Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 15
Queste trattative erano necessarie per attutire un po' i romori della diplomazia europea; che a Torino pareva ostile ad ogni intervento piemontese; tanto che lo stesso ministro della nuova Repubblica Francese consigliava prudenza, e il ministro d'Inghilterra, signor Ralph Abercromby aveva in quei giorni dipinto al suo governo sotto cattivo aspetto la missione del conte Arese. Ad ogni modo, l'indirizzo non fu portato a Carlo Alberto che il giorno 23, poichè nè il 21 nè il 22 era stato possibile al conte Martini di sorpassare i bastioni. E il 23 mattina, come si sa, Milano era libera.
Le prime notizie di questa liberazione erano ancora giunte, dai paesi tra Milano e il Ticino, a Carlo D'Adda. E il Re lo aveva ancora mandato a chiamare per saperle; poichè erano tempi in cui i semplici cittadini conoscevano le cose prima dei governi. Giungono intanto gli speciali inviati del Governo provvisorio lombardo; Enrico Martini col suo indirizzo, e il conte Annoni con una lettera di Gabrio Casati pel conte di Castagneto, in calce alla quale Pompeo Litta, storico e veterano delle campagne napoleoniche, aveva aggiunto questo poscritto pel Re: “_J'attends mon astre_, è una medaglia che mi fu spedita e da me pubblicata. Le occasioni sono straordinarie e perciò rare. È la Provvidenza, è Iddio che le manda. Possiamo rifiutarci?„
Carlo Alberto lesse questo poscritto con molta emozione e incaricò Castagneto di esprimere all'illustre patriota i suoi sentimenti.
Frattanto una grande agitazione invadeva Torino. In quel giorno stesso, era comparso sul _Risorgimento_, il periodico del patriziato liberale piemontese, quell'energico articolo di Camillo Cavour che incominciava: “L'ora suprema della dinastia sabauda è suonata.„ Già i volontarj s'organizzavano e partivano in colonne da varie parti del Regno. Il ministero, frenato sempre dalla diplomazia, esitava ancora a lanciare la dichiarazione di guerra. E la moltitudine, desiderosa di risoluzioni governative, s'assiepava intorno al palazzo reale, domandando notizie.
Era notte fatta, e la folla cresceva. Allora Carlo Alberto, questo re dalle forme rigide e compassate, esce sul balcone, avendo da un lato il Martini, dall'altro il D'Adda, con due valletti che portano, a sinistra e a dritta, le torcie. E lì, dal balcone, di notte, con questo apparato, a quella folla clamorosa, che all'inconsueta apparizione si chiude in un silenzio religioso, il Re annuncia con brevi parole la liberazione di Milano, e prendendo l'estremità di una fascia tricolore che il D'Adda portava ai fianchi, l'agitò con gesto sicuro intorno al suo capo, come simbolo di una bandiera sventolata. Equivaleva, in quell'ora e da quell'uomo, a una dichiarazione di guerra. L'urlo d'entusiasmo che si levò da quella folla in delirio è più facile immaginarlo che descriverlo.
Poi, non essendo questa folla ancor soddisfatta, Carlo D'Adda scende alla porta; vi trova una carrozza a due cavalli che stava attendendo uno degli ospiti del palazzo; sale sul predellino del cocchiere, e in piedi, sventolando un fazzoletto, patriottico novelliere, snocciola lì per lì le notizie più diffuse e gli ultimi particolari della liberazione di Milano. E allora la folla è soddisfatta e si scioglie.
Fu nella stessa sera che il Re convocò il Consiglio dei Ministri, per notificare la deliberazione, già da lui presa, della guerra immediata e per redigere il proclama da indirizzarsi alle popolazioni lombarde.
A quel Consiglio furono invitati i due inviati milanesi, Martini e D'Adda; e bene intonava la situazione il vedere fra quelle Eccellenze, tutte gravi, tutte in uniforme, due giovani in abito da viaggio o da camera, che portavano la coccarda tricolore al posto degli ordini cavallereschi e dei medaglioni.
Il conte Sclopis leggeva ad alta voce lo schema del famoso manifesto; e il Re, volgendosi ai due milanesi, a preferenza che agli altri ministri, diceva loro: “va bene così?„ Interpellati direttamente, quelli credettero dover esporre la loro opinione. Nel manifesto si faceva accenno alla protezione di Dio, ma non si parlava punto di Pio IX. Carlo D'Adda si levò a suggerire che non mancasse in quel solenne documento il nome dell'uomo, allora così acclamato, sotto la cui invocazione tanti sacerdoti e tanti popolani s'erano battuti. L'osservazione parve giusta e l'inciso relativo a Pio IX fu inserito nel manifesto[73].
Della questione politica, durante le cinque giornate, si può sbrigarsi anche in minori parole.
Il Municipio, posto dagli avvenimenti di fronte a una situazione così piena d'ignoto e grossa di responsabilità, ebbe fin da principio un concetto fondamentale generico: uscire il meno possibile dalla legge; posarsi fra la città e il governo militare come autorità tutrice e intermedia, che non ostentasse risoluzioni implacabili, ma che rigettasse su altri la colpa d'uno stato di guerra, contro cui era ben necessario che la popolazione si premunisse.
Per ciò, ad una prima brutale intimazione del maresciallo Radetzki, che la sera stessa del 18 marzo, alle 6 e mezzo pom. ordinava al Municipio di pubblicare immediatamente un proclama di biasimo e di disarmo, sotto pena di bombardamento e con una spavalda allusione a centomila uomini e a duecento cannoni, Gabrio Casati rispondeva con molta e savia tranquillità: “Quanto il Municipio ha operato precedentemente, lo ha fatto d'accordo col Capo attuale del Governo civile. La Congregazione deve quindi riservarsi fino a domani per deliberare; ed intanto interessa l'E. V. a sospendere ordini, atti a null'altro che a partorire danni incalcolabili _per tutti_.„
Non era infatti nè il primo nè il secondo giorno d'un movimento, il cui risultato pareva ancor dubbio ai più animosi, che il Municipio, tutore naturale della città, dovesse spogliarsi interamente d'ogni mezzo e d'ogni possibilità di una futura influenza mitigatrice. Di audaci la città in quei giorni non aveva difetto; ed era pur bene che, seguendo le costanti oscillazioni dei fatti umani, s'incaricasse qualcuno di tener deste le ragioni della prudenza.
Sicchè al mattino del giorno 20, senza mutar nome, nè dare alla propria autorità intonazioni ufficialmente provocatrici, il Municipio si aggiunse sei collaboratori, che parevano ed erano richiesti dalla maggior mole d'affari venuta a cadere sulle spalle della civica magistratura. Scelse a tal uopo il conte Francesco Borgia, il generale Teodoro Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, Anselmo Guerrieri e Giuseppe Durini.
Era così riuscito ad evitare fino allora nel centro dirigente dell'insurrezione la questione politica. Chi ve la portò fu, proprio in quel giorno stesso, Carlo Cattaneo, apparso nelle sale del quartier generale dopo due giorni di un'astensione gelosamente mantenuta e quasi accentuata.
Fu assai rimproverata al Cattaneo questa sua tarda partecipazione ad un movimento, in cui molti altri cittadini, di minore ingegno e di minore influenza, avevano fin dal primo giorno risolutamente gettata la loro responsabilità.
Forse questo rimprovero non è giusto. L'esitazione del Cattaneo non moveva da mancanza di patriottismo; bensì da minor fede nell'opportunità, nel consenso, nei mezzi della rivoluzione. Era un'opinione, già lo abbiamo detto, assai rispettabile, e che autorizzava per lo meno l'uomo da cui partiva a non assumere inziative da lui giudicate imprudenti. E non torna a suo biasimo, sibbene a sua lode se, esaminati gli andamenti di quei due giorni, e convintosi forse che ad ogni modo era giunta l'ora di spingere a fine quanto non s'era potuto da principio trattenere, il Cattaneo abbia creduto dover uscire dalla sua inazione ed offrire ai capi del movimento l'ajuto del suo consiglio e della sua attività.
Dove il Cattaneo ebbe torto fu nell'accentuare immediatamente un dissidio politico; e nello atteggiarsi quasi a censore ed a giudice degli uomini che fino allora, senza e prima di lui, avevano accettato, in faccia ad un nemico implacabile, quel posto d'onore e di pericolo che la forza delle cose, se anche non l'ingegno eminente, aveva loro additato.
Il Cattaneo portò un'idea e posò una questione. Quella era buona, questa era ingiusta. L'idea era di costituire un nucleo direttivo, esclusivamente preoccupato delle cose di guerra, lasciando in disparte ogni argomento relativo ad ordinamenti politici. E la proposta fu subito accolta, restando anzi il Cattaneo stesso investito di siffatto incarico, col Cernuschi, col Terzaghi, con Giorgio Clerici.
Ma egli aveva anche sollevata una questione di nomi. Diffidava così dei membri del Municipio come dei loro collaboratori. Per lui, Casati cercava un _padrone_; Durini e Porro erano _cortigiani_; non voleva i Giulini, i Strigelli, i Borromei, perchè i loro padri, trentacinque anni prima, erano stati coll'Austria contro Beauharnais; trattava con un disdegnoso epiteto Enrico Guicciardi, che in quell'ora istessa i generali austriaci cercavano a morte, invadendogli la casa e cacciandone, tra le fucilate, i molti e piccoli figli.
Era strano che un pensatore come Cattaneo facesse così ricadere sui figli, secondo la teoria biblica, le colpe dei padri. Ed era anche più strano che proprio in quei giorni egli credesse necessario scoraggiare con dure parole quei giovani, di cui appunto il patriottismo aveva dovuto superare una prova maggiore, vincendo tradizioni di famiglia e vincoli di paterna autorità.
Ad ogni modo, nè il Cattaneo trovò intorno a sè adesioni bastevoli a rovesciare le influenze che non gli parevano buone, nè gli uomini da lui combattuti posero il menomo ostacolo all'azione ed al patriottismo di chi li combatteva.
Il Comitato di Guerra e la Commissione Municipale coesistettero, durante il combattimento, senza intralciarsi; altri comitati anzi furono istituiti per disciplinare le sussistenze, la polizia, le finanze; la Commissione Municipale accentuò meglio ogni giorno la sua trasformazione politica, e finalmente, ricostituitasi il giorno 22, sotto forma e nome di Governo Provvisorio, ne proclamava i nuovi componenti. Casati, Borromeo, Durini, Pompeo Litta, Strigelli, Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro e Anselmo Guerrieri. Cesare Correnti era nominato Segretario Generale; e, secondo la richiesta dello stesso Cattaneo, Pompeo Litta era destinato a presiedere un nuovo Comitato di Guerra, a cui si aggiungevano il Lissoni, il Ceroni, il Carnevali, Luigi Torelli.
Fu nello stesso giorno che il Governo Provvisorio, posto fra diverse esigenze, emanò quel proclama che doveva più tardi essere cagione di tanti contrasti: “A causa vinta i nostri destini verranno discussi e fissati dalla nazione.„
In quell'ultimo giorno la concordia politica era già piuttosto nei sottintesi che nei propositi. Ad ogni modo, il dissidio sorse e si mantenne nella piccola cerchia degli uomini che governavano, turbò ed agitò assai più tardi gli uomini che combattevano.
In questi risiedeva davvero la questione strategica della rivoluzione; questione difficile a cogliere, forse impossibile a precisare, ma intorno a cui si svolsero pure gli episodj principali e i più numerosi delle cinque giornate.
Uno dei caratteri più salienti di quella strategia fu l'assoluta mancanza di capi strategici. Nei primi due giorni non ve ne fu neanche il tentativo; al terzo giorno ne apparve uno, degnissimo, Augusto Anfossi, che, appena nominato, cadde morto all'attacco del Genio Militare. Teodoro Lechi, vecchio generale napoleonico, era stato nominato comandante di tutte le forze insurrezionali, ma era stato fatto prigioniero al Broletto, fino dal primo giorno del movimento. Al quarto giorno si cercò dal Consiglio di Guerra sostituire in qualche modo il generale in capo. Senonchè, rispettabilissimi per patriottismo e per intelletto, quegli uomini parevano l'ironia del nome, nessuno d'essi avendo fatto la guerra. D'altronde, i loro ordini non sempre giungevano, traverso alle barricate, dove importava che giungessero. E se giungevano, non sempre erano obbediti; conseguenza del tipo necessariamente autonomo e dei molteplici ambienti di quella battaglia. L'ottimo Torelli racconta a questo proposito un incidente occorsogli e che basta a dipingere intera quella situazione strategica.
Era stato nominato _Direttore delle pattuglie_, e in tal qualità si recava nel quartiere di Porta Ticinese per esaminare un posto. Al piede d'una barricata due individui armati lo arrestano. Declina il suo nome e il suo grado. “Ma che capo di pattuglie?„ rispondono “che Governo Provvisorio? Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non da altri. Venga con noi.„ E il Direttore generale di tutte le pattuglie dovette farsi riconoscere da un gentiluomo di casa Trivulzio, perchè i popolani di Porta Ticinese lo lasciassero in libertà. Questo era davvero discentramento.
L'istinto della difesa e il senso comune supplivano a questa mancanza di direzione centrale. Ogni mattina il bisogno suggeriva l'attitudine e ciascun giorno aveva la propria destinazione. Senza disposizioni di Stato maggiore, può dirsi che in tutte le parti della città il programma di quei cinque giorni fu identico.
Il 18 fu una sorpresa; l'insurrezione parve un problema a quelli stessi che l'avevano incominciata; la sera e la notte passarono in una completa incertezza sul carattere, sulle proporzioni, sulle conseguenze del moto.
Il 19 cominciò la difesa; fu la giornata classica delle barricate; ogni quartiere le innalzò coi mezzi e colle materie che aveva sotto mano, nei punti da cui si poteva più facilmente respingere la cavalleria o paralizzare l'artiglieria. I seminaristi adoperarono i loro letti e i lastroni del Corso; al teatro alla Scala, le sedie e le panche della platea; a Porta Romana, le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca; agli archi di Porta Nuova i materiali di fabbrica del cominciato palazzo d'Adda; al Cordusio, i bollettarj e le balle di carta degli ufficj di finanza; a S. Vicenzino, lastre di granito e terra e attrezzi di ferro, legati con solide catene attraverso la via. Si lasciava un pertugio della larghezza d'una persona; vi si metteva un uomo di guardia, perchè domandasse una parola d'ordine.... che tutti sapevano; e al buon umore ambrosiano non era mancata l'idea di collocare sulla cima della barricata il gatto tradizionale del proverbio lombardo[74].
Il 20 potrebbe dirsi la giornata della preparazione; si vollero sgombri i posti nemici collocati nell'interno della città; il Duomo, il palazzo di Corte, la Direzione di Polizia, il Broletto, le caserme. Fu in quel giorno che il conte Bolza venne trovato nascosto in un abbaino sotto un mucchio di fieno, allibito e contraffatto per la paura. Forse in quell'ora gli passarono dinanzi alla corrotta coscienza le molte vittime sue e il povero Confalonieri da lui ghermito con funesto ghigno in un altro abbaino. È nota la condotta generosa che il popolo serbò verso di lui e la frase, veramente alta e inspirata, di Carlo Cattaneo: “se lo ammazzate, fate una cosa giusta; se non lo ammazzate, fate una cosa santa.„
Il 21 l'operazione generale è l'attacco. Ciascuna zona, fattasi le spalle sicure, cerca di allontanare l'inimico, di allargare e indebolire la sua cerchia, di respingerlo agli ultimi baluardi dell'esterna periferia. Questo è già concetto strategico, e alla sera del quarto giorno l'operazione può dirsi riuscita; l'esercito nemico, stanco e scorato, bivacca tutto sulle mura di Ferrante Gonzaga, ormai cacciato dall'interno della città.
Finalmente il giorno 22 ha luogo la mossa definitiva, l'impeto sopra un punto del cordone nemico, per isfondarlo e romperlo in due, aprendo il varco alle comunicazioni colle campagne e colle città insorte di Lombardia. Il Cattaneo aveva proposto a tal uopo l'attacco di Porta Ticinese; fu scelta invece la Porta Tosa, e lì accadde il combattimento più lungo e più ostinato dei cinque giorni; dove Luciano Manara si coperse di gloria pel suo coraggio, dove Antonio Carnevali immaginava quelle fascine rotolanti, dietro a cui s'avanzavano i nostri in fitte schiere; dove si distinsero per freddo valore il pittore Borgo Carati e Andrea Cazzamini e il Croff e il Mangiagalli e il Dal Bono molti vivi.
Quando Luciano Manara, avanzandosi a petto scoperto contro le palle nemiche, appiccò di sua mano il fuoco a Porta Tosa, potè dirsi che lo scopo dell'insurrezione cittadina era raggiunto. Milano otteneva un risultato che in tutto il corso dei secoli non s'era visto mai: rovesciare fuor dalle mura un esercito straniero che vi si era accampato da anni e fornito di tutto ciò che ai cittadini mancava: capi, armi, disciplina, stromenti di distruzione.
Come s'erano lasciati vincere i quattordici mila uomini del maresciallo Radetzki? da quali armi s'erano lasciati snidare da tante caserme, da tanti palazzi, così facilmente difendibili? da poche centinaja di fucili buoni, da qualche migliaio di fucili cattivi, da 1523 barricate, dal suono incessante di cento campane a martello. Tutto ciò, ben inteso, aggiunto al valore individuale, che può essere elemento nuovo o mirabile in cittadini, ma che è o dovrebb'essere caratteristica costante e consueta in eserciti organizzati.
Questi combattenti borghesi potevano classificarsi in tre categorie. — La prima comprendeva quei pochi avanzi dell'antico esercito italico che avevano visto le guerre serie e i generali giganti. Ma erano per la massima parte vecchi, acciaccosi e, per le stesse rimembranze delle molte città conquistate e saccheggiate, poco inchinevoli a credere nell'efficacia delle barricate e delle campane a martello. D'altronde, Teodoro Lechi era stato, come dicemmo, fatto prigione fin dal primo giorno della rivolta e non fu liberato che il 23. Pompeo Litta, ballottato fra il Casati e il Cattaneo, s'ingegnava di metter pace fra i due, perchè una seconda guerra non s'aggiungesse alla prima. Il Lissoni, il Ceroni, il Iacopetti, il Cima si chiamavano ad organizzare i nuovi istituti militari in formazione, piuttosto che a dirigere il fuoco delle contrade. Soltanto Antonio Carnevali, ingegnere militare distinto, aveva potuto a Porta Tosa prestare attivamente l'opera sua.
La seconda categoria di combattenti constava di uomini che, senza avere partecipato a guerre importanti, avevano indossato assise militari e preso parte a combattimenti, in eserciti e paesi stranieri, o in Ispagna, o in Grecia o in Africa. Erano pochi, ma si distinsero tutti per coraggio e per energia. Giuseppe Broggi, tiratore meraviglioso, aveva, quasi solo, impedito nei primi due giorni, l'avanzarsi degli Austriaci oltre i ponti di S. Damiano e del Corso, abbattendo gli ufficiali superiori, il generale Wocher fra gli altri. Una palla di cannone lo uccideva nel pomeriggio del giorno 19. Augusto Anfossi, dopo avere diretto l'occupazione degli archi di Porta Nuova e del palazzo del Genio, moriva di fucilata il giorno 20. Girolamo Borgazzi, ispettore delle ferrovie, trovava modo di scalare ben quattro o cinque volte le mura, per combinare col Comitato di Guerra attacchi simultanei; e cadeva all'ultimo giorno, mentre più di quattromila uomini radunati da lui davano a Porta Comasina l'ultimo assalto. Il conte Ottaviano Vimercati diresse con fermezza il giorno 21 un tentativo contro la Porta Vigentina, che alcune centinaja d'insorti raccoltisi nelle campagne avrebbero voluto sfondare per portare soccorsi nella città.
Ma la categoria di gran lunga più numerosa di combattenti era quella dei cittadini rimasti quasi tutta la vita entro le mura della loro città, e che per la prima volta imparavano a caricare una pistola o a scaricare un fucile. E fra questi troviamo Luciano Manara, elegantissimo, che il soffio di patria tramuta in un eroe di Plutarco; Giovanni Meschia, lattivendolo, che, appostato dietro il fumaiuolo d'un camino a Sant'Eustorgio, uccide ad uno ad uno i soldati saliti sopra il campanile per moschettare le vie; Pasquale Sottocorno che, vecchio e zoppo, correva a portar paglia e fuoco a Manfredo Camperio, mentre abbatteva con una scure il portone del Genio; e Giuseppe Guy e Luigi Stelzi, vittime dei primi giorni; e i Dandolo e Morosini e Mozzoni, studenti di 18 anni, che si trovavano dappertutto dove si combatteva e si moriva, al ponte di Porta Renza, agli archi di Porta Nuova, al palazzo del Genio, all'assalto di Porta Tosa.
Che dinanzi a siffatti elementi il maresciallo Radetzki dovesse trovare difficoltà grosse e lotte aspre, facilmente si capisce; ma che abbia dovuto soccombere, co' suoi quattordicimila uomini, i suoi duecento cannoni, il suo castello munito e le forti posizioni occupate nell'interno della città, sarebbe un fenomeno nella storia delle guerre quasi eccezionale, se non concorressero a spiegarlo altre ragioni affatto estranee alla strategia.
Già era stata una sorpresa per gli Austriaci come pei cittadini la giornata del 18 marzo. Se l'insurrezione avesse avuto un capo, nulla sarebbe stato più facile che impadronirsi d'un colpo di tutto lo Stato Maggiore austriaco; poichè il maresciallo, col generale Wallmoden, tre altri generali e parecchi ufficiali, usciva dopo il tocco dalla casa Cagnola dov'era la cancelleria militare, senza il menomo sentore dell'agitazione che in quella stessa ora aveva già guadagnato le altre parti della città.
Se ne accorse quando vide chiudersi le botteghe e scendere i primi armati per le vie. E allora corse a furia in castello e deliberò la prima ed unica operazione offensiva di qualche importanza che in quei cinque giorni abbia potuto eseguire.
Pensando che alla sede del Municipio sarebbe stato il focolare della sommossa e la residenza dei capi, mandò verso sera buon nerbo di truppe ad accerchiare il Broletto, e dopo breve combattimento se ne impadronì. Colse infatti parecchie dozzine di cittadini che stavano preparando i quadri della guardia civica, e li fece trasportare, indegnamente maltrattati, in castello. V'erano anche tra questi dei personaggi d'influenza e di conto, il delegato Bellati, l'assessore Marco Greppi, il generale Teodoro Lechi, tre conti Porro, Guglielmo Fortis, Pietro Maestri, un Litta-Modignani, il Brioschi, il Tagliaferri ed altri. Ma quelli che intorno al Casati costituivano veramente il nucleo direttivo del movimento, fermati al palazzo Vidiserti da quella scarica di fucileria, non avevano potuto più ricondursi al Broletto, e s'erano invece trasportati, come in località più centrale e più difendibile, nel palazzo del conte Carlo Taverna in Via dei Bigli.
Dopo quella mossa offensiva riuscita a mezzo, parve che il maresciallo Radetzki avesse rinunciato ad ogni risoluto disegno di ostilità. Il secondo giorno lo passò in attitudine piuttosto di osservazione che di attacco. Lanciava da ogni largo imbocco di via scariche di plotone, che uccidevano o ferivano, ma non riuscivano ad impedire la costruzione delle barricate. Faceva avanzare drappelli di cavalleria, che retrocedevano di galoppo alla prima viva fucilata venuta dai cittadini. Eppure non è dubbio che, avendo in quel giorno ancora occupate militarmente tante forti posizioni nell'interno della città, e non essendo la difesa di questa nè completata dall'intero sistema delle barricate nè spinta, come nei giorni successivi, al più alto grado dell'energia e della cooperazione universale, un vigoroso movimento di ripresa che fosse partito simultaneamente da tutte le porte della città, aiutato dalla sortita di tutti i presidii collocati nelle caserme e nei palazzi governativi, sarebbe bastato, certo non senza molta lotta e molta strage, a strozzare l'insurrezione.