Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 12

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Un tale linguaggio sulla bocca di un tale uomo era fatto per produrre molta impressione sugli eccelsi elettori. Videro che bisognava far presto e sceglier bene. Abbandonate le antiche gare e gli antichi partiti, il Conclave si divise subito in due schiere: l'una che voleva un Papa riformatore, l'altra che voleva un Papa di resistenza. Il cardinal Lambruschini era il candidato di quest'ultima schiera; gli altri erano incerti tra il cardinal Gizzi e il cardinale Mastai. Parendo più probabile la scelta del primo, l'ambasciatore d'Austria si affrettò a buon conto a valersi del suo privilegio per escluderlo. E un biglietto ricevuto dal cardinal Lambruschini sotto la doppia etichetta d'una bottiglia di Champagne, lo incoraggiava a lottare, poichè era in viaggio il cardinale Gaisruck arcivescovo di Milano, che avrebbe col suo grande ascendente rafforzata la schiera conservatrice.

Ma, poichè è destino che in ogni cosa debba cercarsi la _femme_, anche il cardinale Bernetti, di parte liberale, riceveva, nel manico cesellato d'un coltello da tavola, da cui si strappava la lama, un altro biglietto d'una principessa romana, amica sua, in cui lo pregava a votare e far votare pel cardinale Mastai[56].

La lama di coltello vinse la bottiglia di Champagne; e la parte riformatrice del Sacro Collegio votò compatta pel Mastai-Ferretti con 36 voti sopra 51. Le premeva di non lasciar giungere cardinali avversari. E infatti il cardinale Gaisruck passava in quel giorno i confini della Toscana. Aveva in tasca l'esclusione austriaca pel cardinale Mastai. Quante cose diverse al mondo se il cardinale Gaisruck fosse partito da Milano un giorno prima!

Il nuovo papa Pio IX giustificò subito, coi suoi primi andamenti, le speranze che la sua elezione aveva destate. Riforme, amnistie, larghezze di stampa e di riunione, parole di pace e di progresso che uscivano da quelle labbra, da quelle sale, risuonavano per tutta la penisola e afforzavano dappertutto il programma dell'indipendenza e delle riforme interne. In sei mesi, Pio IX era l'uomo più popolare d'Italia; non v'era angolo di paesuccio dove il suo ritratto non fosse appeso alle pareti; non v'era donna o fanciullo che non portasse medaglia o anello o ciondolo coll'immagine sua. Tutto si faceva coll'invocazione, sotto il patrocinio di Pio IX; e nulla può dare un'idea del fremito di emozione che corse dalle Alpi all'Etna, quando s'udì che dal Vaticano il Pontefice aveva detto ad alta voce: _benedite, gran Dio, l'Italia_.

Fu un terribile quarto d'ora pel vecchio e cocciuto principe di Metternich, il quale diceva al marchese Ricci, inviato sardo: che al mondo aveva tutto preveduto, — tranne un Papa liberale. Proprio questa tegola gli cadeva sul capo; ed egli non potè renderne men grave il colpo. Mandava a Roma esortazioni e ammonimenti che il cardinale Gizzi, Segretario di Stato, riponeva sotto il calamajo. Sperando meglio dall'antica violenza, ordinò al maresciallo Radetzki di occupare la cittadella di Ferrara, come avvertenza minacciosa di non lontano intervento. Fu peggio che mai. Protestò virilmente il Papa; protestò la diplomazia; Carlo Alberto offerse le sue truppe a Pio IX, per respingere gl'invasori; principi e popoli italiani furono d'accordo contro l'Austria e a favore del Papa; Radetzki dovette sgombrare la cittadella occupata, e questo nuovo scacco della politica di reazione finì di eccitare al più alto grado l'entusiasmo delle popolazioni.

Allora si produsse in Lombardia un fenomeno, che non ha il suo simile nella storia. Un popolo schiavo che diventa libero per la forza della sua fiducia. Una città che diventa un sol uomo; e quest'uomo che diventa un fanciullo, colla sua spensieratezza, col suo coraggio, colla sua innocente allegria.

Quella gran potenza dell'Austria faceva ridere. Se ne burlavano i monelli nelle strade, la sfidavano spose e fanciulle dai loro balconi o nei ritrovi pubblici. Ogni giorno se ne inventava una. Dopochè la religione aveva sanzionata la politica di liberazione, e il clero milanese s'era unito di cuore ai propositi ed ai preparativi della popolazione, tutto parve lecito, nessuna cosa imprudente o impossibile.

Un giorno veniva da Roma notizia di qualche liberalità del Pontefice, e le signore comparivano subito in teatro coll'abito bianco e giallo. Era la notizia della costituzione di Napoli? tutti gli uomini portavano in un batter d'occhio il cappello alla calabrese. La polizia proibiva i cappelli, e tre giorni dopo tutti vestivano abiti di velluto-cotone della fabbrica di Vaprio. Che cosa voleva dire? nulla; ma la polizia se ne inquietava ed era una ragione per farlo. Chi desse queste istruzioni, chi regolasse queste dimostrazioni, non si sapeva e non si cercava di sapere. Erano nell'aria, nell'istinto, nel cuore. Uno sconosciuto vi mormorava nell'orecchio: domani a Porta Nuova, e si andava a Porta Nuova; vi mettevano nelle mani un bigliettino: stasera in piazza del Duomo, e la piazza del Duomo si stipava di gente. A far che? non sempre lo si sapeva; nulla, molte volte; ma questa concordia di voleri, questa facilità di comunicazioni e di diffusione era una gran disciplina. Bisognava pure sapere se ad un dato momento, se nell'ora del bisogno, del pericolo, i direttori di una rivolta avrebbero potuto contare sulla popolazione, sull'attitudine sua a moversi, a credere, ad ubbidire. A ciò giovavano le _dimostrazioni_. E chi le pensava o le dirigeva — se erano pensate o dirette — compieva ufficio serio e patriottico; esercitava a manovre senz'armi un popolo a cui presto le armi dovevano darsi.

Per non so quale costituzione italiana, si disse un giorno che la domenica successiva bisognava andar tutti in Duomo all'ultima messa. La polizia fece spargere voce che avrebbe mandato travestiti trecento satelliti, i quali, al menomo grido, avrebbero menato le armi a dritta e a sinistra. Forse diecimila cittadini si assieparono in Duomo, un migliajo di donne, nobili e popolane; e sulla piazza, dinanzi al palazzo vice-reale, erano puntati i cannoni, intorno e dinanzi ai quali si fermavano, con disdegnosa noncuranza, i cocchj dei _dimostranti_.

Il governo fremeva; aveva soldati e bombe e forche e guardie di polizia, e non riusciva ad impedire una dimostrazione, a spaventare un monello. Domandava a Vienna che cosa si dovesse fare, e da Vienna rispondevano, meravigliandosi che non sapesse fare. Voleva trovare ad ogni costo il _Comitato_ che metteva in tutto questo subbuglio la città. Si disse allora — o probabilmente un bello spirito immaginò — che un cittadino, affermando ad un commissario di polizia la sua conoscenza dei segreti del Comitato, lo avesse condotto sulla guglia del Duomo, e di là, mostrandogli il circuito delle mura, gli avesse detto: eccovi il Comitato! Si stampavano e s'introducevano libri, pubblicazioni, che il governo sapeva distribuite a migliaja e che non riusciva a sequestrare. Le poesie del Giusti, gli scritti del Mazzini, del Guerrazzi uscivano da tipografie clandestine. Il _Nipote del Vesta-Verde_ creava a un linguaggio convenzionale che gli Austriaci non capivano e che al popolo dava tono e speranze. Il Correnti scriveva _l'Austria e il suo avvenire_, il Torelli i _Pensieri sull'Italia_ (Anonimo Lombardo), Anselmo Guerrieri, _l'Austria e la Lombardia_, Luigi Sala intimava, in un opuscolo _Un ultimo consiglio all'Austria_, le condizioni a cui avrebbe potuto il movimento rivoluzionario rallentare del suo cammino e della sua energia.

E il governo non sapeva nulla, non trovava nulla. Arrestava a tentoni, sbandiva ora l'uno ora l'altro, credendo di colpir giusto. Frugava nomi tra la borghesia e la nobiltà; ora mandava a domicilio coatto Ignazio Prinetti e Manfredo Camperio; ora deportava il conte Rosales, il marchese Soncino, il principe Falcò.

Ma il _Comitato_ non si trovava; le dimostrazioni continuavano; i monelli crescevano d'audacia e d'impunità. Sulla porta della casa Arconati, dove abitava il maresciallo Radetzki, s'era scritto, proprio a ridosso della sentinella: _appartamento d'affittare_; ogni notte _l'Uomo di pietra_ era fregiato di motteggi e di _bosinate_; _infamia a Bolza_, fu trovato una mattina inciso in pietra dinanzi alla porta della sua casa; da un balcone di un palazzo disabitato sul corso di Porta Romana penzolò per molte ore un pomo appeso ad un filo, colla leggenda sopra un cartello: _il pomo è maturo_.

Gli studenti liceali erano oggetto di molta sorveglianza; ma era materia difficile a plasmare. Un giorno, nel liceo di Porta Nuova, compare con gran solennità il conte Folchino Schizzi, Direttore delle Scuole; Achille Mauri, che faceva la sua lezione, cessa di parlare senza scendere dalla cattedra. E noi zitti e attenti. Il conte Schizzi, dopo un preambolo, ci spiega che il governo non può approvare, — probabilmente per le condizioni dell'Europa — l'abitudine da noi presa di portare la fibbia del nastro dei nostri cappelli a sinistra piuttosto che a dritta. In un baleno le fibbie furono slacciate e i nastri piovvero a dozzine sul pavimento. Il conte Schizzi si ritira in buon ordine. Ma il giorno dopo s'era inventato di portare il cappello senza nastro e di strisciare a rovescio una parte del pelo, in modo da sembrare una piuma. La polizia s'inquietò ancora di queste piume. Rinunciammo ai cilindri e adottammo il cappello all'Ernani. Si sarebbe continuato così per mesi ed anni.

I giovani, a cui l'esperienza odierna dei pubblici affari è stata maturata dalla fortuna di libertà già fatte e di più facili studj, potranno certamente sorridere di queste politiche e di questi entusiasmi. Ma gli uomini che vi sono passati attraverso, colla coscienza di aver preparato con quegli entusiasmi la possibilità delle future politiche, una cosa sola desidererebbero: poter cambiare qualche anno di vita con una settimana di quella sublime spensieratezza; con un giorno di quella forte voluttà della patria, cui nulla allora turbava, — nè tarlo di sfiducia, nè ire implacabili di fazione, nè presagio d'incredibili indifferenze.

Stanca di far ridere, l'Austria cercò di far piangere. E vi riuscì. Quello a cui non riusciva mai, era d'impedire, di trattenere.

In tutto l'anno 1847 di collisioni sanguinose non v'era stata che un'occasione, l'8 settembre, quando si celebrò con grande solennità civile e chiesastica l'ingresso dell'arcivescovo Bartolomeo Romilli.

Il cardinale Gaisruck era morto alcuni mesi prima; austriaco di nascita e di convinzioni, ma uomo assennato, benevolo, conciliante, largo nelle idee religiose e nel consorzio sociale. Lo si diceva, — con fondamento — figlio illegittimo dell'imperatore Leopoldo; certo del padre aveva le tradizioni prudenti e riformatrici nelle questioni ecclesiastiche. Voleva i preti in chiesa; avverso ai conventi, che nella sua diocesi, finchè visse, non lasciò pullulare, teneva in casa sua riunioni settimanali, di uomini e di signore. Migliore nel complesso del successore suo; ma questi era italiano, era nominato da Pio IX; bastava perchè destasse senz'altro l'entusiasmo o le forme pensate dell'entusiasmo. L'illuminazione, la folla, le grida diedero sui nervi alla polizia. _Viva il Papa_, era allora un grido fazioso, ma era quello che sopratutto i popolani ripetevano con maggiore frequenza. Il direttore generale Torresani se ne aperse coll'antico stromento d'ogni iniquità poliziesca, il conte Bolza. Questi era uomo spregevole; padre di famiglia, viveva in concubinato e lasciava che la moglie si procurasse compensi; spartivano gli utili. Il governo austriaco se ne serviva, ma lo dipingeva sinistramente; in un rapporto, trovato in seguito, fra gli atti della Direzione generale di Polizia si dice di lui: “Suo idolo è il danaro, da qualunque parte venga, poco importa; napoleonista fanatico sino al 1815, dopo, austriaco in egual grado, e domani turco, se entrasse Solimano in questi Stati; capace d'ogni azione, tanto contro il nemico, quanto contro l'amico; non si conosce la sua morale nè la sua religione.„ Turco non divenne, perchè Solimano non era venuto; ma è morto vecchissimo, pochi anni fa, a Menaggio, in odore di repubblicano.

Il Bolza era però uomo risoluto e non recedeva da nulla. Appostò parecchie dozzine di satelliti nel cortile dell'arcivescovado, e quelli, ad un ordine dato, uscirono sulla piazza Fontana e calarono sulla folla fendenti di daghe. La folla, inerme, reagì; l'arcivescovo, inorridito, scese tra il popolo a rimpiangere, a benedire; e la scena si ripetè per due giorni. Parecchi rimasero feriti, uno fu morto. Il municipio denunciò i fatti al Governatore, protestò altamente contro i soprusi della polizia. S'incoarono processi contro arrestati, e i processi finirono, — pure essendo tribunali austriaci — colla condanna di agenti di polizia.

Nel complesso, quei fatti non ebbero altra conseguenza che di stringere in maggiore solidarietà le masse popolari coi patrizj e coi borghesi, di rendere più intenso ed universale il proposito della rivoluzione.

Visto che quel sangue non era bastato, si deliberò versarne in maggior copia. E poichè della polizia trionfavano i tribunali, entrò di mezzo l'esercito ad assumere francamente il cómpito dell'assassinio.

Il maresciallo Radetzki da lungo tempo domandava sussidio di truppe e poteri militari straordinarj, per sostituire quella che gli pareva fiacca politica dell'autorità civile, del Governatore, del Vicerè. Si vantava che avrebbe fatto rinnovare a Milano le stragi di Tarnow; e infatti s'era inviato a Pavia per contenere gli studenti il colonnello Benedek, trucemente mescolatosi in quelle stragi, e a Brescia si mandava un giudice Breindl, fratello al noto carnefice degli insorti polacchi.

Ma il Metternich si baloccava in dispacci. Aveva pensato e scritto per quarant'anni che gl'Italiani erano impotenti a battersi, e non voleva all'ultima ora ammettere d'essersi potuto ingannare. Per far qualche cosa mandò un diplomatico, il conte di Ficquelmont. E se ne attendeva _mirabilia_. Sono veramente miserabili le istruzioni che dettava, in circostanze così imponenti, il principe di Metternich. Al Vicerè scriveva essere chiaro che “le Gouvernement lombardo-vénitien reste paralisé s'il lui manque l'élément politique et diplomatique. Il fallait donc offrir à Vôtre Altesse le concours de la diplomatie, et c'est pour cela que le comte de Ficquelmont a été mis à votre disposition. Je n'aurais pas pu faire un meilleur choix.„

A questo inviato poi, che doveva essere il _tocca e sana_ del Governo lombardo-veneto, dava norme e informazioni meravigliose per ingenuità. Lo incaricava, a quei lumi di luna, di “chercher à faire rentrer le Piémont dans notre alliance.„ Trovava tutto il guajo in due cose: _l'influence du club des Lions e le manque d'action gouvernementale chez ceux qui sont chargés de gouverner_. Dichiarava che se avesse governato a Milano, non avrebbe esitato — coraggio antico — a chiudere il club; e, quanto al secondo guajo, ordinava con un decreto una Conferenza giornaliera a Milano, composta del Vicerè, del Ficquelmont, del generale Wratislaw, del Torresani e del barone Salvotti; metteva questa Conferenza in relazione diretta con un'altra che si teneva a Vienna sotto la presidenza del conte di Hartig. E, avendo così regolato con due organismi burocratici _l'action gouvernementale_, credeva d'essersi liberato della rivoluzione.

Questa intanto aveva preso, dalla missione stessa del Ficquelmont, un avviamento anche maggiore. Agli antichi centri d'agitazione patriottica, della borghesia, del patriziato, del clero, dei popolani, se n'era aggiunto un altro, l'ultimo al quale si avrebbe potuto pensare, l'unico che mancava: l'alta burocrazia, il partito conservatore. L'Austria non aveva più nessuno per sè.

Alla Congregazione Centrale, larva rappresentativa di città e di provincie, che aveva posto e grado e uniforme di magistratura governativa, un bergamasco, il consigliere Giovan Battista Nazzari presentò formale istanza perchè “scegliesse una Commissione, composta d'altrettanti deputati quante sono le lombarde provincie, incaricata di redigere un rapporto sulla condizione del paese e sulle cause del malcontento del popolo.„ Come si vede, la proposta era discreta. Una Commissione! quante non se ne nominano al dì d'oggi? Pure, la situazione era così piena di brage, che l'atto parve audacissimo e destò un altro entusiasmo. La Congregazione Centrale accolse subito la proposta; le Congregazioni speciali delle varie provincie vi fecero adesione; il Governatore tentò invano di snaturare la proposta; Nazzari tenne fermo, e al suo domicilio furono portati quattro mila biglietti di visita. Il maresciallo Radetzki dichiarò che quei quattro mila biglietti esigevano quaranta mila soldati.

La mozione, discussa e votata dalla Congregazione Centrale, conchiudeva a quella domanda di Costituzione speciale pel Lombardo-Veneto che il generale Bellegarde aveva promesso fin dal 1814 e che era stata così slealmente dimenticata.

Ma il principe di Metternich aveva, sulla questione lombarda, altre idee. Scriveva al conte di Ficquelmont[57]: “Voulez-vous un jugement de ma part que vous n'avez peut-être point encore entendu prononcer, et qui, à mon avis, renferme la vérité sur l'une des grandes fautes commises par notre Gouvernement dans ses relations avec ses administrés italiens? vous le trouverez dans ce peu de mots: “Nous les avons _ennuyés_.„ Le peuple qui veut le _panem et circenses_ ne veut pas être _ennuyé_. Il veut être _gouverné_ avec une main ferme et _amusé_.„

E per tradurre in pratica un programma così solennemente annunciato, il principe di Metternich e il conte di Ficquelmont deliberavano la grave risoluzione politica di mandare a Milano.... Fanny Elssler, prima ballerina nel teatro alla Scala.

A questa gran macchina politica rispose uno dei soliti inviti anonimi, di cui amiamo citare un brano perchè ci riconduce nel più fitto di quel singolare movimento:

AI MILANESI.

“Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal teatro alle rappresentazioni dell'Elssler. Cedete il luogo ai Tedeschi che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L'Elssler fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non il sacrificio del nostro decoro. Perchè non si possa dire: i Milanesi furono vinti dai vezzi di una ballerina, è necessario esserne lontani. La silfide può diventare una sirena ed ammaliarvi. Il silenzio di mille può essere guasto dall'applauso di pochi.„

È inutile soggiungere che il consiglio fu rigorosamente rispettato. La Elssler danzò ad esclusivo uso e consumo degli ufficiali austriaci. L'impresa della Scala fu una delle prime vittime del patriotismo. In una di quelle sere non s'aprirono che quattro palchi e si fecero nove biglietti. Una sera soltanto, gran folla e grande allegria; tutti i palchi pieni di dame. Gli ufficiali austriaci non sapevano che pensare di questa novità; — era giunta la notizia dell'insurrezione di Palermo. Il teatro tornò vuoto il giorno dopo.

Fu ai primi di gennajo che il dramma volse a tragedia.

La dimostrazione escogitata pel primo giorno dell'anno era di carattere più serio delle altre. Bisognava astenersi dal fumare, per danneggiare anche ne' suoi cespiti più vitali la finanza degli oppressori. L'invito che a quest'uopo era stato diramato s'appoggiava ad argomenti curiosissimi. Diceva fra le altre cose: “mal s'addice il fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d'Italia.„ La rettorica fu perdonata al _Comitato_ in grazia della politica. Non era un pensiero nuovo. Già fin dal 1760 in Lombardia s'era adottato per alcuni giorni questo partito per dimostrare l'antipatia che suscitava la Ferma Generale. In America, la rivolta delle colonie inglesi era appunto cominciata con un'agitazione di questa natura, astenendosi di prendere il thè per non pagare la gabella che lo aggravava. In ventiquattr'ore, come al solito, il nuovo espediente fu conosciuto in tutta la Lombardia, e dappertutto, come al solito, vi si obbedì. Vecchi ed ostinati fumatori buttarono sulla via le loro provvigioni di zigari e da un'ora all'altra quella che pareva abitudine impossibile a sradicarsi completamente cessò.

Più che il danno, l'ira tolse ogni lume di moderazione alle autorità militari. Senza accordi nè col Fiquelmont, nè col Governatore, nè col Vicerè, trattarono Milano come paese di conquista. Il primo giorno, si limitarono a fare sfoggio di zigari sulle labbra dei loro ufficiali. A questi la moltitudine non si oppose; erano le persone in abito civile che s'invitavano, prima colle buone, poi colle brusche, a gettare lo zigaro. Solamente a un atto provocante di un giovane capitano, uscito da magnanimi lombi, che sulla porta di un caffè[58] affettava di cacciarsi in bocca tre o quattro zigari, fu risposto con una ceffata che ruppe fra i denti gli zigari al petulante ufficiale. Era il conte Gustavo di Neipperg, figlio di quell'Adamo Adalberto, conte di Montenuovo, che trent'anni prima aveva consolato de' suoi omaggi la moglie, non ancor vedova, del prigioniero di Sant'Elena.

Il secondo giorno, torme di sgherri travestiti, di canaglia uscita dalle prigioni, percorsero, provocando, le vie, a zigaro acceso, gettando il fumo negli occhi ai passanti. Alcuni si schivarono, altri reagirono; vi furono baruffe, arresti, ma tutto finì senza sangue. Al terzo giorno, si sguinzagliarono le torve brutalità. Lo Stato Maggiore distribuì trentamila zigari alla guarnigione; poi, venuta la sera, lanciò granatieri, croati, ussari, dragoni per le vie della sventurata città, con istruzione di fumare, di obbligare altri a fumare, di provocare, di usare delle armi. Si può immaginarsi che risultati doveva produrre in quei cervelli ottusi, in quei corpi ebbri, il consiglio d'essere turbolenti, — il disordine imposto in nome della disciplina.

Fu una terribile sera, il cui ricordo, oggi ancora, a 38 anni di distanza, ci scuote l'animo come la visione di una tregenda.

Quei cittadini passeggiavano tranquilli, colle spose al fianco, coi bimbi innanzi, sui noti selciati pacificamente percorsi da quarant'anni. Irrompevano soldati, a due, a dieci, a cinquanta insieme raccolti. Uscivano da un vicolo, da una bettola, affrontavano, inseguivano, gridando, agitando braccia, sguainando sciabole, bestemmiando. Le famigliuole fuggivano, le botteghe si chiudevano, le lampade municipali illuminavano di fioca luce la scena. E in quella semi-oscurità accaddero cose orrende. Giovanetti che si vollero obbligare ad accendere uno zigaro, e che, resistendo, vennero colpiti di bajonetta; uomini inoffensivi, padri di famiglia, operaj che tornavano dal lavoro, inseguiti, gettati a terra, percossi di piatto e di punta. Il terrore faceva fuggire alcuni, l'ira e il coraggio facevano resistere altri. Ma erano inermi contro armati, pochi contro molti. La zuffa era breve. Poi s'udiva lontano, dal fondo della via, sorgere e crescere un romore noto e pauroso: la cavalleria. E questa giungeva a galoppo, spazzava le contrade, calpestava i caduti, feriva di lancia chi non era pronto a schermirsi. Poi, i dragoni dai mantelli bianchi si allontanavano, e restavano sulla via deserta, oscura, i poveri feriti, i poveri morti.