Part 3
D'un tratto l'eroe abbassò il binoccolo, e additandoci la via Nomentana, ci disse colla sua voce sempre franca e impassibile:
--Laggiù sonvi colonne in marcia verso di noi.
Ci passò il binoccolo e poi soggiunse fra sè e sè, e come di frase da non raccogliersi:
--Sono francesi.
Quel forte rimirò cogli occhi lincei il punto indicato, e poscia interrogandoci collo sguardo e muovendosi verso la scala di discesa, disse con calma pensierosa:
--È necessario partir subito.
Una ventina d'anni poi Francesco Cucchi, che allora cospirava in Roma, mi raccontò che egli con un prete recossi il 30 ottobre dopo mezzogiorno a vedere alla stazione ferroviaria l'arrivo dei francesi sbarcati il 28 a Civitavecchia.
--Don Domenico, applaudite, se no ci sospettano subito per liberali--susurrava il congiurato Cucchi al complice sacerdote. E amendue si misero a battere le mani e gridare evviva.
Ma Cucchi poco stante prese un fido pecoraro e gli consegnò per Garibaldi la notizia dell'entrata dei francesi in Roma con un bigliettino ravvolto a guisa di pillola in un pezzo di stagno per tabacco da fiuto, che il mandriano depositava in bocca tra i mascellari e la guancia protetta da folta barba. Alla uscita da una porta di Roma le guardie perquisirono il gagliardo buzzurro, palpandogli persino la faccia, ed egli trangugiò la pallottola col messaggio. Giunto a Monterotondo, narrò il fatto a Garibaldi, che ordinava a Basso la somministrazione di un medicinale; onde la novella dei francesi tornò alla luce e fu dal solo generale risaputa.
Squillarono le trombe pel castello e per le vie, e a mezzogiorno circa gli scarni battaglioni uscirono in silenzio e con ordine di stare all'erta dalla porta attigua al palazzo Piombino per alla volta di Montana, a un due chilometri di lassù.
[Illustrazione]
Il nostro piccolo esercito offriva l'aspetto il più pittoresco.
Noi eravamo quasi tutti vestiti alla borghese [Vedi illustrazioni], chi ancora d'estate e chi di mezza stagione, questi col pastrano sgualcito, quegli con un mantello sciupato o con una sucida coperta in ispalla, la pluralità in giacchetta, qualcuno pensino in abito a doppio petto od a coda di rondine o penna d'acciaio, altri addirittura in manica di camicia, come per venire al pugilato, o col bianco ammiccante da strappi in tutte le parti, qualcuno in camicia rossa; predominavano gli artistici cappelli molli alla Vandyk, coi _gueux_ compatriotti del quale era sentita la nostra somiglianza, e qua là spiccava qualche tradizionale berretto fiammante tra macchie indescrivibili e sopra la visiera cadente per le scuciture. Fucili ve n'avevano d'ogni provenienza, natura ed età, senza bretella, con una fascetta perduta e magari sprovvisti di cane o grilletto o luminello, scarse o mancanti le cartucce o le capsule, e i volontari, pel maggior numero studenti, professionisti e negozianti, impavidi, a passo cadenzato, recavano sugli omeri catenacci irrugginiti, che senza il beneficio della provvida baionetta non avrebbero servito che da bastoni contro dei manigoldi. Gli ufficiali procedevano davanti o di fianco ai militi, giacchè soldati non ci erano per completa deficienza di soldi, e a loro arma di comando ed offesa brandivano un silvestre randello od un ramo tagliato al bosco, ben pochi possedendo una sciabola, un pugnale, una pistola od una rivoltella. Alcuni ufficiali superiori avevano la fortuna di un cavallo levato ai buzzurri o mandriani della campagna romana, ma colla cavezza o le redini di canape, senza sella o senza staffe.
[Illustrazione]
Oh, la nostra tenuta era magnifica e veramente da parata!
Mentre si camminava, s'udì lo scalpitare di vari cavalli al trotto serrato e tutta la colonna si fermò ritraendosi verso la siepe a destra e facendo fronte per vedere i cavalieri e dar loro il passo.
Era Garibaldi col suo Stato Maggiore e il suo aiutante Canzio in tuba, come davanti il libraio Grondona in via Carlo Felice a Genova.
[Illustrazioni]
Scese le scale di palazzo Piombino, zufolando con tristezza una sua vecchia canzone di Montevideo, Garibaldi era uscito ultimo e contro suo costume al galoppo da Monterotondo, e stava in testa alla cavalcata con un bianco ronzinante inscheletrito a guisa di quello dell'Apocalisse, una sella da capraro e le cinghie delle staffe in corda [Vedi illustrazione]. Al nostro arrestarci mise anch'egli l'ignaro e squallido quadrupede al passo e ne tolse occasione per guardarci tutti in muta rassegna. I militi alzarono i berretti e i cappelli sulla punta delle baionette e lo salutarono col grido: viva il nostro duce! O Roma o morte!
All'epoca di Aspromonte, nell'agosto del 1862, l'imperatrice Eugenia aveva cinicamente risposto: Morte e non Roma.
Arrivato egli alla mia compagnia, ridotta ai molti quattordici uomini, gli feci il saluto militare col bastone a foggia di sciabola, ed egli a saluto di risposta diede improvviso due così energici colpi di sprone al suo invalido Pegaso, che lo fece sbalzar d'un tratto a parecchi metri, e proseguì di volo verso Mentana.
Ricorderò sempre quello sbalzo e chi sa quali pensieri avrà suscitato in quel magnanimo l'aspetto delle nostre tristi condizioni e delle nostre armi?
Mentana, che noi nominiamo con riverenza e con affetto come di un nido dove sono germogliate le più belle speranze della vita, è un paesello di poco più i cinquecento abitanti e siede in una conca inghirlandata da verdi poggi. Scendendo dal prossimo Monterotondo, s'incontra a sinistra una chiesa isolata e poi la strada tira via dritta da mezzogiorno a tramontana e la fiancheggiano in schiera dall'uno ed altro lato le case che costituiscono il nostro villaggio e di cui quel municipio dovrebbe crearci tutti almeno cittadini onorarii. A destra, in fondo al paese, per un erto chiassuolo selciato di montagna si sale al castello degli Orsini, e un po' più innanzi la strada consolare si sbieca a mancina montando alla vigna del Principe o Villa Santucci.
Io e il capitano Enrico Imperatori di Lugano ci eravamo soffermati un breve istante sul limitare d'una lunga cánova per un bicchiere di vino bianco, e nel raggiungere tosto alla corsa le compagnie udimmo qualche non lontano colpo di fucile come d'avvisaglia fra avamposti, e incontrammo pedestre e solo il generale Nicola Fabrizi, tutto vestito a nero come in Parlamento, alta e snella la persona, la testa stupenda di Mosè o dell'apostolo San Paolo, un nero cappello basso o tondo, le scarpe lucide e un cinturino d'argento sopra l'abito, che reggeva la spada dal pomo d'avorio di capo di Stato Maggiore [Vedi illustrazione]. Interessante e superba figura!
[Illustrazioni]
--Generale--Io interpellai--si pare alle schioppettate: dobbiamo far caricare le armi?
--Sì--rispose egli senza scomporsi--e voi altri occupato codesta collina a destra.
Era il tocco dopo mezzogiorno e il maggiore Luigi Stallo si trovò col suo battaglione d'avanguardia impegnato d'improvviso in una vivissima moschetteria cogli zuavi pontifici, mentre tutta la nostra colonna era in marcia. E ciò derivava dal fatto che il colonnello Paggi, per un ordine mal compreso o dato per errore da un subalterno, aveva abbandonato le sue posizioni di guardia e si era ritratto a Palombara lungi dalla Nomentana.
I colli a destra ed a sinistra furono all'atto occupati in catena, Garibaldi accorse in prima linea e la fucilata si fece generale e nutritissima come nello scoppio d'una polveriera e in un incendio di una fabbrica di cartucce. Poco stante rintronarono l'urrà e il grido: _Viva l'Italia e Garibaldi_ della carica alla baionetta, e i papalini venivano cacciati in rotta.
Tra i primi feriti vi fu il capitano Giulio Bolis del battaglione Antongini, colpito mortalmente in pieno petto. Mentre i suoi amici lo trasportavano in Mentana, Garibaldi chiese chi egli fosse. All'annuncio: È il conte Bolis di Lugo--esclamò, battendosi la fronte: Povero Giulio!
Nessuno sospettava la presenza effettiva dei francesi, meno forse Garibaldi, che li aveva intuiti dalla torre di palazzo Piombino e nel grave dubbio li aveva a mezza voce annunciati a sè stesso. L'uniforme non bastava per discernerli, perchè la legione d'Antibo del colonnello Charrette al servizio del papa ne portava l'identica assisa e si poteva credere che Garibaldi avesse scambiati i soldati di quella pei veri francesi sbarcati di fresco a Civitavecchia.
D'un tratto si sospese il grido della corsa alla baionetta, vi fu un istante solenne di silenzio, che venne bruscamente disturbato da una chiassosa e rimbombante moschetteria a noi più vicina, e riprese più vivace di prima l'enorme frastuono della battaglia a colpi di fucile e di cannone.
Erano i francesi che, vedendo profligati i papalini, accorsero coi loro battaglioni nella mischia in primo rango e strabocchevoli rovesciarono da Villa Santucci su di noi la nostra avanguardia di Stallo, che veniva miseramente ferito nelle gambe. La prima compagnia dei carabinieri genovesi, nella quale pugnavano i giovani più eletti ed onore e lustro di Como e Varese, resistè eroicamente alla diruta cascina Guarnieri, cosparse il terreno di morti e vulnerati, meglio che cedere si ridusse a quaranta, a trenta, a venti, finchè gli ultimi undici, accerchiati e soverchiati, trovarono salvezza in una grotta sprofondantesi, dalla quale uscirono dopo sedici ore prigionieri. La confusione divenne terribile, le grida dei feriti erano strazianti, dal campo nemico i colpi di fucile scoppiavano stridenti e incessanti come rulli affrettati di tamburo, le palle fitte come grandine giungevano miagolando e fracassando, dei garibaldini inermi lottavano corpo a corpo coi nemici, ne strappavano le armi, li assalivano a pugni ed a morsi, li rotolavano insieme per la china, come in una zuffa cogli orsi, chi correva, chi fuggiva, chi cadeva, il vociare era assordante dall'una e dall'altra parte, era un certame da disperati, un pandemonio.
Il colonnello Missori, in arcione su di un cavallo moro [Vedi illustrazione], che copriva quasi per intiero coll'ampio mantello grigio, e fra quella gazzarra e pioggia micidiale di proiettili, dai quali venne trafitto il collo della sua bestia, ritiravasi altiero e indifferente come in una lizza insieme alla colonna, che si ripiegava su Montana. Nell'atto che Missori ebbe ferito il cavallo nel collo, e proprio nel momento del primo attacco generale della linea nemica, esclamò:
--Come si battono bene i nostri volontari!
E ritirandosi impartì l'ordine ad Enea Crivelli, che il battaglione Torri-Tarelli occupasse Mentana, dove già sorgeva una barricata a difesa.
[Illustrazioni]
In piedi su di essa il tremendo Carlo Nicotera agitava un gran sciabolone ad incoraggiamento o strepitava e gesticolava come un ossesso. Il capitano professor Papiri di Fermo caricava e scaricava il suo schioppetto da caccia, come ad una partita importante di bersaglio.
Veruno poteva comprendere qual maniera di fucili ci si sparasse contro e nessuno era in grado di sapere che i _chassepots_ fabbricati a Brescia compievano per la prima volta le loro meraviglie su di noi.
Ciò malgrado, dalla barricata, dalle finestre delle case, dall'alto del castello, dal poggio posteriore si teneva vivo il fuoco e i francesi non poterono o non osarono precipitarsi dalla prominenza di Villa Santucci lungo la via Nomentana fin giù all'imboccatura asserragliata del villaggio.
Ma tal grossolana mancanza di tattica o di coraggio negli alleati dell'altare e del trono è forse spiegabile nel fatto che essi convergevano gli intenti e gli sforzi verso la nostra sinistra per scassinarla e tagliarci la strada e la ritirata di Monterotondo, fidando anche negli aiuti che loro avrebbero dovuto pervenire dalla via Salaria per percuoterci alle terga.
E là, alla sinistra sul campo dei pagliai, eseguirono prodigi di bravura Garibaldi e tutti i migliori ufficiali. Bezzi dovette a viva forza trattenere il venerando Fabrizi, che senza riguardi slanciavasi nella mischia, e Canzio, spiritoso anche nel pericolo e con una delle sue mosse caratteristiche, cacciò in testa a Garibaldi il suo cappello a cilindro per deviare il nemico, che riconosciutolo alla breve distanza, lo aveva preso di mira; ma i morti e i feriti ingombravano il terreno, i pagliai venivano perduti, il valore personale mal reggeva all'urto immane dell'onda avversaria e fu d'uopo cederle il campo fin presso la chiesa e le prime case di Mentana.
La battaglia poteva esser finita; Garibaldi col centro, la sinistra e la riserva, costretto a rifugiarsi verso Monterotondo; Mentana e la destra accerchiate e rese prigioniere, se non trafitte a fil di spada od a punta di baionetta.
Ma Garibaldi non è un eroe da burla, e non si spaventa per numero d'uomini di fronte. Egli vola agli unici nostri due cannoni già magnificamente manovrati dal povero Luigi Fontana, reduce dalla guerra degli schiavi in America bizzarramente cantata da Walt Whiteman, li pianta in faccia agli infurianti nemici, tra il plauso risuonante per le colline li combatte egli solo con quelle bocche da mitraglia; gli avversari oscillano, si sparpagliano, arrestano la marcia; la prodezza di un uomo li scombussola e conquide, e un lampo di genio rinfresca la battaglia e può mutarne le sorti. Garibaldi abbandona i cannoni al Fontana, comanda una impetuosa carica alla baionetta, le trombe squillano acute come se esalassero un formidabile grido di maledizione e di sangue, ufficiali e militi si cacciano a corpo perduto contro gli sgherri della tirannide, che a loro volta non resistono all'irrefrenabile cozzo, vengon respinti dai pagliai e travolti fuggendo e invocando pietà fin su alla storica Villa Santucci.
Vi fu un imponente riposo e come una tregua di Dio, quasi tutti fossero sbigottiti di quanto accadeva in quel remoto angolo della terra, e come se il Fato antico fosse in dubbio di farla finita in quel giorno collo scandalo della prepotenza sacerdotale. L'accanimento era giunto al parossismo, e quello fu il punto culminante della battaglia.
Ma il papa e Napoleone III avevano uomini ed uomini da vomitarci contro, alle colonne sbaragliate dei nemici ne succedevano di nuove a fiotti e a torrenti, la moschetteria ripigliò stridula e tempestosa per tutto il campo e in tutte le linee, vittoria e sconfitta con varie e rapide vicende si alternavano, finchè alle cinque, sull'imbrunire, la nostra sinistra fu dal numero soverchiante e irruente sfondata per l'ultima volta, gli alleati ripresero i pagliai, e Garibaldi, per non venir circuito, dovette retrocedere su Monterotondo. Quivi egli, salito sulla sua torre di palazzo Piombino da poche ore e prima di sì tragici eventi abbandonata, meditava ulteriore resistenza, e già ne aveva impartite le disposizioni; ma consigliato da Fabrizi a nome degli intimi a ritirarsi, e non sapendo che Mentana era ancora salva e difesa da un sei o settecento di noi in castello e in borgo, diede a notte ordine di ritorno a Passo Corese, ed egli, solitario davanti e chiuso nel suo affanno, che gli fece increscere la vita incolume, guidava a cavallo la dolorosa retromarcia.
Il governo italiano, che non merita nome od ingiuria, impotente persino a comprendere la grandezza d'animo e a sentire i battiti del cuore d'un patriotta, lo fece banalmente arrestare a Figline e tradurre in quel suo cordoglio al bagno del Varignano, dal teatro della gloria alla galera, che per la seconda volta veniva da Garibaldi dopo Aspromonte santificata al pari della croce dei ladroni da Cristo.
Ma il vinto non era Garibaldi, che dal golfo di Spezia invitava gli italiani a rivolgere il pensiero a Roma e non a lui, bensì il papa: Mentana aveva chiazzato di sangue il volto, le mani e il pastorale del faceto Pio IX, e cielo e terra abborrivano dal consumato assassinio.
Al mondo ripugnava il rinnovato abbraccio di Clemente VII e Carlo V, e non parve nè eroico nè prodigioso che quasi dodicimila tra cesarei e papalini, con cavalleria, treni d'artiglieria e fucili a dodici colpi il minuto si lasciassero sconfiggere da quattromila scamiciati senza armi, e solo dopo ripetute prove li debellassero, senza avere il fegato di inseguirli e di entrare in Mentana, centro della battaglia. Se il generale Orsini, succeduto a Nicotera, fosse salito da Frosinone e Velletri, se Acerbi fosse sceso dalla eterna Viterbo, e se i colonnelli Paggi e Pianciani fossero calati giù al tuono del cannone da Palombara e Tivoli, serrando alle spalle e ai fianchi i protettori del Vaticano, il generale Failly avrebbe egli potuto decantare le meraviglie dei _chassepots_?
Allora i sicari in cocolla e tonsura non sarebbero usciti dalle tenebre nè comparsi come corvi sui cadaveri dopo la battaglia per sfogarvi le loro atrocità.
Un frate, giunto al campo dopo la mischia con una gran croce in mano, gustava il feroce delitto di percuotere con quel sacro istrumento di redenzione il corpo dei feriti, che fra gli strazi giacevano al suolo. La selvaggia opera di quel ribaldo non ebbe fine se non quando alcuni soldati francesi, scorgendo lo scempio orribile che il forsennato compieva, si scagliarono contro quella belva e la cacciarono pieni di umano sdegno e di scandalo.
I papalini arrivati dopo il combattimento infilzavano colla baionetta i cadaveri de' nostri e poi entravano in Roma insanguinati, gloriandosi di aver scannati dei garibaldini.
In una palazzina rossa di Mentana, dove erano ricoverati molti nostri feriti, entrarono dalla parte del monte gli zuavi del papa e loro ingiunsero di raccomandarsi a Dio perchè per essi la era finita. Poi colle baionette massacrarono quanti c'erano, meno pochi che sfuggirono all'eccidio saltando dalla finestra sulla strada.
Ecco quanto scrivevo di ritorno in Milano l'8 novembre 1867 nella mia relazione sulla _Unità Italiana_:
«Nè sleali, nè vigliacchi fummo noi, e noi non abbiamo, al par dei Galli, spogliati od uccisi i feriti.
«Due soldati francesi stavano svaligiando un povero ferito garibaldino. L'uno lo sorreggeva in piedi, e l'altro lo svestiva e derubava. In quel mentre apparve il prode maggiore Tanara alla testa di parecchi volontari, ed i malandrini, non sì tosto lo videro, piantarono nel ventre al ferito la baionetta e si diedero alla fuga. Uno di essi però pagò la sua infamia, e fu ucciso.»
Al contatto dei soldati del papa e di chiercuti senza cuore e senza vergogna, anco la cortesia gallica si tramutava in nefande imprese da masnadieri!
La democrazia italiana invece, oltre quello olimpico di Garibaldi, in Mentana rammenterà sempre con orgoglio i nomi di Fabrizi, Alberto Mario, Menotti, Canzio, Valzania, Missori, Antongini, Salomone, Burlando, Stallo, Bezzi, Guerzoni, Tanara, Cella, Razeto, Mayer coi suoi ferrei livornesi, e ad uno ad uno di tutti i suoi romanzeschi paladini, che vi soccombettero ravvolgendosi al pari di Ferruccio nel vessillo italiano o vi tennero alta e ne riportarono la bandiera senza macchia o viltà.
E fra questi ultimi va pure con cento altri rimembrato l'allora diciottenne Emilio De-Albertis, il figlio dell'eminente patriotta e pittore di battaglie Sebastiano, che soldato l'anno prima in cavalleria Aosta a Custoza ed ora sergente nella colonna Missori, nella ritirata, col compagno scultore Riccardo Ripamonti, da Mentana a Monterotondo, giovine qual era, subì una lacerazione al polmone che dopo qualche anno lo tradusse al sepolcro.
L'indomani della battaglia il nostro tromba Tito Bianchi di Lecco vide a sinistra dello stradale in salita fra Mentana e Villa Santucci e dentro il cavo d'una antichissima e grossa pianta smidollata un giovane garibaldino ucciso.
Egli mostrava i segni della morte violenta, aveva i muscoli rattratti ed era stecchito dal gelo della notte.
Ma il biondo guerriero dentro la nicchia dell'albero reggevasi ancora in piedi spaventoso come lo spettro del rimorso, aveva gli occhi sbarrati e diacci come acciaio di pugnale e immoto li figgeva tuttavia a minaccia e vendetta contro l'accampamento dei suoi massacratori.
Quel giovine che combatteva morto e la vecchia scorza del tronco fulminato e cariato, dentro il quale era ferito, rappresentavano la tragedia di Mentana.
La nuova Italia aveva soccombuto, ma la sconfitta non ne fiaccava l'energia della giovinezza: al carcame del papato temporale non restava che il cadere in frantumi ed in polvere.
Gli splendidi eroismi dei Cairoli a Villa Glori, di Raffaele De Benedetto a Monte San Giovanni, di Giuditta Arquati in Trastevere e dei martiri di Mentana non potevano restar a lungo invendicati e aspettano il loro poeta del trionfo.
[Illustrazione: Ara dei caduti a Mentana.]
I rimasti e il dito di Dio.
In Mentana dal castello, dalle case elevate a due e tre piani, dalle barricate, dai muricciuoli si continuarono le archibugiate fino a sera tarda. Noi facendo fuoco e tra il clangore delle trombe e le grida dei difensori, quantunque in realtà si fossero uditi acuti e quasi lamentosi gli squilli della assemblea generale e della ritirata, credevamo che tutto il nostro minuscolo esercito fosse racchiuso od in giro al villaggio e non ci eravamo accorti che Garibaldi col grosso delle truppe avesse dovuto indietreggiare su Monterotondo. E ciò riuscì provvidenziale, perchè la nostra presenza in paese trasse in inganno il nemico e preservò certo da novella strage e forse da prigionia il generale ed i battaglioni riparatisi in quella rocca.
Al calar della notte rimbombarono isolati gli ultimi ed infrequenti colpi dei nostri catenacci, gli alleati da parecchio tempo più non rispondevano e pel maestoso anfiteatro di colline nascosto dalle tenebre e intorno a Mentana si formò il silenzio funebre, che sussegue la ferocia della battaglia. Ci pareva strano di non sapere di Garibaldi, che portava sempre moto anche nell'oscurità, e di non vedere verun ufficiale superiore, che visitasse i combattenti o recasse ordini. Si fece il giro per l'unica strada del villaggio, se ne esplorarono le adiacenze e si comprese che eravamo rimasti soli e che un grave compito ci spettava pel mattino, finchè la nostra posizione non fosse schiarita. Entrati per le case tutte aperte, vi trovammo i volontari, che giocondi e ciarlieri per una supposta vittoria, si riscaldavano senza noia alcuna in cerchio a gallorianti fiamme dei focolari delle cucine preparandosi ad un secondo cimento, o stanchi si erano coricati lungo i pavimenti, su qualche manata di fieno o di paglia o su pei letti dei proprietari e delle proprietarie, che pigliavano parte alla festa notturna come se all'indomani dovessimo marciare su Roma.
Nella casa a mezzo il paese del sindaco successe un episodio ricordevole. In una camera a primo piano sgombra di tutto, e nella quale stavano sdraiati a terra vari garibaldini in dormiveglia alla penombra d'una lucernetta, egli aveva un tavolo liscio di bianca pecchia, che pare gli dovesse servire di scrigno. Il sindaco, ottima persona, aveva accordato la più cordiale ospitalità, nella quale oltre la legna pel camino acceso a baldoria ci scappava qualche regalo d'un fiasco di vino. Venuto malgrado la sua buona voglia in qualche sospetto o per tôrsene anche l'idea, bighellonando così come si usa, s'accostò al suo tavolo, ne tirò per la chiave il cassetto e guardovvi dentro. Oh meraviglia! lasciò dischiuso il tiretto e venne affannato a dirmi che trovava scomparsi parecchi scudi d'argento. Ne corse subito la voce per le stanze, i garibaldini si levarono tutti in un attimo come per offesa all'intiero corpo e in un batter d'occhio fu scoperto il colpevole, che lì sui due piedi si beccò una gragnuola di pugni e schiaffi, tra il suon dei quali fu costretto estrarre il denaro involato e fu destinato alla fucilazione da eseguirsi dopo la nuova battaglia. Gli scudi furono tosto restituiti al padrone, che rimase sorpreso dello slancio d'onestà di quei giovani, ben pochi dei quali avevano un soldo in tasca. Biricchini ve n'hanno ovunque, ma questo incidente attesta qual senso morale dominava fra i nostri valorosi.