Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 16
Ma evidentemente non vi fu nei consigli militari austriaci in quei giorni nè calma, nè intelligenza. Lo scoppio così imprevisto di una così grossa rivolta paralizzò i verbosi ardimenti del vecchio maresciallo. Forse, le comunicazioni interrotte gli fecero credere sorpresi e prigionieri fin dal secondo giorno i corpi di guardia interni. Certo, pensava assai maggiore che non fosse la preparazione strategica della città; poichè al Ficquelmont scriveva: “è chiaro che direttori militari prestati dall'estero stanno a capo della sollevazione.„ Era la stessa impressione che faceva scrivere un dispaccio alla _Presse_ di Parigi: “25 mille insurgés armés sont descendus dès le premier jour dans la rue„[75].
S'aggiungano le notizie di Vienna che, non lasciando ancora scorgere intere le proporzioni e le conseguenze del moto, non permettevano di abbandonarsi ai vecchi criteri di repressione militare sfrenata, coi quali potevano trovarsi in aperto contrasto nuovi indirizzi di governo e di governanti.
Tutto ciò rendeva in quei primi due giorni pieni di curiosa incertezza gli andamenti dell'autorità militare. Pareva quasi ansiosa di trovare ogni pretesto per mostrare spirito conciliativo. E alla duchessa Litta che, valendosi di antiche relazioni personali, aveva scritto al maresciallo, lagnandosi di guasti arrecati dalle truppe al suo palazzo, rispondeva quegli con molta umiltà “avrebbe provveduto a che non si rinnovassero, ma esortare egli pure la duchessa a non lasciare che le sue genti maltrattassero o provocassero soldati.„
Finalmente al terzo giorno, quando vede tutta la città asserragliata e l'insurrezione divampare minacciosa, si decide a moltiplicare i colpi. Ma allora si accorge altresì che le munizioni da guerra non rispondono agli intenti di distruzione. Quei trentaquattro anni di pace avevano lasciato un po' di ruggine sui ferri del dominio straniero. Le racchette fendevano l'aria e cadevano sui tetti senza scoppiare; le bombe scoppiavano con tanto ritardo che, dopo le prime esperienze, i fanciulli avevano il tempo di toglierne i luminelli e renderle innocue.
Forse quest'ultima ragione o le due insieme spinsero il maresciallo a desiderare proposte di accomodamento.
E cominciarono allora quelle pratiche per un armistizio, che diedero così gran pascolo alle immaginazioni ed alle passioni di parte.
Dai documenti del tempo, dai libri fra loro comparati e dalle attestazioni dei testimonj superstiti si può ad ogni modo cogliere intera la verità anche intorno a questo episodio.
Il maresciallo Radetzki aveva rilasciato sulla parola uno de' suoi ostaggi, il conte Marco Greppi, assessore municipale, perchè si recasse in città e giudicasse della convenienza di venire a qualche sospensione d'armi. Contemporaneamente si presentava al quartier generale di casa Taverna un ufficiale croato, il maggiore D'Ettinghausen, non già come inviato del maresciallo, ma coll'offerta individuale di farsi latore presso il maresciallo stesso “di proposizioni che valessero ad arrestare l'effusione del sangue.„
La Commissione Municipale esaminò la situazione militare, considerò la situazione politica e la propria responsabilità. S'era a mezzo di quel terzo giorno, in cui la rivoluzione non aveva preso ancora il suo maggior slancio. Per quanto le barricate fossero quasi dappertutto compiute, nessun posto importante era stato occupato; i nemici erano ancora padroni del tetto del Duomo, della Direzione di Polizia, del palazzo del Genio, del Gran Comando, di tutte le grandi caserme della città interna; dal di fuori non si sapeva nulla; il movimento delle provincie non si conosceva; nelle campagne circostanti appena qualche indizio di assembramenti si notava dall'alto dei campanili; nessuna notizia dal Piemonte, nessun'altra da Vienna; non una informazione sicura intorno allo spirito morale ed all'armamento del nemico che ci stringeva da tutti i lati. In questo cumulo d'incertezze, respingere qualunque proposta di accomodamento parve, e sarebbe stata, da parte della Commissione Municipale, una vera temerità. Essa poteva dirsi ancora rimasta nei limiti del suo primo programma; era autorità legale, non potere rivoluzionario. Se una sconfitta, pur possibile, fosse seguita, quante maledizioni non sarebbero piombate su quei poveri capi, responsabili d'una risposta, e che sarebbero stati accusati d'imprevidenza da quelli stessi che, dopo il successo, li accusarono di debolezza!
Però, la Commissione Municipale propose patti larghissimi. La città doveva avere libere comunicazioni, da tutte le porte, col vicino contado. Il maresciallo doveva tener chiuse in otto determinati punti tutte le truppe. La guardia civica doveva essere organizzata regolarmente; mantenute tutte le situazioni occupate dai cittadini e conservato in istato pienamente servibile il sistema di difesa adottato. Su queste basi, la Commissione Municipale avrebbe autorizzato il Podestà a trattare col maresciallo Radetzki per un armistizio di quindici giorni.
Al barone d'Ettinghausen queste basi parvero inaccettabili. E allora la Commissione Municipale, volendo persuaderlo ch'esse erano le più moderate, anzi le uniche possibili, dirimpetto all'ardore guerriero dei combattenti, invitò nella sala le persone che si trovavano nel vicino appartamento del Consiglio di Guerra; ed entrarono infatti Carlo Cattaneo, Achille Mauri, Cesare Correnti, Giulio Terzaghi, Faustino Sanseverino ed Enrico Cernuschi. Esposta a questi signori la situazione, furono tutti d'accordo che le basi proposte dal Municipio erano anche troppo modeste; che i difensori delle barricate non avrebbero probabilmente accettato neanche quelle; e Carlo Cattaneo aggiunse che la conciliazione diverrebbe possibile soltanto quando il maresciallo acconsentisse a ritirare dal regno le truppe straniere e a comporre le guarnigioni con soldati italiani[76].
Discusso questo punto fra il Cattaneo e il maggiore croato, questi dichiarò che non avrebbe osato proporre al maresciallo simili condizioni; e la Commissione Municipale, facendo constatare al maggiore che la propria autorità era naturalmente limitata dalla forza delle cose, lo incaricò di riferire al maresciallo l'esito del colloquio, lasciando a lui, se veramente era desideroso di umani procedimenti, il considerare se altre basi gli paressero da proporre.
Fu allora che il D'Ettinghausen, sperando di trovare qualche appoggio maggiore presso gli uomini forniti, a' suoi occhi, di più alta responsabilità, si rivolse al conte Vitaliano Borromeo, ch'egli considerava, quale dignitario del Toson d'Oro, come cugino dell'imperatore, e gli domandò che cosa dovesse dire in suo nome al maresciallo Radetzki. Cattaneo ha obliato nel suo libro di riferire la risposta del conte Borromeo, che fu questa: “Dica al signor maresciallo che se continuerà la battaglia, i nobili di Milano sapranno farsi seppellire sotto le rovine dei loro palazzi.„
Le pratiche per l'armistizio non finirono lì. Furono riprese per iniziativa dei Consoli esteri la mattina seguente, il giorno 21; e furono essi che si presentarono al Castello, preceduti dal conte Marco Greppi, il quale, andate a vuoto le trattative del giorno prima, veniva lealmente a riconsegnarsi. Qui il maresciallo non volle essere meno magnanimo del suo prigioniero; ma, ammirando il contegno suo, gli concesse, senz'altre condizioni, la libertà. E, ristrettosi a colloquio coi Consoli, li incaricò di portare altre proposte alla Commissione Municipale.
Senonchè in questo frattempo la situazione militare e politica s'era mutata d'assai. Nella giornata antecedente i successi dell'insurrezione erano cresciuti; erano caduti in mano nostra parecchi dei presidj e dei punti militari interni; s'era cominciato a vedere che i mezzi di distruzione del maresciallo erano fiacchi; più, era giunto il messaggio del conte Martini, e il prossimo intervento dell'esercito piemontese appariva già una questione di ore. Non trattavasi dunque più d'un armistizio di due settimane per lasciar luogo a trattative politiche o ad istruzioni di Vienna; trattavasi d'un puro e semplice armistizio militare, limitato a tre giorni, che ciascuna delle parti combattenti doveva considerare sotto il solo punto di vista delle convenienze di guerra.
Queste prestavano pure argomento a discussione. E discussione vi fu. L'uomo che aveva visto, fra tutti quei governanti, le maggiori battaglie, a cominciare da quella d'Austerlitz, il conte Pompeo Litta, che il Cattaneo aveva scelto a presiedere il Comitato di Guerra, si mostrò subito favorevole all'armistizio. Questo avrebbe dato, si diceva, modo ai nostri di rifornirsi d'armi e di vettovaglie, di ricomporre le barricate lacere dal cannone, e sopratutto avrebbe lasciato giungere l'esercito piemontese in tempo da offrire battaglia nelle più favorevoli condizioni. E non è dubbio infatti che se in quell'ora si fosse trovato fra i generali di Carlo Alberto un uomo di genio, in tre giorni si sarebbe trovato per la via di Piacenza sulla linea dell'Adda, e l'esercito austriaco, preso fra quelle fresche schiere e la città vittoriosa, non avrebbe potuto sottrarsi ad una catastrofe.
Però non mancavano altre ragioni opposte, e prima fra tutte l'impossibilità di esercitare sui combattenti cittadini l'autorità necessaria per farli desistere, se l'armistizio non fosse stato nei loro intendimenti. Correnti e Fava, presenti a quella discussione, suggerirono allora che si mandassero persone a interrogare, prima di decidersi, il voto dei combattenti. Furono scelti a tale incarico il conte Sanseverino, il Mauri, il Cattaneo, il Cernuschi e il Terzaghi. E non ebbero a far molta strada, perchè, al primo sentore delle proposte conciliative, giungevano da tutti i quartieri della città incaricati speciali, con raccomandazioni vivissime che non si scoraggiasse o si sminuisse, con tregue d'incerto carattere, lo zelo dei valorosi ormai determinati e certi di vincere.
Ritornati dunque nella sala i delegati, e apertasi la discussione finale, il presidente Casati espose i patti proposti. Giuseppe Durini parlò perchè fossero accolti, ed appoggiò questa opinione con alcune parole il conte Borromeo. Parlò primo contro l'armistizio Achille Mauri, e parlò con tanta evidenza che subito il Durini dichiarò di rinunciare alla proposta sua. Parlarono poi, aggiungendo ragioni contro l'armistizio, Carlo Cattaneo e Luigi Torelli; alla votazione che ne seguì, su _quindici_ presenti, _tre_ soli opinarono per l'armistizio. Il Casati disse ad alta voce: dunque non si accetta, e Cesare Correnti portò primo fuori della sala la notizia del rifiuto, che fu accolta con grandi applausi e subito fatta conoscere di barricata in barricata ai combattenti giulivi.
Queste furono le circostanze fra cui si svolse il duplice episodio dell'armistizio; circostanze che abbiamo scrupolosamente vagliate, e sulle quali non temiamo di essere smentiti da nessuno dei testimonj o degli attori, fortunatamente ancor vivi, dell'episodio stesso. Ora ognuno può agevolmente vedere quanto dovrebbero allontanarsi dal vero quelli che volessero adoperare dei morti per inasprire le passioni dei vivi.
S'è tentato di sfruttare questo episodio per rimpicciolire il significato grande del pensiero di una città. S'è acuito l'orecchio, fra un coro innumerevole di negative, alla negativa di un uomo solo, per farne l'onore esclusivo di quest'uomo.... o l'accusa di altri. E il famoso no di Cattaneo è passato dall'immaginazione politica di Alberto Mario[77] alle immaginazioni drammatiche del palco scenico[78].
La storia è tutta composta di sì e di no; ed un partito politico che abbia lo sguardo nell'avvenire non ha interesse a confiscare questi monosillabi che si ritorcerebbero in troppe altre occasioni contro di esso. Infatti, se dei no si volessero fare delle bandiere politiche, vi sono altri partiti che potrebbero reclamare per sè il _no_ di Vittorio Emanuele al maresciallo Radetzki, dopo la battaglia di Novara, o il no del barone Ricasoli ai diplomatici francesi che insistevano per l'autonomia toscana, o il no del generale Lamarmora all'imperatore d'Austria, che offriva di cedere il Veneto a patto che si lasciasse sola la Prussia.
Fare di questo _no_ del 1848 il merito d'un solo cittadino, per quanto illustre, equivale ad abbassare la meravigliosa unanimità di voleri che fu il fenomeno caratteristico delle cinque giornate.
Forse che se Cattaneo avesse avuto, in un quarto d'ora di debolezza, l'inspirazione di sostituire un sì ad un no, forse che il popolo l'avrebbe seguito? lo ha seguito forse due giorni prima, quand'egli voleva, con un altro _no_, che si sostituissero agitazioni pacifiche a insurrezione popolare? Che sugo c'è, quando si hanno parecchi cittadini a cui far risalire l'onore di una decisione virile, nel volerla attribuire a beneficio di uno solo?
È tutta perdita per una nazione l'essere in pochi, peggio poi l'essere uno solo a veder giusto. E a noi fa meraviglia come la democrazia, smentendo di sè stessa la parola e l'idea, si affanni talvolta a sfrondare essa di questa gloria la cittadinanza milanese, consultata ne' suoi combattenti, per farne il patrimonio esclusivo di un uomo che, quand'anche ne avesse avuto la volontà, non aveva in quell'ora il potere di agitare, come Argante, fra le pieghe del suo mantello o la pace o la guerra.
Quanto meglio avremmo provveduto alle ragioni del vero ed alla dignità della nostra rivoluzione, se, abdicando almeno per cinque giorni sopra un secolo alle passioni di parte, avessimo francamente riconosciuto la lealtà e il patriottismo di tutti.
Giacchè è un'altra esagerazione, — è un'altra ingiustizia, dopo avere fatto merito ad uno solo dell'opinione trionfante, l'avere addossata a troppi l'opinione sconfitta. Quelle tre o quattro persone che l'avevano patrocinata erano uomini rispettabili, di sicuro amor patrio, e i cui argomenti, se anche non riconosciuti opportuni, s'inspiravano però a quello stesso programma d'indipendenza a cui si appoggiava l'opinione contraria. Negandolo, non si fa della storia, si scrivono dei libelli.
E il Cattaneo, che nella sua violenta pubblicazione non rifinisce di chiamare i suoi avversarj del Governo Provvisorio i _servili_ o i _ligi_ o i _municipali_ o i _ciambellani malcontenti_ o i _faccendieri regi_, dimentica troppo che questi stessi uomini, poco tempo dopo, respingevano, _contro il desiderio di Carlo Alberto_, la pace al Mincio offerta loro dall'Austria; e ciò per un'altra preoccupazione d'italianità, che oggi si può discutere, che si può forse biasimare, ma che ad ogni modo moveva da intenti assai diversi e affatto contrarj a quelli che il Cattaneo costantemente loro suppone[79].
Guai se l'orgoglio del successo ci fa dimenticare il quarto d'ora dell'incertezza! guai se portiamo nel giudizio postumo sugli eventi politici quella stessa intransigenza che talvolta è necessaria per compierli!
Gli uomini che avrebbero accettato l'armistizio come un modo più sicuro di vincere, non hanno poi esitato ad assumere intera, coi loro atti e coi loro nomi, la responsabilità e le conseguenze dell'opinione contraria, accettata dalla gran maggioranza. È tutto quello che si può domandare, in una discussione patriottica, ad uomini di cuore. Nè la storia giudica minore, nella spedizione di Marsala, la gloria di Sirtori, benchè, nel consiglio che la precedette, avesse espresso opinione contraria all'impresa.
Ci siamo alquanto dilungati intorno a questa pagina della rivoluzione milanese, perchè ci pare veramente una di quelle, intorno a cui le passioni o i pregiudizj di parte hanno piuttosto addensato il bujo che cercato il vero.
Ora, noi pensiamo che uno storico — per minuscolo che sia il suo nome o il valor suo — da nessuna passione deve lasciarsi investire, da nessun pregiudizio dominare. Anzi, dove scorge o gli pare di scorgere un pregiudizio od una passione, ivi è dover suo accumulare chiarezza di esposizione e lealtà di argomenti perchè solo rifulga il vero, che mette al loro posto uomini e partiti.
Viviamo in un tempo in cui l'indagine universale chiama alla propria sbarra gli scrittori del tempo antico, per controllare le loro asserzioni al lume di una critica inesorabile. Si sono pubblicati dei volumi per dimostrare inesatto un passo di Erodoto o appassionata un'affermazione di Tito Livio. Ci parrebbe dunque di andar contro allo spirito dell'epoca nostra, lasciando, per quanto sta in noi, che di cose accadute meno di quarant'anni fa, mentre son vive ancora le persone a cui quegli eventi s'annodano, si radichi senza contrasto un concetto sintetico pieno d'ingiustizia e di esagerazione. Le verità che urtiamo del gomito non debbono esserci meno sacre di quelle da cui ci dividono duemila anni.
E tanto più dobbiamo cercare e constatare lealmente questa verità contemporanea, perchè il travisarla o l'abbujarla parrebbe non avere ormai altro scopo che di gettare un'ombra sulla riputazione di tre o quattro cittadini, a cui tutti abbiamo riconosciuto onestà di vita e azione patriottica; mentre un morboso furore di riabilitazioni umanitarie ci spinge a disseppellire Tiberio, Lucrezia Borgia e Filippo II per rifar loro possibilmente fisonomie più dolci e virtuose.
Di errori nel 1848 se ne fecero più troppi che pochi; e la storia imparziale li additerà. Forse nessuno, al suo cospetto, andrà immune da rimproveri per quello che ha fatto o detto. È bene dunque cercare fin d'ora che le fonti, a cui attingeranno gli storici futuri, siano serene, e che a ciascuno si attribuisca non più e non meno di quello che ha detto o fatto.
Le cinque giornate toccarono alla più alta espressione dei loro entusiasmi la mattina del 23 marzo, quando, dopo il terribile cannoneggiamento dell'intera notte, corse per la città il grido frenetico che gli Austriaci erano partiti. Fu un'emozione immensa, insuperabile, il cui ricordo oggi ancora fa dare un tuffo al sangue; fu la frenesia della gioja, che per ventiquattr'ore fece di Milano una sola famiglia, — che faceva prodigare a sconosciuti le dimostrazioni d'affetto ordinariamente serbate all'intimità.
Il maresciallo Radetzki, decidendo di ritirarsi la sera del 22, ci lanciava però un nuovo tizzone che avrebbe più tardi ridestata un'altra delle nostre ardenti discussioni politiche.
Fu l'insurrezione cittadina o la sicurezza dell'intervento piemontese che consigliò la ritirata del maresciallo? ecco il tema, che parve di grande interesse il discutere alla massima parte di quelli che non avevano combattuto. Eppure nessuna questione è più oziosa, nessuna è più chiara. Gli eventi politici non hanno quasi mai una sola cagione. E quanto sarebbe odioso il negare che l'insurrezione milanese sia stata una vera e propria vittoria, altrettanto sarebbe puerile l'affermare che, senza la marcia offensiva dell'esercito piemontese, Radetzki avrebbe dovuto ritirarsi a Verona. Forse nessuno dei superstiti delle cinque giornate oserebbe oggi sostenere siffatta tesi.
Nè questa è necessaria alla gloriosa riputazione di quella battaglia cittadina. La quale, ripetutasi pochi mesi dopo, e certo con eroismo non minore, fra le patriottiche mura di Brescia, è finita con una tremenda catastrofe, appunto perchè nessun ajuto d'esercito ha potuto secondare in campo aperto la difesa delle contrade.
Non torturiamo i fatti per trarne più di quello che possono dare. Bisogna essere orgogliosi delle Cinque Giornate, perchè rappresentano una somma di attività morali e di virtù militari, che il patriottismo solo ha saputo far sorgere e disciplinare a splendidi risultati.
Non bisogna però avvezzare l'animo nostro a credere riassunta la virilità di una nazione in questi scatti d'audacia; disinganni durevoli seguirebbero da vicino la passeggiera vanità.
Dopo l'epopea delle cinque giornate, è venuta pur troppo un'elegia: elegia lunga e dolorosa, di cui furono in gran parte responsabili quelli stessi che erano stati fattori dell'epopea.
Vuol dire che nella vita dei popoli, come in quella degli individui, il dolore tien dietro presto alla gioja e rompe i facili orgogli.
Quei cinque giorni di virtù, di concordia, di devozione a grandi ideali partorirono quattro mesi di fiacchezze, di rancori, di lotte intestine e ingenerose. Sembrammo indegni di una libertà che s'era conquistata con tanto vigore. E la libertà ci abbandonò, infatti, presto. Ma, fuggendo da noi, sostò al di là del Ticino, in mezzo ad una popolazione forte, solidale con principato gagliardo.
E mentre essa rifaceva istituzioni, armi e politica, da noi si rifacevano gli animi. Ci persuadevamo che a popoli moderni l'eroismo non basta. Imparavamo a nostre spese che alle virtù necessarie per crearsi una patria bisogna saper aggiungere, sotto pena di morte, le virtù necessarie per conservarla.
IL DECENNIO DI RESISTENZA
(DAL 1849 AL 1859).
Nulla è più triste del 1849. Fu un'epoca di squallore del pensiero politico in tutta Italia, un'epoca di naufragio dei sentimenti ragionevoli e generosi.
Mentre la reazione od aveva vinto o si preparava a stravincere, il liberalismo si nascondeva sfiduciato, e la rivoluzione sperdeva in audacie, talvolta generose, ma sempre isolate e insufficienti, le forze materiali e morali che il pensiero nazionale aveva faticosamente raccolte.
Nessun governo indipendente in Italia, tranne quel piccolo Piemonte, strozzato dalle indennità di guerra e dall'occupazione militare austriaca. Radetzki padrone di Alessandria, D'Aspre di Firenze, Oudinot di Roma, Hoyos di Bologna, Haynau di Brescia; a Milano si bastonavano le donne, a Napoli s'accoppiavano Poerio e Spaventa cogli assassini; Garibaldi si trafugava per tutte le sinuosità dell'Appennino, traccheggiato da quattro eserciti e da cinque polizie; Venezia moriva di bombardamento e di colera; l'Ungheria, svenata, cadeva bocconi ai piedi dello Czar; e le nostre popolazioni, tradite nelle loro speranze, vacillanti nella loro fede, erano malmenate da giornali e da giornalisti senza pudore, che dopo averle abbeverate, nei giorni lieti, d'odio e di menzogna, s'erano rifugiati, nei giorni tristi, fra le schiere degli oppressori, mescolando il loro scettico ghigno al romore delle fucilazioni dei patrioti, da loro aizzati e abbandonati[80].
Alle catastrofi militari s'aggiungeva la catastrofe intellettuale e morale. Nulla di organico aveva potuto resistere ai colpi della sfortuna. Le autorità personali erano sfatate; i metodi di governo screditati; l'energia rivoluzionaria si svaporava in proclami, in coccarde, in feste, in saturnali di palazzo e di piazza; si diffidava degli onesti; si credeva ai birbi, che degli onesti sorgevano accusatori. Gli elettori politici, traviati dall'orgia delle idee false, preferivano un Pansoya al conte di Cavour. I patrioti erano diventati traditori, i traditori diventavano a loro volta patrioti. Era insomma un'aberrazione di menti da ricordare le follíe degli untori, — un palleggiarsi di accuse e di recriminazioni, che lasciava nelle maggioranze un infinito disgusto di cose pubbliche. I partiti politici erano saliti.... o discesi alla più acuta espressione dell'intolleranza. Monarchici e repubblicani, radicali e moderati, unitarj e federali parevano odiarsi fra loro ancora più che non si odiassero gli stranieri da ciascuno di loro. A Roma non si accordavano Mazzini e Garibaldi; a Firenze, Montanelli e Guerrazzi si tenevano il broncio; in Piemonte spesseggiavano le crisi ministeriali; Genova insorgeva contro Torino, Napoli inveiva contro Messina. Lo stesso esercito piemontese, — l'unica speranza dell'avvenire — era lacerato dalle fazioni; e una parte dei soldati non volevano battersi, perchè turbati da seduzioni clericali, e il generale Ramorino non si batteva perchè corrotto da seduzioni repubblicane.
È facile immaginare che effetti dovesse cagionare lo spettacolo di quest'anarchia italiana sulla popolazione milanese, ripiombata, dopo quattro mesi di romorosa illusione, sotto un regime reso senza paragone più duro dall'ebbrezza della vittoria e dal ricordo delle vicendevoli offese.