Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici
Part 1
MEZZO SECOLO DI PATRIOTISMO
SAGGI STORICI
DI R. BONFADINI
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1886.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati i diritti di traduzione._
Milano. Tip. Treves.
AL NOBILE CARLO D'ADDA
SENATORE DEL REGNO.
_Caro amico,_
A te, che mi precedi negli anni, nell'autorità e nel sapere, dirigo questo mio volume, che vorrebbe richiamare i vecchi alle vigorose emozioni della loro giovinezza e radicare nei giovani il rispetto per le antiche operosità e pei patriotismi antichi.
Apparteniamo entrambi ad un'epoca, in cui la foga del vivere consuma e getta molto pasto all'oblìo. Auguriamoci che non consumi almeno più di quanto produce, e che dall'oblìo si salvi, dov'è possibile, il bene. Dimentichiamo pure il male, o piuttosto perdoniamolo. Il perdono è più virile dell'oblìo.
M'è accaduto più volte, scrivendo questo volume, di pensare alle rapide evoluzioni che possono compiere, sotto la pressura degli interessi, le amicizie politiche.
Noi siamo stati per mezzo secolo accaniti avversari di un Impero, al quale ci legano ora vincoli d'alleanza, che credo leali e che spero durevoli.
Ciò non mi ha impedito di evocare, come le abbiamo sentite, le impressioni di quel cinquantennio e di tradurle col linguaggio e colla logica di quegli anni. La storia, a parer mio, non si può scrivere che così. Giacchè i fatti perderebbero la metà dei loro veri e dei loro insegnamenti, se si volessero costringere alle stesse metamorfosi che possono subire, e sono libere di subire, le idee. Il rispetto per gli uni non turba l'adesione alle altre. Molto più che fra popoli intelligenti nessuna lotta politica dura mai oltre la scomparsa della causa giusta che la rendeva necessaria. E gli Italiani sono un popolo intelligente. Sanno lottare al bisogno; ma lottano, secondo i consigli del Vangelo, perchè il peccatore si converta, non perchè muoja.
In questi pensieri e in questi desiderj so di averti compagno; e ciò mi lascia sperare che se il mio povero libro avrà censori severi, non gli mancherà l'indulgenza del tuo giudizio. In ogni caso, lo scriverlo e lo stamparlo non mi sarà stato inutile; poichè mi avrà permesso di esprimerti pubblicamente, malgrado la tua fiera modestia, il molto bene che penso di te.
_Sondrio, 8 marzo 1886._
_Tuo aff._
R. BONFADINI.
INDICE.
I.
=Francesco Melzi e il periodo italiano.= (pag. 1 a 56).
L'unità e la trinità del periodo. — Il Primo Console a Milano. — Le nuove idee. — I nuovi ordinamenti. — Il Comitato di Governo. — G. Battista Sommariva. — Corrotti e corruttori. — Carlo Porta e Francesco Melzi. — La Consulta di Lione. — Un'assemblea parlamentare operosa. — L'apogeo di Bonaparte. — Melzi e Talleyrand a Lione. — Una seduta solenne. — La Repubblica Italiana. — Gli antecedenti di Francesco Melzi. — Il _contino_ a Parigi. — L'ingresso del Vice-Presidente. — Il governo di Melzi. — La lotta contro l'intrigo. — I generali francesi. — Alto sentire ed alto linguaggio. — L'Impero. — Eugenio Beauharnais. — Napoleone a Milano. — I delirj del dispotismo. — I consigli del duca di Lodi. — Un vero uomo di Stato.
II.
=Giuseppe Prina e la fine dell'epoca Napoleonica.= (pag. 57 a 128).
Il metodo e la fatalità nella storia. — Il primo Regno d'Italia. — Splendori e violenze. — Le previdenze di Melzi. — Lo scroscio. — Il duca di Lodi e il principe Eugenio. — I partiti politici a Milano nel 1814. — Gli austriaci, i conservatori, gli italici. — Federico Confalonieri e l'avvocato Traversi. — Il programma del duca di Lodi. — Il conte Diego Guicciardi. — Le rimembranze austriache a Milano. — Il Guicciardi in Senato. — La seduta del 17 aprile. — La protesta dell'aristocrazia milanese. — Nel cortile del Senato. — Il conte Carlo Verri e i prodromi della rivoluzione. — La fine del Senato. — La piazza di S. Fedele e la casa del Prina. — Pellegrino Rossi ed Alessandro Manzoni. — L'eccidio del 20 aprile. — Giuseppe Prina e le sue qualità. — La plebe e l'aristocrazia. — Il generale Pino. — La condotta leale di Eugenio Beauharnais. — Un episodio ignoto e un documento inedito. — L'istinto della situazione. — I tumulti e le rivoluzioni.
III.
=Confalonieri e i processi politici.= (pag. 129 a 196).
I rapporti fra l'individuo e la società. — Le pressioni dell'ambiente. — Un'epoca di repressione e di transizione. — Milano e l'Austria dopo la restaurazione. — Il quieto vivere. — Ancora il Manzoni. — Le società segrete e le polizie dei governi. — I delatori e le vittime. — La _Prineide._ — La cospirazione del 1821 e il conte Federico Confalonieri. — Una sfinge. — I Confalonieri dei secoli scorsi. — Le prime mosse del conte Federico. — Teresa Casati Confalonieri. — Il Confalonieri ed Eugenio Beauharnais. — Alle prese colla diplomazia europea. — L'imperatore Francesco d'Austria. — Il programma italiano di Federico Confalonieri. — Ugo Foscolo. — I viaggi e le iniziative. — Il _Conciliatore_ e il conte Luigi Porro. — Illustri stranieri a Milano. — Il processo dei Federati. — Il principe Della Cisterna. — Giorgio Pallavicino e Gaetano Castillia. — Il barone Salvotti e la Commissione inquirente. — Il maresciallo Bubna. — Audace contegno del Gonfalonieri. — Suo arresto. — Un processo iniquo. — La fermezza di un imputato. — I Confalonieri a Vienna. — L'Imperatore e l'Imperatrice. — La grazia e la berlina. — Il colloquio col principe di Metternich. — Un uomo di Stato e un delegato di pubblica sicurezza. — I prigionieri dello Spielberg. — Le _Memorie_ autografe di Federico Confalonieri. — La religione e l'amnistia. — Il Confalonieri in America. — A Parigi e a Vichy. — Ritorno di Confalonieri a Milano. — La generazione del 1821. — I funerali del conte.
IV.
=Il quarantotto e le cinque giornate.=
1.
LA PREPARAZIONE. (pag. 197 a 257).
L'Europa del 1886. — Due caffè distrutti dal rinnovamento edilizio. — Il caffè della Peppina. — Gli adepti della _Giovane Italia._ — Giuseppe Mazzini. — La sua influenza, i suoi difetti, le sue virtù. — Il caffè della Cecchina. — L'aristocrazia liberale. — I profughi milanesi. — Cesare Correnti. — Carlo Cattaneo. — Il federalismo riformatore e la rivoluzione unitaria. — La metamorfosi di Carlo Cattaneo. — Il suo deplorabile opuscolo sull'_Insurrezione di Milano._ — Carlo Alberto e i profughi del 21. — Un re patriota. — I primi rintocchi della rivoluzione. — Gli scienziati a Milano. — Pellegrino Rossi al Conclave. — L'elezione del nuovo Pontefice. — La lama di coltello e la bottiglia di Champagne. — Le riforme e la popolarità di Pio IX. — Metternich e Radetzki. — Una città in entusiasmo. — Le dimostrazioni. — Gli scritti rivoluzionarj. — Il Comitato. — Gli studenti liceali. — I giovani d'oggi. — Il cardinale Gaisruck. — Il conte Bolza. — L'arcivescovo Romilli e il suo ingresso. — Le irritazioni dell'autorità militare. — La politica del principe di Metternich. — G. B. Nazzari e la Congregazione Centrale. — Il conte di Ficquelmont e Fanny Elssler. — L'astensione dal tabacco. — Le prime provocazioni e il conte di Neipperg. — La sera del 3 gennaio 1848. — L'assassinio per le vie. — Il conte Gabrio Casati al palazzo Marino. — Monsignore Opizzoni e il conte Vitaliano Borromeo. — Il partito conservatore e l'alta burocrazia. — Il Procuratore camerale Enrico Guicciardi. — Lo stato d'assedio. — L'inspirazione di una donna.
2.
LA RIVOLUZIONE. (pag. 259 a 332).
I tre stadj di un movimento. — La preparazione materiale. — Carlo Alberto e Nino Bixio. — Il conte di Castagneto. — Carlo D'Adda a Torino. — La storia di un biglietto. — I preparativi a Milano. — La concordia degli animi. — Giuseppe Sandrini. — Le autorità governative dopo la rivoluzione di Vienna. — In casa di Cattaneo. — La politica del Municipio. — Il 18 marzo 1848. — Il primo sangue e il primo proclama. — Angelo Fava e Carlo Cattaneo. — La prima barricata. — Il sistema finanziario dell'epoca. — Uno per tutti e tutti per ciascuno. — Le campane a stormo. — La questione diplomatica. — Il conte Francesco Arese. — Enrico Martini ed Alessandro Manzoni. — La dichiarazione di guerra. — Gl'inviati milanesi nel Consiglio dei Ministri. — La questione politica e il programma municipale. — Le idee giuste e le idee ingiuste di Carlo Cattaneo. — Il Governo Provvisorio e il Comitato di Guerra. — La questione strategica. — Il discentramento e Luigi Torelli. — Ogni giornata ha il suo carattere. — Luciano Manara. — I combattenti borghesi. — Le sorprese e le incertezze del maresciallo Radetzki. — Le trattative per l'armistizio. — Il barone d'Ettinghausen e il conte Marco Greppi. — Una risposta di Vitaliano Borromeo. — L'opinione del ministro della guerra sull'armistizio. — La seconda trattativa. — Giuseppe Durini, Achille Mauri e Carlo Cattaneo. — L'opinione dei combattenti. — I no della storia. — Ciò che è vero e ciò che è giusto nella questione dell'armistizio. — Le cause della ritirata dell'esercito austriaco. — Orgogli e delusioni.
V.
=Il decennio di resistenza.= (pag. 333 a 410).
Le tristezze del 1849. — I pensieri di Milano. — La resistenza. — Gli emigrati. — Il partito albertista. — Cesare Giulini ed Emilio Dandolo. — Carlo Tenca e il _Crepuscolo_. — Il partito d'azione. — Attilio De-Luigi e Carlo De-Cristoforis. Emilio Visconti-Venosta. — Nobili, borghesi, popolani. — Il vuoto intorno ai nemici. — I duelli. — Annetta Olivari e le bastonature. — Il Comitato Centrale repubblicano. — Il prestito di Mazzini. — La morte del Vandoni. — Il colpo di Stato in Francia. — Il Piemonte risorge. — I Comitati provinciali lombardi. — Antonio Lazzati a Mantova. — Morte eroica di Giuseppe Pezzotti. — Il processo di Mantova. — Antonio Lazzati e Luigi Castellazzo. — L'Impero in Francia e il conte di Cavour. — La decadenza del partito repubblicano. — Il 6 febbraio 1853. — Illusioni e trepidazioni. — I consigli della ragione. — I capi ed i gregarj. — Gli effetti del 6 febbraio. — L'indirizzo all'imperatore d'Austria. — La ricomposizione dei partiti. — Prevalenza della politica moderata in Milano. — La fine dell'influenza mazziniana. — La reazione militare. — Il Congresso di Parigi e la mutazione della politica austriaca in Lombardia. — L'Imperatore a Milano. — Il conte Archinto e Cesare Cantù. — I conservatori milanesi e il loro programma. — L'arciduca Massimiliano e i suoi consiglieri. — Il duca Lodovico Melzi. — Programmi e illusioni dell'arciduca. — Le inquietudini del conte di Cavour. — Il barone di Burger e il maresciallo Giulay. — La nascita dell'arciduca Rodolfo. — Massimiliano a Vienna. — I consigli del duca Melzi. — Le incertezze della situazione. — La virtù nazionale. — La morte del maresciallo Radetzki. — I funerali di Emilio Dandolo. — Gli entusiasmi cittadini. — Il coro della _Norma_. — L'emigrazione militare in Piemonte. — L'ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III chiude la storia municipale lombarda. — La nuova Italia e la morale dell'opera.
FRANCESCO MELZI E IL PERIODO ITALIANO.
Quel brano di storia milanese e lombarda che corre dalla battaglia di Marengo alla catastrofe del Regno italico nel 1814 è stato, nei confusi ricordi popolari e negli studj superficiali, considerato quasi come un tutto omogeneo, fondato sugli stessi principj, fertile degli stessi beneficj, illustrato dai medesimi nomi e dalle stesse tradizioni di governo.
Nulla di più inesatto che questo modo di apprezzare quei tre lustri di storia. Essi hanno invece, come l'odierna cultura ha bene stabilito e sviscerato, tre stadj distinti di legislazione e d'influenze, tre fisonomie politiche notevolmente diverse.
La prima epoca va dal ritorno degli eserciti francesi fino alla Consulta di Lione; la seconda dalla Consulta di Lione alla proclamazione dell'impero napoleonico; la terza dalla proclamazione dell'impero al 20 aprile 1814.
La prima è l'epoca dei dubbj, delle confusioni, delle incertezze, delle precarietà governative, ed è la seconda _Repubblica Cisalpina_, conservatrice in teoria, anarchica in realtà, di poco superiore alla prima per disciplina di menti e d'indirizzo. La seconda epoca comprende gli anni della _Repubblica Italiana_, il vero periodo ricostruttore, sollecito dei principj e degli interessi, dei costumi, delle leggi, della pubblica dignità. Al terzo periodo, quello che la precisa dizione storica chiama propriamente _Regno d'Italia_, corrisponde il movimento più spiccato della legislazione, dei lavori pubblici, degli ordini militari, ma insieme il principio d'una nuova corruzione, che lima e sfata la libertà. Dallo stadio dell'intrigo e dell'agitazione infeconda si passa a quello dell'operosità onesta e dell'austera semplicità, per giungere allo stadio finale della magnificenza e dell'eccesso. Il malato guariva, ma il convalescente abusava della rifatta salute, e il cambiamento dei medici non riusciva sempre a vantaggio dell'igiene preservatrice.
L'organismo politico e amministrativo della prima epoca era stato deliberato e applicato negli otto giorni in cui Bonaparte rimase a Milano, dopo Marengo.
Egli era stato accolto in Milano coll'eguale entusiasmo, ma non si presentava più colle stesse forme e cogli stessi caratteri. In quell'esistenza straordinaria, destinata ad un'attività di corpo e di spirito che ci sembra ancora un enigma, tre anni dovevano bastare a meravigliose trasformazioni. Infatti, non era più il generale Bonaparte; era il Primo Console; un'altra fisonomia, fisica e morale; un altro indirizzo; una volontà egualmente energica, ma diretta a scopi diversi; un'intelligenza egualmente intuitiva, ma fatta più matura da più larghe esperienze; un uomo insomma che era passato dalle ipotesi dell'ambizione alle sue più sterminate realtà; che aveva divorato gli ultimi brani di una rapida giovinezza e che si presentava a trent'anni sulla scena del mondo con tre titoli nuovi aggiunti alla Campagna d'Italia: l'Egitto, il 18 brumale e Marengo.
Si vede subito che un altro sistema politico si elaborava nella mente del vincitore. Le sue parole ai magistrati cittadini, ai parroci, suonavano la più recisa condanna delle antiche demagogie del triennio. “Qu'on respecte les prêtres„ scriveva al Talleyrand “c'est le seul moyen de vivre en paix avec les paysans italiens.„ Affermava, con intera saviezza di programma politico, doversi riorganizzare come libera e indipendente la Repubblica Cisalpina, doversi rispettare l'esercizio della religione cattolica e punire ogni specie di oltraggio contro i suoi ministri e i suoi riti, doversi rispettare le proprietà di tutti senza eccezione, essere vietato usare denominazioni proprie a risuscitare divisioni ed ire di parte. Un proclama comparso in quei giorni sul _Moniteur_ diceva: “Peuple cisalpin, dès que votre territoire sera délivré de l'ennemi, la république sera réorganisée sur les bases fixes de la réligion, de l'égalité et du bon ordre.„ Dell'antica trilogia repubblicana non era già più rimasta che l'eguaglianza. La religione e il buon ordine erano parole nuove, sorte dopo il 18 brumale.
I nomi erano per Bonaparte guarentigia delle cose; e nella Consulta legislativa, a cui spettava l'incarico di redigere le prime leggi di urgenza e di preparare la Costituzione definitiva della Repubblica, pose il Marliani, il Testi, il Luosi, il Serbelloni, il Moscati, il Caprara, il Mascheroni, il Lamberti, il Cicognara, tutte le notabilità di scienza, di nascita e di carattere che la politica del triennio aveva potuto offendere o disgustare. Fece riaprire l'Università di Pavia, chiusa durante i furori del precedente periodo e vi chiamò o vi richiamò alle cattedre i nomi più splendidi dell'intelligenza contemporanea, Gregorio Fontana, Lorenzo Mascheroni, Alessandro Volta, Antonio Scarpa, Vincenzo Monti, Tommaso Nani.
Altri provvedimenti prese sulle materie militari e di finanza; buoni, come al solito, i primi; duri, come al solito, i secondi; ma in quei giorni non ci si badava; la gioja d'essere o di credersi per sempre liberati da Russi e da Giacobini rendeva indulgenti sulle questioni di tasse. Il prestigio di Bonaparte era ancora maggiore che durante il triennio, perchè il genio era eguale, il potere cresciuto e la sua politica offendeva minori interessi. Quel rispetto per la religione conciliava alla repubblica patrizi e popolani senza riserva. Gli entusiasmi non cessavano, e crescevano le adesioni pensate. Un incidente, in apparenza spregevole, rivela questa mutazione in certe classi sociali. Nel 1796, un tenore dalla voce bianca, l'idolo della gioventù aristocratica, Marchesi, aveva osato rifiutarsi al generale Bonaparte che mostrava desiderio di udirlo[1]; nel 1800 si offerse egli stesso di cantare, e il Primo Console obliò generosamente l'antico rifiuto. Anche la Grassini, celebre prima donna del tempo, cantò in un concerto alla Scala così meravigliosamente, che Bonaparte volle riudirla in palazzo. Pur troppo, se il generale s'era modificato, l'uomo non era rimasto tal quale. La situazione psicologica subiva anch'essa un processo di rivolgimento. Giuseppina Bonaparte ebbe torto in quell'ora di essere a Parigi e non qui.
Però il Primo Console aveva fretta. Non poteva più abbandonarsi agli ozj eleganti di Mombello o allo studio paziente degli affari d'Italia. L'Europa cominciava a cadergli sulle braccia, ed all'Europa non poteva pensare che da Parigi. Partì il 25 giugno, lasciando a Milano organismi pubblici appena abbozzati, una Consulta legislativa piena di zelo ma soverchiata dall'incerta e larga responsabilità, una Commissione esecutiva troppo numerosa e poco omogenea, il generale Petiet come Ministro straordinario e quasi tutore della rinata Repubblica; uomo debole, incerto della propria azione, poco persuaso della sua autorità, e che perciò non sapeva usarla nè contro le corruzioni dei politici indigeni, nè contro gli abusi e gli arbitrj dei comandanti militari francesi, Brune, Massena, Murat.
Queste cause di male cominciarono subito a svolgersi con pessimi effetti, ed agli otto giorni di ordine e di lavoro che il Primo Console aveva così bene inaugurati seguirono venti mesi d'un governo fiacco, oscillante, senza prestigio e senza base; governo che se non potè dirsi affatto tristo, fu solo perchè due altri, di tanto peggiori, lo avevano preceduto.
La Consulta legislativa diede bensì notevoli esempj di attività intelligente e feconda. Rimise in pieno vigore le leggi emanate durante il triennio, eccettuate però le leggi deplorabili di finanza e di culto. Revocò gli ordinamenti politici e i sequestri illegali ordinati durante i tredici mesi; mantenendo però i giudicati già eseguiti, le successioni già verificate, i pagamenti e i contratti fatti secondo le leggi pubblicate nel periodo intermedio. Era un sistema savio e liberale, soprattutto per tempi, in cui il cassare con un tratto di penna tutto un insieme di ordinamenti e di diritti acquisiti pareva l'inevitabile concetto legislativo sorgente da ogni mutamento di governo, da ogni predominar di fazione.
I diritti civili furono poi subito argomento importante di studio per la Consulta. E dopo un solo anno si potè a buon conto pubblicare il Regolamento Giudiziario, unificazione salutare e progresso insperato sugli antichi sistemi, prevalenti nelle varie provincie del nuovo Stato, e anteriori per la massima parte alle stesse riforme prodotte dai libri del Filangieri e del Beccaria. Si pubblicò un'amnistia generale pei delitti politici, poi la legge 23 fiorile, anno 9.º sull'ordinamento amministrativo e territoriale della Repubblica. I provvedimenti militari furono spinti colla massima alacrità. Legge sulla guardia nazionale, legge sulla gendarmeria nazionale, legge sull'ampliamento della scuola militare di Modena; e finalmente la legge 8 brumale sulla coscrizione militare, novità ardita e non subito apprezzata dalle moltitudini, avvezze fino allora a vedere nella milizia o lo stromento di una tirannia straniera o il triste rifugio degli infingardi e dei mercenarj.
Ma a questo primo ripiglio dell'iniziativa italiana nell'opera riformatrice, non corrispondeva, anzi contrastava acremente l'azione del potere esecutivo.
Questo a poco a poco s'era venuto restringendo in mano agli elementi più inetti. Il Melzi rifiutava ostinatamente di farne parte, per manifesta sfiducia dei precarj ordinamenti, e continuava anzi a restare in Ispagna, donde non si decise ad uscire se non pei replicati inviti del Primo Console che lo volle a Parigi. A Parigi stava pure l'Aldini, inviato per trattare riduzioni di tributi e repressioni di angherie militari. Priva dei due intelletti maggiori, delle due esperienze politiche più consumate, il potere esecutivo lombardo andò a tentoni, finchè un decreto del plenipotenziario Petiet mutò ad un tratto la Commissione esecutiva in Comitato di Governo e lo compose di tre soli fra gli antichi commissarj, un Ruga, Francesco Visconti-Ajmi, e Gio. Battista Sommariva, di Lodi.
Giusto era forse il concetto di rendere meno numeroso il Consiglio esecutivo, ma ne guastò affatto i risultati la scelta infelice degli uomini, dovuta alle peggiori influenze da cui il Primo Console non seppe quella volta abbastanza schermirsi.
Francesco Visconti non era per verità uomo disonesto, e abbandonò il potere appena vide che i suoi colleghi ne facevano stromento di corruzioni. Ma per l'alta carica non aveva titoli sufficienti d'ingegno; forse dovettero parer tali al generale Berthier, influentissimo presso Bonaparte, e che, più costante del suo padrone, continuava a considerare la contessa Visconti come l'ideale della bellezza italiana.
Il Ruga, portato egli pure da influenze femminili, ebbe meno scrupoli del suo collega, e quando uscì dal governo era dieci volte più ricco che quando v'entrò.
Ma chi passò ogni misura di scandali nel salire, nel restare e nello scendere dal potere fu Gio. Battista Sommariva, che, impersonando in sè stesso il triumvirato, adunò anche sul proprio capo tutta la responsabilità di quella malaugurata amministrazione.
Nato barbiere e fattosi, per sorprese di tempi, avvocato, s'era buttato nel moto politico, imbrancandosi naturalmente fra i gruppi più romorosi e più estremi. Per influenza della _Società popolare_ era stato nominato segretario generale del Direttorio cisalpino, ed esercitava così sugli ordini di governo una specie di sindacato costante, in nome e per gl'interessi della democrazia scapigliata.
Al sopraggiungere degli Austro-Russi, il Sommariva era corso a Parigi, e lì s'era accostato a tutti gli elementi equivoci della gran Babilonia, s'era perfezionato nella conoscenza dell'intrigo, nel maneggio degli uomini e nei segreti della corruzione. Così aveva ottenuto la confidenza e l'appoggio di alcuni fra i più alti personaggi del tempo, fra gli altri del Talleyrand e del generale Murat, che non erano troppo schifiltosi sulle qualità morali dei loro amici.
Forte di queste aderenze parigine e di quella furberia che ai mestatori tien luogo sempre d'ingegno, spadroneggiò presto nel Comitato di Governo; ostentò apparenze moderate e lasciò le briglie sul collo a' suoi antichi amici, perchè facessero rivivere le ire e le mascherate del triennio; parlava linguaggio pomposo d'indipendenza, ma ai generali francesi, protettori e complici suoi, accordava ogni più insana domanda: governò male insomma per cinica risoluzione, sapendo che soltanto dal malgoverno possono i cattivi cittadini trarre impunità e occasioni di turpi lucri.
Così dal centro partiva la corruzione e intorno al centro si allargava. Egli aveva segreti legami d'affari con un banchiere Marietti e con un giojelliere ebreo, Formiggini; i quali scontavano al 40 per 100 i boni rilasciati dallo stesso Sommariva per somministrazioni e per debiti dello Stato.