Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 14
Sulle autorità militari l'impressione fu alquanto diversa. Persuaso che Milano fosse inetta a sforzi militari e che il terrore sparso nelle giornate di gennajo avesse fiaccata efficacemente ogni reazione cittadina, il maresciallo Radetzky s'adagiò nella fiducia che le concessioni di Vienna avrebbero, almeno per qualche tempo, dato un altro indirizzo alla pubblica agitazione. In questo senso parlò a' suoi ufficiali e li prevenne che non dessero importanza a prossime adunanze di popolo perchè sarebbero state dimostrazioni di gioja e di fiducia nelle autorità. Non avevano veramente di queste illusioni ne il Torresani nè i suoi commissarj di Polizia; ma posti fra lo scoraggiamento dell'autorità civile e le ingenue speranze dell'autorità militare, si sentivano recisi i nervi ad ogni iniziativa di lotta.
Per questa triplice inazione, la cittadinanza fu, nei giorni 17 e 18, interamente padrona del campo. E in tutto il giorno 17, e nella notte dal 17 al 18, fu per la città, in tutte le riunioni private, un gran discorrere di quello che s'avesse a fare il giorno dopo, un grande incrociarsi di proposte, di piani, di accordi, di messaggi, di combinazioni.
V'erano tre opinioni, tre metodi principali in contrasto.
Carlo Cattaneo si manteneva risolutamente fedele all'attitudine presa. Non credeva opportuno e non giudicava fertile di successo un movimento armato. Estraneo a tutte le dimostrazioni[63] che s'erano fatte, e favorevole, tra queste, soltanto a quelle di carattere più conservativo, come ai reclami delle Congregazioni e delle Camere di Commercio, voleva che si facessero passi più larghi su quella via, ma non fuori di quella[64]. Non credeva che esistessero armi, disposizioni, attitudini militari. In una riunione che si tenne, la sera del 17, in casa sua, alla presenza del Brioschi, del Gadda, di Enrico Cernuschi, di altri, manifestò schiettamente questa opinione sua; sconsigliò pronunciamenti popolari di carattere rivoluzionario; disse doversi approfittare dei casi di Vienna per “stringere il governo alla vita„ per “tenere i nemici nel duro e spinoso campo della legalità„ per “estorcere immantinenti all'attonito governo quanto più si potesse di armamenti e di libertà„[65]. Con questi intendimenti preparava il primo numero del giornale che avrebbe pubblicato il giorno dopo, e certo l'avrebbe scritto da par suo.
A siffatto metodo, che in circostanze ordinarie sarebbe parso il più savio e il più sicuro, non s'acconciavano gli uomini del partito d'azione, i giovani che da tanti mesi arrischiavano la loro vita per adunare elementi d'insurrezione e di lotta. Temevano questi, — e a ragione, — che dopo tanti eccitamenti dati alle classi popolari, inalberare il vessillo della prudenza proprio nel momento in cui tutto pareva favorire quello dell'audacia, avrebbe ingenerato sfiducie o diffidenze difficili poi a dissipare più tardi. E d'altronde, il moto di Vienna poteva essere represso; una nuova reazione succedere nell'indirizzo del governo, e precipitare quelle misure di disarmo che si erano fino allora così fortunatamente evitate. A queste idee s'inspiravano i crocchi più attivi e più numerosi della città, e in una riunione tenutasi, pure in quella sera, nella trattoria del Rebecchino, alla presenza di Angelo Tagliaferri, del dott. Pietro Lazzati e di altri, Cesare Correnti aveva promesso pel giorno dopo novità grosse ed ardite.
Una terza schiera si proponeva d'agire con misti temperamenti. Si raccoglieva intorno al Municipio e specialmente al Podestà, conte Gabrio Casati, che per le sue molte aderenze cittadine, per le sue relazioni col governo piemontese, per la condotta vigorosa tenuta nelle giornate del settembre e del gennajo pareva l'uomo adatto a capitanare programma di cose nuove.[66] Far capo al Podestà, funzionario di nomina governativa, a nessuno doveva parere programma rivoluzionario. Nel tempo stesso, la scomparsa o lo sgomento delle altre autorità civili, autorizzava lo stesso Podestà ad assumere iniziative e poteri nell'interesse della pubblica sicurezza. Il Municipio si sarebbe tramutato man mano da autorità cittadina in autorità politica, senza provocare immediate ostilità militari e guadagnando alcuni giorni di tempo, per disporre l'insurrezione e sollecitare gli ajuti dell'esercito piemontese.
Come di solito accade, le risoluzioni prese non rispondevano a nessuna rigidità di programma; lasciavano al tempo, ai casi, all'energia delle persone gli svolgimenti dell'avvenire.
All'alba del 18, ciò che era stato possibile di concertare fu concertato. Nel pomeriggio, la popolazione si sarebbe agglomerata per le vie; avrebbe accompagnato, senz'armi, una deputazione municipale che si sarebbe recata dal Broletto al palazzo di governo per chiedere riforme d'urgenza; poi si sarebbe pubblicato un proclama, si sarebbero aperti gli arruolamenti per una guardia civica; poi si sarebbe veduto.
Alle due pomeridiane il programma era già sorpassato. La folla che accompagnava Gabrio Casati al palazzo di governo aveva tutta quella concitazione, quel fremito che non permette indugi, che non tollera transazioni. La rivoluzione era già nell'ambiente. Il Podestà era vestito di nero, con una coccarda tricolore all'occhiello, fra quattro pompieri non armati; lo precedeva una bandiera dai colori nazionali; forse ventimila persone lo seguivano. I balconi, le finestre, i tetti delle case si riempivano di uomini, di signore, già deliranti di entusiasmo, che agitavano fazzoletti, buttavano coccarde, gridavano: “viva l'Italia.„ I monelli s'arrampicavano sulle colonne, sui cornicioni. “Abbasso gli uomini„ si gridava dalla folla; e gli uomini scendevano, ingrossavano il corteo, e le donne applaudivano, e la commozione patriottica prorompeva.
Il primo sangue fu versato innanzi alla porta dello stesso palazzo. Allo apparire sul ponte di S. Damiano, di quella folla imponente, due sentinelle avevano commessa l'imprudenza di scaricare il fucile. Un tal Zafferoni, studente, uscito di seminario, cavò una pistola di tasca e ne uccise una; l'altra fu trapassata d'un colpo di bajonetta. Poi la moltitudine invase il palazzo; il conte Giulio Porro Lambertenghi ebbe la presenza di spirito di chiudere a chiave l'appartamento dove stava, colla sua famiglia, la contessa Spaur ed impedì probabilmente qualche deplorevole eccesso[67]. Enrico Cernuschi stanò il Vice-presidente O'Donnell, che cercava nascondersi, e lo condusse in una stanza dove Gabrio Casati, Anselmo Guerrieri, Marco Greppi, Antonio Beretta, Carlo Taverna, il Correnti, il Clerici, l'Oldofredi stavano deliberando.
Fu lì che il povero rappresentante del governo austriaco firmò, tramortito, i tre famosi decreti laconici, che istituivano la guardia civica, destituivano la Direzione di Polizia, e incaricavano il Municipio di provvedere alla pubblica sicurezza. E di lì, ottenuti questi decreti, si restituiva la Deputazione municipale al Broletto, conducendo seco prigioniero il conte O'Donnell; allorchè, giunta a mezzo la via del Monte Napoleone, una scarica partita da un drappello di soldati appostato al sommo della contrada, uccise un popolano, Pietro Rainoldi; la folla si sbandò gridando armi e correndo a cercarne; il Casati ed i suoi si chiudevano nella casa Vidiserti, divenuta per dodici ore il quartier generale dell'insurrezione.
Mentre queste cose accadevano. Cesare Correnti aveva scritto il primo proclama che domandava una Reggenza provvisoria del Regno, la libertà della stampa e la riunione dei consigli comunali per la nomina dei delegati all'Assemblea nazionale. Il difficile era di trovare in quei momenti un tipografo abbastanza coraggioso da stampare siffatto proclama. Due amici di Correnti s'incaricano della cosa; vanno dal tipografo Guglielmini e gli mostrano il manoscritto. Il tipografo resiste, reagisce, ricorda le disposizioni del giudizio statario, dichiara che non cederebbe fuorchè alla violenza. Subito fatto. I due amici estraggono tranquillamente un pajo di pistole e le appuntano al petto del tipografo, che allora passa il manoscritto in stamperia. Ohi ha conosciuto di persona questi due sicarj, questi uomini facinorosi così pronti alla violenza ed al sangue, dovrà stupirsi sapendo che portavano il nome di due fra i più colti e più miti uomini di lettere del tempo nostro: Giulio Carcano ed Angelo Fava. _Haec mutatio dexteræ excelsi_, avrebbe potuto dire anche in questa occasione il cardinal Federigo[68].
Ritornava da questa spedizione Angelo Fava quando trovò nel vicolo di Bagutta Carlo Cattaneo che s'avviava verso la contrada del Monte.
Il fiero dottrinario s'era bisticciato il mattino con alcuni amici suoi che volevano trarlo nel movimento. Chiedeva quanti combattenti avessero, quanti fucili, quali capi. E quelli rispondevano, colla fede dell'entusiasmo, che tutta la città sarebbe sorta, che v'era il Comitato, che v'erano fucili e più se ne attendevano dal Piemonte. E quegli replicava scettico: “andate prima a vedere se sono arrivati„[69]. Non s'erano potuti intendere ed egli era andato dallo stampatore a consegnare il manoscritto del suo giornale. Angelo Fava lo ferma e gli chiede de' suoi propositi per la giornata. “Quando i fanciulli scendono in piazza,„ risponde Cattaneo “gli uomini vanno a casa.„ Angelo Fava corse a casa egli pure; da buon cattolico, fece udire una messa ai suoi allievi, Dandolo e Morosini; poi li baciò, li vide armarsi, scendere sulla via; prese un fucile e scese con essi.
Il primo combattimento ebbe luogo al ponte di S. Damiano. Dopo quella tumultuosa invasione del palazzo e dopo il suo sgombro, un drappello di soldati, furiosi per l'uccisione delle due sentinelle, s'era raccozzato e dal bastione di Monforte minacciava penetrare nell'interno della città. In fretta e in furia s'innalzò la prima barricata a ridosso del ponte. Tavoli, sedie, travi, mattoni, il selciato delle vie, tutto servì a costruire quella prima difesa, a cui tante centinaja dovevano seguitarne. Una buona donna cala da un terzo piano un suo mobiluccio e raccomanda che glielo si guasti il meno possibile. Passava sul ponte un carro, pieno di bariletti, quali vuoti, quali ancor pieni. In un attimo, il carro è rovesciato e i bariletti si accatastano l'uno sull'altro, a duplice uso, di terrapieno e di feritoja. Strilla il bottajo, che vede sciupata in un baleno la merce a cui forse aveva consacrati gli ultimi suoi risparmj. E quei reclami non sembrano, neanche in quella pressura di casi, privi di ragione. Qualcuno fa appello, come s'usava in quei giorni, alle borse guernite. Son lì presso, e sentono questo appello, due patrizj che aiutavano a fare la barricata. Giacomo Visconti Ajmi si fruga nelle tasche, non ha che sessanta lire e le dà; il conte Litta-Modignani straccia una pagina dal suo portafoglio, vi scrive un bono per L. 6000 e lo porge al suo vicino, Antonio Lazzati, perchè se ne serva per quel caso e per casi analoghi. Era il sistema finanziario delle cinque giornate che s'inaugurava.
Da questo punto la storia perde la sua traccia e cominciano gli episodj. Ciascuna contrada ha il suo, ciascun quartiere la sua epopea, ciascuna casa il suo prode. Inutile cercar di riassumere in quadri sinottici o in rubriche cronologiche centoventi ore di febbre d'una città; impossibile delineare i sussulti, le depressioni, i delirj, i periodi, le allucinazioni. Se ogni sintesi è ardua, quando i fatti escono da volontà prefinite e disciplinate, eccede addirittura l'umano intelletto, quando si tratta di iniziative individuali, sparse, indipendenti, uniche nello scopo, ma affatto slegate nei mezzi e nel tempo. Le cinque giornate milanesi furono come l'assedio di Troja; Ajace che combatte da un lato; Diomede che resiste altrove; Ettore che è vinto in una terza località; Minerva sola vede tutto dall'alto dell'Olimpo, e scende dove la traggono le sue simpatie. Dove appariva un nemico, cominciava un combattimento; ogni edificio dove si chiudeva un drappello determinava un assedio. E l'ansia di quelle lotte parziali, di quei certami quasi individuali riempiva il tempo, l'attività d'ogni quartiere, d'ogni contrada, e non permetteva di allargare a movimenti d'insieme un'offensiva che ciascuno concentrava con energie personali intorno a sè. Pochi abbandonavano, per informazioni, per intelligenze col quartier generale, la barricata che avevano difeso, la caserma che avevano conquistato, l'amico che s'erano visti cadere allato. Ciascuno pensava, combattendo e vincendo, che tutti gli altri, vicini e lontani, avrebbero saputo combattere e vincere. Quando v'era un'ora di tregua, si rafforzava una barricata sfasciata dal cannone o se ne alzava un'altra venti metri più in là. E al nemico che si allontanava d'altrettanto, trasportando morti e feriti, rispondeva una nuova scarica dei combattenti, un nuovo urlo di gioja dai tetti delle case, dove uomini, donne, fanciulli, noncuranti delle granate che fendevano l'aria, tenevano pronti vasi, tegole, mattoni, projettili, per lanciare sui nemici, a piedi o a cavallo, che tentassero riprese offensive. E allora quei venti metri di terreno rappresentavano una grande conquista, equivalevano ad una grande vittoria. E si spiccavano messaggieri per annunciare al Comitato questo trionfo; e il Comitato, che riceveva nel tempo stesso venti di questi annunci, li riassumeva in un proclama che presagiva dappertutto successi definitivi; e questi proclami, affissi sulle muraglie o sulle barricate, destavano nuovi entusiasmi, determinavano impeti più vigorosi e un'altra conquista di avamposti nemici.
Tutte le case erano aperte ai combattenti; di notte come di giorno. Quando s'aveva fame o sete, s'infilava il primo uscio e si trovava un domestico che vi offriva del pane, una fanciulla che vi porgeva da bere. Le distinzioni, le antipatie della vita erano sparite dinanzi al gran pensiero, al gran desiderio di tutti; il popolano aveva dimenticato le invidie, il ricco non aveva più esclusivismi nè ripugnanze. Vitaliano Borromeo faceva la guardia alle barricate con una bajonetta ed una pistola; Giorgio Trivulzio era ferito da una fucilata al ponte di S. Celso; la signora Beretta, visto cadere ferito un giovane popolano in mezzo allo spesseggiare della mitraglia, stava per lanciarsi essa a raccoglierlo, se quattro altri popolani non l'avessero prevenuta. Non un furto disonorava quella fraterna e illimitata larghezza di ospitalità. Le grandi case dei Belgiojoso, dei Trivulzio, dei D'Adda, dei Beretta, dei Borromeo erano divenute istituti di pubblica necessita; vi si fondevano palle da fucile, vi si conducevano feriti da fasciare, prigionieri da custodire, provvigioni e munizioni da distribuire; e le gentili padrone di casa, fattesi per l'occasione infermiere, carceriere e magazziniere, sorreggevano dei loro entusiasmi le cose difficili, correggevano le cose dure colla loro bontà.
Per questo s'è potuto vivere e vincere in quei giorni; perchè gli elementi simpatici dominavano colla loro influenza le incognite del pericolo e del terrore; perchè la gentilezza patrizia e la virtù popolare, affratellate in un santo pensiero di resistenza, creavano un ambiente di patria così alto, così sereno, che gli uomini vi combattevano colla gioja sul viso, vi morivano colla speranza sul labbro.
La battaglia cittadina s'è continuata per cinque giorni sotto questi auspicj, in mezzo a queste effervescenze; dominate a loro volta da un altro fenomeno costante, universale, di effetto strano, ma irresistibile; il romore delle campane a martello, che per cinque giorni e per cinque notti, da tutte le torri della vasta città, interpretò, per così dire, l'anima guerriera della popolazione; romore ora stridente, ora cupo, pieno di vibrazioni e di minaccie; che di notte irritava i nemici, di giorno incoraggiava i cittadini; una specie di _tam tam_ selvaggio che nè bombe, nè mitraglie valevano a far tacere; la fanfara delle barricate, — che portava lontano, fra le campagne e i villaggi, un grido di soccorso ed un appello all'esempio, — che piombava sugli Austriaci come un suono pregno d'ignoti spaventi, colla sua implacabile e fantastica continuità.
Alessandro Manzoni ha scolpito in una delle sue grandi pagine il linguaggio della campana notturna, che atterrisce i bravi e libera Menico. Moltiplicate quell'effetto per cinque giorni e per cinque notti, unitelo al rombo dei cannoni e al crepitare della moschetteria, ed avrete una pallida impressione di quel molteplice scampanío.
Dal labbro dei nemici si potrà, anche meglio che da qualunque descrizione, ritrarre il meraviglioso spettacolo di quelle giornate. “Milano è sconvolta dalle fondamenta„ scriveva il maresciallo Radetzki al conte di Ficquelmont “la natura di questo popolo mi sembra per incanto trasformata.„ E due ufficiali austriaci, fatti prigionieri a San Celso e chiusi in una anticamera, udendo di un forte assalto che i loro compagni davano in quel punto ad una delle barricate maggiori, espressero il desiderio di poter seguire da una finestra le fasi del combattimento. Al vedere quelle barricate imponenti, che si alzavano ai secondi piani delle più alte case, quel formicolio di combattenti e di difensori, quel coraggio con cui si affrontava la morte, quei balconi e quei tetti pieni di offensori e di offese, all'udire quelle grida umane, quei rintocchi del bronzo, quegli spari d'archibugio che s'incrociavano, partendo dalle finestre, dalle vie, dai tetti, dagli spiragli delle cantine, i due prigionieri si ritrassero attoniti nell'interno della stanza, dicendo: “Misericordia! e il maresciallo crede di poter riprendere questa città!„
Si capisce come, in una situazione siffatta, i partiti e i gruppi sorti di poi abbiano potuto sbizzarrirsi a reclamare, ognuno per sè, le glorio maggiori. Gli orizzonti erano molti e divisi, e ciascuno si onorava giustamente del proprio, credendolo più vasto o più importante degli altri. Probabilmente tutti i partiti furono veri nei fatti esposti a merito proprio; soltanto può darsi che nessuno sia stato esatto nell'esporre quelli a merito altrui. Ed anche può accordarsi a tutti la mitigante della buona fede; giacche, non essendovi stata mai una situazione dominante, molti possono credere d'essere stati i soli od i primi a far ciò che altri pure, tratti dagli stessi casi e dalle stesse necessità, avevano già fatto in altri luoghi, senza che gli uni potessero sapere degli altri.
Lo storico solo può rendere a tutti ragione severa ed imparziale; può dire che il popolo è stato sublime di coraggio e di devozione; che le classi medie e patrizie hanno gareggiato di energia direttiva, non risparmiando nè vita, nè ricchezze, nè responsabilità. Lo storico può dire che, come esigeva Nelson alla vigilia della battaglia di Trafalgar, tutti hanno fatto in quei giorni il loro dovere; può e deve dire di più, — che chi volesse scemare ad alcuno fra gli attori di quella rivoluzione qualche briciolo del loro patriottismo non riuscirebbe ad altro che a far dubitare del proprio.
Queste le impressioni, questi i caratteri generali della rivoluzione milanese.
Chè se si volesse tentare di riassumere in qualche modo con metodi sintetici quella moltiplicità di episodj, bisognerebbe forse raggrupparli intorno a tre questioni fondamentali; la questione strategica, la questione politica, la questione diplomatica.
L'ultima può esaurirsi senza molte complicazioni. Non ebbe e non poteva avere altro intento che l'ajuto del Re e dell'esercito piemontese.
Al primo rompere delle fucilate, il giorno 18, l'idea di spedire immediatamente a Torino persona di fiducia per annunciare il moto di Milano e chiedere l'intervento, era balenato agli uomini di senno, qualunque fosse la loro opinione politica. Enrico Cernuschi, fin dalla prima riunione in casa Vidiserti, ne aveva fatto formale proposta[70]. Ma già lo aveva prevenuto Luigi Torelli, che s'era recato dal conte Francesco Arese, sollecitandolo ad incaricarsi di questa necessaria missione.
L'Arese, messo alle strette dagli amici, rinuncia a malincuore alla lotta in cui sperava essere attore. Si reca da una cognata[71] e le consegna una forte somma in denaro, con ordine di distribuirne a quanti si presenteranno a richiederne per bisogni patriottici. Poi, si ficca in un carrozzino e corre alla più vicina barriera. Riesce a passarla, alcuni minuti prima che le porte si chiudano; ma al Ticino trova maggiori ostacoli, li supera e giunge a Torino la sera del 19.
Prima però ch'egli potesse adempiere la sua missione, il Re, avuto sentore del movimento, aveva mandato a chiamare Carlo D'Adda, che, ricevendo notizie per altra via, le aveva comunicate a Carlo Alberto insieme colle più vive preghiere per un immediato intervento. Il Re non gli aveva nascosto la risoluzione di venire alla guerra, ma gli soggiungeva scherzando “sicchè dovrò andare a Milano a proclamare la Repubblica.„ “Certo è, Sire„ rispondeva il D'Adda “che la Repubblica sarà proclamata se Vostra Maestà non parte.„ Erano, su per giù, le stesse parole che due giorni dopo il Cattaneo stampava nel suo proclama: “la parola _gratitudine_ è la sola che possa far tacere la parola _repubblica_.„ Da che si vede come, in situazioni diverse, uomini diversissimi giudicassero pure con eguali criterj.
Subito dopo questo discorso, il conte Enrico Martini era stato inviato a Milano con una missione confidenziale, ed era già partito quando il conte Arese si presentò il 19, a tarda ora, e fu ricevuto dal Re.
A quell'egregio patriota ripetè Carlo Alberto con maggior precisione quello che già aveva detto al D'Adda e al Martini; anzi lo invitò a venire la mattina seguente nella piazza Castello per vedervi sfilare, avviata alle frontiere, la brigata delle Guardie[72].
Dopo aver veduto anche il ministro degli affari esteri e dopo avere assistito a quella consolante sfilata, l'Arese ripartiva immediatamente per Novara, sperando poter rientrare in Milano. Ma trovati ostacoli assai maggiori, e sapendo che il Martini aveva istruzioni più precise delle sue, insofferente d'ozio, si mischiò ad una colonna di volontarj improvvisati, varcò con essi il Ticino poco lungi da Oleggio e si diresse verso la città bloccata, non più diplomatico, ma bersagliere.
Intanto Enrico Martini s'era aggirato per molte ore intorno alla cinta esterna dei bastioni, senza trovar modo d'entrarvi. Finalmente, la mattina del 21, combinatosi col signor Angelo Cattaneo, commesso delle gabelle, che doveva portare del sale alle caserme in città, si travestì da garzone del magazzino, si caricò d'un sacchetto di sale, e potè non senza ostacoli e rischi, penetrare fino al quartier generale, presentando le sue commendatizie.
Il Re desiderava due cose: che una mossa d'insorgenti o di disertori trascinasse il nemico a qualche violazione del territorio sardo: che gli venisse spedito un indirizzo, firmato da quanti più si potesse cittadini notabili per censo, per intelletto, per ufficj coperti, per influenze personali. Enrico Martini aggiungeva di suo, che si costituisse subito un Governo Provvisorio, col mandato di offrire a Carlo Alberto il dominio della Lombardia.
Quest'ultima proposta parve a tutti ancora intempestiva e non fu da nessuno accettata. Lo furono le due prime; e mentre alcuni fra i combattenti s'incaricavano di combinare una finta presso alla frontiera, Achille Mauri stese l'indirizzo, che fu portato subito da parecchi in giro per le case e fra le barricate, raccogliendo in poche ore parecchie centinaja di firme. V'era tra queste il nome di Alessandro Manzoni, che al conte Martini diceva: “prevenga Sua Maestà che se la mia firma è un po' tremolante, non è perchè io abbia paura, ma perchè sono vecchio.„ Parole che ricordano le altre celebri dell'antico _maire_ di Parigi, Bailly, quando, trascinato alla ghigliottina in gennajo, diceva: “je ne tremble pas de peur, mais de froid.„