Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 13

Chapter 133,565 wordsPublic domain

Pajono racconti da far paura ai bimbi, e son cose vere! Nessuna parte della città fu risparmiata da questi assassinj. A Porta Comasina, a S. Angelo, a S. Celso, all'Orso Olmetto, sul corso dei Servi. Chi scrive s'è trovato con un amico appiccicato ad uno spigolo della chiusa profumeria di Pasquale Scandelari nella Galleria De Cristoforis, mentre un centinajo di granatieri ungheresi l'avevano invasa e la percorrevano con libertà forsennata. Ebbimo urti e bestemmie e fumo negli occhi, ma nessuna offesa. Un quarto d'ora dopo, a due passi di lì, il settuagenario Manganini, consigliere d'appello e amico del Torresani, ebbe il capo spaccato da un fendente di sciabola. Altrove, trovossi nella folla investita, e perì di lancia, il cuoco del conte di Ficquelmont[59]. Nella Piazza dei Mercanti, un sicario immergeva un pugnale nei cuore ad un fabbro-ottonajo, perchè aveva preso le difese d'un ragazzo maltrattato. Si disse allora e si stampò sulle bugiarde effemeridi che erano stati trenta i feriti in quella occasione. Si sa oggi, pei documenti raccolti, che furono _cinquantanove_ le vittime dell'eccidio, _cinque_ morti sul colpo.

La carneficina del 3 gennajo ebbe un'eco immensa in Italia. In Milano fu veramente il _boute-selle_, il rullo di tamburo della rivoluzione.

Dal Piemonte Roberto d'Azeglio, autorevole personaggio, rispose, con un brindisi ad una società di fabbri-ferraj, augurandosi che presto non avrebbero solamente usato il ferro come industria, ma come arma contro nemici assassini. A Torino, a Genova, a Firenze, si fecero solenni funerali per le vittime di Lombardia; e accorrevano in grande uniforme i ministri e i diplomatici presso le Corti; da Vicenza, da Verona, da Treviso, dove i funerali erano impossibili, giungevano soccorsi in denaro e indirizzi di fratellanza; le contesse Bentivoglio e Michiel sfidavano a Venezia le ire poliziesche, facendo pubblicamente questue pei feriti di Milano; a Roma, la principessa di Belgiojoso organizzava splendide esequie, a cui interveniva in pompa il gran dignitario ecclesiastico milanese, monsignor Borromeo.

Ma dove le proteste suonavano ancora maggiori di virtù e di efficacia, per l'aperto pericolo, era nella stessa città.

Il conte Gabrio Casati, podestà di Milano, non aveva potuto sfuggire nella giornata del 3 gennajo alle improntitudini della sbirraglia. Preso in mezzo da una pattuglia, mentre alzava la voce contro le ignobili provocazioni, fu trascinato a pugni e a calciate di fucili. Riconosciuto, lungo la via, da un delegato di pubblica sicurezza, non volle essere posto in libertà, ma esigette d'essere condotto innanzi al Direttore generale, barone Torresani, perchè vedesse come agivano i suoi dipendenti. Uscito di lì, corse dove sperava poter trovare pronti gli elementi d'una deputazione, al Casino allora dei Nobili, oggi dell'Unione. Quattordici o quindici persone ivi raccolte lo seguirono tutte, fra le quali ricordiamo Carlo D'Adda, Cesare Giulini, Manfredo Camperio, Enrico Besana. Andarono al vicino palazzo Marino, dove alloggiava il conte di Ficquelmont. Appena entrati nel cortile, le porte si chiudono e si trovano in mezzo ad un vero accampamento, che li guarda con bieca ostilità. Pochi minuti dopo, ecco scendere dallo scalone lo stesso conte di Ficquelmont, accompagnato dal governatore, conte di Spaur. Gabrio Casati si avanza come capo della deputazione ed espone con vive parole lo stato della città e l'eccidio che vi si consuma. Aggiunge fiere ed eloquenti parole il conte Cesare Giulini Della Porta. I due alti dignitarj rispondono imbarazzati, con parole incoerenti: “certo è deplorabile... daremo ordini... ma la colpa è degli individui che provocano le autorità.„ Qui s'ode una voce, quella di Carlo d'Adda che domanda con tono fra l'ironico e lo sdegnoso: “forse che il cuoco del signor conte di Ficquelmont era d'accordo con noi per provocare gli Austriaci?„

Il giorno dopo, le proteste diventano ancora più solenni e più gravi. Il venerando arciprete del Duomo, monsignor Opizzoni, vecchio di 85 anni, si presenta al Vicerè e gli dice: “Altezza, ho visto a' miei tempi i Russi, i Francesi e gli Austriaci invadere come nemici la nostra Milano; ma un giorno come quello di jeri non lo vidi mai; si assassinava per le strade, il mio ministero mi obbliga a ripeterlo, si assassinava.„

Il conte Vitaliano Borromeo, fregiato del più eccelso ordine cavalleresco dell'Austria, scriveva al Vicerè che se non si dava soddisfazione al paese avrebbe restituito il Toson d'Oro, macchiato di sangue. E l'arcivescovo, predicando dal pergamo del Duomo, diceva: “unite le vostre preghiere alle mie, onde quelli che ci governano siano più giusti e serbino modi più umani.„

Forse ancora più significativo e più caratteristico della situazione era il contegno assunto dalle stesse autorità civili austriache, dagli uomini più miti del partito conservatore.

Il conte Giorgio Giulini, padre di Cesare, era uno dei patrizj che nel 1814 avevano contribuito, nella Reggenza di Governo, alla ristorazione del regime austriaco. Ed egli era stato incaricato dal conte di Ficquelmont di presentargli, insieme coll'avvocato Robecchi, un rapporto sullo stato degli animi e sulle misure da prendersi. Questo rapporto era finito e copiato il 1.º gennajo. Lo presentarono il giorno 4 con un breve poscritto che i due onorandi cittadini chiudevano così: “Il sangue scava un abisso fra governanti e governati. Questi possono essere ancora compressi dalla forza brutale; ma il regno della forza è breve.„

Il cav. Decio, consigliere di Governo, presentò le sue dimissioni, allegando di non voler più oltre servire sicarj. Il Delegato Provinciale Bellati, uomo di studj e di coscienza, firmò la protesta pei fatti del 3 gennajo, aggiungendovi una frase dolorosa: “colui che diventò infame pel suo troppo attaccamento al governo austriaco.„ Più vigoroso di tutti, nella schiera dell'alta burocrazia, fu il Procuratore Camerale Enrico Guicciardi[60], che, armandosi d'un articolo elastico del Regolamento organico, denunciava al Governatore i Capi supremi della polizia e dell'esercito come responsabili, per abuso di competenza, degli ultimi fatti; e domandava, con alto sentimento del proprio ufficio, che la sua denuncia fosse mandata a Vienna, qualora il Governatore non si sentisse abbastanza autorizzato a provvedere, contro questi abusi, da sè.

Quella protesta, che infatti venne spedita a Vienna, è un atto notevole per la novità ardita e per l'acuta esposizione dei criterj d'indole amministrativa e politica. Voleva essere, secondo le forme burocratiche, un atto d'ufficio contenente “rispettose osservazioni.„ Ma a giudicare che tono avesse assunta in quei giorni, fra impiegati italiani e superiorità austriache, una “rispettosa osservazione„ basterebbero questi periodi: “.... oltre l'abuso della forza di polizia è intervenuta la forza militare per uccidere e ferire in seguito a provocazioni del genere di sopra da me indicato, per parte di molti militari, od isolati, od uniti in numero ben sensibile„. E altrove: “.... A sedare i disordini si è usata la forza di polizia e la forza militare. Come la medesima siasi usata, è troppo noto all'E. V. _Si commisero degli atti che la sola barbara legge di guerra scuserebbe in una città presa d'assalto._„ Chiudeva dicendo: “L'intervento della forza militare, non richiesta da V. E., costituisce per subordinato avviso del procuratore camerale, _un abuso di competenz_a delle attribuzioni esclusivamente demandate dalle Sovrane Patenti all'E. V. perchè _fa sottomettere alla polizia militare queste provincie, da S. M. assoggettate unicamente alla polizia civile_„[61].

Che cosa fu risposto a tutte queste proteste?

Il Guicciardi fu immediatamente destituito; gli fu negato ogni diritto a pensione e tolta anche la facoltà di esercitare privatamente l'avvocatura. Il Vicerè pubblicava il 5 gennajo un proclama ipocritamente mellifluo, nel quale deplorava “che la condotta dei cittadini paralizzasse le sue più fondate speranze di ottenere dal trono di S. M. benigni provvedimenti.„ Il Comando Militare faceva leggere il giorno 6 alle truppe un _Befehl_ (ordine del giorno) nel quale lodava “l'obbedienza e la fermezza mostrata dai militari nella giornata del 3 corrente.„ L'imperatore Ferdinando pubblicava “non essere inclinato a fare ulteriori concessioni; fidarsi unicamente nella fedeltà e nel valore delle sue truppe.„ Finalmente, al giorno 22 febbrajo giunge l'ultima risposta e l'ultima concessione — la proclamazione dello stato d'assedio col giudizio statario. Il Vicerè, il Governatore, le alte autorità di governo partivano o stavano per partire; il Regno Lombardo-Veneto era consegnato senza guarentigie nelle mani dell'inflessibile maresciallo, che aveva detto, a proposito dei casi di gennajo: _tre giorni di terrore, trent'anni di pace_.

Qui ha termine lo stadio di preparazione, e comincia lo stadio della rivoluzione, di cui ci occuperemo più innanzi.

In tutto questo cupo periodo, un solo atto di bene scende dalle eccelse regioni del governo straniero.

Da Vienna arriva un giorno un plico suggellato all'ufficio che dirigeva la colletta apertasi pei feriti del 3 gennajo in casa Borromeo. Conteneva diecimila lire, e le mandava l'imperatrice d'Austria, quella Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, morta due anni or sono.

Ci par bene e giusto ricordare che da una donna, da una italiana, da una principessa di Casa Savoja era partita in quei giorni, frammezzo a così truce ribollir di passioni, l'unica inspirazione alta di politica e di umanità.

II.

LA RIVOLUZIONE.

Un moto popolare di natura politica ha bisogno, per essere efficace, di tre diversi stadj o fenomeni: la preparazione morale, la preparazione materiale e l'azione. Sopprimiamo la prima, avremo ordinariamente un tumulto; sopprimiamo l'ultima, resteremo nei limiti di una congiura; togliamo la preparazione materiale, cadremo, nove volte su dieci, in una ribellione repressa.

Il moto milanese del 1848 fu una vera e propria rivoluzione, coronata di successo, perchè non gli è mancato nessuno dei tre fenomeni necessarj.

Abbiamo visto quanta _preparazione morale_ avessero ammassata gli anni anteriori al 1848; dal 18 al 23 marzo l'_azione_ non poteva essere più decisa e più vigorosa; ma il primo trimestre dell'anno aveva veduto svolgersi una _preparazione materiale_, che sarebbe ingiusto dimenticare, perchè non ebbe minori ostacoli nè minore virtù.

Infatti, le brutalità del 3 gennajo ebbero questo effetto immediato, di persuadere i direttori del movimento che la preparazione morale era completa e di spingerli a tutt'uomo verso la preparazione materiale. Della popolazione non si poteva più dubitare. Aveva chiaro l'istinto della situazione rivoluzionaria, aveva dimostrato di possedere in grado eminente il desiderio e l'intelletto della disciplina. Occorreva quindi stringere accordi rivolti a scopi pratici, avvicinarsi con altre operazioni al momento decisivo, che le occasioni avrebbero determinato.

Rinnovatesi a Pavia le stragi di Milano, una circolare segreta avvertiva che, per evitare nuovo sangue, si sarebbe posto fine alle dimostrazioni di carattere pubblico. “Adesso possiamo aspettare senza vergogna„ diceva; e infatti si aspettò, ma con una aspettazione piena di febbrile energia.

L'intento della concordia s'era ormai raggiunto al di là d'ogni previsione patriottica. I popolani ardevano dal desiderio di vendicare i loro morti e feriti, e traevano da questo stesso desiderio una fiducia, che nulla poteva scuotere, nei misteriosi scrittori dei bollettini. La parte più conservativa del patriziato aveva smesso, dopo il 3 gennajo, ogni esitazione; il conte Vitaliano Borromeo aveva voluto conoscere di persona Cesare Correnti, e in un colloquio tenuto in casa del marchese Anselmo Guerrieri, patrizio di scuola mazziniana e di larghissime aspirazioni, s'erano appianate le ultime difficoltà, schiarite e accettate le ultime modalità del programma.

Bisognavano denari, armi, alleanze; i tre nervi, le tre basi d'ogni guerra.

Le collette raccolte in casa Borromeo avevano fruttato più di 150 mila lire; primo fondo che servì a comperare utensili e mantenere operaj, ad organizzare un po' di spionaggio e di stazioni nelle campagne. Ma non era quella pel momento la maggiore preoccupazione. I forzieri del patriziato si sapevano pronti ad ogni richiesta, e infatti, appena sorsero le occasioni opportune, furono visti gareggiare di liberalità e il duca Litta e il conte Arese e il duca Scotti e il marchese Arconati e il conte Annoni e il duca Visconti di Modrone e quanti insomma avevano pari all'antichità della stirpe o alla tradizione del patriotismo la larghezza del censo[62].

Di alleanze non si poteva cercarne che al di là del Ticino. Un solo Stato in Italia aveva esercito valido e politica indipendente; un solo sovrano aveva mostrato da qualche tempo comunanza di aspirazioni coi rinnovatori lombardi.

Carlo Alberto aveva infatti mantenuta ed accentuata, col progredir degli eventi, la situazione politica e personale da lui presa in Italia. Era sempre il Re cauto, ma deliberato, che fronteggiava l'Austria nella questione italiana. Non aveva smesse ancora le forme assolute di governo, ma se ne valeva per moversi più liberamente nell'orbita sua, con intonazioni democratiche, di cui forse un ministero costituzionale non gli avrebbe lasciato libertà. Visitando Genova, durante il Congresso degli scienziati, s'era lasciato avvicinare, senza titubanza, da un giovane, non illustre allora, ma caldo di patriottismo, che ponendogli la mano ardita sulle briglie del cavallo, gli aveva detto, con voce squillante: “Maestà, bisogna prepararsi a combattere.„ Era Nino Bixio. Assai più tardi, recandosi a Casale per inaugurarvi congressi d'agricoltura, aveva detto a Lorenzo Valerio: “Quando l'ora sarà suonata, monterò a cavallo e combatterò per la patria come Sciamyl combatte nel Caucaso.„

Coi patriotti lombardi aveva sempre conservato indirette comunicazioni, specialmente per opera del suo segretario particolare, il conte di Castagneto, uomo di specchiata probità e di lealissimi sensi, a cui l'Italia deve, per quel periodo, una parte notevole della riconoscenza che sembra avere esclusivamente serbata per altri. Col Castagneto carteggiavano da parecchi mesi alcuni rappresentanti del patriziato, segnatamente il conte Gabrio Casati, col quale si dibattevano, senza chiasso, parecchie delle questioni fondamentali che l'unione presagita del Piemonte e della Lombardia metteva in primissima linea. Dopo il 3 gennajo, parve che a queste relazioni indirette fosse necessario sostituire azione più viva; che all'orecchio di Carlo Alberto dovesse giungere, con maggiore frequenza ed intimità, la parola di chi fosse più attivamente mescolato a tutta la situazione lombarda degli ultimi tempi.

Carlo D'Adda fu scelto a questa missione; ed egli recossi, secondo il desiderio degli amici, a Torino, dove il conte di Castagneto lo accolse con grande simpatia e lo presentò senza indugio a Carlo Alberto. Furono relazioni curiose quelle che si stabilirono allora fra questo Re di diritto divino ed un inviato, senza credenziali, d'un Comitato senza poteri. Carlo D'Adda saliva ordinariamente dal Re in ore eccentriche, in abito dimesso, condotto dal Castagneto per usci secreti, per corridoj polverosi, come un ladro... o come un adultero. Il Re lo riceveva ad ogni richiesta, accettava senza esitazione questi andamenti cospiratorj, voleva informazioni di persone e di fatti, dava assicurazioni, non si sdegnava di consigli. Uscito di lì, ripigliava la maschera severa, il linguaggio riservato e l'occhio freddo del monarca legittimo. Nessuno avrebbe indovinato il patriota sotto quella rigida fisonomia di Re; pochi si sarebbero accorti del Re, intrattenendo famigliarmente il patriota.

Nessuno ha finora raccontato pubblicamente un aneddoto caratteristico.

Un giorno, si aspettavano a Novara certe condotte di polveri, che dovevano essere tragittate in Lombardia. Le polveri non erano giunte col tramite per cui dovevano essere state inviate. Carlo D'Adda riceve un biglietto dal Comitato di Novara; un biglietto, scritto secondo lo stile di quei giorni, come l'impeto dettava, in fretta e in furia: “Nulla è arrivato, Carlo Alberto ci tradisce, come nel 1821.„ D'Adda si reca difilato dal Castagneto e il Castagneto lo conduce difilato dal Re. Ma v'è Consiglio di Ministri, e il Re non può assolutamente ricevere. La cosa pareva al D'Adda pressante. “Vuol far passare quel biglietto nelle mani di Sua Maestà?„ gli dice il conte di Castagneto. L'inviato milanese lo guarda meravigliato; ma l'aspetto severo, sicuro, dell'uomo non gli permette dubbio. E il biglietto crudele, naturalmente anonimo, è portato, in una busta, sul tavolino del Re. Dieci minuti di aspettazione, diciamo pure di ansia. Poi, un servitore gallonato, riporta, chiuso in un'altra busta, lo stesso biglietto, con un breve poscritto di mano reale: “Caro D'Adda, ho dato ordine in questo punto che le polveri partano.„

Quel biglietto è andato smarrito. Oggi sarebbe uno dei documenti più importanti e più curiosi della rivoluzione italiana.

Le polveri non si potevano adoperare senza le armi da fuoco. E a questo pure si pensò in quei due mesi; e se molto non potè farsi, certo si fece assai più che non consentissero le difficoltà e i rischj gravissimi dell'impresa, più che non sia comunemente noto per le pubblicazioni uscite intorno a quei fatti.

Nelle case dei cittadini saranno stati un trecento fucili da caccia, non più; poche pistole, pochissime armi da punta e da taglio; la vigilanza sulle botteghe d'armajuolo grandissima, e tale da non potersi eludere senza provocare immediate misure di cittadino disarmo. Si dovette dunque ricorrere all'importazione od alla riduzione di armi vecchissime ed inservibili, esistenti in casse o in soffitte, talune fin dall'epoca del primo Regno d'Italia. Pure, in poco tempo parecchie case di Milano furono tramutate in depositi d'armi; quasi tutte si munirono almeno di una per le sperate battaglie. I giovani del club della Cecchina trovarono modo, a peso d'oro, d'introdurre in città cento carabine inglesi e se le distribuirono. In casa Trotti, in casa Porro, in casa Dandolo, in casa Spini, nelle case Prinetti, Simonetta, Besana, in cento case v'era accolta di fucili e di pistole; Alessandro Antongini aveva riempiuto d'armi un magazzino fuori porta; ma il difficile era introdurle, e non si potè farlo che lentamente, senza giungere in tempo a farlo completamente. Si recavano i giovani, come a sollazzo, nelle osterie suburbane: rientravano, con apparenze gioconde, portando sotto il tabarro invernale o sotto il panciotto una canna, un calcio, una baionetta, i grilletti, tutte insomma le varie parti del fucile che si sarebbero più tardi ricomposte. Vera giudizio statario; ma chi vi badava? talvolta i pezzi non combaciavano, e la vita s'era arrischiata per nulla; si ritornava il giorno dopo a prendere i pezzi che combaciassero. Si diceva che queste armi erano male fabbricate, che sarebbero scoppiate in mano agli insorgenti nel giorno della battaglia. E altri giovani si prendevano il rischio e il compito di verificare le cose. Andavano in una cascina suburbana, proprietà d'un patrizio, il cui nome non permetteva sospetti austriaci, il conte Mellerio. S'erano procurati la doppia complicità patriottica d'un fittabile e d'un armajuolo; provavano le armi, facevano accomodare quelle che apparivano difettose, le reintroducevano su carri agricoli, preparate e impagliate come peri o albicocchi.

Nelle case poi, smessi gli usati passatempi, le signore fabbricavano cartuccie, gli scienziati preparavano projettili e cotone fulminante; gli esercizi d'arme e lo studio dei manuali militari, delle opere di Iomini, di Montecuccoli, di Dufour, avevano sostituito i componimenti rettorici e la lettura dei trattati politico-legali pubblicati dai professori dell'Università di Pavia. Luciano Manara, Carlo de Cristoforis, Francesco Simonetta attingevano a questi studj coscienza di attitudini e di responsabilità militari; li seguivano, per ardore di belliche discipline, giovani minori d'anni, ma eletti di mente, Pietro Rasnesi, Emilio ed Enrico Dandolo, e quel simpatico e vivace ingegno di Emilio Morosini, che avrebbe certamente occupato un posto notevole nella vita politica contemporanea se una palla francese non gli avesse spezzato, sulle mura di Roma, il giovane cuore.

Dei vivi non parliamo; son molti e prodi. Parlandone, offenderemmo lunghe e silenziose modestie, provocheremmo vibrazioni importune di commossi ricordi. D'altronde agli uomini di quell'epoca una coscienza rimane intera: quella di non dovere, in così grande solidarietà di fatti, rammaricarsi di nulla e di nessuno.

Un popolo intero era riuscito a vincere la legge delle eccezioni; e in un tempo in cui il segreto della patria era su tutte le labbra, non si ebbe ad arrossire nè di una corruzione nè di una viltà. Nessun'epoca della storia dimostrò più validamente come un gran sentimento patriottico equivalga a un gran sentimento morale.

Tutta questa agitazione non era sfuggita e non poteva sfuggire ai dominatori. Sicchè non mancavano tentativi di seduzione, indagini, sorprese, perquisizioni. Ma la complicità di tutti era all'erta contro i pericoli di ciascuno. E quando la polizia si moveva, un istinto, un Nume invisibile indicava dove sarebbe andata a scendere. Il vetturino allungava la strada, il portinaio alzava la voce perchè udissero al primo piano, il monello correva ad avvertire un amico, il cameriere non aveva la chiave d'un uscio, la cuoca offriva alle guardie un manicaretto, gl'inquilini aiutavano, le carte sparivano, le armi uscivano o per gli abbaini o per le fogne; e la polizia ritornava il più delle volte convinta d'essere stata mistificata, ma, come il demone della Basvilliana:

Vuota stringendo la terribil ugna.

Quando l'Austria fu stanca di queste inutili attività, venne finalmente il decreto che ordinava le perquisizioni generali e l'immediato disarmo, sotto le pene del giudizio statario. Ma allora era già scoppiata la rivoluzione francese del 24 febbrajo, era già stato proclamato lo Statuto di Carlo Alberto. Dappertutto in Europa suonava il _dies iræ_. Giuseppe Sandrini, segretario del Governo, che aveva intelligenze coi liberali, trovò modo di far differire di alcuni giorni il principio delle perquisizioni. Quei giorni bastarono perchè scoppiasse la rivoluzione di Vienna e perchè a Milano giungesse il 17 mattina la notizia che gli studenti e i Polacchi avevano fatto le barricate e che il principe di Metternich abbandonava, ramingo, la capitale dell'Impero.

Qui comincia veramente il periodo attivo della rivoluzione.

Le notizie di Vienna, producendo in Milano sulle varie autorità e sui gruppi cittadini eguale commozione, avevano mosso impressioni e risoluzioni assai diverse.

L'autorità governativa civile era piombata addirittura nello scoraggiamento. Il Vicerè, subodorando gli eventi, aveva lasciato la città fino dal giorno prima. Il Governatore Spaur, il conte di Ficquelmont lo avevano preceduto a Vienna per altri provvedimenti. Restava solo in Milano a sostenere una sterminata responsabilità il Vice-presidente del Governo, conte O'Donnell, burocratico di buoni istinti, ma affatto inadeguato a tempi e cose difficili. Aveva fatto subito pubblicare un telegramma da Vienna, annunciante che s'era abolita la censura e che pel giorno 3 luglio sarebbero state convocate le rappresentanze lombardo-venete. Sperava che questo avrebbe calmata la popolazione, e l'accese. Parvero promesse ridicole, e lo erano. Annunciavano però una debolezza politica del governo straniero e il momento opportuno per approfittarne.