Messere Arlotto Mainardi, Pievano di S. Cresci a Maciuoli
Part 5
I moderati per vincere la democrazia dettero mano ai _reazionarii_, con loro si unirono; essi, unicamente essi il principe assoluto donarono alla Toscana, e prima di lui i tedeschi. E chi lo nega mente e mente invano.--Badava il Guerrazzi ad ammonire: _quo ruitis?_ Ma egli era predicare la castità in chiasso.--Dubito, egli diceva, che non tutti in Toscana si accomoderanno a questi modi violenti, massime Livorno: per me non credo che da tale partito sia per uscirne bene:--tuttavolta se può non sinistrare, egli è ad un patto, che la Toscana accordi tutta; se una parte sola contrasta somministrerà il pretesto alla chiamata dei tedeschi; passando per Livorno m'ingegnerò renderne capaci i cittadini. Allora lodaronlo; pregaronlo a intromettersi; proffersero dargli autorità per mettere capo a partito a qualche scapestrato; lo indussero a rimanersi fino a sera promettendo farlo trainare a Livorno con vaporiera a posta; più, e più volte a ciò si obbligarono; poi .... diamo di frego a quello che accadde dopo. Carità di patria mi persuade tacerlo; ma per amore di Dio adoperino anco gli altri un po' di questa carità. Date retta al Sacerdote di Cristo, che sarà bene per tutti: e se mi riuscisse a mettere nei cuori un po' di quella concordia, che sento abbondare tanto sopra le labbra a me Piovano non parrà essere resuscitato indarno.
Nessuno, ch'io sappia, avvertiva secondo che merita la ragione del processo Guerrazzi. I curiali avevano dato ad intendere al Granduca come di lieve ne sarebbe uscito provato che i liberali contro la sua autorità ed anco contro la sua vita in ogni tempo cospirassero: se ciò tornasse gradito a lui non è da dirsi, imperciocchè sperava che tal fatto gli avrebbe somministrato argomento a giustificare l'abolito Statuto, i tedeschi chiamati per difesa. Il Guerrazzi gli scrisse ci pensasse due volte; perchè quanto gli davano ad intendere non era; avrebbe preso il male per medicina. Di qui il diuturno tentennare per cui all'ultimo fu forza procedere oltre. Io per me credo, che dieci cattedre di diritto costituzionale non avrebbero insegnato ai Toscani quanto cotesto processo; per quello vennero chiarite le colpe del Principe, e gl'inganni, e le frodi, e la mostruosa ingratitudine sua; e dall'altra parte la pazienza, la longanimità e la fede; imperciocchè ai nostri costituzionali se qualche colpa potè apporsi fu quella di avere proceduto al Principe oltre al debito devoti. Il Guerrazzi dichiarò al Granduca: voi avete giudici che tolsero la mia condanna a cottimo, e spendete i danari dello Stato; io ho per giudici quanti uomini posseggono cuore e cervello; e spenderò l'ultimo mio scudo a dimostrare che avete torto. Alle stampe dell'Accusa egli oppose l'Apologia, e comecchè questa gli venisse pagata dallo editore, distribuì il compenso tra i meno agiati compagni di carcere, e fra le persone, che per essersi a lui mostrate devote, avevano perduto l'ufficio. Al mostruoso volume dei documenti dell'Accusa, egli contrappose il suo che gli costò 7,000 lire di spesa; ogni calunnia fu rimbeccata; ogni astuzia resa vana; tracollò lo edifizio bugiardo, e l'Accusa rimase sepolta sotto i suoi calcinacci: per la quale cosa non parve audacia sfrontata, bensì senso di giustizia offesa, quando il Guerrazzi disse in tribunale: «_bene qui si agita di tradimento, ma il traditore non è qui!_» E il giudice si guardò bene di domandare dove fosse, come colui, che conosceva purtroppo il Guerrazzi petto da rispondergli secco: «_è in palazzo Pitti_.» Bisogna dirlo: vive e palpita in questa creta umana una coscienza, che buttata a terra dalle scale torna dalla finestra, conciossiachè amici o nemici, cittadini come forestieri, e perfino tedeschi, anzi soprattutto i tedeschi dicessero: «Andiamo un po' a sentire fare il processo a Leopoldo!» Certo lo Statuto abolito, e la chiamata dei tedeschi perderono questo mal consigliato principe nella opinione del popolo; ma il popolo dimentica lievemente gioie, e dolori dove si riducano a semplici sensazioni; quando poi tu gli dimostri la necessità dell'odio come una operazione di abbaco, e gliela ficchi bene nella memoria, allora non ci è caso che altri lo possano mai abbindolare. Io penso, che tanto benefizio si deva al processo di perduellione del Guerrazzi, ed alle strenue difese, che furono dal collegio amplissimo degli avvocati esibite.
La sentenza venne di obbligo come il _gloria patri_ in fondo al Salmo; gli Accusatori, e i Giudici furono ricompensati così alla trista, perchè il lavoro era riuscito sciatto, nè se ne acquietava il Guerrazzi risoluto di ricorrere in Cassazione e tenere legato Leopoldo alla colonna più, che per lui si potesse; ma il paese ne aveva avuto abbastanza; i difensori non avrebbero rimesso l'ufficio, ma una tal quale lassezza la sentivano anch'essi, e al Granduca entravano i sudori freddi al pensiero che si avesse a tornare da capo; però da prima insinuarono al Guerrazzi chiedesse grazia, ed egli ricusò alla recisa; questo solo promise, che dove il Governo l'avesse fatta egli l'avrebbe accettata, imperciocchè fosse stato sempre suo disegno esulare dalla Patria restituito il Granduca; uscì il decreto condizionato al pagamento delle spese, e alla dimora fuori d'Italia (e si doveva intendere Piemonte, perchè nè a Roma, nè a Napoli, nè nelle terre dominate dall'Austria, e dai satelliti suoi avrebbe potuto ridursi il Guerrazzi) e fu rifiutato; allora per lo meno reo consiglio si dette promessa, che nè si sarebbero mai chieste le spese, e si sarebbe lasciato libero il Guerrazzi di recarsi dove meglio gli piacesse.
Così il nostro compatriotta partiva da casa sua, e poichè ebbe atteso in Corsica a rifarsi un po' nella salute sconquassata non istette già sulla fossa a piangere il morto, e scrisse la Beatrice Cènci, l'Asino, il Paoli, il Marchese di Santa Prassede, la Torre di Nonza, la Storia del Moscone, Fides, Pasquale Sottocorno, la Orazione pei morti di Curtatone e Montanara, lo Scrittore italiano di cui parte comparve nella Rivista Contemporanea, i Ricordi al popolo toscano, Amelia, l'Albo, ed una infinità di scritti minuti che innominati andarono su pei giornali; nè basta; che io so avere egli condotto a termine un libro politico, e un altro racconto intitolato il Buco nel muro; apparecchiato materia per libri che narreranno di Francesco Burlamacchi, di monsignore Piero Carnesecchi, e di Andrea D'Oria; anco abbozzato certa sua fantasia per fare riscontro alla _Fides_ intorno alla origine delle Comete.--Questo di certo non si chiamerà starsi colle mani in mano; se ma' mai il Guerrazzi avesse vizii, bisogna dire che gli sieno entrati in casa dalla finestra però che l'ozio, il quale è padre loro, non si attentò mai di picchiargli alla porta.
E confesso il mio debole; a me piace fuor di misura il Guerrazzi quando non si sa per che fisima il Governo francese (certo zelo di bassi ufficiali dacchè se taluno non volesse credere incapace il governo superiore dal commettere soperchierie, tutti poi vorranno reputarlo alieno dalle imbecillità) volle ritenerlo prigioniero nell'isola; egli sentendosi ribollire nelle vene il sangue libero dichiarò _se ne sarebbe andato_; ammonito con minaccie a non farlo rispose se ne sarebbe andato; dettogli, che gli avrebbero messo dietro le guardie di polizia replicò _se ne sarebbe andato_; e _se ne andò_, traversando notte tempo tetti arrampicandosi per iscale di legno mobili male assicurate su i tetti, scavalcando muri e riuscendo in altri quartieri, dove travestito da marinaro si cacciò tra la folla; si mise pel buio fra calli dirotti in mezzo a selve di olivi, e scese presso Pietra nera; caduto in mare, così fradicio entrò in barca, e tutta notte ballottato dalle onde grosse appena alla metà del giorno seguente arriva alla Capraia. I barcaioli, che toscani erano e della isola del Giglio, paurosi delle leggi sanitarie, sgomenti non sapevano che pesci pigliare, ed egli risoluto li persuade a buttarlo sopra uno scoglio, e ad allontanarsi; all'altro provvederebbe Dio. Non se lo lasciarono dire due volte; ed egli solo su di uno scoglio dopo avere passato un tratto di mare ebbe ad arrampicarsi per la rottura che ha nome Zurletto dove sembra, che non possa salire chi va senz'ali; e poichè dopo infiniti travagli, e pericoli, in più parti offeso, arrivò in cima all'isola.... lo scambiarono per un bandito côrso; palesato il nome non gli vollero credere, perchè dalle Gazzette avevano appreso ch'egli era già arrivato a Genova; poi dubitarono quando mostrò la cifra ricamata su la camicia, e una carta da visita per caso rimastagli addosso; per ultimo lavato, rimondato dalla finta barba, e rivestito delle vesti che gli prestarono, taluno, che aveva usanza a Livorno, lo riconobbe, e allora fecergli festa; le quali amorose accoglienze durarono, finchè non giunse il legno per levarlo dalla isola e trasportarlo a Genova.
Ora dirò cose affatto ignote, o poco manifeste, donde si chiarirà se onorando il Guerrazzi per cittadino dabbene io faccia il debito, o se piuttosto io sacerdote meriti l'accusa d'idolatria. Nè rechi maraviglia se io mi mostrerò ragguagliato di casi che parranno segretissimi, imperciocchè alla età mia non si fa a fidanza, e prima di dire vuolsi pegno in mano: anzi questo si tenga per sicuro che delle quattro parti appena ne racconto una, sempre disposto a dare tre pani per coppia se taluno si lagnasse di non avere avuto il suo avere.
Sul cominciare dell'anno decorso trovandosi il Guerrazzi con parecchi suoi antichi amici gli occorse Massimo Mautino reduce di Toscana dove andò compagno a Massimo d'Azeglio, il quale gli disse:--sicchè i tuoi Toscani sono innamorati del Granduca, e a quanto sembra senza di lui nè vogliono fare nè possono--Il Guerrazzi gli domandò donde avesse ricavato cotesti ragguagli, e _quegli gli disse i nomi_, i quali per buoni rispetti si tacciono, chè seminare scandali, e favellare per ripicco io non voglio. Lorenzo Valerio tratto in disparte il Guerrazzi lo interrogò: e fia vero? Non è vero, questi rispose, ma qui sotto gatta ci cova, piglierò lingua, e t'informerò. Allora scrisse in Toscana, e seppe con sua maraviglia come _cotesta opinione portata in Toscana bella e fatta da Torino volesse imporsi da taluni della setta dei moderati al popolo, che ne abborriva_; di ciò tenne ragguagliato Valerio; e considerando poi come la materia meritasse grave investigazione riscrisse ordinando le ricerche alle varie contingenze, che o si facesse forza ai Toscani, o fossero questi lasciati in arbitrio della scelta, o un po' si lasciassero liberi e un po' si costringessero: ottenuta la risposta statuì scriverne direttamente al conte di Cavour, e lo fece a un bel circa in questi termini: «avere deliberato starsi alieno da ogni faccenda pubblica, ma accorgersi che lo intelletto nei suoi propositi non aveva tenuto conto del cuore. Forse con tre braccia di terra sul capo potrebbe quietarsi quando si agita la causa della Patria; confessare alla ricisa che la sua mente andava ingombra di paura; sicchè vedeva apparecchiarsi tali prove, non vincendo le quali sarebbe grazia di Dio rimanere morti: paura perchè gli pareva che il muro si tirasse su fuori di squadra. Il Piemonte, mercè sua, rappresentava adesso le sorti italiane; fin qui gl'Italiani non avergli conferito il mandato con la bocca, bensì col cuore: ora premere glielo dessero con la bocca, con le braccia e con qualche altra cosa ancora. I Toscani uniti in un solo volere non desiderare altro, che questo, ma non comprendere come lo potrebbero fare: unitevi con noi, si dice loro da un lato, e dall'altro: non fate rivoluzioni. Ora conoscendo i Toscani la materia, che hanno tra mano, sentono che cotesti concetti si contrastano irrimediabilmente fra loro. Per chiarirsi domandarono lume, ed ebbero per norma il consiglio di agitare per ottenere la renunzia del Granduca in pro del Principe ereditario il quale, restituito lo Statuto, farebbe causa comune col Piemonte.--Questo partito per avventura arridere al signor Conte non tanto pel soccorso materiale, quanto pel credito, che darebbe alla impresa la vista di un arciduca in contrasto con la sua casa per le faccende d'Italia; e forse garbava eziandio allo Imperatore dei Francesi o perchè memore della parzialità professata da Ferdinando III allo zio, o perchè riconoscente egli stesso alle urbane accoglienze ricevute dalla sua famiglia in Toscana: e questo partito non incontrerebbe difficoltà dagli uomini politici, perchè altra volta proposto, e non contrastato. Ma poichè le condizioni politiche mutano spesso nel volgere di mesi non che di anni avere egli voluto interrogare i suoi concittadini, non mica gli accesi, bensì i più rimessi, insomma taluni dei promotori della Biblioteca civile, dai quali ottenuta risposta gliela aveva partecipata per via di Lorenzo Valerio, ed ora inviargliene un'altra anco più specificata della prima; pregarlo a ponderarlo come meritava. _Sperare che a cuore come il suo non farebbe specie s'ei procurasse accordarsi con tali che gli avevano nociuto pur tanto! Non meriterebbe nome di uomo se non sapesse sbandire ogni risentimento d'ingiuria privata per la comune utilità._--Desiderare i Toscani sovvenire con ogni loro facoltà le fortune pericolanti della Patria; non domandare qual parte verrebbe poi loro assegnata; confidare per questo in Dio prima, poi nel senno degli uomini: _solo intendere non muoversi senza concetto per tema di guastare_; chiedere si pretendessero da loro cose possibili, e proficue alla patria italiana. Ora quanta fu loro ultimamente richiesto non presentava questi due termini. _Se il Piemonte, svincolati che fossero i Toscani dal giogo austriaco, gli accettasse, molto volentieri essi a lui si unirebbero_; se invece fosse spediente un governo provvisorio di cui avrebbonsi a determinare la indole e le attribuzioni durante la guerra potrebbe farsi, se altro propongasi.--Per ultimo siccome la confidenza è cosa di simpatia, s'ella, mio Signore, preferisse negoziare con un uomo piuttostochè con un altro, anco questo si ripone in suo arbitrio--».
Il sig. Conte invitava il Guerrazzi di recarsi immediatamente a Torino per conferire con lui; ed ei lo faceva quando il sig. Corsi lo avvisò di Toscana con lettere dei 24, 25, 26 febbraio, che chiamato dal sig. Cavour era su le mosse di partire col sig. Ridolfi eccellentissimo uomo, ma non per anco Eccellenza; allora egli si rimase perchè fece a dire: se reputeranno la mia presenza utile mi leveranno passando da Genova, se no mi lasceranno stare. E così operò, di tanto ch'egli era procacciante!--Ed infatti cotesti signori passarono, ma lo lasciarono stare, però il sig. Corsi gli scrisse da Torino il 1.º marzo: in Genova non avere avuto tempo informarsi s'ei ci fosse o no; trattenersi fino a venerdì: non disprezzasse lo invito del sig. Cavour _anco per mostrargli che non vi sono partiti_, E CHE TUTTI SIAMO CONCORDI, IL CHE EGLI A RAGIONE RACCOMANDA.--Questa lettera non fu mandata direttamente al Guerrazzi, bensì al nipote del sig. Corsi, che si trovava a Livorno, onde poco dopo che gli fu consegnata si vide comparire dinanzi il sig. Corsi, il quale informatolo dei concerti presi a Torino entrò in seguito sul tasto della concordia. Rispose il Guerrazzi: lieve cosa conseguirla, oblierebbe le offese; in Toscana sopprimessero la turpe sentenza, e ciò più per onore del paese, che suo; se dovesse essere adoperato in Toscana gli proponessero ufficio, che a lui convenisse, se no rimarrebbe fuori sovvenendo al governo, finchè si fosse mostrato veramente sollecito del bene del paese.--Non parvero, e veramente non erano esorbitanti pretensioni coteste, e il signor Corsi promise gli avrebbe scritto in breve;--e si lasciarono.
Il sig. Corsi prima così diligente, di botto diventa trascurato per modo, che solo dopo mezzo mese scrive: _certi eventi difficili a spiegarsi per lettera avere trattenuta la nota pratica_. Da capo silenzio, e per questa volta di lungo lunghissimo. Dopo 40 _giorni_, il 28 aprile egli annunzia la rivoluzione fatta, la necessità di _procedere con principii retrogradi_, la trepidanza che sinistrasse ogni cosa se presto non si rompeva la guerra.
Dopo pochi giorni comparve l'_amnistia_ con la quale un governo provvisorio eletto dal Municipio di Firenze perdonava ad un governo provvisorio votato dal Parlamento, confermato dal Senato, acclamato dal popolo quei medesimi atti ch'egli stesso operava; e parve all'universale una cosa matta.--Questa amnistia bandivasi in grazia della _concordia_, e pure taluno opinava _non doversi mettere in pratica se non a guerra finita_! E tale altro trepidava, che l'accettassero gli esuli! Un vecchio amico del Guerrazzi, commosso del soprassello d'ingiuria che si recava al nostro compatriotta, ne scrisse al sig. Boncompagni suo conoscente, perchè trovasse modo onesto di ripararvi, e n'ebbe questa risposta in data 6 maggio 1859. «Il decreto del governo provvisorio apre le porte della Toscana a tutti gli esuli: ma se il Guerrazzi _vorrà dare prova di amore patrio non rientrerà per ora_. La sua presenza sarebbe facilmente occasione di discordia fra quelli, che furono suoi avversarii. In tempi regolari queste discussioni non sarebbero pericolose come sarebbero ora, che tutti _gli animi debbono unirsi in un pensiero solo_. Gradite, ecc.»
Questa lettera dettata espressamente perchè al Guerrazzi si partecipasse, ei la conobbe.--Ahimè! Anche questo doveva toccare al Guerrazzi, che un Boncompagni gli avesse ad insegnare come si ami la Patria! Adesso per debito di carità mi astengo da parole gravi e tuttavolta non mi posso tenere da bandire alla ricisa, che il sig. Boncompagni non operò giusto, nè logico, nè politico. A mente sua la _concordia_ si procura col mantenere l'offeso nel danno e nella ingiuria, l'offensore nella tracotanza del mal talento, e della opera perversa! Quieto vivere, e lieta cittadinanza pel sig. Boncompagni, quella che non vergogna prolungare lo esilio al cittadino, che meritò bene del suo paese per confessione dei suoi medesimi nemici! Bella concordia invero quella che ottiene un partito col bando di un altro partito! Veda il signor Boncompagni lo evangelo, (s'egli avesse ben letto in Dio questa carta) gli avrebbe insegnato il modo di condursi.--Se offerisci la tua offerta sopra l'altare e quivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contr'a te; lascia quivi la tua offerta dinanzi all'altare, va', riconciliati prima col tuo fratello, ed allora vieni ed offerisci la tua offerta.--Di fatti ufficio di cristiano, e di politico sarebbe stato questo: «Voi domandate la protezione del Re Vittorio Emanuele, ed ei la concede; però a me è noto come tra voi un dì sorgessero contese donde poi nacquero lutti di prigione, e di esilii: io non conosco da quale parte fosse il torto, nè mi giova conoscere; bene questo so che i lutti durano, e chi li soffre è cittadino reputato onesto, ora io vi dico, che l'autorità del Re deve diffondersi su tutti come la luce, che letifica, e riscalda; e repugna convertirsi in mano di un partito in arme per onestare le ingiurie vecchie, e commetterne delle nuove; andate, ridivenite tra voi fratelli affinchè di tutti possa dirsi padre il Re.»
Che se il sig. Boncompagni non voleva leggere il Vangelo, ti dia la peste! avesse almeno letto il proemio al lib. 3. delle storie del Macchiavello, che ci avrebbe appreso come le contese tra popolo, e nobili augumentassero Roma però che vi definissero con una legge, mentre all'opposto nabissarono Firenze dove si terminavano con la morte, e l'esilio dei cittadini.--Ora se il sig Boncompagni non legge il Vangelo, nè il Macchiavello, oh! che sia benedetto, che cosa legge egli per governare i popoli? Forse il giornale agrario toscano? Buon libro, sa ella? Anzi ottimo, il quale tra le altre belle cose insegna come i cavoli possiedano due coni un aereo, e l'altro sotterraneo, i quali noi altri ignorantacci prima di lui chiamavamo foglie, e torsolo... tandem anche col giornale agrario non si va a governare, e a rigovernare i popoli (il degno gentiluomo ci è stato due volte) come il sig. Boncompagni ha fatto.
Così il Sig. Boncompagni non adoperava: e se bene o male facesse sarà giudicato.--Adesso di concordia non si parla più; il sig. Corsi sollecita d'inviare il Guerrazzi a porgere testimonianza al Cavour, che i _partiti cessavano e in santa concordia vivevano tutti_; il signor Corsi che nel 7 febbraio 1859 scriveva al Guerrazzi: «nella precedente mia appellava a dichiarazioni fatte da tutti i partiti, gli emuli compresi, di tenerti per capo in ogni occorrenza,» il sig. Corsi lo conforta ora a starsi lontano, e ad _aspettare il suo tempo_; e lo accusa di non essere andato a Torino, e gli dice avere nemici non solo tra i moderati, ma bensì _anco il popolo_; il tempo, e la pazienza lo rimetteranno a galla; il paese mostrarsi diviso da lui; egli non avere potuto fare nulla; ed altre più cose, che a ridirle mettono addosso tristezza.--Fatto, sta, che al popolo si era dato ad intendere che andavasi d'accordo col Guerrazzi finchè se n'ebbe bisogno; ora che il popolo si era rimesso alla catena, il Guerrazzi si calunniava, si confermava nello esilio, e se fosse stato in potestà dei moderati avrieno concesso indulgenza plenaria a cui ne levava i pezzi più grossi. La causa vincitrice piacque al sig. Corsi; la vinta al Piovano; certo nè egli Dio, nè io Catone[1], ma chi di noi due facesse opera migliore anche questo sarà giudicato.
¹ _Victrix causa placuit Diis, sed victa Catoni._
Nè questi soli i conforti, gl'inviti, e le preghiere al Guerrazzi di starsi lontano, che a dirsi tutto verrebbe meno il foglio; minaccie non si adoperarono perchè sapevano che queste l'avrebbero fatto correre addirittura a Firenze. Egli piegò il capo, e disse: «Sia; io non verrò, se il popolo non mi chiama; desidero alla patria cittadini migliori di me; s'ella li possiede, prosperi, e duri felice: questo mi basta!»
Però le continue irose e disoneste contumelie da un lato, e le scarse parole di sdegno dall'altro misero in sospetto il popolo che domandava la causa per la quale stesse assente il Guerrazzi; allora cangiato tenore si andò spargendo ch'egli _intorato nei suoi rancori preferiva tribolarsi nel tedio dello esilio al vivere in pace con gli emuli suoi_; nè solo si disse, ma si fece scrivere, e per renderlo più credibile da persona fin lì mostratasi parzialissima al Guerrazzi. Questi fu il conte Mario Carletti nella sua storia di quattro mesi in Toscana; e pure questo stesso Conte Mario scriveva al Guerrazzi il 4 maggio 1859:--«Prima che mi pervenisse la grata sua conosceva la risoluzione da lei fatta di non rientrare per adesso in Toscana. _Ammirai la generosità di questo proposito; lo ammirarono molti con me, ma l'animo è sconsolato della mancanza ec. Sia persuaso che questo è partecipato dai più_, ed esso valga a temperarle l'ambascia che deve costarle il prolungare volontario del già lungo esilio!»
Donde queste subitanee trasformazioni? Ciò è quanto vuolsi domandare al Conte non al Piovano. Il Piovano può accertare che il Guerrazzi ne rimase afflitto, ma non per lui; maravigliato non già, che ormai di nulla ei più si maraviglia in questo mondo.