevano anche in passato divisi. D'altronde l'imperversare della reazione militare aveva costretto i più noti cospiratori ad allontanarsi da Milano; il De-Cristoforis n'era uscito, travestito da cocchiere d'un patrizio beneviso al Governo, il Majocchi, sotto il vano d'una cassa in un carro pieno di calce. I popolani, avvezzi all'impulsione delle società segrete, accettarono quella che loro veniva da uomini noti e rispettati in paese, dei quali conoscevano o la vita integra o l'indole generosa.
Senza essere ancora precisamente legati ad un vero programma comune d'indole politica, tutti questi elementi cooperarono però d'allora in poi con vicendevole stima e vicendevole responsabilità. Si rifaceva, sotto la pressione delle necessità nazionali, una situazione cittadina moralmente identica a quella che aveva precorso le Cinque Giornate; la stessa fiducia nelle influenze patriottiche moderate; lo stesso vigore di manifestazioni individuali; il disdegno egualmente calmo di tutte le affettazioni di forza che il Governo moltiplicava. Solamente v'era un'esperienza più seria delle cose pubbliche, — quella che il dolore aveva maturata. Si comprendevano e si apprezzavano, meglio che nel 48, le relazioni fra gli Stati, le complesse necessità della politica e della diplomazia. Il patriottismo era rimasto, la rettorica era sparita. Non si metteva più la speranza della liberazione nei Polacchi, nei Magiari, negli Slavi, nei Rumeni; la si sentiva nell'attitudine operosa e virile della monarchia liberale italiana, nella vivace fierezza del suo grande ministro, nell'insieme — pure sconnesso e oscillante — della politica napoleonica, di cui la popolazione milanese, con quell'istinto che viene dalla cotidiana e indagatrice osservazione dei sofferenti, presagiva già inevitabile l'ultimo postulato, — la guerra all'Austria. Gli studj accennavano ad una rinata robustezza di fibra intellettuale e si volgevano ad argomenti di pratica attualità. Il _Crepuscolo_ dava all'eletto manipolo de' suoi scrittori un vastissimo campo di affermare criterj nuovi nel progresso letterario e scientifico; un giovane di alto avvenire, Stefano Jacini, pubblicava un libro pensato e fortunato sulle condizioni agricole ed economiche del paese; alla Cassa d'Incoraggiamento d'Arti e Mestieri, dov'erano ancor fresche le feconde iniziative del Kramer e del Mylius, s'abbozzava un programma di laboriosità e di rinnovamento industriale, sotto l'impulso di Lorenzo Taverna, di Ignazio Vigoni, di Antonio Allievi, di Guido Susani.
Così si veniva preparando un'opinione pubblica illuminata, progressiva, atta a sostenere o a combattere programmi di governo. L'intransigenza politica, restando fiera, diventava effetto di logica più che di passione. Cominciò allora la prevalenza di quel complesso di metodi e di pensieri, che fa più tardi battezzato come politica moderata e che durò in Milano fin verso gli avvenimenti parlamentari del 1876. Certo, il Mazzini, dopo quell'epoca, non ebbe più in Milano l'efficacia da trascinare nè una massa ne un uomo. Il prestigio delle sue dottrine era caduto col mutarsi delle condizioni politiche a cui s'affacciava l'Italia. La sua decadenza politica era incominciata. Conservò ancora qualche influenza nelle provincie, dove la difficoltà di conoscere nelle sue origini e ne' suoi particolari l'impresa del 6 febbrajo prolungò di qualche anno le illusioni repubblicane. Ma il sistema suo di consigliare insurrezioni, sempre e dappertutto, lasciando credere che, dappertutto e sempre, vi fossero solidarietà insurrezionali, unicamente sognate nel credulo e mistico ambiente in cui egli viveva, svezzarono presto anche i più giovani dal metodo inefficace e antiquato della cospirazione mazziniana.
Quando sorsero gli avvenimenti del 1859, si udì con meraviglia che una quarantina d'individui in Italia aveva protestato contro l'alleanza francese e contro l'arrivo dell'esercito che avrebbe combattuto a Magenta e a Solferino. Parve una monomania come un'altra, e ne fu discorso per cinque minuti. Poi cominciò a risplendere l'astro di Garibaldi, e quello del vecchio profeta si ecclissò. A Samuele era successo Davide, che uccideva i giganti a colpi di fionda. Quanto v'era di patriotismo serio e bollente nella gioventù italiana stette con Davide, che conduceva a guerre meravigliose e a smaglianti vittorie. Samuele ebbe il torto di prolungare, oltre ogni misura, un periodo di predicazione che gli avvenimenti avevano sopravanzato. La vecchiaja di Mazzini fu triste. Ed è triste per tutti che un uomo della sua fede non abbia potuto passare gli ultimi anni, tranquillo e rispettato, in quella patria alla cui formazione aveva pur contribuito. Non fu colpa certo de' suoi concittadini; fu sua. E Iddio, in cui egli credeva, gli avrà certamente perdonato l'eccesso d'orgoglio, che è il tarlo della sua fama e fu quello della sua pace.
La reazione militare che susseguì al tumulto del 6 febbrajo fu, come accennammo, violenta.
Proclamato lo stato d'assedio e mantenuto per lungo tempo con tutte le sue rigidezze; sfrattati tutti gli Svizzeri del Canton Ticino perchè sospetti di relazioni rivoluzionarie; colpiti di sequestro i beni dei fuorusciti, anche di quelli a cui il Governo stesso aveva negato il ritorno e l'amnistia; chiuse le porte delle città; proibito il circolare delle vetture; proibito il suono delle campane; impedito a più di tre persone il raccogliersi; tutte le spese militari a carico della città; ronde e pattuglie ad ogni ora, di giorno e di notte; le sentinelle ricoverate entro recinti d'inferriate, quasi affettando di considerare un sicario in ognuno dei cittadini. Vi furono dei sordo-muti freddati dalla carabina delle scolte, per non aver potuto udire nè rispondere al lugubre _halt wer da?_ (chi va là?) che ad ogni tratto risuonava.
La cittadinanza lasciava passare questi furori e non mutava contegno. Anzi la disciplina politica parve degli stessi furori avvantaggiarsi. Le questioni dei ticinesi e dei sequestri, diventando internazionali, provocavano difficoltà diplomatiche, da cui l'Austria non usciva sempre con riputazione. Le note piemontesi crescevano di energia; Vienna e Torino si restituivano a vicenda i loro ambasciatori, preludio di maggiori ostilità. Milano si sentiva fatta il nodo della questione italiana, e sopportava lietamente le proprie sofferenze, perchè convinta che queste affrettavano i tempi nuovi.
Tutto ciò ebbe a mutare di punto in bianco sul principio dell'anno 1857. Allora la Lombardia parve divenuta il beniamino, il cucco della dinastia degli Absburgo. L'imperatore Francesco Giuseppe venne a Milano, preceduto da una completa amnistia pei prigionieri di Stato; mostrò intenzioni piene di benevolenza; regalò milioni, a beneficio di comuni, di terreni inondati, di teatri, per la costruzione del giardino pubblico a Milano, per l'erezione di un monumento a Leonardo da Vinci.
Che cosa era avvenuto? nulla, di carattere milanese. Ma s'era in questo frattempo combattuta e terminata la campagna di Crimea; s'era conchiusa la pace di Parigi; il fiero plenipotenziario austriaco aveva dovuto subire, da pari a pari, i rimproveri del plenipotenziario piemontese; e la voce mesta ed affranta, ma interamente presaga, del vecchio principe di Metternich, aveva esclamato: “il n'y a plus qu'un diplomate en Europe, mais c'est le comte de Cavour.„
L'accoglienza simpatica che l'areopago europeo aveva fatta ai reclami politici del ministro piemontese contro i governi di Napoli e di Roma urtava in pieno petto, malgrado le ipocrisie ufficiali, l'Austria dispotica in Lombardia. A Vienna sentirono che bisognava mutar tono per non precipitare le cose, e fu deciso di sostituire politica di concessioni a politica di compressioni.
Sfortunatamente — o fortunatamente — apparve ai centralisti austriaci più facile proclamare la teoria che mettersi d'accordo sull'entità e sul numero delle concessioni. I ministri che avevano accompagnato l'Imperatore a Milano, discussero lungamente il da farsi. Non mancarono di rivolgersi per consiglio a qualche notabilità cittadina, rimasta fuori dal movimento politico. E il conte Giuseppe Archinto, gran proprietario, fra i pochissimi che bazzicassero a Corte, presentò, in nome d'un gruppo di cittadini, dei quali non si seppe mai precisamente nè il numero nè la qualità, una Memoria sul nuovo ordinamento da darsi alle Provincie lombardo-venete. Questa Memoria, a cui pare abbia largamente cooperato di scritto e di consiglio Cesare Cantù, e che il re Leopoldo del Belgio aveva veduta e appoggiata, proponeva molte di quelle istituzioni autonome che settant'anni prima Pietro Verri aveva chieste all'imperatore Leopoldo, e che nel 1848, Carlo Cattaneo considerava come i capo-saldi del suo programma di riforme nazionali. Vi si dimostravano i vantaggi dello scindere amministrativamente il governo delle provincie italiane dalla centralità dell'Impero; vi si chiedevano corpi consulenti locali, e forza militare locale, e impiegati paesani, e finanza propria, con tributo determinato per le spese generali della monarchia. Si proponeva a capo di questa specie di Stato autonomo e vassallo l'arciduca Massimiliano, fratello dell'Imperatore; giovane di qualità brillanti e simpatiche, occupato in quei giorni a trovarsi una compagna della sua vita, che appunto il conte Archinto andò poco dopo come ambasciatore suo, a chiedere alla Corte di Brusselles, — la principessa Carlotta.
Di tutta questa fantasticheria di riforme, i ministri austriaci accettarono soltanto quella che in fondo lasciava le cose com'erano: la destinazione dell'arciduca Massimiliano a Governatore generale del regno Lombardo-Veneto. Il De Bruck, il Bach, lo Schmerling erano certamente liberali, ma a casa loro. Qui non sapevano spogliarsi della solidarietà cogli elementi militari, i quali persistevano a dire che la Lombardia era paese di conquista e non poteva essere trattata come i territorj nazionali. Al postutto, non avevano torto.
Fu allora che apparve sulla scena politica un gruppo di conservatori, rimasti fino allora interamente estranei alle varie oscillazioni del movimento. E si manifestò con una mossa di cui è bene indagare le origini e le ragioni; perchè valse a creare per qualche tempo una situazione nuova, e minacciò di complicare con incidenti imprevisti il programma, fino allora sterile ma immutato, della politica di resistenza.
Erano appena finite, e non interamente, le pratiche per un nuovo riordinamento delle ferrovie austro-italiche. S'era divisa la rete complessiva in due gruppi, e nel Consiglio direttivo della rete che fu poi detta dell'Alta Italia s'erano voluti introdurre, per garanzia di molti interessi, alcuni dei patrizj lombardi e veneti di maggior nome e noti per indole conservativa. Il duca di Galliera aveva proposto per la Lombardia il cognato suo, duca Lodovico Melzi d'Eril, il conte Giuseppe Archinto e il conte Renato Borromeo. Fu in tale qualità di rappresentanti il Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie che il Melzi e l'Archinto si recarono a ricevere l'Imperatore a Venezia. Nel colloquio che necessariamente dovettero avere, il monarca austriaco, venuto per essere famigliare, chiese a Melzi perchè i Lombardi non fossero contenti del governo che annunciava con larga amnistia le sue intenzioni rinnovatrici. Stretto dalla necessità di rispondere ad una domanda che probabilmente non aveva preveduta, il patrizio milanese affermò che di queste intenzioni i cittadini non potevano saper nulla, perchè tra essi e le autorità politiche s'era innalzata la muraglia della China. Il motto, data la qualità dei tempi e degli interlocutori, potè sembrare audace e come tale fu ripetuto nelle sale dell'alta società viennese.
Ma quando l'arciduca Massimiliano, accettata l'alta sua carica, venne a Milano ad assumere le redini del Governo, si guardò intorno per cercare su quali elementi cittadini avrebbe potuto appoggiarsi. Il colloquio di Venezia indicava naturalmente fra questi il duca Melzi; e il conte Zichy, presidente del Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie, sollecitò vivamente il duca ad accettare presso il nuovo Governatore del Regno un posto indipendente di fiducia, nel quale avrebbe potuto — diceva lo Zichy — essere utile al paese, rimovendo equivoci e facendosi interprete di molti bisogni.
I consiglieri intimi dell'Arciduca erano uomini rispettabili per carattere e per ingegno; il conte di Bombelles, suo amico e confidente, il conte Hadig, ungherese, di opinioni assai liberali, suo primo ajutante di campo, il barone di Kubeck, suo consigliere diplomatico, che fu poi ambasciatore a Roma presso il governo del Re d'Italia. Il conte Andrea Cittadella Vigodarzere aveva accettato d'essere gran maggiordomo dell'arciduchessa Carlotta, e il conte Pietro Bembo collaborava come segretario arciducale ai progetti di materia economica ed amministrativa, in cui era abbastanza versato.
A questo onorevole sodalizio, in cui lo si pregava di entrare, non seppe il Melzi opporre un rifiuto; e vi stette per diciotto mesi, vedendo frequentemente l'Arciduca, che gli confidava i suoi progetti o le sue speranze di riordinamento italiano.
Per verità, il fratello dell'imperatore d'Austria esponeva, circa la sua missione in Italia, concetti larghi, nei quali è dubbio ancora se avesse vera fede o semplice compiacenza. Forse era un po' dell'una e un po' dell'altra, poichè l'animo suo, naturalmente generoso ma disadatto a serie meditazioni, oscillava spesso fra l'utopia e lo scoramento. Rassomigliava in ciò grandemente al suo amico e protettore — pur troppo inefficace pochi anni dopo — l'imperatore Napoleone III.
Politicamente, appoggiava il programma della federazione, presieduta dal Papa; risalendo alle aspirazioni italiane di nove anni prima[96], ma dimenticando che da quell'epoca in poi aveva mutato il Papa, come aveva mutato l'Italia. Avrebbe aumentato dei Ducati transpadani il territorio piemontese; voleva sbarazzarsi, con una pensione, del duca di Modena; far pratiche perchè al regno Lombardo-Veneto si aggiungessero le Legazioni. Pel conte di Cavour diceva nutrire gran simpatia, e ad una signora molto intima di casa Melzi aveva detto, non esser difficile ch'egli potesse ricevere ospite festeggiato a Milano il re Vittorio Emanuele. Tanto sognava!
Amministrativamente poi, — e qui ci pare che la sua buona fede possa essere stata intera, — voleva molta autonomia, una rappresentanza del paese in due rami, con forme di elezione, un grande sviluppo d'istruzione pubblica, la polizia sottratta ad ogni ingerenza militare e data ai Comuni, le truppe austriache limitate alle due grandi fortezze, e nel resto del territorio guarnigioni italiane con ufficiali italiani.
Si capisce come un simile programma abbia potuto esercitare qualche attrazione sul piccolo gruppo di Italiani che gli si erano avvicinati e che potevano forse non avere nessuna precisa nozione delle molte probabilità che già presentava in quell'ora il programma di una intiera indipendenza, sotto monarchia nazionale e con guarentigie parlamentari. Ed è giustizia ricordare che in quei giorni l'imperatore Napoleone, quasi arbitro dell'Europa, ostentava larghissime simpatie per la persona e per la politica di Massimiliano. Sicchè ad uomini tenutisi o tenuti al bujo delle pratiche personali e quasi della cospirazione diplomatica che il Cavour conduceva coll'imperatore francese, poteva sembrare interesse vero di libertà l'accoglimento di quel largo programma riformatore che le circostanze mutavano invece in un pericolo per la formazione della patria.
E pericolosa veramente per qualche tempo sembrò al programma unitario l'attitudine assunta dall'Arciduca in Lombardia. I liberali milanesi dovettero accentuare anche con maggiore asprezza il loro contegno intransigente, involgendovi pur quelli fra i loro concittadini che ai propositi dell'Arciduca sembrassero poco o punto piegare. Il conte di Cavour non si dissimulava le difficoltà che la sua politica avrebbe potuto trovare in una transazione, anche di breve durata, fra la popolazione lombarda e il suo governo. Mandava dire al conte Giulini: “fate piuttosto mettere Milano in istato d'assedio.„ E in un colloquio importante, ch'ebbe luogo in quell'anno tra Emilio Visconti-Venosta ed Emilio Dandolo, questi espose lungamente, per espresso incarico del Cavour, le trattative avviate e le ardite risoluzioni del Piemonte e gli impegni in cui era già entrato l'imperatore Napoleone. In quel colloquio furono gettate le basi di un'intima e definitiva adesione dei liberali lombardi al programma ed alla direzione politica del conte di Cavour; accordo che andò poi sempre crescendo e che non fu inutile nè all'unità della patria nè alla fortuna politica del grande uomo di Stato.
Una dopo l'altra, venivano poi ad avere sonora eco in Milano le notizie delle altre parti d'Italia; la spedizione di Sapri, la questione diplomatica pel _Cagliari_, la pubblicazione del libro _Toscana ed Austria_, la dichiarazione del rispettato Manin, che con Garibaldi, con Pallavicino, con La Farina, innalzava la bandiera: _Italia e Vittorio Emanuele_. Tutto ciò rendeva Milano pensosa e decisa; sentiva essa che finalmente, e non senza merito suo, la questione austro-lombarda s'era tramutata in austro-italica; fiduciosa nella virtù nazionale, aspettava il futuro, noncurante per esso dei dolori e dei sacrificj presenti.
Ad una popolazione munita di siffatti antidoti offriva invano l'Arciduca Governatore i lenocinj della sua carezzevole amministrazione. Faceva infatti studiare progetti e miglioramenti d'ogni natura; largheggiava cogli artisti e coi letterati; dava splendidi balli.... a quelle dieci o dodici ballerine che accettavano d'intervenirvi; nella speranza d'essere grato al popolo, sfoggiava eleganze nuove di cavalli, di equipaggi, di uniformi; e il popolo, acuto e burlesco, ne storpiava il nome con un bisticcio di lontano significato: “l'arciduca Mazza-Milano.„
Mandava ogni giorno a chiedere notizie del Manzoni ammalato; sperando sopra un'occasione di visita o di colloquio, che il fiero vecchio non accordò mai. Quando cominciò a discutersi dal _Crepuscolo_ e nei pubblici ritrovi la questione dei disastri agricoli nella Valtellina, pregò Stefano Jacini di scrivere sull'argomento; e l'opuscolo dell'egregio scrittore fu un'acerba requisitoria contro l'amministrazione austriaca in quella provincia. Volendo far qualcosa e non sapendo che fare, vi si recò di persona col Bembo e col Valmarana. Da quelle autorità municipali ottenne fredde accoglienze e vigorosi reclami. Vi lasciò del denaro, — la solita goccia d'acqua che è la panacea dei dolori, pei principi assoluti e per gli amministratori impotenti.
Senonchè queste armi benevole si rintuzzavano non solamente contro la corazza patriottica dei milanesi, ma anche contro la disdegnosa ostilità degli alti personaggi dell'Impero, militari e civili.
A Vienna si canzonavano queste velleità liberali del giovine principe. Il barone di Burger, suo luogotenente in Lombardia, gli moveva una sorda guerra e otteneva spesso dal Ministero imperiale istruzioni affatto opposte a quelle che l'Arciduca gli soleva impartire. A queste istruzioni poi l'Arciduca disubbidiva, e una sanatoria dell'augusto fratello veniva ordinariamente a por fine a simili conflitti. Ma il prestigio dell'autorità sua non ne avvantaggiava. Quando morì il maresciallo Radetzki, e il suo successore Giulay trasportò da Verona a Milano la residenza del Gran Comando militare, l'azione politica di Massimiliano ne subì effetto d'indebolimento. S'annullò quasi interamente, allorchè la nascita dell'arciduca Rodolfo diede al partito centralista dinastico un dominio indisputato nelle eccelse regioni del Governo imperiale. Fu agevole persuadere all'imperatore d'Austria che il programma di Massimiliano, non aiutato neanche da nessun principio di successo politico, metteva in pericolo quell'unità dell'Impero che ormai trovava nel nato erede un nuovo avvenire di solidità.
L'Arciduca raccolse le sue casse di studii e di progetti, e si recò a Vienna, nella speranza di vincere personalmente gli ostacoli che da lontano lo trattenevano. Fu accolto cordialmente, ma non riuscì a far discutere i suoi progetti. Lo tennero a bada, come uomo con cui fosse pericoloso inimicarsi, ma di cui fosse inutile conoscere le idee.
Fu in quell'epoca, nell'estate del 1858, che il duca Lodovico Melzi, trovandosi a Vienna, manifestò all'Arciduca la sua intenzione di partire per Parigi. Massimiliano gli diede una lettera per l'imperatore Napoleone, sulla quale fu allora almanaccato fra i giornali politici, avvezzi a credere sempre fecondo di cose grosse ogni incidente di carattere italiano.
Nel fatto, quella lettera non aveva altro obbiettivo che di cortesie e di affari privati dell'arciduca Massimiliano. Questi però aveva inspirato di sè tali diffidenze, che il Melzi parve ambasciatore pericoloso, e il plenipotenziario austriaco, barone di Hübner, colmandolo di gentilezze, seppe trovar modo che non vedesse Napoleone da solo a solo.
Escluso dunque ogni discorso politico, Napoleone invitò Melzi alle caccie di Fontainebleau, e frattanto partì per Plombières, dove ebbe luogo il famoso colloquio col conte di Cavour. Di questo colloquio, e della situazione che si stava preparando agli affari d'Italia, il patrizio milanese ne potè sapere quanto bastava a persuaderlo che le iniziative dell'arciduca Massimiliano mancavano ormai da un lato e dall'altro di ogni solida base.
Ritornato a Milano, radunò subito i suoi colleghi, e propose loro di dare le dimissioni, per non separarsi dal nuovo indirizzo che il paese seguiva con migliori probabilità di successo. Anche all'Arciduca espose rispettosamente i suoi dubbi, e lo pregò a considerare se non gli convenisse personalmente rinunciare alla sua missione in Italia, avendo perduto coll'appoggio dell'imperatore Napoleone la maggior forza su cui poteva contare per l'esplicazione del suo programma.
L'Arciduca rispose che la sua fedeltà verso l'Imperatore d'Austria gli imponeva di continuare una missione, di cui non si dissimulava l'inutilità[97]. I conti Bembo e Cittadella dichiararono che, per riguardi personali, non potevano abbandonare Massimiliano. Il duca Melzi rassegnò per conto proprio il suo incarico a Corte e si ritirò a Genova fino dopo gli avvenimenti del 1859.