Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 18
Le condizioni, per così dire, strategiche della lotta che Milano si preparava di nuovo a sostenere, s'erano mutate notevolmente, — così in meglio come in peggio — dalle epoche antecedenti. Dal 1820 al 1844, i combattenti appartenevano quasi esclusivamente alle classi nobili o molto agiate della città. Dal 1844 al 1847 era scesa in campo, ricca di forze, anche la borghesia. Ma la classe popolare, operaia, era stata fino allora piuttosto spettatrice simpatica che energica cooperatrice alla lotta. Solamente negli ultimi mesi innanzi al 18 marzo, l'entusiasmo bellicoso l'aveva guadagnata; ma più avevano potuto sovr'essa le mistiche influenze del papato liberale e le giuste collere provocate dalla ferocia dell'8 settembre e del 3 gennaio, anzichè una chiara e viva percezione delle necessità che hanno i popoli di vivere di vita loro, senza vincolo di esterne dominazioni.
Però i cinque giorni di combattimento e i quattro mesi di libertà politica avevano prodotto anche fra le masse popolari un salutare rivolgimento intellettivo. Ora si affacciavano alla resistenza, per impulso proprio e per virtù di opinione, non solamente per vaghezza di novità o per adesione a programmi altrui. Avevano visto riunioni, letto giornali, discusso governi e governanti; cominciavano a capire che della libertà erano partecipi, della schiavitù politica soltanto stromenti o vittime. Sicchè le schiere nostre aumentavano di densità e di tutta quella forza che apportano elementi nuovi e robusti, sopratutto avvezzi, pei casi precedenti e per la fiducia personale vicendevolmente cementata, a subire la disciplina, non a discuterla.
D'altro canto, s'aveva però di fronte un avversario più deciso, più agguerrito, più inesorabile di prima. Tornando a Milano, dopo la guerra, l'Austria non aveva più o non fingeva più di avere illusioni di sorta. Sapeva di rientrare in una città nemica e di dover restarvi colla miccia accesa e i cavalli sellati. Ogni ipocrisia di linguaggio o di nomi era sparita. Gli Schwartzemberg, i Strasoldo, i Montecuccoli, i Burger si alternavano, con intonazioni di maggiore o minor durezza, al potere civile; ma il carattere intrinseco del governo era e restava una dittatura militare, temperata soltanto dai varj e mutabili interessi politici della dinastia imperiale. Sicchè gli stessi metodi della lotta dovettero essere profondamente modificati. Bisognava evitare assembramenti, che sarebbero subito diventati facile scopo a cariche di cavalleria. Le _dimostrazioni_ cessarono, perchè non v'era più bisogno di affermare la disciplina e v'era bisogno di risparmiar vite e sangue. Ma cessarono nelle vie, per durare in permanenza nei ritrovi e nelle sale private; rinunciarono ad essere collettive, per diventare più tenacemente e più audacemente individuali.
Intorno agli elementi austriaci si fece il vuoto. Gli ufficiali militari, gli alti impiegati del Governo civile e politico trovarono chiuse le porte dei ritrovi famigliari e delle associazioni cittadine. Nei teatri, pochissimi palchi d'affitto erano aperti all'ufficialità, nessuno di proprietà privata. Si stipavano nelle sedie chiuse, al di là della sbarra; e dava già per sè indizio della situazione morale, quel vedere ogni sera, da un lato tutte uniformi, dall'altro tutti abiti neri. Se ad un ballo, ad una cerimonia si prevedeva l'impossibilità di escludere, per qualunque ragione, un ufficiale austriaco, il ballo non si dava, la cerimonia si sospendeva. Ai balli che davano le alte autorità politiche o militari, non intervenivano che impiegati o mogli d'impiegati, costrette dalla pressione ufficiale. Se qualche signora della società milanese osò talvolta od ebbe la debolezza di accettare alcuno di questi inviti, leggeva subito la riprovazione sul viso dei conoscenti e degli amici. Il vuoto si allargava anche intorno a queste belle colpevoli di peccati veniali. La necessità della resistenza politica rendeva inesorabili; si sacrificava al programma anche la cortesia, anche l'educazione, anche l'amore.
I giovani poi s'erano fatta una legge di non tollerare, in faccia agli elementi militari, neanche l'apparenza di una provocazione. Per un gesto, per una parola, per uno sguardo rivolto ad una dama, si flagellava l'ufficiale austriaco d'una fiera parola, d'una osservazione umiliante che conduceva al duello. Luigi Della Porta iniziò questa nuova forma di guerra, e ne restò sventuratamente la vittima. Il Camperio, il Fadini, il Viola, il Battaglia, il Carcano, altri ancora si misurarono sul terreno, con varia vicenda, non transigendo mai, non accettando scuse, affermando altamente lo scopo e il carattere di queste contese. Era veramente una guerra; ma non potendosi combattere, alla moderna, coi grossi battaglioni, si combatteva, all'antica, colle zuffe individuali, come i capitani d'Omero. Nè, a completare la tradizione epica, mancava a quei combattenti l'aiuto delle Dee. Minerva e Venere non scendevano sulla terra, ma v'erano già. Preludendo ad un concetto che il generale Garibaldi svolse più tardi ne' suoi proclami, il sorriso delle donne era serbato ai forti. L'implacabilità politica non era meno consueta alle signore che agli uomini; forse, per l'indole loro, più provocatrice. Certo, ebbero larga ed onorevole parte in tutta questa disciplina di affetti e di rigori patriottici. E fra le gentildonne che tenevano in quell'epoca riunioni più numerose e più ricercate, non si possono dimenticare, per la gentile e fiera influenza, Marianna Trivulzio, Mariquita d'Adda, Carolina Crivelli, Ermellina Dandolo, Carmelita Manara. Sopra tutti va ricordato il salotto letterario e politico di Clara Maffei; dove tutti gli elementi nazionali od esteri di qualche valore trovavano libertà d'accesso e intimità di ritrovi; e dove la padrona di casa, vincendo per necessità politica l'indole sua, accettava dai suoi amici quella disciplina d'intransigenza contro cui protestava la sua costante ed inesauribile amabilità.
Indispettiti da questa giornaliera implacabilità di contegno, da questo muro di bronzo che vedevano elevato fra essi ed ogni agevolezza di vita sociale, gli ufficiali reagivano, accentuavano la loro qualità di conquistatori e padroni, — aiutavano per ciò solo i desiderj degli avversarj e il programma della resistenza. Talvolta, acciecati dall'impotenza, diventavano brutali, perdevano il sentimento dei loro doveri di uomini e di gentiluomini.
In uno dei giorni onomastici dell'imperatore d'Austria, avendo una baldracca, molto intima cogli elementi soldateschi, Annetta Olivari, esposto un tappeto giallo e nero sul suo balcone, posto quasi dirimpetto alla Piazza del Duomo, lungo l'antica via dei Borsinari, un assembramento minaccioso di popolani e popolane tentò invadere quella casa e strappare quella bandiera. Si fecero degli arresti, e il giorno dopo ufficiali austriaci non sentirono l'onta di assistere nel cortile del Castello ai colpi di bastone che furono applicati sulle ignude reni di due o tre fanciulle artigiane.
Questi esempj e questi spettacoli esacerbavano naturalmente l'animo dei popolani, fra i quali trovò presto cooperatori audaci e sicuri la frazione politica che mirava a congiure e a sommovimenti.
Com'è abitudine e necessità di questi programmi, l'unità dirigente veniva meno. Gli organismi rivoluzionarj si moltiplicavano secondo i gruppi d'amici personali, secondo le diverse solidarietà sociali da cui partivano. Assumevano nomi speciali[87], avevano capi molteplici, che ordinariamente non erano conosciuti dai settarj minori. I loro scopi, i loro mezzi d'azione erano esclusivamente locali; abbozzavano progetti, li mutavano, li abbandonavano, secondo le diverse esigenze dei singoli avvenimenti milanesi. Solamente il Comitato Centrale, che abbiamo visto presieduto da Attilio De-Luigi, s'era posto in diretta comunicazione con Mazzini e con quel centro rivoluzionario europeo che allora dirigeva da Londra una vasta agitazione, a cui, col Mazzini, partecipavano il Kossuth, il Ruge, il Sirtori, Ledru-Rollin.
A poco a poco questo organismo di cospirazione era riuscito a darsi una specie di ordinamento stabile, mediante sub-centri o Comitati, che in ogni capoluogo di provincia agivano secondo le istruzioni del Comitato Europeo. Il Mazzini osò allora quello che nessun cospiratore aveva osato prima di lui, e che nessuno probabilmente oserà più, — aprire un prestito rivoluzionario di dieci milioni, con apposite cartelle, che si collocavano presso i privati di fede sicura o creduta sicura, dagli agenti dei Comitati, incaricati poi di spedire a Londra i fondi raccolti. Non sappiamo quanti di questi milioni siano giunti nelle casse del Comitato Europeo; certo se ne devono essere perduti alcuni per via. Ad ogni modo, il movimento di persone e di lettere, che un'impresa di questa natura determinava, non potè lungamente tenersi celato alle indagini di polizia.
Un tristo, il dottor Vandoni, protomedico addetto al Governo, denunciò un impiegato suo, il dottor Ciceri, quale possessore di cartelle del prestito Mazzini. Il denunciato non isfuggì al processo ed al carcere. Ma non isfuggì il denunciatore alla vendetta settaria. In pieno giorno, nella via del Durino, sotto gli occhi della famiglia, che dal balcone aspettava il suo arrivo, Vandoni fa pugnalato e il sicario sparì. L'indegnazione contro l'ucciso temperò quella contro l'uccisore; perocchè è triste privilegio delle situazioni consimili di abbuiare, nell'opinione pubblica, la limpidezza dei criterj morali. Però da quel giorno, la tensione politica divenne ancora più aspra e vibrata. L'autorità piegò maggiormente a tirannia, la cospirazione si sprofondò ne' suoi metodi, il terrore dominò da una parte e dall'altra le relazioni sociali.
Frattanto accadeva in Francia, il 2 dicembre 1851, il colpo di Stato napoleonico; un'altra pagina storica che non si può giudicare nè a tuono di frase nè a lampi di passione; ma che, indipendentemente da ogni genesi e da ogni effetto francese, ebbe sulle cose d'Italia e specialmente sull'attitudine dei Milanesi, un'influenza immediata e profonda.
Il partito d'azione, che fino allora aveva sperato nella Repubblica Francese, piuttosto per istinto che per ragionamento, sentì prepararsi in Europa una situazione politica nuova, contro cui l'azione del Mazzini e le sue iniziative sarebbero state impotenti. Quelli fra i cospiratori — ed erano di gran lunga i più — ai quali la Repubblica era parsa non altro che un metodo per raggiungere l'indipendenza, cominciarono a raccogliere più severamente i loro pensieri, a guardare con risorta fiducia verso il Piemonte, nelle cui sfere governative era apparso intanto un astro nuovo, pieno di vita, d'incognite e di speranze, — il conte Camillo di Cavour. Il gruppo dei patrioti monarchici crebbe d'influenza e di riputazione; molto più essendosi saputo che al conte Arese, amicissimo suo, il nuovo Presidente di Francia aveva detto, poche settimane dopo la rivoluzione da lui operata: “laissez-moi donner un peu d'ordre à la France, et puis je penserai à l'Italie.„
Frutto di questa doppia modificazione fu la risoluzione presa dal Comitato Centrale di temperare per qualche tempo la propria azione e di invitare i Comitati provinciali a frenare essi pure l'ardore di eccitamenti, sui quali la polizia stava già dappertutto in agguato. Fra i Comitati provinciali lombardi, il più attivo ed ardito pareva quello di Mantova, presieduto da un prete pio e deciso, Enrico Tazzoli, e di cui teneva le fila e le carte Luigi Castellazzo. A Mantova dunque si credè appunto necessario spedire un messaggiero di speciale fiducia, per esprimere interi i concetti del Comitato, e fu scelto a tal uopo il dottor Antonio Lazzati. Questi andò, parlò coi membri del Comitato mantovano, assistette ad una riunione anche più numerosa in cui le esigenze della situazione furono ventilate e discusse; ritornò a Milano, fiducioso che la sua gita dovesse servire a rendere più cauta e più segreta l'azione dei patrioti.
Invece, poco tempo dopo il suo ritorno, eccoti spesseggiare le indagini e i sospetti della polizia. Il primo che si arresta è Pezzotti, uno dei membri del Comitato Centrale. Quell'arresto mette in guardia tutti, ed ognuno dei compromessi provvede a precauzioni speciali. Ma pochi giorni dopo[88], il carceriere, entrando nella cella, vede il suo prigioniero appiccato per un fazzoletto all'inferriata del carcere. L'infelice giovane, presago di torture morali più che materiali, temeva che una reticenza, che una frase imprudente conducesse gli acuti interrogatori sulle traccie della cospirazione. Aveva promesso agli amici che, arrestato, si sarebbe ucciso; — mantenne la parola. Tali erano e tali si accettavano in quell'epoca le conseguenze delle audacie politiche, divenute talvolta in seguito così impunemente verbose![89]
Pareva che la morte di quell'eroico taciturno avesse dovuto interrompere le indagini, sviare gli andamenti dell'autorità. Ma pochi mesi dopo cominciano arresti, a Mantova, a Verona, a Brescia. I Comitati Provinciali forniscono il maggior contingente alle persecuzioni; qualche viltà le accresce; la polizia vede e colpisce giusto; in poco tempo più di duecento patrioti popolano le prigioni lombardo-venete e si apre il cupo ed omicida processo di Mantova.
Alle vittime di questo processo, che non è cómpito nostro riassumere, Milano diede il contingente minore. Il Cairoli, il De-Luigi, il Gerli poterono sottrarsi a tempo e distruggere ogni traccia rivelatrice della loro azione; Lazzati osò rimanere e fu arrestato con altri dei suoi fratelli. Prigioniero, non ismentì la sua fama di robustezza fisica e morale. Fu di quel glorioso manipolo che col Pinzi, col Cavalletto, col Pastro, col Mori, con alcuni altri, attinse all'implacabile negativa la virtù di non dare nè una traccia nè un nome all'insidiosa ricerca dell'auditore militare. Condannato, perchè il segretario del Comitato di Mantova, Castellazzo, affermò in suo confronto di ravvisare in lui il messaggiero del Comitato milanese, sfuggì al patibolo, resistendo sempre al laccio in cui caddero il Montanari, il Tazzoli ed altri, — di dir qualcosa per guadagnarsi la grazia. Ad un uomo contro cui non s'era potuto provar nulla di grave, la sentenza finale attribuì quindici anni di ferri. Stette chiuso a Josephstadt fino all'amnistia imperiale del 1857. Ne uscì col Finzi e cogli altri amici, a tempo per essere di nuovo utili alla patria, per vederla libera, e per amarla sempre, — se anche non sempre giusta.
È facile pensare che il tragico risultato di queste agitazioni[90] contribuì ad allargare quella evoluzione che già vedemmo disegnarsi nel pensiero politico milanese. Il consolidamento del nuovo ordine di cose in Francia, mediante il plebiscito che creava l'Impero del 10 dicembre 1852, tolse interamente ad ogni spirito assennato l'illusione che a moti repubblicani potesse sorridere eventualità d'appoggio europeo. Le fila della cospirazione lombardo-veneta erano interamente sgominate; fuggiaschi o prigionieri o impiccati i suoi capi. D'altro canto la politica del Piemonte cominciava a dimostrare una saldezza ed una saviezza che s'ammiravano in Europa; e il movimento parlamentare avvenuto in quel torno di tempo, con notevole spostamento dei vecchi partiti politici piemontesi, annunciava già nel conte di Cavour il capo intelligente e risoluto di un vero partito nazionale italiano.
L'opinione pubblica milanese non tardò a divinare la nuova via di salute apertasi innanzi al paese. L'iniziativa rivoluzionaria autonoma perdette seguaci; ne acquistò il programma moderato, che già abbandonava il suo nome di _albertista_ e preludeva a chiamarsi _cavouriano_. Emilio Dandolo rese più frequenti le sue gite a Torino; il Tenca accentuò nel _Crepuscolo_ questo indirizzo degli spiriti, mediante la corrispondenza politica dal Piemonte e i forti studj di economia rinnovatrice che vi andò pubblicando Antonio Allievi. Soltanto il Mazzini, infervorato nei metodi suoi, architettando da Londra o da Lugano un'Italia artificiale su cui studiava diagnosi e rimedj punto consoni alla verità delle cose, — soltanto il Mazzini, diciamo, non aderì a nessuna modificazione di condotta politica. Ricompose alla meglio i suoi comitati e le sue centurie, sostituendo ai vecchi e noti vessilliferi dell'idea repubblicana nuovi luogotenenti, devoti ai cenni suoi, ma privi di larghe influenze fra le varie notabilità cittadine. L'organismo rivoluzionario si restrinse e si sprofondò, invece di salire e di allargarsi. La setta, impostasi al partito politico, reclutò nella classe operaja _adepti_ di forte indole e di forti passioni, come quell'eroico Sciesa, a cui Milano ha consacrata una lapide, più giusta di molte altre[91].
Ricominciarono i viaggi di emissarj segreti, le segrete distribuzioni di stili e di denari. Il Mazzini, che ad ogni primavera vedeva l'Europa pronta a mettersi in fiamme, immaginò che Milano, nel 1853, doveva essere il punto da cui l'incendio partisse. E così venimmo alla fatale giornata del 6 febbrajo.
Ma l'instancabile cospiratore non pensò mai, fra tanta mole di pensieri, ad un assioma confermato dagli insegnamenti della storia e dall'esperienza della sua vita stessa. Le rivoluzioni che riescono non sono ordinariamente quelle che si preparano. E la prova delle Cinque Giornate non era lontana.
Il moto milanese del 6 febbrajo 1853 non era stato una sorpresa per tutti. Se n'era discussa l'opportunità, la strategia, la data. Al generale Klapka il Mazzini l'aveva annunciato tre giorni prima come una grande rivoluzione. N'ebbe un fiero dolore quando seppe che era riuscito un tragico tafferuglio.
Eppure nessuno dei patrioti di qualche esperienza in Milano aveva creduto che siffatta congiura potesse ottenere effetti maggiori o migliori. A tutti aveva inspirata una grande inquietudine la conoscenza anticipata di così temerario divisamento. E alcuni avevano cercato di sconsigliarla, prevedendone vittime inutili e ribollimento di reazioni militari. Nel fatto, nessuna preparazione dello spirito pubblico a rivolture violente; armi poche o punte: il Piemonte inteso a febbrile riordinamento di partiti, di finanze, di esercito; la Francia nella piena luna di miele d'una reazione politica; l'Austria armata fino ai denti; l'Europa sospettosa d'ogni susurro, per timore di propagande napoleoniche. Ed era in mezzo a queste condizioni generali europee che il Mazzini si preparava tranquillamente a scagliare duecento popolani contro le sentinelle austriache. Fossero stati duemila, era difficile che la sorpresa scompigliasse le autorità militari più di ventiquattr'ore. Il giorno dopo, da Mantova, da Verona, da Piacenza sarebbero venute truppe e cannoni a josa. Eravamo ben lontani dalla situazione specialissima del 1848. L'esercito austriaco in Italia era forte per numero, per disciplina, per esatti armamenti. Nè Vienna era in subbuglio, nè l'Ungheria minacciava, nè Pio IX benediceva l'Italia. Per sognare che contro queste avversità estere una insurrezione improvvisa, e di soli elementi milanesi, potesse riuscire, bisognava davvero che la mente del Mazzini navigasse in un pelago sterminato di illusioni e di fanatismi.
Nè questi nè quelle facevano velo in Milano agli uomini che fino allora avevano diretta la politica di resistenza. Vedevano chiaro che l'impresa progettata avrebbe finito con lutti e supplizj. Il Majocchi, audacissimo di pensiero e d'azione, era assai esitante nel favorirla; gli antichi combattenti delle Cinque Giornate ricusavano di parteciparvi; la sconsigliarono fortemente il dottor Pietro Lazzati, Carlo De-Cristoforis ed Enrico Besana, patriota d'ogni occasione, d'ogni coraggio, d'ogni attività[92]. Piolti de Bianchi, sprofondato più d'ogni altro in quella preparazione, invitò Emilio Visconti-Venosta a dire le ragioni degli opponenti in un ritrovo di cospiratori. Ed egli v'andò; parlò linguaggio di ragione e di patriotismo in mezzo a gente inebbriata di visioni fantastiche[93]. Non fu ascoltato; si ritirò mesto e scorato, colla risoluzione di uscire da sodalizj, dove la discussione non era più considerata che come una ribellione alla volontà di Mazzini. Nondimeno fece un ultimo tentativo per prevenire la tragedia. Con Enrico Besana cercò di raggiungere il Mazzini a Lugano e di persuaderlo a dare il contr'ordine. Partivano infatti; ma la neve, la mancanza di vetture, la sorveglianza della polizia impedirono loro di oltrepassare il confine. Tornarono inquieti a Milano; il giorno dopo scoppiava il moto.
Lo aveva disposto, ne' suoi concetti strategici, un ingegnere Brizzi, emissario mazziniano, delle provincie meridionali. Avrebbe dovuto capitanarlo di persona un Assi, fabbricatore di cappelli, presidente della _Fratellanza Repubblicana_[94]. Nè l'uno nè l'altro furono visti nell'ora pericolosa. I popolani reclutati si avventarono animosi. Si credevano parecchie migliaja, — furono centocinquanta. Avevano avuto per istruzione di assalire le sentinelle e pugnalarle; ne uccisero dieci, ne ferirono cinquantadue; povere vittime anch'esse della medesima tirannia, che le traeva dai lontani tugurj di Croazia e di Boemia per gettarle contro odj e vendette, di cui nemmeno capivano la ragione.
Fu tutto. Due ore dopo, i Corpi di Guardia erano in pieno assetto di guerra; le pattuglie di cavalleria spazzavano le contrade; settanta popolani furono arrestati; sedici, impiccati due giorni dopo; e fra questi, come sempre, degli innocenti: Alessandro Scannini per tacer d'altri.
Quel sangue, — degli uni e degli altri — destò compassione ed orrore; non parve a nessuno utilmente versato. Ben altra era la lotta che i combattenti delle Cinque Giornate avevano cinque anni prima inaugurata; ben altra quella che sosteneva tutta la cittadinanza milanese, disdegnando apertamente ogni giorno relazioni coi dominatori o affrontando colla spada alla mano ufficiali stranieri, colpevoli personalmente, perchè liberi di continuare o di cessare il loro ajuto all'oppressione di un popolo. A questa lotta di uomini si trattava ora di sostituire una lotta di fiere; una sfida tra il pugnale e la corda. Il sentimento pubblico vi ripugnava; onde l'effetto del 6 febbrajo fu per alcuni giorni piuttosto di depressione che di ritempera.
Ne approfittarono senza indugio i governanti, racimolando firme ad un indirizzo, che fu spedito all'imperatore d'Austria, scampato in quei giorni egli pure a un tentativo d'assassinio politico. Lo firmarono un centinajo di persone o appartenenti all'alto patriziato conservatore o membri di Istituti Pubblici, di Corpi amministrativi tutelati dal Governo o dipendenti gerarchicamente da esso; uomini insomma che non erano stati o avevano cessato di essere nel moto politico attivo, e che credettero contribuire con questo atto, non contrario a' principj morali e religiosi, ad una mitigazione della reazione politica che andava ferocemente invadendo tutto il paese.
La condotta di quei firmatarj fu variamente giudicata; e più tardi i partiti politici, colla implacabilità che loro è consueta, fecero alcuni di quei nomi — non tutti — bersaglio a clamorose invettive. Allora, la situazione terribile del paese e la commozione degli animi fecero considerare con indulgenza quell'indirizzo. Certo, neanche fra quelli che lo firmarono, sarebbe parso possibile il 5 febbrajo. Visto oggi, a più di trentanni dall'epoca, con animo sgombro di passione, se non di affetto, pare piuttosto un atto di coraggio che di viltà. Nessuno di quelli che apposero all'indirizzo il loro nome poteva temere di essere considerato personalmente come partecipe, neanche lontano, neanche involontario, dei truci fatti. Se la reazione avesse inferocito anche più, su altri e non su loro ne sarebbero caduti i colpi.
Fu quella dunque — se anche inefficace od improvvida — una rassegnazione accettata pel beneficio d'altri e non ostentata pel proprio. E, del resto, in quell'ora, a Milano, non esigeva grande fortezza d'animo il tacere o lo star nella folla. Il difficile era d'uscirne.