Mentana E Il Dito Di Dio Episodi Narrati Dal Superstite Ettore
Chapter 1
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MENTANA E IL DITO DI DIO
EPISODII.
[Ritratto dell'Autore]
MENTANA E IL DITO DI DIO
EPISODII
narrati dal Superstite
ERNESTO POZZI
CON
illustrazioni di DE-ALBERTIS e prefazione di F. GIARELLI
SECONDA EDIZIONE
_con importanti aggiunte fatte dall'autore_ _e col ritratto del medesimo_
MILANO
ULISSE LOMBARDI, EDITORE
1889.
PROPRIETÀ LETTERARIA E ARTISTICA RISERVATA
Milano, Tipografia degli Operai (Società cooperativa).
Limpido raggio sulla bassa marea de' tempi che volgono, ricompare _Mentana_, di Ernesto Pozzi.
Il libro è piccolo di mole, ma grande per le memorie che suscita, per le simpatie che inspira, pei ricordi che evoca. Alla narrazione appassionata di Ernesto Pozzi, l'arte ha voluto aggiungere, colla patriottica matita di Sebastiano De Albertis, l'Orazio Vernet della nuova Italia, una nota calda e generosa. La penna, il pennello e la spada si sono stretti in un abbraccio ineffabile. Il volontario di Milazzo, di Mentana e di Digione ha scritto. Il soldato delle Cinque Giornate, della campagna 1848, di Varese, S. Fermo, 1859, e di Bezzecca nel 1866, ha disegnato. Due generazioni si sono alleate per questo volumetto, che a noi, sul tramonto, rammenta un'ora entusiastica della giovinezza perduta, e che ai venturi, pei quali la storia d'Italia sarà un culto, insegnerà quanta virtù di cuore e di braccio animò e condusse i maggiori alle battaglie di popolo.
Bisogna risalire a quei dì. I «calcoli» di Napoleone III davan legge all'Europa. Il mondo politico si curvava tremante ed adorante innanzi all'uretra imperiale. Il bollettino del sommo clinico Nelaton, medico dell'imperatore, regolava il corso delle faccende di quaggiù.
Ma Garibaldi non era un uomo di quaggiù. Bello e sublime arcangelo della rivoluzione, il soldato dei Due Mondi, aveva, nel deserto delle speranze d'Italia asservita al secondo impero, elevato il grido di _Roma o morte!_ E tutto un popolo dietro lui si mise: e dalla gioventù universitaria, dalle officine, dai campi, dal commercio, dalle schiere volontarie del 1860 e del 1866 proruppe, eco formidabile, il plebiscito degli italiani, che gli si stringevano intorno, anelanti a consacrare nella eterna Roma il nuovo patto della patria una e redenta.
Invano la diplomazia tentò sbarrare la via alla crociata garibaldina. Invano il Governo, esitante, incerto, pauroso, s'argomentò di frenare tanto impeto. Invano Rattazzi, sulle prime trascinato nel movimento, procurò poi resistere, sicchè, travolto da quella audacia portentosa, dovette ritirarsi. Invano la reazione, capitanata dal nuovo ministero Menabrea, ubbidì al cenno delle Tuileries con dichiarare fuori della legge i combattenti nell'Agro romano. Invano allo _jamais_ di Rouher rispose la fratricida frase di Failly: «_les chassepôts ont fait merveilles_». Invano l'augusta parola dell'eletto dai plebisciti fu provocata dalla reazione per demolire l'impresa. Invano l'ultra-montanismo francese mandò i battaglioni di Magenta e di Solferino a rinforzare i reggimenti pontificii. Invano stettero mille contro dieci. Invano, deserti d'ogni ausilio, i volontarii furono schiacciati e costretti a rifare in ritirata la strada maledetta di Passo Corese.
L'affermazione del diritto nazionale non è soppressa dalle catastrofi. La coscienza d'un popolo non è menomata dalle disfatte. Succede per essa ciò che successe al mitologico Anteo, soffocato dalle braccia di Ercole. Toccando il suolo riprende virtù e gagliardìa rinnovate.
Così fu, così è di Montana. Quel sacrificio ritemprò le fibre rilassate. Quel sangue fece rigermogliare il simbolico albero della speranza. Quell'olocausto--disse Giuseppe Ferrari--fu una necessità storica. Ma una necessità feconda. Infatti il cannone che nel 1870 aprì la breccia fra Porta Salara e Porta Pia, era stato tre anni prima caricato sui tragici colli dell'antica Nomento dalla mano dei martiri nostri.
Oggi, qui, di Mentana ci riparla il volontario di quel dì: Ernesto Pozzi: nome caro alla giovane democrazia dei tempi nostri, quando c'erano ancora dei giovani pel quali la fede nella nuova Italia era segnacolo in vessillo. Il buono e bravo Ernesto Pozzi, oggi avvocato grigio e posato, ma allora florido, fresco, instancabile, insurrezionale perpetuo dell'università; e che col suo fare da inspirato e la sua testa fatale, tra l'una e l'altra lezione di diritto, se ne andava col bastoncino fra mani ed un eterno flore nel nastrino del cappello ad inscriversi fra i partenti, appena odor lontano di polvere garibaldina sentivasi per l'aria.
Ernesto Pozzi è tutto quel che di più brianzuolo ci sia e ci tenga ad esserlo. Nato ad Acquate il 9 luglio 1843--il paesello del favoleggiato _Don Abbondio_ negli ammirabili _Promessi Sposi_--era spiegabile che i suoi volessero farne fuori un successore al tremebondo curato manzoniano. Però fra le mura del seminario di S. Pietro in Barlassina il piccolo Ernesto non trovò la vocazione pel santuario; sicchè, compiutivi i primi studii, spogliò la veste talare e le brache corte, ed il liceo Beccaria di Milano ebbelo fra i suoi più vivaci e più svegliati scolari. Ma nel 1860 c'era ben altro da fare che studiare filosofia. Ed Ernesto mise sotto chiave i sillogismi e se ne andò in Sicilia colla seconda spedizione, che ebbe nome dal generale Medici. L'età immatura avevalo fatto respingere dai ruoli dei Mille. Ritornato, dopo la campagna, riprese gli studî interrotti, e nomade cultor delle Pandette, seguì i corsi legali a Torino, a Genova, a Pisa, dove si laureò. Su pei greppi del Trentino, nel 1866, a Mentana nel 1867--imperando il reazionario gabinetto Menabrea--fu, per le sue idee politiche molto accese, messo, con altri patrioti, all'ombra, nelle carceri genovesi. Ne uscì, dopo un'ordinanza di non luogo a procedere, tre mesi appresso: e più tardi, le peripezie di quel processo e di quella prigionia, egli descrisse nella sua: _Estate in Sant'Andrea_. Nell'ottobre del 1870 partecipò alla campagna di Francia come capitano; e dopo la battaglia di Pranthoy fu promosso al grado di capo squadrone di stato maggiore.
Ora Ernesto Pozzi vive a Lecco. Da undici anni è consigliere provinciale a Como; nelle elezioni politiche fu quattro volte candidato radicale con migliaia di voti nel suo collegio; e se non lo si elesse, si fu pei suoi principî schiettamente repubblicani.
Ecco le principali sue pubblicazioni: _Storia e letteratura_, con altri scritti; _I martiri del 1866 e il maggiore Lombardi_; _Una corsa per l'Europa_; _La contessa e il banchiere_; _Un'estate in Sant'Andrea_; _Biografie e paesaggi_; _La libertà combattuta_; _Scaramuccie_; _Mentana e il dito di Dio_, ecc., ecc.
Su queste opere del ferace ingegno di Ernesto Pozzi, la _Bio-Bibliografia generale italiana_ del prof. Paolo Zincada, pubblicata l'anno scorso, raccoglie alcuni giudizi della critica. Per esempio: la _Storia e letteratura_ fu da Giulio Uberti, il poeta civile, giudicata con somma lode; sulla _Contessa e il banchiere_ e sull'_Estate in Sant'Andrea_, Francesco Domenico Guerrazzi scrisse all'autore lettere lusinghiere, e le _Biografie e paesaggi_ e la _Corsa per l'Europa_ riscossero gli elogi di Luigi Settembrini. La _Libertà combattuta_ ebbe la fortuna di quattro edizioni, e alle _Scaramuccie_ stese la prefazione Filippo Turati.
Inoltre Antonio Ghislanzoni, il solitario di Caprino Bergamasco, nel terzo volume de' suoi bellissimi _Capricci_--dedicato al Pozzi--riproduce, rettifica e completa il cenno biografico del _Dizionario contemporaneo_ di A. De Gubernatis. E senza parlare dello splendido epistolario di scrittori e di patrioti illustri, gelosamente custodito da Ernesto Pozzi, già redattore dell'_Unità Italiana_, in tempi grossi, quando un tratto di penna democraticamente libera conduceva dritto dritto nella solitudine del carcere politico.
Ecco chi è l'avvocato Ernesto Pozzi, che dà qui alle stampe la seconda edizione del suo _Mentana_. Edizione aumentata e corretta, e per la quale l'antico Goliardo garibaldino afferma un'altra volta la immutabilità della sua fede e della sua scuola: la prima popolarizzata dall'indelebile carattere mazziniano: la seconda inspirata alle più incrollabili convinzioni del bello, forte e gentile classicismo nostrano.
Leggete, leggete, o giovani, questi appunti scritti fra un colpo e l'altro di fucile. È roba di casa, roba del nostro tempo ed italianamente sentita, pensata e scritta. Assorgete, o giovani, con essa e per essa, agli ideali altissimi della patria e dell'umanità--nè vi sia grave questo prologo breve che l'amicizia lunga ed antica ha inspirato, ma che la più patente verità delle cose giustifica e consacra.
_Milano, 18 ottobre 1888._
F. GIARELLI.
[Monumento in piazza Mentana a Milano.]
Come stavano le cose.
La breve escursione militare del 1867 nell'Agro romano colle varie scaramuccie, l'assalto e la presa di un castello, un'ecatombe di eroi ed una sanguinosa battaglia campale merita posto tra i più belli e brillanti fatti d'armi dei volontari campioni della Unità d'Italia.
L'attacco contro gli ultimi possessi temporali del papa, ridotti per gran parte a palude, s'iniziò su parecchi punti per sgomentare il governo pontificio e sparpagliandone le forze verso i confini rendere possibile l'insurrezione in Roma, entro la quale, con permanente pericolo della testa, stavano per inspirarla e poscia capitanarla Luigi Castellazzo, il poeta di _Tito Vezio_, Francesco Cucchi e Giuseppe Guerzoni, che con Alberto e Jessie Mario fu poi lo storico dì Garibaldi.
Questi, _Deus ex machina_, doveva raccogliere il più grosso nerbo di truppe, accorrere in decisivo aiuto della rivolta e restituire il cuore alla patria colla grande città di Camillo e di Scipione.
Allora in Italia, omettendo gli austriacanti e i cortigiani o masnadieri dei principi decaduti, esistevano due partiti: il moderato e quello d'azione. Il primo come il leone della favola reclamava le prede e accettava gli utili fatti compiuti colla scusa del proverbio fiorentino, che cosa fatta capo ha; riveriva come tutore e patrono Napoleone III che ingannava e tradiva gli Italiani al pari dei Polacchi, e d'accordo coi neo-guelfi aveva colla cruenta convenzione del 15 settembre 1864 implicitamente rinunciato alla nostra capitale.
Il partito d'azione o dei frementi, audace e circondato di prestigio per le splendide glorie e le memorabili sciagure del 1833, del 1844, del 1848, del 1849, del 1853, del 1857, del 1859, del 1860, del 1862, del 1864 e del 1866, voleva ad ogni costo l'Italia riacquistata da valore italiano, detestava il sire usurpatore del Due Dicembre e contro ogni costui trama e prepotenza imponeva e tentava la liberazione dei sette colli, da dove soltanto riteneva potersi parlare all'Italia intiera.
E la lotta dei due partiti non era mica platonica, accademica o di semplici opinioni tranquillamente manifestate. Napoleone nel 1862 ordinava alla sua flotta nel Mediterraneo di colare a fondo Garibaldi se lo incontrava in mare; in Parlamento i trentatrè della sinistra storica con Crispi, Guerrazzi, Brofferio, Cairoli, Bertani, Nicotera, Macchi pugnavano gladiatoriamente colle valanghe di destra e centro; Bertani rimaneva impassibile come Ajace a sfida contro ministri e maggioranza, accusati di violazione del segreto delle lettere, che spaventosamente gli urlavano in faccia; Garibaldi veniva pigliato a fucilate, ferito e rinchiuso nel bagno penale del Varignano; si teneva ferma la condanna di esilio e di morte sul capo di Mazzini o si tentava troncargli i nervi con corrispondenze ed abboccamenti col re; perquisizioni, arresti, prigione, sequestri, processi, calunnie erano le armi dei moderati contro i prodi che nutrivano e riscaldavano il sentimento italiano.
La vecchia e deperita Italia coi suoi vizi, le sue mollezze, la sua educazione gesuitica e da confessionale e le sue abbiette tradizioni di servitù, si dibatteva con tutti gli agevoli istromenti del potere contro il fuoco, l'entusiasmo e la santa vigorosa ribellione della giovane Italia. E storia la è codesta e certi fanciulloni, che s'ammantano di pretesa serenità imparziale perchè codardamente stettero estranei a quelle lotte, sono degni del limbo e di un indulgente sorriso di commiserazione.
Il partito rivoluzionario si agitava quale vulcano in eruzione e distruggeva tutti gli ostacoli come lava che spazza via selve, vigneti e messi finchè non si trovi al fondo. Società, comitati, comizi, stampa battagliera, voce alta e senza paura, apparecchi d'armi, tentativi, insistenza per Roma metropoli erano la sua forza e la sua organizzazione.
Egli non poteva dimenticare la spedizione d'Oudinot a Roma, la subdola pace di Villafranca, il mercato di Nizza e Savoja coi sessanta milioni e i dispari trattati commerciali per giunta, le trame per Murat a Napoli, e per un principe napoleonico in Toscana, le fregate francesi allo stretto di Messina nel 1860, la continua prevalenza e le minacce galliche nei nostri negozi, la _démonstration sanglante_ di Custoza nel 1866, la cessione di Venezia col marchio infamante di Lebeuf, la revocata conquista del Trentino e la spavalda occupazione di Roma. Minghetti e Visconti Venosta, che avevano stipulato la vergognosa convenzione di rinuncia a Roma, e Ricasoli, che vi mandava Tonello per trattative col papa al quale si pagavano gli interessi del debito pontificio, cadevano sotto la pubblica indignazione e la reggia doveva ricorrere al suo parafulmine affidando il governo a Rattazzi.
I Francesi avevano sgombrato Roma l'11 dicembre 1866 e tosto Comitato nazionale romano, emigrati romani, Unione liberale italiana e Centro di insurrezione, governato quest'ultimo dal colonnello Giacinto Bruzzesi, cominciarono la propaganda per l'acquisto della nuova Gerusalemme. Garibaldi verso la metà dei febbraio 1867 era piombato d'improvviso come aquila sul continente e il 22 marzo da S. Fiorano annunciava al mondo, che era superbo di riprendere il titolo e l'ufficio di generale romano, e poscia raccomandava l'_Obolo della Libertà_ in chiara antitesi all'_Obolo di San Pietro_.
Nel giugno si tentava un'invasione nel territorio pontificio dalla parte di Terni, e nel luglio Garibaldi proclamava: «E chi negherà ai Romani il diritto di insorgere? Agli Italiani il dovere di aiutarli? Vi è forse una tirannide più degradante di quella del papato, messo lì nel core della penisola per impedirle di costituirsi; per seminarla di briganti; per raccogliere nel suo seno tutto quanto l'oscurantismo mondiale; per mantenere tra questo povero popolo la miseria, l'ignoranza e la discordia? Missione degna del Bonaparte, protettore di tutte le tirannidi, fu quella di volere eternare quella di Roma coll'esecranda Convenzione di settembre.»
Rattazzi, legislatore anticlericale ma uomo politico da burla, il 21 settembre annunziava che seguiva con diligenza grande l'agitazione che col nome glorioso di Roma tentava spingere il paese a violare i patti internazionali e soggiungeva: «In uno Stato libero nessun cittadino può farsi superiore alla legge e mettere sè stesso in luogo dei grandi poteri della nazione e di suo arbitrio disturbare l'Italia nella dura opera del suo ordinamento e trascinarla in mezzo alle più gravi complicazioni.»
Garibaldi per tutta risposta s'era recato a Sinalunga sul confine romano e Rattazzi ve lo faceva arrestare e tradurre alla fortezza di Alessandria. Lungo il viaggio, a Pistoja, Garibaldi consegnava a Del Vecchio, da pubblicare, questa lettera:
«I Romani hanno il diritto degli schiavi: insorgere contro i loro tiranni, i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani ed Italiani. Il mondo intero vi guarda, e voi, compiuta l'opera, marcerete colla fronte alta e direte alle Nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abbominevole suo nemico, il Papato.»
Così grandi furono le ire e i tumulti per tale arresto, così imponenti le ovazioni del popolo e dello stesso esercito, che il governo temette un pronunciamento e si affrettò a ricondurre l'eroe in Caprera, che fu circondata da navi di guerra per vietargliene l'uscita. E si giunse al punto da sparar cannonate e carabinate contro il generale, impaziente di evadere da quella nuova carcere; ma egli mandava proclami agli Italiani, tempestava e fulminava, finchè un bel giorno, dopo miracolosa evasione procuratagli dal genero Canzio e con denaro di Lemmi, comparve in Firenze e veruno ebbe il coraggio di toccarlo.
L'entusiasmo popolare era irresistibile e il governo ne fu soggiogato.
Acerbi era penetrato in Viterbo, Nicotera si presentava verso Frosinone e Velletri, Pianciani marciava su Tivoli, si combatteva a Nerola, a Montelibretti, a Bagnorea ed a Firenze costituivasi il Comitato centrale di soccorso.
Circa sei giorni prima del suo arresto a Sinalunga, Garibaldi trasmetteva ai capi dello colonne queste istruzioni, l'originale autografo delle quali è posseduto da Francesco Tolazzi:
1.º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio Romano a Viterbo.
2.º Si raccomanda ad ogni comandante di Colonna di non impegnare combattimenti colle truppe pontificie--se non checon molta probabilità di riuscita.--Ed ove le forze nemiche sieno superiori--manovrare in modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la Colonna principale.
3.º Ove un comandante di Colonna si trovasse nella assoluta necessità di combattere--egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo intiero ha gli occhi su di noi--e che sa che noi siamo assuefatti a vincere.
4.º A qualunque costo i comandanti delle Colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell'Esercito Italiano.
5.º Scopo del movimento: è di rovesciare il Governo dei preti--proclamare Roma Capitale d'Italia--e lasciare il popolo Romano in piena libertà sulle proprie condizioni di Plebiscito.
6.º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso le popolazioni--I militi della libertà nostri fratelli d'armi--sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio--che si macchiassero di brutture.
7.º Sì darà alle Colonne l'organizzazione ch'ebbero in tutti i tempi i corpi volontari--acciocchè esse si presentino al paese--ispirandovi la fiducia e la paura ai nemici d'Italia.
E vi aggiungeva questa _Appendice alle Istruzioni_:
1.º I comandanti delle Colonne hanno il diritto d'impossessarsi d'ogni cosa appartenente alle Autorità nemiche a profitto della rivoluzione.
2.º Abbisognando di viveri od altro ne faranno richiesta alle Autorità Municipali locali--rilasciando loro idonee ricevute.
3.º Una Colonna che si trovi nell'impossibilità di concentrarsi alla Colonna principale--manovrerà di modo da non combattere con svantaggio--inquieterà il nemico quanto possibile--e procurerà frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.
4.º In questa impresa gli Italiani, devono ben penetrarsi d'aver su di loro gli occhi del mondo intiero--e che quindi il nome Italiano deve uscirne bello, radiante di gloria--e salutato con entusiasmo e rispetto da tutte le Nazioni.
5.º Fra le eventualità possibili vi è quella d'esser io arrestato.--In qual caso il movimento deve continuare colla stessa impavidezza come se fossi libero.--E deve pur continuare anche che arrestassero la maggior parte dei capi.
6.º In caso non riuscisse una Colonna nell'intento--le altre devono continuare il moto come se nulla fosse successo.
Rattazzi trascinato dalla corrente non era, più tardi, alieno dall'inviar le truppe italiane su Roma, ma un veto superiore ne lo trattenne e giunse voce d'un nuovo intervento francese a Roma, finchè egli nella sua stridula fiacchezza cedette il posto al reazionario Menabrea.
Napoleone allo scoppio dei tumulti in Roma e della insurrezione nell'agro circostante, offeso nell'orgoglio al pari d'un ragazzo pervicace e atteggiandosi a pedagogo, armato di ferula, minacciò di bombardar Genova e Napoli e occupar Firenze, come se queste città e gli Italiani fossero di pasta frolla e da Tolone allestì la partenza di suoi soldati per Civitavecchia.
A Firenze il governo era in sconquasso e Giorgio Pallavicino, Crispi, Cairoli, Miceli, De Boni, componenti il Comitato centrale di soccorso, dominavano quasi arbitri la posizione nell'orgasmo nazionale, Cialdini invano cercava calmar Garibaldi in un segreto colloquio con lui in casa Lemmi e non riusciva a raccozzare un ministero.
E' vi furono del momenti in Italia, in cui, come dopo Custoza nel 1860 e poco prima di Mentana, un Cromwell avrebbe potato arditamente afferrarne le redini e guidarla forse a più splendidi destini. Ma il patriottismo sincero sovrastava a tutto nell'animo dei capi rivoluzionari e la paura di guerra civile si trasfondeva nel solenne ed epico _obbedisco_ di Garibaldi.
Fatto sta però che la vecchia bandiera del 1860 non sventolava per l'Agro romano e il tentativo del maggior Ghirelli con Franco Mistrali di innalzarvela da Orvieto e da Orte fu soffocato nel biasimo generale. A Roma si doveva decidere codesta questione allora secondaria e giacchè il solo popolo vi lasciava sulla via sangue e cadaveri, niuno poteva osar prima di risolverla.
Il Comitato centrale di soccorso sedeva in Firenze in una vasta ed ampia sala presso l'Arno tappezzata in rosso amaranto e sguernita d'ogni arredo, tranne un tavolo coperto da tappeto verde. Là si trovava assiduo Giorgio Pallavicino co' suoi occhioni di vivezza ancor giovanile, che brillavano per la gioia di grandi eventi. Quel vecchio superstite del 1821 sembrava una robusta quercia solitaria tra i venti e la frugna delle montagne e rappresentava quella aristocrazia generosa d'Italia che, sacrificando fortuna e tutti gli agi della vita, resistette ognora impavida allo straniero e alla schiavitù e sentiva l'orgoglio personale e la dignità di liberi cittadini. Gli era sempre devota al fianco la risoluta e simpatica sua signora, che ricordava i nobili sacrifici e gli amori dello Spielberg e pareva eccitare quel sereno vegliardo ad ogni nuovo e più ardito rischio. Egli ed ella accoglievano noi giovani come figli, c'informavano delle ultime notizie e ci battevano seriamente la mano sulla spalla come a cui ripromette un bene insperato.
Crispi, fibra d'acciaio ed avvezzo ai più strani pericoli ed a pensate audacie, era focoso e in un tranquillo al pari del suo Mongibello coperto di neve, dava ordini secchi e tra l'un comando e l'altro si stringeva a consulto con Cairoli.
Cairoli, prototipo del patriottismo senza secondi pensieri, aveva i sopraviventi fratelli nell'Agro romano, era come di consueto dolce, affabile, pieno d'energia come un geniale guerriero da poema e blandamente altiero che la sua famiglia non fosse seconda nella partita d'onore coraggiosamente impegnata. Egli zoppicava per la gloriosa ferita alla gamba e toccava a noi giovani aiutarne i passi dalla sala o dal parlamento all'albergo. Il valoroso pavese ringraziava col suo sorriso da fanciulla e colla sua franca voce di pieno petto a contrasto stentorea.
Quale doveva essere la felicità di Filippo De Boni, che aveva descritto gli orrori della santa Inquisizione e gli scandali della Corte pontificia e sospirava vicina la catastrofe del triregno e del vincastro cattolico?
Il calabrese Miceli alla vista dei volontari non poteva temere che la bandiera d'Italia venisse da essi trascinata nel fango.
E i nostri posteri non potranno lamentarsi che la vecchia e la nuova generazione dal 1848 al 1871 non abbiano loro rimessi in eredità argomenti di balda poesia e di cavallereschi romanzi e scene degne di novella e di canto. [Blank Page]
Oltre il confine sacro.