Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 10
Del lungo martirologio di Confalonieri allo Spielberg possono avere esatta nozione tutti quelli che hanno letto i libri di Pellico o di Maroncelli o di Andryane o di Giorgio Pallavicino. Divenuto un numero, come tutti gli altri, Francesco imperatore li trattò tutti insieme coll'eguale squisitezza del tormentare[48]. Aveva nel proprio gabinetto il piano di quelle prigioni e credeva uno dei più sacri doveri dell'eccelsa dignità sua dirigere personalmente la gradazione di sofferenze de' suoi prigionieri. A lui si doveva ricorrere per aumentare o diminuire la razione di fagiuoli che si accordava ai condannati. Egli permise, dopo mesi di atroci dolori, che si amputasse la gamba a Piero Maroncelli. Ci volle un chirografo imperiale per munire il calvo capo di Costantino Munari d'una parrucca di pelo di cane. Il passero addomesticato, che era divenuto l'amico del prigioniero Bachiega, gli fu sequestrato, poi restituito, morto, per ordine dell'Imperatore. Fu egli che fece rinchiudere Giorgio Pallavicino in una cella con un matto furioso. Confalonieri pativa di asma e l'imperatore d'Austria fece togliere un cuscino disotto al capo dell'uomo che era stato ambasciatore presso di lui. La mente si confonde a pensare quanta ferocia può accumulare un odio politico nel cuore di un uomo che ha moglie, che ha figli, che prega Iddio! Perfino questo conforto del pregare era stato avvelenato al Confalonieri; ed egli, uomo di fede cattolica, dovette astenersi dalle pratiche religiose, perchè il sacerdote delle carceri ne approfittava per ispingerlo a confidenze, a rivelazioni, ad accuse contro Carlo Alberto.
Le discipline carcerarie erano vigilanti e rigorose; però gli affetti ch'egli aveva lasciato fuori del carcere si coalizzavano con efficacia ed erano riusciti a regolare un piano di fuga che aveva le maggiori probabilità di successo. Venutone a cognizione, il Confalonieri si dice avesse chiesto se al suo compagno di cospirazione e di carcere, Filippo Adryane, sarebbe pure stato concesso il mezzo di fuga. Rispostogli che la combinazione non poteva estendersi ad altri, senza certezza d'insuccesso, ricusò di approfittare solo di questo sforzo d'amici. La salute della contessa Confalonieri si aggravò del nuovo eroismo e del nuovo dolore.
Scrisse in carcere le sue Memorie; dieci fascicoli di carattere fitto che non si possono guardare senza emozione, pensando al luogo dove furono scritte e alle lagrime che avranno costato.
Le dirigeva, con affettuose parole, alla consorte Teresa, di cui certo in quegli anni avrà apprezzato l'amore più che in ogni altra epoca della sua vita.
Si struggeva dal desiderio di poterla rivedere, e lo sperava. Ma un giorno entra nel suo carcere un commissario ruvido e impettito. “Numero sette„ gli dice “S. M. l'Imperatore si degna di farvi sapere che vostra moglie è morta.„ La pagina che segue nelle sue Memorie a questo annuncio è straziante. Cessa di scrivere perchè non ha più il Nume che lo inspirava. Nelle ultime pagine, le sue riflessioni si volgono di preferenza ad argomenti spirituali. Quando Francesco muore, e il suo successore spalanca, non senza restrizioni, le porte delle prigioni politiche, Confalonieri è un uomo, come Pellico e più di Pellico, avvolto nell'atmosfera di un misticismo religioso profondo. Sicchè dovette certo suonargli gradita l'epigrafe apposta ad un libro che trovò a Gradisca, inviatogli dal suo condiscepolo e quasi fratello, Alessandro Manzoni.
“Che può l'amicizia lontana per mitigare le angosce del carcere, le amarezze dell'esiglio, la desolazione di una perdita irreparabile? Qualche cosa quando preghi; chè, se sterile è il compianto che nasce nell'uomo e finisce in lui, feconda è la preghiera che vien da Dio e a Dio ritorna. — Milano, 23 aprile 1836.„
Rispettiamo l'evoluzione di queste coscienze, che, dopo 15 anni di colloquio col proprio dolore, hanno trovato una via. Quante cose, al mondo, sembrano diverse, guardate al lume della solitudine e della sventura!
Federico Confalonieri fu, nell'ultima fase della sua vita, uomo e patriota alto d'istinti, com'era stato nella prima. Il carcere non lo aveva domato, la libertà non lo sbilanciò. Condottosi in America, vi trovò accoglienze così romorose quali non potevano convenire al suo carattere chiuso ed austero. Vi era stato preceduto da un articolo dell'_Edimbourg Rewiew_ che ne faceva altissime lodi. Più, v'era conosciuto e assai popolare il nuovo libro di Pellico: _Le mie prigioni_, la cui traduzione si leggeva anche nei più meschini abituri. Il Confalonieri fu dunque accolto con quegli entusiasmi, di cui la razza anglo-sassone non cede in alcune occasioni il privilegio alle razze latine. Lo chiamavano il _martire del miglioramento umano_; lo pregavano di benedire, di battezzare i bambini; domandavano al suo cameriere qualcuno dei suoi grigi capelli.
Il proscritto milanese si sottraeva, come e quando poteva, a simili pubblicità. Studiava, secondo l'antica abitudine, uomini, istituzioni, movimento scientifico; e v'è una sua lunga lettera, in cui parla delle nuove applicazioni dell'elettricità, e suppone, con notevole preveggenza, che questa forza debba potere in seguito adoperarsi pei trasporti e per l'illuminazione.
In America trova Pietro Borsieri, suo compagno di sventura, e lo soccorre con fraterna larghezza; trova il principe Luigi Bonaparte, che lo colma di gentilezze, e vi risponde con severo riserbo.
Torna in Europa, va a Parigi, e Luigi Filippo lo sbandisce entro ventiquattro ore dal regno, per compiacere alle richieste dell'ambasciatore d'Austria.
Questi pretendeva che il Confalonieri avesse violato uno dei patti dell'amnistia concessagli, cercando di vivere in Europa. E lasciava che questa sua accusa si diffondesse, tanto che un giornale, il _Temps_, la raccolse per conto suo e stampò un articolo abbastanza ingiusto per l'esule milanese. Il Confalonieri non accettò di sopportare in silenzio questa duplice ostilità. Scrisse al _Temps_ una lettera dignitosa per rivendicare i suoi diritti e ristabilire la verità delle cose[49]. L'incidente destò rumore; parve indegno che due governi si unissero per togliere ad un uomo la libertà del suo domicilio; e il ministero francese, spaventato dalle fiere proteste dell'opposizione parlamentare, revocò il suo decreto.
A Vichy s'incontra per la prima volta, dopo lo Spielberg, con Giorgio Pallavicino; e fra quei due uomini, così duramente provati dal destino, la prima impressione è piuttosto d'imbarazzo che di simpatia. Le origini del processo pesavano sulla loro memoria. Ma quel broncio, in terra straniera, fra due vecchi patrioti, addolorava un giovane patriota, e Carlo D'Adda si prese l'assunto di ravvicinarli e riconciliarli. Strano a dirsi, non fu il Confalonieri l'uomo di cui si dovettero vincere le esitazioni.
L'amnistia del 1838 riapre al profugo illustre le mura della sua Milano, ed egli vi trova le antiche amicizie, risaldate dal rispetto che impongono le sofferenze nobilmente patite. Trova la situazione politica migliore di quella che vi aveva lasciata; perchè la rivoluzione del 1830 ha data una nuova sconfitta alla reazione; e perchè il suo sacrificio e quello dei suoi compagni ha ingagliardita la fibra popolare, rialzando, colla virtù dell'esempio, le coscienze prostrate. L'antico prigioniero è affranto, malaticcio, solitario, aspro di umore e di carattere; ma il rispetto dei patrioti e dei giovani lo accompagna; quando passa a cavallo, dinanzi al ginnasio di S. Marta, gli scolari escono per vederlo e si scoprono il capo dinanzi a lui; Giuseppe Mazzini gli scrive: “fin dai miei primi anni di gioventù ho imparato a stimarvi e ad amarvi.... Parmi che uomini come voi debbano essere serbati non solamente a _patire_, ma a _fare_. E parmi che le occasioni non mancheranno.„
Sventuratamente, quando le occasioni vennero, Federico Confalonieri non v'era più. V'è e rimane la fama di lui, che per l'insieme dei fatti e per lo sdrucciolo delle odierne moralità politiche, bisogna sperare sia più vicina a crescere che a diminuire.
Quella generazione del 1821, resa sacra dal patriotismo, non possedeva nel suo complesso i requisiti necessari al còmpito che i tempi duri le avevano assegnato. Fra uomini colti e miti, come il Pellico, come l'Arrivabene, come l'Arconati, e giovani facilmente avventati, come il Pallavicino, il Trecchi, il Borsieri, soltanto Federico Confalonieri ebbe tutte le qualità del cospiratore, del capo di parte, dell'uomo di Stato. La generosità dell'indole sua è provata dalla grande solidità degli affetti che a molte persone superiori seppe inspirare. Dove si trovava era il primo, e nessuna gelosia turbava questa sua preminenza. Le lettere che gli scrivono Silvio Pellico, Lodovico de Breme, Pellegrino Rossi, il Mompiani, gli Ugoni sono calde di una vera amicizia. Teresa Casati crea per lui una leggenda di amor conjugale. Il Mazzini e il Manzoni lo amano di pari affetto. Alessandro Andryane gli dedica un culto idolatra. Quando i condannati camminano verso lo Spielberg, circondano lui d'ogni dimostrazione di simpatia e di rispetto. Il commissario che il conduce scrive: “sentivano essi ogni sua fisica e morale alterazione, nè di altro si occupavano che dello stato del Confalonieri[50].„
Un uomo che si concilia da persone così diverse, e in così diverse situazioni, sentimenti così profondi, doveva essere uomo di qualità superiori; la sola energia del carattere non sarebbe bastata a giustificarli. Forse le occasioni soltanto gli mancarono per essere un uomo grande. L'ambiente di compressione e l'epoca di transizione dovettero unirsi per impedirgli maggiore svolgimento di facoltà e di azione[51].
Quando il Confalonieri morì, i suoi funerali servirono al popolo ed alla nobiltà milanese di occasione per confondersi insieme sulla piazza di San Fedele e compiere la prima di quelle dimostrazioni politiche, alla cui serie doveva seguire l'ammirabile concordia delle cinque giornate. E certo quel generoso spirito dovette essere lieto nell'infinito che il suo cadavere giovasse a così fecondo suggello delle sue speranze. Era stato, vivendo, il martire; doveva essere, morendo, il profeta del patriotismo. V'è qualche sintesi a trarre, in vantaggio dei tempi nostri, dall'insieme doloroso e glorioso dei fatti che siamo venuti esponendo o riassumendo? Se v'è, potrebb'essere questa.
Per uno di quei contrasti che non sono nella storia infrequenti, sotto un regime assetato di despotismo e di vigliaccheria s'era educata una generazione di uomini forti e liberi che ci hanno preparata la patria. Ora che la patria l'abbiamo, siamo insofferenti d'ogni difetto di cose, e c'immaginiamo di poterli tutti correggere, improvvisando, contro ogni difetto, ordinamenti e decreti. Mutiamo il metodo; volgiamo l'intento nostro a fare dei caratteri e non dei decreti. Quando avremo i primi, trarremo anche da decreti mediocri effetti buoni. Ma se ci ostineremo esclusivamente intorno ai secondi, lasciando che dietro ad essi sorgano generazioni fiacche e prive di fede, avremo fatto una patria somigliante a quei busti di guerrieri a cavallo che si ammirano nelle nostre armerie medio-evali. Le corazze saranno lucide, i gambali perfetti, gli elmi eleganti; soltanto, il cavallo sarà di legno, e le brune armature nasconderanno il vuoto.
IL QUARANTOTTO E LE CINQUE GIORNATE.
Tocchiamo coi nostri studi ad epoche d'indagazione scabrosa, e più che mai sentiamo quanto sia difficile il camminare _per ignes_.
Parlare della rivoluzione del 1848 senza poterne fare la storia; ricordare fatti di uomini vivi e di uomini morti, colla certezza di non poter rendere nè a tutti i vivi, nè a tutti i morti quel giusto omaggio che richiederebbe giorni e volumi; esporre questa mezza storia e questi mezzi ricordi a giovani che non hanno sentita di quegli eventi neanche l'ultima onda, ed a vecchi, a cui non disdirebbe la frase del poeta: _quorum pars magna fui_; ecco certamente un'impresa che, come soverchia le nostre forze, così dovrebbe soverchiare il nostro coraggio.
Senonchè un altro pensiero ci risospinge; ed è che dopo avere osato evocare dal loro silenzio tanti e così diversi tipi storici milanesi, da S. Ambrogio a Federico Confalonieri; dopo avere, per quasi tre volumi, agitata la face dei dolori e delle discordie che ingemmarono il nostro passato; potrebbe sembrare una ingiustizia od una viltà il chiudere questo colloquio coi nostri lettori, senza tentare di farli rivivere, almeno per un'ora, in quella sola epoca di combattimento che fu una gloria per tutti, — in quel solo periodo, già pur troppo così lontano, in cui gli animi e i cuori dei nostri concittadini si sono trovati, per molti mesi, uniti da un solo pensiero, scaldati da un solo affetto.
L'Europa del 1886 muove per vie affatto diverse da quelle su cui ci eravamo incamminati trentasette anni fa. Quelle parole d'indipendenza, di nazionalità, di libero scambio, di fratellanza sociale, che allora ci facevano battere il cuore, sono divenute parole antiquate, idee puerili, sulle quali discende l'olimpico sorriso di compassione o di scetticismo degli uomini pratici. Oggi la nazionalità si seppellisce sotto i protocolli diplomatici di Londra o di Berlino; l'indipendenza si porta per l'Asia o per l'Africa a colpi di cannone; il libero scambio fa innalzare a regni ed a repubbliche barriere di dogane protezioniste; la fratellanza sociale si esplica, sotto repubbliche e sotto regni, cercando i modi per cui s'impedisca agli operai stranieri di cooperare coi nazionali nei prodigi del lavoro e dell'industria.
Quelle parole hanno avuto però la loro storia. Forse potranno riaverla. Ad ogni modo, è quando l'egoismo degl'interessi materiali corrode le società e “mena gli spirti nella sua rapina„ che bisogna irrigidirsi dal lato opposto e tenere alta la fiaccola degli ideali. A questi — tosto o tardi — ritornano le nazioni, quando giunge l'ora del dolore e della sventura. Allora piace intrattenersi colle nobili ombre, e trarre da nobili tradizioni la lena per rifare il cammino. E si comprende allora — tardi — come debba vedere disalvearsi presto i fiumi della sua prosperità materiale un popolo che lasci inaridire le fonti della sua morale dignità.
I.
LA PREPARAZIONE.
Fra gli abituri che il rinnovamento edilizio di Milano ha trovato sul suo passaggio e che ha irrevocabilmente sacrificato ai tardi orgogli delle vie possibilmente larghe e passabilmente diritte, pochi ormai ricordano due bottegucce da caffè, tanto modeste da non avere quasi neanche un nome proprio, e che perciò si rifugiarono dietro il nome vezzeggiativo delle singole proprietarie.
L'una esisteva dietro gli attuali portici occidentali della piazza del Duomo tra le distrutte vie del Falcone e del Cappello, e si chiamava il caffè della Peppina; l'altra stava quasi di fronte al maggior Teatro, in quel massiccio di case che si dovette abbattere per preparare il giardino dove sorge il monumento a Leonardo da Vinci, e si chiamava il caffè della Cecchina.
Chi avesse frequentato, con ispirito di osservazione, quei due bugigattoli, negli anni che corsero dal 1840 al 1848, vi avrebbe spesse volte notato due gruppi d'amici, stretti a colloqui più intimi degli altri avventori; facilmente occupati a sfogliare giornali, a commentarli vivacemente, a ricevere e leggere biglietti, a scrivere risposte, a mandare e ricevere messaggeri. E forse un osservatore superficiale, pensando alle abitudini del tempo, all'età di quegli avventori, all'ubicazione dei due stabilimenti, avrebbe potuto immaginarsi che tutta quell'attività giovanile avesse per ultimo risultato i sorrisi delle ballerine e delle cantanti che passavano dinanzi al caffè della Cecchina o di deità anche minori che brulicavano nei paraggi del caffè della Peppina.
Eppure proprio in quei due bugigattoli si venivano preparando audacie grosse, e le due società intime che avevano scelti per le loro confidenze i tavolini di quei due caffè rappresentavano su per giù due diverse scuole di movimento politico, che riunendosi avrebbero provocato la rivoluzione del 1848.
La schiera che si radunava al caffè della Peppina usciva direttamente dalle numerose fila della _Giovane Italia_; e quando v'era a dibattere qualche argomento più geloso o più pericoloso dei soliti, si trasportava nella casa di uno dei suoi più intelligenti e più risoluti centurioni, Attilio De Luigi, dimorante in una delle vie curve e deserte dell'antica Milano, S. Ambrogio dei Disciplini. Lì complottavano, con maggiore o minore efficacia, ma con intera devozione e con intero sacrificio di sè; e l'osservatore vi avrebbe potuto notare, tra gli altri, il dottor Pietro Maestri, allora direttore della Casa di Salute a Porta Nuova, e Alberico Gerli, conosciuto nelle intimità rivoluzionarie col nomignolo di _Pepe_, e due giovani, che mescolavano la matematica colla politica, Giovanni Cantoni ed Angelo Tagliaferri, e quel fiero Pezzotti, che prometteva ai compagni di uccidersi, se fosse stato arrestato, e doveva più tardi mantenere la parola; vi bazzicavano, con minore frequenza, ma con eguale attività di preparazione, un altro matematico, già più alto nella scienza che negli anni, Francesco Brioschi, e due giovani, destinati a lunga e dolorosa sanzione di patriottismo, Giuseppe Finzi e il dott. Antonio Lazzati.
La _Giovane Italia_ era rimasta ormai la sola fra le società segrete di carattere militante, dopo il naufragio che avevano fatto, colle sconfitte del 18, del 20, del 21 e del 31, i carbonari, i federati, gli adelfi. L'aveva fondata, nel 1832, un giovane, il cui nome cominciava ad essere influentissimo sugli elementi patriottici, Giuseppe Mazzini.
Di fede ardente, di vita immacolata, di pensoso ingegno e di stile concitato, il Mazzini pareva ordito veramente di quella stoffa di cui si fanno gli apostoli. Dedicatosi giovanissimo alla disciplina delle congiure, non seppe uscirne più per tutta la vita, e nella seconda parte di questa meritò il rimprovero di avere qualche volta sacrificato la realtà dello scopo all'amore del mezzo. La sua comparsa nel moto politico italiano era stata veramente una scossa di pila elettrica. Aveva dato alla società che fondava un intento assoluto di unità nazionale; programma che abbiamo visto inalberato anche trent'anni prima da pensatori e da uomini di Stato, ma a cui egli s'era buttato con maggiore speranza d'ogni altro e con quella efficacia di proselitismo che gli veniva dalla parola ardente, dall'aspetto simpatico, dall'onnipotente patrocinio femminile. Quei suoi primi pensieri, raccolti poi in tre volumi, sotto il titolo: _Scritti letterarj d'un italiano vivente_, avevano ottenuto un grande successo, specialmente fra i giovani, ai quali parevano aprire orizzonti nuovi e larghi, meravigliosamente dissimili dai metodi compassati di letteratura, di filosofia e di critica, a cui si tenevano fedeli i professori dei licei e delle università. Quei nostri giovanili intelletti trovavano a tante cognizioni vaghe, a studi pedanti, troppe volte contrastati dal bigliardo, uno scopo nuovo, imprevisto, tratteggiato con enfasi, — la patria. Non era più l'arte per l'arte. La patria era il faro a cui doveva giungere la navigazione affannosa: l'Italia una e libera, il nodo a cui si allacciavano con iscopi pratici gli studj morali, i progressi fisici, le indagini di storia e di geografia. Con questi ideali nell'animo si studiava di più, e lo studio allargava, colle simpatie pel Mazzini, l'aderenza a' suoi concetti politici, a' suoi organismi di setta.
Così cresceva l'influenza del grande agitatore genovese, che fu per alcuni anni lo spauracchio di tutte le polizie d'Europa. Uomo, che ha lasciato dietro a sè una fama assai contrastata, piuttosto, oseremmo dire, per colpa dell'ambiente che sua. Certo, la contraddizione umana non mancò in lui. Ebbe un indirizzo filosofico di alto spiritualismo, e lasciò troppe volte che dal suo labbro o dalla sua mano uscissero incoraggiamenti, diretti od indiretti, all'assassinio politico. S'era dichiarato pronto a sacrificare per l'unità della patria i suoi impulsi repubblicani, ed è morto nemico implacabile della monarchia che aveva fatto l'Italia. Passerà nella storia come un gran cospiratore che non aveva attitudini di governo, e crediamo che in questa, come in altre occasioni, la storia s'ingannerà. Il Mazzini aveva attitudini di governo; lo ha provato per pochi mesi, reggendo a Roma in situazione difficilissima, con sagacia e moderazione maggiori di quelle che gli si attribuivano. Forse anzi una esperienza più lunga di governo fu la sola cosa che gli sia mancata, per trarre interamente nell'orbita di una salutare efficacia le qualità politiche in lui sepolte sotto una mistica fraseologia. Come cospiratore, era improvvido ed impotente. Riceveva e dava confidenza, con una facilità di cui troppe volte abusarono le astute polizie. Non sapeva conservare il segreto. I suoi biglietti, i suoi indirizzi, le sue giaculatorie venivano sovente in possesso dei commissarj e dei gendarmi, prima che delle persone a cui erano dirette. Credeva ciecamente ad ogni informazione che gli dipingesse sollevamenti pronti, e se ne valeva per prepararne altrove, sulla base di queste ingannevoli cooperazioni.
È l'influenza personale di Mazzini che ha giovato alla patria; il suo ingegno pieno di slancio, il suo prestigio di esule; e soltanto una scuola fanaticamente innamorata d'ogni cosa sua ha potuto confonderne le egregie qualità del cuore e dell'animo con quegli sforzi inorganici, che erano invece il difetto o l'eccesso della sua inesperienza pratica.
A Giuseppe Mazzini l'Italia deve memoria grata e rispettosa per la vita austera, pel lungo esiglio, per l'instancabile apostolato dell'unità politica, per l'alto intento dato ai giovanili intelletti; non per le sue cospirazioni, che non sono riuscite mai, in nessuna parte d'Italia, dalla Calabria alla Valtellina; che dai moti savojardi del 1833 al 6 febbraio 1853 hanno dischiuso innanzi tempo il sepolcro a giovani ed illusi patrioti, gettando sempre piuttosto impacci che ajuti sul sentiero del risorgimento nazionale.
Tornando da questo illustre infelice ai più modesti casi del caffè della Cecchina, bisogna dire che in questo si raccoglieva un'altra schiera agitatrice, non meno generosa e non meno intelligente della prima, ma uscita da tutt'altro ambiente e inchinevole a soluzione diversa. Lì si adunavano specialmente i giovani delle famiglie ricche e patrizie, che sottraendosi alle influenze, generalmente retrive, dei vecchi genitori, guardavano al di là del Ticino cercandovi alleati contro la dominazione straniera. L'osservatore che fosse venuto in questi paraggi da quelli del Falcone, avrebbe facilmente riconosciuto fra gli avventori della Cecchina alcuni dei giovani più eleganti e nel tempo stesso più colti che brillassero nella società milanese: Carlo e Giovanni D'Adda, Giovanni Curioni, Carlo Taverna, i fratelli Guy, Alessandro Porro, i fratelli Prinetti, i fratelli Jacini, Rinaldo e Cesare Giulini della Porta. Questi giovani, per patriotismo e per tradizione politica, venivano in retta linea dalla generazione del 1821; avevano quasi tutti conosciuto e rispettato il Confalonieri, dalla cui vita e dalle cui sventure traevano un esempio alto e quasi un desiderio di patriottici sacrifici. Il loro programma era sopratutto l'indipendenza; ma, determinati a raggiungerla per ogni via, preferivano certamente quella che loro additavano i tentativi del 1821 e che da alcuni anni pareva schiudersi a maggiori probabilità per l'attitudine nuovamente assunta da quell'altro illustre infelice che fu Carlo Alberto, re di Sardegna.