Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici

Part 11

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Dopo le amnistie imperiali, erano ritornati in patria, oltre i prigionieri dello Spielberg, altri milanesi distinti che le persecuzioni di polizia avevano per alcuni anni costretto a vivere o a Parigi o a Londra o a Ginevra o a Bruxelles. I Battaglia, i Majnoni, i Rosales, Ignazio Prinetti, Francesco Arese, avendo vissuto lungamente nei centri maggiori della società politica europea, portavano a Milano le impressioni ultime e vere del loro esiglio; un desiderio cresciuto di far partecipare la loro patria ai vantaggi di quella vita larga e intellettuale a cui s'erano avvezzi; e insieme l'intonazione di una politica non meno rivoluzionaria ma più moderata, di quella politica che essi avevano veduto riuscire in Francia e nel Belgio a conciliare le guarentigie della monarchia con quelle della libertà.

Fra questi due gruppi principali d'azione, di cui l'uno penetrava colle sue influenze tutta la parte viva e popolare della città, l'altro avvinceva alla causa dell'indipendenza i potenti interessi e le vaste aderenze interne ed estere dell'aristocrazia lombarda, tenevano una situazione speciale due notevoli individualità, due uomini indipendenti allo stesso modo, ma per diversa ragione, da organismi compatti, — Carlo Cattaneo e Cesare Correnti.

Ingegno facile e largo, indole simpatica piena di scatti, di seduzioni, di entusiasmi e di mobilità, scrittore vibrato ed efficace di proclami, di opuscoli, di bollettini e di almanacchi, dai quali l'opportunità politica e il pensiero patriottico uscivano di mezzo a frasi nuove, a concisioni nervose, a mistiche oscurità e ad audaci eleganze, Cesare Correnti s'era buttato di buon'ora nel movimento e vi stava come uomo determinato a non uscirne senza vittoria. Amico a moltissimi, esercitava su tutti un ascendente che alcuni accettavano dall'ingegno, altri dalla vivace parola, altri da un'attività giunta allora al suo colmo. Che avesse un programma ben definito, nessuno lo saprebbe dire; forse l'ingegno coltissimo non lasciava nascoste a lui le difficoltà che ogni programma in quei giorni presentava e che altri non osava neanche studiare. Ad ogni modo, voleva fortemente l'indipendenza, la rivoluzione; e questo contribuì forse ad accrescere la sua influenza e la sua popolarità; perocchè la gran massa della popolazione, per una certa spensieratezza generosa che fu il carattere distintivo di tutta quell'epoca, costringeva volentieri ogni programma nella sola formola del _mandar via gli Austriaci_.

Questa conformità, non facile ad ottenersi, fra un uomo di pensiero e una folla di azione, fece del Correnti in quei giorni la personificazione più complessa del movimento. Se la rivoluzione del 48, contro la natura sua e la spontaneità de' suoi scoppj, avesse potuto darsi il lusso di un capo, forse sarebbe stato lui. Certo s'è ben lontani dal poter dire che abbia fatto ogni cosa, ma nessuna cosa importante s'è fatta senza di lui. I vecchi si fidavano del suo ardore, i giovani della sua dottrina. Quella stessa natura di letterato e d'artista, che lo rendeva schivo di politiche rigidità, lo metteva in grado di stare con molti e di agire su tutti con intento di accordo e di cooperazione. Fra il caffè della Peppina e quello della Cecchina era il vincolo naturale, la transizione più utile e più accettata. Coetaneo e condiscepolo degli uni, coi quali aveva divise, sui banchi universitarj, le aspirazioni della _Giovane Italia_, era accettissimo agli altri, per l'ingegno elegante e per le intime relazioni personali che aveva contratte coi Giulini, con Alessandro Porro, con Francesco Visconti-Venosta. E se agli uni portava l'assicurazione che il programma albertista non avrebbe impedito alla nobiltà milanese di spendere denari e sangue per la battaglia nazionale, garantiva altresì agli altri che nessun vincolo di setta avrebbe frastornate quelle combinazioni che portassero aiuto di armi fraterne e di monarchie militari a un popolo desideroso di combattere e incapace di eccessi. Negli ultimi tempi, questa azione sua, giovata man mano da altri elementi, da altre giovani e simpatiche individualità, da Enrico Besana, da Francesco Simonetta, da Manfredo Camperio, da Luciano Manara, era giunta a risultati completi; sicchè i due centri d'agitazione patriottica si erano, per così dire, fusi in uno solo; o, meglio, s'erano sminuzzati e moltiplicati in altrettanti sub-centri, che, pure annodandosi a quei due principali, assumevano ciascuno iniziative proprie e preparazioni speciali; certi tutti che qualunque impulso, qualunque energia, qualunque imprudenza, avrebbe trovato negli altri centri intera solidarietà, animi disposti ad affrontare responsabilità e pericoli, comunque creati.

Tutt'altra attitudine aveva assunto, e a tutt'altri impulsi intendeva l'animo, Carlo Cattaneo.

Era uomo di vasta cultura, di molta operosità intellettuale, di carattere integro ma diffidente. Come il Correnti, era estraneo a spiccati sodalizj politici; ma mentre il Correnti lo era perchè avrebbe bramato essere con tutti d'accordo, il Cattaneo ne rifuggiva perchè persuaso di avere con pochi solidarietà di opinione. Questi pochi si radunavano la sera da lui: discorrevano molto di scienza e meno di politica; erano gente di studio, piuttosto che di azione; antichi scolari di Gian Domenico Romagnosi, filosofi, economisti, giuristi, innamorati di cultura pubblica e di quesiti morali, ma che un certo orgoglio d'intelletto teneva in parte disgiunti dalle impressioni vivaci ed ingenue a cui la moltitudine si abbandonava con giovanile ebbrezza.

Politicamente, il Cattaneo era agli antipodi da Giuseppe Mazzini. Dove questi voleva unità d'Italia, congiure, impeti di popolo, idealità generose, ma sfumate, di educazione patriottica, quegli voleva ordinamenti di Stati piccoli, energie amministrative sostituite a slanci rivoluzionarj, svolgimento di questioni pratiche e di interessi positivi, di canali irrigatorj, di legislazione commerciale, di finanze precise.

Sulla questione di repubblica o di monarchia, il Cattaneo non aveva allora rigidezza di accentuazione. Vi fu un'epoca, dopo l'amnistia del 1838, in cui parve fortemente inchinevole ad accettare istituzioni autonome e liberali da un principe della dinastia d'Absburgo. E da alcuni articoli suoi sugli _Annali Universali di Statistica_ e sul _Politecnico_ questa disposizione si lasciava, tra il prudente viluppo delle frasi, chiaramente additare. In uno scritto, p. es. del marzo 1839, intorno alla piazza del Duomo, che cominciava a ventilarsi dopo l'incoronazione dell'imperatore Ferdinando, scriveva con uno spirito da cui ogni aspirazione repubblicana pareva esclusa: “Il nome di _regno_, sovrapposto alle ristrette signorie dei tempi andati, divenne una parola di riordinamento e di concordia; e la Corona Ferrea, non più controversa reliquia d'età remote, divenne già due volte, fra i penetrali del Duomo, segno vivo di forza e di unità.„ Non vi pare di udire un Crispi di quarantasei anni fa, esclamare colla stessa inspirazione di patriotismo: _La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide?_ Delle due volte in cui questa Corona Ferrea era stata, secondo il Cattaneo, _segno vivo di forza e di unità_, una volta s'era posata sopra un capo francese, l'imperatore Napoleone; ma l'altra non s'era posata che sopra un capo austriaco; o Giuseppe II, o Ferdinando I; due epoche diverse, ma una sola dinastia. Rincarava poi sulle stesse idee e sulle stesse disposizioni, soggiungendo: “Una piazza del Duomo, degna del tempio e della città, e del più bello ed ubertoso fra i regni d'Europa, è divenuta un desiderio universale. E la rappresentanza civica interpretò questo pubblico voto, deliberando appunto di aprire una piazza del Duomo e d'inaugurarla col nome del Principe regnante e a memoria del giorno solenne nel quale assunse la nostra nazionale Corona.„

Gli è che veramente, più della repubblica o della monarchia, l'idea politica fondamentale del Cattaneo era lo Stato piccolo, la federazione, l'autonomia. Spirito liberale per eccellenza, gli pareva di scorgere nelle grandi agglomerazioni politiche un pericolo per gli svolgimenti individuali, e, tenero di questi, contro quelle diventava feroce. Non si avvedeva che, restando largo nella questione scientifica, diventava angusto nella questione politica; poichè tutta l'Europa andava di corsa verso le grandi unità, e a non voler inaugurare programma di reazione contro l'indirizzo europeo, bisognava necessariamente, non opporsi ai grandi Stati, ma cercare i modi di far camminare i grandi Stati colle ragioni della libertà.

Si capisce come, dominato da questi concetti, il Cattaneo vivesse, nei mesi che precedettero le cinque giornate, sotto la tenda. Non aderiva alla parte democratica che voleva l'unità mazziniana; non accettava dalla parte aristocratica il progetto del regno dell'Alta Italia.

Forse si gettò alla repubblica per odio di questo; poichè era veramente odio l'opposizione ch'egli moveva a tutto quanto sentisse di albertismo, di piemontese, di unione territoriale coi paesi al di là del Ticino. Nessuno discuteva con maggior passione di lui certe questioni irritanti, su cui si cercava allora da tutti di scivolare: monarchia o repubblica, fusione immediata o dilazione, Statuto o Costituente, Milano o Torino. Pareva che preferisse, per una certa asprezza dell'animo, ingrandire d'un tratto tutte le difficoltà d'una soluzione ch'egli era impotente a sostituire.

S'era fatto da ultimo il vero patrocinatore, il capo d'un programma municipale, d'uno Stato Lombardo, tutt'al più d'uno Stato Lombardo-Veneto. Era ammiratore dell'antico Regno d'Italia, su cui aveva cognizioni nette e profonde, e il suo ideale dell'avvenire non si allontanava molto dall'ideale di quel passato. Il Piemonte in quel passato non entrava e però non trovava posto nel suo avvenire. Quando scoppiò, come un fulmine, l'insurrezione milanese, egli stava scrivendo il primo numero di un giornale, che intitolava _Il Cisalpino_. Perfin col nome voleva affermare la risurrezione di una compagine territoriale, in cui soltanto egli vedeva tradizioni buone di jeri e speranze migliori per l'indomani.

Chiediamo scusa se ci attardiamo intorno a questa fisonomia, che fu a quell'epoca una delle più discusse, e che fu più tardi una delle più ammirate. Appunto perciò ci pare che meriti quello studio largo a cui gli uomini superiori hanno diritto. Giacchè non è uno dei fenomeni meno strani che hanno segnalato la rivoluzione delle Cinque Giornate, questa metamorfosi che ha prodotto nell'organismo politico di Carlo Cattaneo. Ha trovato un uomo calmo, a istinti pratici, scrittore moderato sotto governo autocratico, l'ha lanciato per alcuni giorni in una specie di fornace ardente, e ne lo ha tratto scrittore furibondo contro governo liberale, uomo politico a forti passioni, consigliero insieme al Mazzini di audacie nazionali, che un patriota non dubbio come Giorgio Pallavicino dovette combattere, che un uomo come il generale Garibaldi dovette respingere come eccessive[52].

Non si potrebbero veramente credere usciti dalla stessa penna e dallo stesso ingegno gli scritti anteriori al marzo 1848 e alcuni degli scritti suoi posteriori, segnatamente quell'opuscolo sull'_Insurrezione di Milano_, che fa così grave torto alla serietà ed all'equanimità del suo criterio politico.

Negli scritti della prima fase è un ingegno pieno di pensieri; che li svolge con logica vigorosa e mirabile chiarezza di esposizione; che trae dalla scienza europea tutto il meglio ed il nuovo, lo assimila con potente elaborazione, e lo riassume pe' suoi concittadini in opuscoli ed articoli di rivista, certo i più efficaci e i più attraenti del tempo suo. Nella seconda fase è uno scrittore pieno di violenza, che pare abbia perduto il senso delle cose vere e dei fatti possibili; un uomo a cui la foga della passione ha fatto obliare i caratteri che distinguono dal libello il dolore patriottico. Nella prima fase è un benemerito educatore del pubblico; da cui la generazione contemporanea impara a staccarsi dagli antichi metodismi scientifici e a coordinare tutte le conquiste intellettuali ad un nesso civile e patriottico; nella seconda fase, par diventato l'eco d'ogni volgare aberrazione, il fantastico interprete di quelle illusioni e di quelle millanterie politiche, verso le quali affettava negli anni antecedenti un disdegno intellettuale niente dissimulato.

Quale fu la genesi, l'evoluzione di questa mente preclara, or troppo solitaria, or troppo cacciatasi nella folla?

Certo il Mazzini, per esempio, non iscrisse nulla che rasenti contro Carlo Alberto il linguaggio a cui s'è creduto autorizzato il Cattaneo. Il Mazzini, che nella sua famosa lettera a Carlo Alberto gli aveva promesso d'essere nella liberazione d'Italia insieme a lui, ripeteva anche nell'autunno del 1848, che se il Piemonte riprendeva la campagna, lo avrebbe aiutato. E con ciò dimostrava, da uomo politico superiore, di non credere a tutta quella leggenda d'intrighi, di viltà e di tradimenti, che intorno a Carlo Alberto s'era ammucchiata, e che ricorda, per la malata credulità dello spirito pubblico, gli untori del 1630.

Invece il Cattaneo, bollente d'ira dalla prima all'ultima pagina, crede tutto o scrive come se a tutto credesse. Per lui è _inganno regio_ il passaggio del Ticino, _tradimento_ la perdita delle battaglie, _malvagia intenzione_ la venuta del Re a Milano, durante la ritirata finale. I membri del municipio, del governo provvisorio, sono _faccendieri_, _ciambellani_, _servi di Corte_; sono infidi, tentennanti, _traditori_ i generali dell'esercito piemontese. Aveva gridato il 24 marzo, giorno dell'ingresso delle truppe regie in Lombardia: _viva il Piemonte, infamia a Carlo Alberto_[53]; chiude il suo libro, nel settembre 1848 colla frase: _il Piemonte non è necessario_.

Par di sognare a leggere oggi, dopo tanta esperienza, da un uomo di tanto ingegno, così grandi fantasticherie. Parla di centomila Italiani che sarebbero venuti, senza i Principi, a combattere la guerra di Lombardia; al Comitato di Difesa, negli ultimi giorni, raccomanda come _prima e suprema di tutte le difese_, nientemeno che questo: “chiudere le porte, e rompere sotto pena di morte ogni comunicazione coll'esercito del re, lasciandolo operare nella campagna come gli convenisse[54].„ Insomma, è il linguaggio d'un uomo in delirio di rivoluzione, e tale parve a quel venerando Giovanni Arrivabene, quando s'intese dire da lui: “Arrivabene, buone nuove; i Piemontesi sono stati battuti; ora saremo padroni di noi stessi[55].„

Appare tanto più eccentrica questa implacabilità del Cattaneo contro Carlo Alberto, quando si pensa che, proprio in quei giorni, Carlo Alberto era attorniato e acclamato quasi con entusiasmo da quegli stessi patrioti ai quali sarebbe spettato il maggiore diritto, pei casi del 1821, di essere assai guardinghi nella loro amnistia. Giacinto di Collegno e Moffa di Lisio, cospiratori di quell'epoca e condannati per quella, erano ministri suoi e nella sua politica intimità. Giorgio Pallavicino, così atto per l'indole sua e per le acerbe sventure a diffidare del principe al quale s'era nel 1821 inutilmente avvicinato, patrocinava con generoso impulso l'immediata annessione delle provincie lombarde alla corona di Carlo Alberto. E Giovanni Berchet, un altro dei processati e degli esuli, l'autore delle fiere strofe che assalivano il Carignano, supplicava in quei giorni gli amici suoi perchè si stringessero intorno al severo e mistico Re, ch'egli onorava ora pel suo energico patriottismo, quanto lo aveva nel passato percosso di sospetti e di versi.

Infatti questo re, in uggia a molti, indovinato da pochi, celatosi per molti anni quasi a sè stesso, usciva dal proprio paludamento, e si presentava sulla scena, attore preparato a delusioni e a catastrofi, risoluto dopo tante esitazioni, liberale dopo tante influenze di clericato. Giacche egli pure era un patriota; e doveva darne presto la prova nella più alta misura del sacrificio. Non era una religione come il Mazzini, non era un sentimento come il Correnti, non era una dottrina come il Cattaneo; il suo era un patriottismo da principe, non meno vivo perchè si debba presentare sotto forme frenate, più difficile perchè deve affrontare maggiori responsabilità. Un principe ha naturalmente il dovere di cercare che una bandiera di libertà innalzata a vantaggio d'altri, non provochi pericoli contro l'indipendenza dei sudditi proprj. Uomini come il Cattaneo, come il Correnti, come il Mazzini potevano balzare in mezzo ad armi e a congiure, senza che una sconfitta danneggiasse di molto i paesi che spronavano a mutamenti. Un uomo come Carlo Alberto doveva badare che moti intempestivi non aggiungessero in Italia agli Stati già servi quello che i suoi maggiori avevano, nel corso dei secoli, agglomerato e difeso contro durevoli servitù.

I tempi e i documenti hanno già sparso una luce assai più benevola intorno alla parte che spetta a Carlo Alberto nel sobbalzo costituzionale del 1821. È ad augurarsi che interamente chiara riesca a produrla, nella pubblicazione che sta preparando, l'autorevole ingegno di Domenico Berti. Ad ogni modo, se quei fatti avevano reso la situazione personale di Carlo Alberto dolorosa in faccia ai liberali italiani, l'avevano anche resa in faccia all'Austria ed alla reazione europea addirittura pericolosa.

I tentativi del principe di Metternich per dare al duca di Modena, invece che alla linea di Carignano, l'eredità di Savoja, non avevano smesso un istante. Abbiamo visto prima d'ora l'acuta ed insidiosa insistenza con cui s'era cercato dal vecchio diplomatico di strappare al Confalonieri prigione qualche segreto che potesse giovargli contro il Carignano. E forse era una reazione di razza contro questi tentativi, che aveva spinto un re di puro assolutismo come Carlo Felice, a protestare contro ingerenze austriache e a riconciliarsi interamente col principe di Carignano, in quel celebre colloquio al letto di morte, il cui segreto non fu sino ad ora svelato.

Quando salì al trono, poco dopo la rivoluzione francese del 1830, gli occhi di tutti i principi italiani e di tutti i despoti europei si posarono con grande sospetto sopra di lui. L'Austria, dal Ticino, teneva l'indice pronto sull'acciarino de' suoi fucili. Carlo Alberto aveva bisogno di regnare per appellarsi alla storia contro i torti della leggenda; e regnò, ostentando in faccia a questa Europa ostile ipocriti furori di reazione, come i Borboni di Napoli avevano ostentato dieci anni prima ipocriti amori di liberalismo. La storia giudicherà quale di queste due ipocrisie abbia avuto dai fatti successivi maggiori scuse. Onde s'ebbero allora i violenti processi del 1833 e la prevalenza nelle regioni del governo di uomini freneticamente assoluti, il Della Torre, il Della Scarena, il conte Solaro della Margherita.

Ma appena la situazione europea permise qualche alito di liberalismo, e in Italia cominciò una pubblica opinione a preoccupare dei fatti proprj ciascun governo, la politica di Carlo Alberto si accentuò con lento ma sicuro cammino verso la guerra d'indipendenza.

Già nel 1838, all'epoca dell'incoronazione, Carlo Alberto non aveva voluto venire, cogli altri sovrani d'Italia, a Milano. Nel 1840, rifiutava d'inserire nella _Gazzetta Ufficiale del Regno_ una dichiarazione del governo austriaco, il quale minacciava di intervenire in qualunque territorio italiano dove scoppiassero dei movimenti. Nel 1844, diede al suo ministero una spinta liberale assai notata, chiamando a reggere gli studi Cesare Alfieri, le finanze Ottavio Revel e l'interno Luigi Desambrois, nomi che si sarebbero ripetuti con lode anche durante l'epoca statutaria. Nel 1845 iniziava contro l'Austria una lotta economica, nella quale i sali ed i vini erano pretesto per affermare con altere parole l'indipendenza della politica sarda. Nel 1846 riceveva Massimo d'Azeglio, parlandogli linguaggio italiano; e più tardi, salito Pio IX sulla cattedra di S. Pietro, scriveva al marchese Villamarina: “Una guerra d'indipendenza nazionale che si unisse alla difesa del Papa, sarebbe per me la più gran fortuna che mi potesse toccare.„ Frattanto il Gioberti, il Balbo, il Durando pubblicavano i loro libri, per allora audacemente patriottici. Ilarione Petitti e Camillo di Cavour scrivevano di strade ferrate come di avviamenti a solidanza italiana, si fondavano l'Associazione Agraria e l'_Antologia italiana_, in cui gli uomini di pensiero scrivevano e parlavano liberamente; si udivano insomma i primi rintocchi della rivoluzione.

Queste notizie cadevano l'una su l'altra sugli animi già commossi in Milano, ed ognuna aggiungeva un'esca al fuoco, un proselite al movimento. Nè soltanto le cose del Piemonte agitavano, ma fatti e notizie piovevano da ogni parte, dall'Italia come dall'Europa; nascevano in casa. Sorto il pensiero dei Congressi scientifici nelle varie città, Milano l'ebbe nel 1844; e lo presiedette, con intenti e destinazione piuttosto di politica che di scienza, il conte Vitaliano Borromeo. Molti Piemontesi erano venuti allora a Milano; il Petitti, amicissimo di Alessandro Porro, presentò ai nostri gli amici suoi, e il Brofferio fece stupire per la vivacità e la libertà dell'ingegno. I Piemontesi del 1844 fecero affatto dimenticare le diffidenze del 1821 e il programma della Cecchina cominciò a prevalere su quello della Peppina.

Poi spesseggiarono le notizie più gravi e i commovimenti di carattere europeo. L'occupazione di Cracovia e le stragi, — pensatamente provocate dal governo austriaco, — dei proprietarj polacchi, indebolivano tanto in Europa la politica del principe di Metternich quanto aumentavano la ragionevolezza delle nostre proteste e la simpatia che la nostra causa inspirava. Nella Svizzera, la guerra del Sonderbund dava trionfo agli elementi liberali, e si guardava con inconscia speranza a quelle milizie vincitrici così vicine, a quegli ufficiali così propensi a guerra di libertà. L'anno 1846 era stato, per condizioni climateriche, assai sventurato; il prezzo dei grani accennava a bisogno di classi popolari; e le nostre signore, doppiamente entusiaste per la carità e per la politica, raccoglievano denari, cucivano abiti, portavano soccorsi negli ospedali e nelle case, frammischiando alla parola del conforto quella parola della concordia ch'era nell'animo di tutti e che si rivolgeva contro un nemico impotente a trattenerla su labbra gentili.

Finalmente la morte di Gregorio XVI viene a stappare l'ultima valvola del movimento italiano. Il 13 giugno 1846 s'era aperto il Conclave e il 15 era già nominato il nuovo Papa. La pressione dello spirito pubblico era stata così viva che il consesso cardinalizio aveva dovuto ubbidirle. Quella politica papale tutta a processi, a sbirri e a sanfedisti, che era stata lo sforzo di Gregorio XVI, non poteva reggere più. Tutti lo sentivano, ma nessuno osava dirlo.

L'osò uno statista italiano, che l'ingegno suo e l'amicizia di Guizot avevano fatto ambasciatore del governo francese. Pellegrino Rossi, complimentando il Conclave, in nome del corpo diplomatico, uscì dalle forme tradizionali fino a dire “essere miserabile la situazione degli Stati Romani, gravi i falli del governo passato, urgenti i bisogni del popolo, necessarie le riforme.„ Chiuse augurandosi, in nome degli Italiani e del corpo diplomatico “che il Conclave scegliesse un uomo capace di comprendere la grandezza del tempo e la volontà delle popolazioni.„