Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 17
Forse anzi fu questa stessa durezza che la salvò. Fu la terribile realtà delle conseguenze che produce nella vita dei popoli la rettorica sostituita all'esperienza, la petulanza sostituita all'ingegno, che abbreviò meravigliosamente per Milano, e in genere per tutte le provincie ricadute sotto la dominazione straniera, il periodo della convalescenza. Milano si trovò come un ebbro sotto la doccia. Quel bagno gelato dissipò in un minuto i fantastici orgogli e le allucinazioni delle fibre eccitate. La città si trovò nuovamente di fronte alle altere uniformi bianche, allo strascico delle sciabole sui selciati, agli aspri suoni del linguaggio straniero, alle brutali intimazioni di pattuglie e di sentinelle, alla pettoruta insolenza di una bieca e irresponsabile polizia. Comprese che tutto ciò voleva dire la fine di un'egloga e il principio di un dramma. Si guardò intorno e si vide sola. Nessun ajuto possibile dall'interno, nessuna speranza, neanche lontana, da fuori.
Allora Milano rientrò in sè stessa; vide di essere la sentinella avanzata di un esercito impotente a riprendere l'offensiva; sentì la nobiltà della sua missione, la fiera ma gloriosa inesorabilità del suo dovere. Deliberò di restare al suo posto, finchè dietro ad essa l'esercito avesse potuto ricomporsi. Raccolse le sue forze; non contò i nemici, ma li guardò in faccia senza paura; e cominciò quella lotta giornaliera, multiforme, implacabile contro ogni elemento, contro ogni esigenza di dominio straniero; una lotta che il conquistatore leggeva in ogni sguardo e sospettava in ogni parola; una lotta che avvolgeva in una salda solidarietà d'affetti e d'intenti tutti i partiti, tutte le classi, tutti i gruppi della cittadinanza; — quella lotta che, dal 1849 al 1859, fu una pagina illustre della virtù nazionale.
Questa lotta fu combattuta da tutti, in tutti i modi, secondo le forme ed i metodi che a ciascuno, in ciascuna occasione, parvero preferibili. Noi non pretendiamo raccontarla, cercheremo riassumerla nelle sue linee principalissime. Chi la racconterà — assai più tardi — potrà essere giusto con tutte le persone; noi non potremo ora che essere giusti rispetto alle cose. Delle persone diremo con sobrietà quello soltanto di cui siamo sicuri. E non di tutte; giacchè, naturalmente, nè tutte conoscemmo, nè di molte sarebbe ancor bene dir tutto. A quelli che, pur essendo stati in prima linea, fossero o si credessero dimenticati, mandiamo fin d'ora schiettissime le nostre scuse. Si vendichino, dicendo che questo nostro non è neanche un riassunto, è semplicemente una sfumatura del poema. Noi non li smentiremo. Saremo paghi se gli uomini imparziali riconosceranno la nostra imparzialità, e se diranno che, avendo pure scritto il vero, abbiamo scritto soltanto il vero a noi noto.
Caduta, con Venezia, l'ultima fioca speranza di ripresa politica, l'opinione pubblica milanese subì un periodo sussultorio, quello che segue davvicino inevitabilmente le grandi catastrofi. L'onda commossa continua a spumeggiare sul lido lungo tempo dopo che la tempesta in alto mare è cessata. Però il periodo fu breve; e il partito nazionale si adagiò virilmente nella considerazione dell'avvenire, frazionandosi, secondo l'indole delle cose e la fisonomia morale degli individui, in tre compagini principali, che si proposero di camminare, con proprj metodi, verso l'intento comune dell'indipendenza.
Queste compagini ebbero subito e necessariamente capi locali, mezzi locali, direzioni indipendenti e locali. Le autorità intellettuali che avevano creato il movimento, le influenze statevi fino allora prevalenti erano tutte sparite. Gli uomini di maggiore notorietà del precedente periodo avevano dovuto subire le conseguenze della sconfitta. Il Cattaneo s'era ritratto a Lugano, inutilmente e ingiustamente sdegnoso; il Correnti cercava di rifar programmi a Torino, accarezzato pel fervido ingegno e per l'inquieto ideale; Casati, Borromeo, Arese, Mauri, Burini, Torelli, Guerrieri-Gonzaga, Giorgio Pallavicino, emigrati volontarj o forzati, reclutavano aderenze e simpatie fra i nuclei politici a cui appartenevano, o a Genova o a Torino o a Parigi. Luciano Manara era morto eroicamente coll'armi in pugno; Cernuschi e Maestri, appartati dal movimento paesano o imbronciati con esso, avevano trovato a Parigi, con diversa fortuna, nuove occupazioni e nuove clientele.
Ned era facile allora — come fu possibile poi — avviare cogli emigrati intelligenze dirette e costanti. Oltrechè, le necessità milanesi esigevano evoluzioni così rapide e così varie, che ogni direzione da fuori sarebbe stata inevitabilmente o tarda o inefficace o disastrosa. Bisognò dunque, sino dai primi giorni, rifare i quadri; e trarre da nuovi elementi, presenti sempre ed attivi, le virtù nuove rese necessarie dalla mutata natura delle difficoltà e dei pericoli.
Per chiarezza e semplicità di programma, se non per numero — allora — di aderenti, primeggiava quel nucleo di giovani patrizj che avevano risolutamente accettata, fin dal primo stadio della rivoluzione, l'iniziativa liberale e la direzione politica della monarchia piemontese. Si dicevano e si lasciavano chiamare _albertisti_, perchè in Carlo Alberto avevano confidato, come confidavano nel giovane ed energico suo successore. Conservatori per educazione e per interessi sociali, non erano men risoluti di ogni altro a volere, con inflessibile tenacia, l'indipendenza; ma credevano che per raggiungerla non fosse di troppo avere per sè le forze — momentaneamente impacciate — d'un vecchio Stato, d'un esercito regolare, d'una illustre e leale famiglia di principi italiani e costituzionali. L'esperienza delle discordie politiche e delle impotenze amministrative durate nei quattro mesi li avevano disgustati d'ogni soluzione provvisoria. Nè i capi, nè i programmi repubblicani, sorti durante lo stesso periodo, erano lor parsi tali da dover inspirare invincibili simpatie. Sicchè il Piemonte restava l'unico faro che illuminasse di qualche luce il tetro avvenire; ed essi, pur accettando dai loro amici di programma diverso ogni necessità di cospirazione o di lotta contro i governanti stranieri, mettevano la loro fede negli organismi della monarchia liberale; coordinavano la loro azione, il loro impulso, la loro propaganda morale alle situazioni che vedevano create o accettate da quelli fra i loro amici rimasti a Torino, per appoggiare delle loro influenze e rappresentare col loro nome la continuazione di una politica d'indipendenza.
Autorevole in questo nucleo per solidità di studj e di convinzioni era Alessandro Porro, ingegno calmo e colto, avvezzo a meditare prima di risolvere, a non pentirsi dopo avere risolto. Più spigliato d'indole e più mescolato agli aneddoti sociali ed a vivacità battagliere, Carlo D'Adda ajutava questo programma di tutte le intimità che il suo carattere e la sua schiettezza gli avevano ottenuto presso la Corte in Torino, dove Carlo Alberto gli era stato largo di così patriottici e confidenti colloquj. Uomini gravi e giovani intelligenti fra i Taverna, fra i Prinetti, fra i Greppi, fra i Trotti, fra i Litta-Modignani caldeggiavano simili aspirazioni, alle quali non mancava l'adesione, piena di modesto riserbo, dell'uomo più illustre che contasse in Italia il partito unitario, Alessandro Manzoni.
Due giovani però spiccavano sopra gli altri, in questo nucleo politico, pei loro precedenti e per la vasta azione, — il conte Cesare Giulini e il conte Emilio Dandolo.
Quest'ultimo, giovanissimo ancora e già ricco di fama, apportava al gruppo _albertista_ tutto il profumo della squisitissima indole sua, tutto il prestigio della leggenda, che cominciava già a formarsi intorno alle vittime e ai difensori di Roma. Fratello, più che amico, di Manara e di Morosini, morti entrambi, si può dire, nelle sue braccia, Emilio Dandolo aveva potuto fare, a vent'anni, un'esperienza degli uomini che pochi sanno acquistare a quaranta, un'esperienza del dolore, che non lasciava più in lui nulla di frivolo o di spensierato. Era stato sulla breccia, coll'armi in pugno, finchè in Italia era rimasto un palmo di terra da difendere contro stranieri. Cessata la lotta, ridiventava uomo di pensiero ed aveva scritto un opuscolo: “_I volontarj ed i bersaglieri lombardi_„ nel quale affrontava con molto coraggio civile alcuni fra i pregiudizj che avevano allora più corso fra l'inesperta gioventù liberale. Il volontario, fido soldato di Garibaldi e di Medici, non temeva di affermare che solamente da eserciti regolari doveva l'Italia attendere la sua liberazione; il valoroso difensore della Repubblica romana sosteneva vigorosamente il programma dell'Italia monarchica, sotto la guida della dinastia di Savoja. Più tardi, un'altra idea savia e feconda avrebbe sostenuto, in apparente contrasto coll'azione sua giovanile, — l'alleanza con quella Francia, i cui soldati avevano rotta, colle loro palle, la vita dei più cari amici che avesse al mondo, suo fratello Enrico, il Morosini, il Manara.
Ma non era da lui che potesse uscire il grido di un egoismo, o di una passione, pure larvata da patriottiche ipocrisie. Entusiasta, come lo s'è a vent'anni, sapeva però discernere un affetto individuale dal grande interesse della patria. Sapeva che nelle grosse questioni di politica internazionale, non sempre possono i governi — regni o repubbliche — lasciarsi guidare dai soli impulsi simpatici. Vedeva chiaro che gl'interessi della Francia avrebbero, tosto o tardi, combaciato coi nostri, e faceva volontieri il sacrificio delle sue rimembranze ai nuovi bisogni e alle nuove amicizie del suo paese.
Stringersi oggi a chi si ha combattuto jeri, o viceversa, è la legge storica di tutte le relazioni internazionali, l'andamento normale di quasi tutte le emancipazioni politiche. Guai se, adottando una politica di fanciulli o di furibondi, c'immaginassimo che i nemici trovati un giorno sopra un campo di battaglia vi fossero perchè ci odiavano! Tramuteremmo l'Europa in altrettanti campi trincerati quanti sono i popoli che, in una od altra epoca, si sono affrontati, e prostituiremmo le alte necessità della patria dinanzi alle volgari manifestazioni del rancore o della vendetta.
Uno Stato forte e intelligente prova anzi una certa voluttà virile nell'avvicinarsi ad una potenza contro cui s'è lottato sul campo o nella diplomazia. Le amicizie militari meglio sorrette dalla reciproca stima nascono ordinariamente, dopo la pace, fra gli ufficiali che si sono vigorosamente battuti durante la guerra. E se da un governo o da un principe che ci ha offesi, viene l'istante in cui la patria trae servigio o vantaggio, la grandezza d'animo consiste nel ricordarsi di questo, non nel piatire, come un compratore fedifrago, per scemare il prezzo d'una merce che s'è chiesta e accettata.
Così comprendeva il patriotismo Emilio Dandolo; e così, crediamo, lo avrebbe compreso in ogni futura epoca della sua vita, se non avesse dovuto soccombere, pochi anni dopo, al fiero morbo che già in quell'epoca si leggeva devastatore sull'emaciato e pallido viso.
Per ora, il nobile giovane, in cui l'Italia ha certamente perduto un uomo politico di prima riga, si accontentava d'essere un elemento di coesione e di forza in mezzo a tante cause di sfiducia e di dissoluzione. Simpatico di persona e di nome, gentile di modi, vigoroso di animo, gettato così presto nel vortice delle grandi emozioni, il Dandolo sentiva che il fragile tessuto della sua vita si logorava rapidamente. Questa sicurezza dava ordinariamente al suo viso una tinta di melanconia, ma nel tempo stesso — com'è natura del morbo — gli rendeva più dolce l'indole e più fine l'ingegno. Di tutti gli amici suoi, — di tutte le amiche — era l'idolo, e lo meritava. Nessuna cosa, può dirsi, facevasi intorno a lui, senza il consiglio suo. Ed egli della sua influenza non usava che per cose alte e fiere. Era di quegli uomini destinati a servire, persin morendo, la patria che amano.
Lo precedeva d'una decina d'anni il conte Cesare Giulini Della Porta, che alle stesse doti di animo e di cuore univa una vasta cultura appena dissimulata sotto la semplicità del discorso, una portentosa memoria, punto vulnerata dalle eccentriche distrazioni in lui proverbiali. Gentiluomo d'antico stampo e di largo censo, usava d'ogni forza sua, economica, intellettuale o sociale, per intenti di patria e di progresso. Nessuna iniziativa di studj[81], di beneficenza, di vigore politico, trovava chiusa la sua borsa o freddo il suo cuore. Le numerose relazioni personali ch'egli manteneva e accresceva con una instancabile corrispondenza, l'autorità che gli veniva dall'essere stato nel Governo Provvisorio di Lombardia, la considerazione di cui godeva in tutta l'aristocrazia lombarda e il molto bene che gli volevano le classi popolari da lui beneficate[82], lo rendevano anche rimpetto al Governo austriaco un uomo importante; ed egli ne approfittò per osare quello che altri forse non avrebbe potuto, ma che, scoperto, avrebbe tolto a lui come ad altri la libertà e probabilmente la vita.
In tutto il periodo che precedette i movimenti militari del 1859, fu il conte Giulini il centro e l'anima di quel vasto movimento di volontarj che s'avviavano ogni giorno al di là del Ticino, per accrescere combattenti all'esercito piemontese e sottrarne alle coscrizioni nemiche. Giovato dalle molte sue conoscenze e dall'affetto che avevano per lui gli affittuarj e i coloni delle sue varie tenute, il Giulini aggiungeva a questo lavoro quello di raccogliere tutti i dati relativi ai concentramenti ed alle dislocazioni delle truppe austriache; dati quasi sempre esattissimi e che, trasmessi giornalmente al quartier generale dell'esercito franco-sardo, gli furono parecchie volte d'inapprezzabile aiuto. Sprofondato in questa doppia bisogna egualmente pericolosa, ma il cui vantaggio pratico per la causa nazionale era egualmente chiaro, Cesare Giulini stette fino agli ultimi giorni in Milano, malgrado che la polizia militare avesse occhi attenti sopra di lui. Lo si vedeva nei soliti ritrovi serali, lo si incontrava per le solite vie coll'abito negletto, il passo obliquo e il sorriso distratto; ma la mente era pensosa, il cuore saldo, e tutte le sue nobili facoltà si concentravano operose in quello che per allora gli pareva il dover suo e il modo più immediato di giovare alla patria[83].
Il programma _albertista_ non era però nei primi anni diviso da un altro nucleo di giovani intelligenti e coltissimi, che al Giulini, al Dandolo, al D'Adda erano congiunti dai più stretti vincoli di stima e di amicizia personale.
Erano gli antichi avventori del caffè della Peppina, a cui s'era aggiunta la schiera, anche più giovane, degli scrittori e dei pubblicisti maturati alla breve esperienza liberale dei quattro mesi. Caduta Milano, avevano girovagato qua e là per l'Italia, scrivendo, cospirando, stringendo relazioni letterarie e politiche, a Firenze, a Roma, a Torino. Rientrando, dopo le catastrofi italiane, sotto il domestico focolare, sentirono il bisogno di raccostarsi, di riprendere il filo delle antiche intimità, di coordinare, se era possibile, la loro singola azione allo svolgimento di un programma comune.
Quest'ultima ipotesi sembrava e si dimostrò infatti difficile. Le impressioni individuali non erano identiche e condussero presto alla formazione di due correnti patriottiche, concordi nello scopo, divise nel metodo.
Una prima schiera accettò presto l'indirizzo che proponeva, con pensato vigore, un uomo rimasto fino allora piuttosto soldato che capitano, Carlo Tenca.
Ingegno più solido che vasto, più preciso che immaginoso, di convinzioni austere, di alta coscienza e d'irremovibile tenacità, il Tenca univa a tutte le fiere qualità della sua origine popolana l'amore a tutte quelle eleganze d'intelletto, di studj e di istinti, che sogliono ordinariamente essere la base educativa delle classi superiori. Preparato alla politica, come tutta la gioventù d'allora, dai libri del Foscolo e del Mazzini, durante i quattro mesi della nostra effimera liberazione aveva scritto per qualche tempo nel giornale ufficiale del Governo Provvisorio, da cui s'era allontanato in seguito per desiderio di azione politica più indipendente. Non era stato partigiano dell'atto di fusione colla monarchia piemontese, e si mostrò severo censore di parecchie delle disposizioni che, a quello scopo, s'erano prese o si travedevano.
Quando giunse l'epoca dei rovesci, e si trattò di sostituire al Governo Provvisorio un Comitato di Difesa, che assumesse una specie di potere dittatorio, il Tenca si oppose apertamente alla prima combinazione, che si basava sui nomi del colonnello Varesi, del conte Francesco Arese e di Cesare Correnti. Gli pareva una combinazione d carattere troppo _fusionista_, e fu principalmente per le insistenze sue che si procedette ad un'altra combinazione, in cui entrarono il generale Fanti, il dottor Maestri e l'avvocato Restelli, rimanendo il Correnti segretario del Comitato. Dopo l'infausta giornata del 5 agosto[84], il Tenca, con altri amici suoi milanesi, s'era condotto a Firenze, dove, seguendo sempre il concetto della rivincita popolare, collaborò a giornali e ne fondò, aiutando talvolta, contrastando più spesso l'indirizzo governativo, che gli pareva or fiacco or violento, di quei governanti, in ispecie del Guerrazzi e del Montanelli.
Nel complesso, lo spettacolo di quei saturnali politici aveva fatto grande impressione sul retto ed austero animo suo. Tornava a Milano, dubitoso della efficacia d'ogni programma di azione immediata, sconfortato delle prove fatte, dolorosamente persuaso che, se poco felice era stata l'iniziativa del principato liberale, anche peggiore era stata quella delle torbide democrazie. Sicchè patrocinava un programma di ricostruzione intellettuale e morale, da lui posto come base unica e logica d'ogni futura azione. Disposto a spingere, come gli altri e più degli altri[85], il contegno di intransigenza contro ogni elemento e contro ogni istituzione d'indole straniera, non credeva però ad efficacia di congiure e non intendeva mescolarvisi. Voleva che si lasciasse per allora deporre alla rivoluzione il suo limo, e che si preparasse, con civile rinnovamento di studj filosofici, giuridici, politici, economici, la generazione atta a governare più tardi con maggiore competenza e maggiore esperienza l'ulteriore movimento che i tempi avrebbero consigliato.
All'opinione sua aderirono presto parecchi fra quelli che a somiglianti discussioni prendevano parte; e si deliberò la fondazione di un giornale che a siffatte idee desse tono e avviamento. Così nacque il _Crepuscolo_, che fu per nove anni l'efficace stromento di una vera educazione pubblica, e di cui scrisse recentemente la storia uno dei più autorevoli fra i suoi fondatori e scrittori[86].
Ma questo programma, di cui nessuno disconosceva la serietà e l'utilità, sembrò non bastare ad un'altra schiera di giovani, o più dominati da un prepotente bisogno di combattività, o meno disillusi dei primi sull'antico meccanismo delle cospirazioni politiche. E questi, raccogliendo intorno a sè gli antichi compagni e rannodando le antiche fila, deliberarono di continuare, per loro conto e con loro pericolo, quei metodi di propaganda rivoluzionaria che già erano parsi buoni molti anni prima, e da cui speravano poter trarre ancora utili occasioni di fortunate audacie.
Così venivano designandosi i tre partiti fra cui si sarebbero suddivisi, secondo le varie attitudini, tutti gli elementi politici della città. Partiti, diversi dagli attuali in ciò, che mentre questi si combattono con accanimento, quelli non solo si rispettavano, ma si aiutavano a vicenda; perchè certi che, qualunque programma trionfasse, qualunque metodo prevalesse, erano programmi e metodi di uomini onesti, devoti all'indipendenza, più che ad ogni altra fisima di organismi speciali.
I primi avevano il loro programma deciso, l'unione alla monarchia liberale; i secondi aspettavano che la monarchia facesse migliori prove, preparando intanto vigorosi elementi intellettuali e morali a una futura amministrazione politica; gli altri mantenevano la loro fede all'ipotesi repubblicana, collegandosi ai primi ed ai secondi ogniqualvolta il concetto dirigente della resistenza alla dominazione straniera rendesse necessario accrescere e accomunare le forze.
Principalissimo in quest'ultima schiera, per vigore d'animo e studio indefesso di ordini militari, era Carlo De-Cristoforis, un altro audace di antica tempra, che la prima campagna garibaldina lasciò cadavere, e che avrebbe forse emulato, nelle successive, i Sirtori, i Medici, i Bixio. Gli era eguale per influenza e per attività quell'Attilio De-Luigi che abbiamo già visto centro di preparazioni politiche e militari, prima delle Cinque Giornate. E, senza notare i moltissimi, ricordiamo fra i molti di questo nucleo il Pezzotti, il Majocchi, il Gerli, i Lazzati, il Guttierez, il Piolti de' Bianchi, e un giovane pavese allora in molta intrinsichezza coi nostri, Benedetto Cairoli.
Teneva una situazione quasi intermedia fra questi e il gruppo capitanato dal Tenca, un altro giovane, di cui cominciava a farsi autorevole il giudizio e simpatica l'influenza presso tutti gli elementi patriottici di Milano, — Emilio Visconti-Venosta.
Nessuno infatti avrebbe potuto in quell'epoca, meglio di lui, rappresentare quell'insieme di movenze che era necessario a tener vivo e continuo il nesso fra le compagini politiche milanesi. Accetto al patriziato liberale per le aderenze famigliari e personali e per una certa eleganza di educazione che ne lasciava intatta la solidità; amicissimo al Tenca e a' suoi collaboratori, fra i quali pigliava un posto notevole pei suoi articoli magistrali di critica e di dottrina politica; era nel tempo stesso in intime relazioni cogli uomini del programma avanzato, delle cui speranze e delle cui illusioni era stato fino allora e continuava, fino ad un certo punto, ad essere partecipe.
Il Visconti-Venosta usciva infatti politicamente egli pure da quell'ardente atmosfera dell'apostolato mazziniano, in cui s'era tuffata, come in un bagno di vapori patriottici, tutta la generazione del tempo suo. Anch'egli chiamava Mazzini il _maestro_ e Mazzini gli rispondeva non sappiamo se _figlio_ o _fratello_. Aveva scritto, durante i quattro mesi, sull'_Italia del Popolo_, articoli ridondanti di quella fraseologia mistica ed armoniosa che la scuola mazziniana traeva, esagerandola forse, dal suo fondatore. E quando, negli ultimi giorni, cessata la ragione dello scrivere, pareva ritornasse l'opportunità del combattere, il discepolo seguì religiosamente il maestro in quella colonna di volontarj a cui l'armistizio Salasco tolse presto ogni occasione possibile di sacrificio.
Gli avvenimenti del 1849 avevano esercitata sul pensoso intelletto suo, come su quello del Tenca, la loro azione o piuttosto la loro reazione. Più giovane del Tenca, egli durò tuttavia, più a lungo in quella cerchia di pensieri da cui aveva prima tratto la sua educazione politica. Nelle discussioni che s'erano agitate intorno al futuro indirizzo del partito nazionale, aveva optato per un programma di cospirazione. E, pur lavorando cogli amici suoi del _Crepuscolo_ a creare un ambiente elevato negli ordini intellettuali, la sua attitudine accennava ad azione più vibrata e a maggiori vincoli colla parte democratica ancor dominata da ideali di popolari riscosse. Così non fu degli ultimi a caldeggiare la ripresa di un'agitazione rivoluzionaria disciplinata da concetti organici; e stancava in quei giorni le vetture cittadine, recandosi con altri amici a raccogliere, di casa in casa, i voti per la costituzione di un Comitato centrale milanese, che riuscì infatti composto di Attilio De-Luigi, di Alberico Gerli, del Pezzetti e di qualche altro.