Mentana e il dito di Dio Episodi narrati dal superstite Ettore Pozzi - Seconda edizione, con importanti aggiunte fatte dall'Autore

Part 2

Chapter 23,776 wordsPublic domain

Terni, la patria di Tacito, meritava di essere il centro e il ricapito dei militi, che s'avviavano al confine per far cessare le vergogne romane. Colà pareva che l'ombra del fiero storico ne aleggiasse sopra le teste e ne inspirasse magnanimi propositi contro il covo di vipere alimentate dalla malaria e dalle febbri palustri della campagna romana.

Quella piccola e di solito deserta città a bastioni formicolava d'armi e d'armati; i vecchi compagni s'incontravano e baciavano per via abituati alle danze della morte, e quasi comica era la confusione tra noi per risapere se di fronte ai nostri preparativi palesi e nascosti l'esautorato governo d'Italia li acconsentisse od osteggiasse. Noi eravamo abbastanza indifferenti alle sue intenzioni e da veri artisti, mentre si formavano le varie colonne, trovavamo tempo di dare una capata alla famosa ferriera e di salire a cavallo dei somarelli ad ammirare dall'una e dall'altra parte, coi versi di Byron, la celebre cascata delle Marmore.

Colla legione capitanata da Missori il gentile e composta di pochi noi lombardi e di romagnoli, partimmo a piedi da Terni per Passo Corese. Tutti eravamo in borghese, meno qualche rara camicia rossa, e giunti a Cantalupo in una giornata di gran sole, vi trovammo un drappello di cavalleria regolare, che ci avvertì essere scaglionato a Corese un reggimento di granatieri per vietarci il valico di confine. Si fecero i fasci d'armi in un campo fuori del villaggio e poi si ritirarono tutti i fucili e le munizioni, con incarico a chi scrive di procacciarne i mezzi di trasporto fin dentro il confine. A notte Missori partì colla colonna inerme e uno stesso garbatissimo ufficiale di cavalleria mi provvide al buio i carri pel trasporto della merce di contrabbando.

Il mattino arrivavo lemme lemme e come un carrettiere, con sottile scorta a Passo Corese e alla vista dei granatieri lungo la ferrovia e di due sentinelle impassibili a ciascun lato dell'angusto ponte di barriera, era il caso di non saper che pesci pigliare.

--Mò si fa la frittata!--dissi fra me.

Gli schioppi e le munizioni erano celati da coperte, e uomini e bestie si tirava innanzi adagio come stracchi da lunga marcia, ma senz'aria di frodo e facendo lo gnorri per non pagar dazio.

D'un tratto adocchiai la svelta figura di Missori, che vigile mi venne incontro e mi passò a fianco susurrandomi di continuare la strada come se nulla fosse. Quindi egli ritornò verso il ponte e s'imbattè nel gigantesco Caravà, colonnello del settimo reggimento di granatieri a guardia del confine, e riconosciutolo tosto per amico, gli strinse la mano [Vedi illustrazione], aprendo una animata e festevole conversazione con lui. Il colonnello ci volgeva le spalle quadrate e in un attimo noi e i carri sgusciammo sul patrimonio di San Pietro.

[Illustrazione]

Eravamo sul territorio del papa e ci pareva di essere al sicuro, salvo il buon fine, come di una cambiale in pericolo.

Per quell'istante la fu una gioia sincera e ci saremmo abbracciati tutti. Dinanzi a noi si stendeva la vasta pianura lungo il Tevere, ogni colle ci sembrava uno dei sette, le legioni romane e le migliaia di eserciti barbari ci si muovevano solenni davanti, tutta la storia di Roma lampeggiava nella fantasia, e fra tanto spettacolo venivamo anche noi a recitare la nostra drammatica parte.

Coloro che viaggiano tranquilli in un treno ferroviario verso Roma, non proveranno di certo mai le nostre emozioni e non sussulteranno ai nostri mesti e forti ricordi.

Missori abbandonò ben tosto il prode colonnello dei favorevoli granatieri e ci raggiunse per metterci in marcia per Monterotondo. [Blank Page] [Illustration: Monumento ai fratelli Cairoli a Villa Glori. Da una fotografia dello stabilimento Broggi di Firenze.]

Sul campo della gloria.

Si sentiva l'odor di polvere e di corto si presentarono gli alti guai ed i furori della guerra.

Il 23 ottobre, mentre Enrico e Giovanni Cairoli, Mantovani, Isacco, i fratelli Rosa, Stragliati ed altri sessantrè emuli dei trecento di Leonida navigavano alle porte di Roma per aiutarvi la sperata rivoluzione interna e sorpresi combattevano colla morte al fianco sotto il mandorlo e per la vigna di Villa Glori sui monti Parioli, Garibaldi compariva a Passo Corese e il 26 con rapidità fulminea debellava la guarnigione di Monterotondo e s'impossessava di quell'importante castello.

Da Passo Correse spediva al colonnello Francesco Tolazzi, capo allo stato maggiore della colonna Acerbi in Viterbo, questi telegrammi:

«Stabilite il Governo Nazionale e fate quanto occorre--qui tutto va bene.»

«Dite ai Viterbesi ch'essi furono con me il 49 e che li ricordo.»

Dopo alquanto cammino arrivammo alla stazione ferroviaria ai piedi della collina, in vetta alla quale sorge Monterotondo, e di presente corse voce di un orrendo misfatto compiutosi in quella piccola casa.

Sei feriti nostri erano stati per breve sosta ricoverati in quella abitazione solitaria, per venir poscia trasferiti all'ospedale, quando con ferocia di jene sopraggiunse una compagnia di zuavi papalini. I poveri feriti nel loro stato d'impotenza dichiararono di costituirsi prigionieri e il vigliacco capitano degli zuavi rispose loro a suon di rivoltella. Due garibaldini rimasero uccisi e i loro corpi squartati, e gli altri tre furono forzati confessarsi ad un prete, che accompagnava quegli assassini, e poi da costoro traforati a colpi di baionetta, sì che due n'ebbero diciassette ferite ciascuno e il terzo trentadue. Il sesto per fortuna era stato poco stante trasportato all'ospedale militare di Passo Corese.

Avviliti per l'umanità al racconto dell'atroce infamia e meditando l'urgenza di abbattere la tirannide sacerdotale, salimmo cupamente la rampa di Monterotondo tra i vigneti, che ne popolano tranquilli e inconscii la costiera.

Il sole mandava sanguigno e beffardo gli ultimi raggi sulle miserie della terra, quando premevamo il piazzale, che si stende davanti la porta S. Rocco della cittadella.

--Contro quella porta si collocarono cataste di legna e Garibaldi in persona andò sotto la fitta grandine di palle saettate dalle mura a cospargerle di ragia e ad appiccarvi il fuoco.

--Poco prima dell'assalto finale, Garibaldi fu dagli amici pregato di ricoverarsi un istante nel convento di Santa Maria per riposarsi e sedersi all'asciutto, e fu condotto in un confessionale, unico sedile, ove stette alcuni minuti per balzarne tosto e gridare: avanti! I preti avevan davvero trovato il loro superbo confessore!

--Il colonnello Eugenio Valzania con Vincenzo Caldesi fu l'eroe della battaglia di Monterotondo, e vicino a lui cadde ferito l'intrepido Antonio Mosto, che giace costà in una camera del convento di Santa Maria.

--Garibaldi si è già avviato verso i dintorni di Roma, leone che fiuta la battaglia di dentro.

--Il nostro Paolo Carcano, infermo, febbricitante da non reggersi in piedi, volle a tutti i costi esser portato a combattere sulle braccia di Rinaldo Arconati, Pedroni da Mendrisio e Pavanini da Padova, che in quella guisa lo trasportarono qua fin sotto le mura di Monterotondo, proprio al principiare del fuoco, nel qual punto Leone Beltramini di Val Cuvia si buscava quattro ferite, due a ciascuna delle coscie.

--Udite coteste altre--soggiungeva con entusiasmo di patriotta e di amico il giovine Federico Della Chiesa, varesino puro sangue.--Da dentro Monterotondo la moschetteria si fa in breve spessissima. Stallo piglia una scala, l'appoggia alle mura della città, e comincia a salire. A un punto è fatto bersaglio da quanti tiratori si trovano nel palazzo Piombino. Egli, giunto quasi al sommo, si gira sulla persona, siede su di un piuolo, indi colla massima pacatezza del mondo introduce gli indici nella bocca e rivolto verso il castello dà fuori in una solenne fischiata. La fu una bravata accolta da noi dietro le barricate con una salva d'applausi. Rinaldo Arconati, gli ingegneri Gorgo e Bernasconi, con ingenuità da eroi, vanno a tentare una porticina delle mura se la vuol cedere sotto il loro urto. Un turbine di schioppettate li accoglie. Ebbene: essi, temendo di venir colpiti nella schiena, si danno la mano, e volgendo il petto verso il castello come nel ballo dei lancieri, lentamente tornano fin sotto la barricata a ritroso. L'Arconati di Cantù riceve una schioppettata che gli buca il cappello a cencio, lasciandogli nell'ispida capigliatura un solco diritto come fatto dal parrucchiere.

Infinite le domande e le risposte, e non si smentiva la tradizionale vivacità e allegrezza dei campi garibaldini.

Stringemmo la valorosa destra al risoluto Valzania e dal loro letto Mosto e Uziel ci accolsero come forti in riposo e quasi religiosa era la quiete, che loro serbavano in giro i volontari, spensierati nel periglio e pietosamente generosi nella sciagura.

Al campo non poteva mancare il più caratteristico tipo garibaldino, la signora Jessie White Mario, infermiera, medichessa, diplomatica, corrispondente di fogli inglesi ed americani, soccorritrice con rischio di vita da una ad altra colonna, ambasciatrice fra gli eserciti, irrequieta e sempre britannicamente flemmatica, genio del bene e provvidenza di tutti.

Carbonelli comandava la piazza e aveva dato ordine che i militi del colonnello Missori non si lasciassero entrare in paese perchè dovevano immediatamente ripartire.

La notte era buia e senza luna, il firmamento, azzurro e calmo come i sogni d'una innamorata senza sospetti, brillava di stelle argentee, che pareva ne sorridessero amiche dal cielo; soffiava dalla Sabina un rovaio ghiacciato che tagliava la faccia, e messa la nostra colonna in rango, ridiscendemmo muti la ratta di Monterotondo e c'inoltrammo per la via Salaria verso Roma. Presso certi cascinali si fece alto, si staccarono gli avamposti e le sentinelle morte tra la strada e la sponda sinistra del Tevere, e qua là si accesero dei falò splendenti come fari per sorvegliare quanto ne accadesse nei dintorni e per impedire che le membra coperte dai leggieri abiti di autunno ci si intirizzissero pel freddo e per la umidità delle praterie morbide ed elastiche al par di pianura di torba.

Chi può ridire i pensieri di un giovane idolatra della storia di Roma e che ora, come una sua antica guardia, vi si sentiva accosto, stando pronto alla mischia sulle rive del grande e classico Tevere prima non mai veduto? Le emozioni di una simile notte non da molti poeti furono prelibate, e il silenzio solenne, l'oscurità vasta e il deflusso maestoso del fiume torbido e incalzante come i suoi eventi, innalzavano l'anima alla intelligenza delle più insigni gesta e delle più clamorose sciagure. Tristi coloro che vorrebbero banditi gli studii della romanità e del classicismo latino! Essi non rammentano che in Roma vive gran parte della nostra storia e che la recente difesa dal Gianicolo e da San Pancrazio contro quattro eserciti e i miracoli rivoluzionari della nostra indipendenza furono compiuti al suo nome e inspirati dagli antichi esempi.

La mattina all'alba proseguimmo il cammino e raggiungemmo Garibaldi a Castel Giubileo, che su per quei poggi a pochi chilometri da Roma scorreva agile come pardo e col binoccolo adocchiava intento la città eterna quasi volesse scrutarne le più recondite vie e ansioso di precipitarvisi dentro come falco ad ali librate in soccorso dei primi insorti. Ma Roma si era agitata il 22 ed il 24 ottobre, aveva distrutto un'ala della caserma Serristori, gittato bombe, assalito pattuglie, trucidati soldati e ufficiali, combattuto in casa Ajani, ed ora giaceva immota come una delle sue secolari tombe.

Gli eroici settanta capitanati da Enrico Cairoli non avevano neppur essi potuto penetrare entro quelle mura fatali e il giorno 23 rendevano indarno illustri a prezzo delle loro vite i vicinissimi monti Parioli.

Di quello splendido fatto scrisse superbe e patetiche memorie il povero Giovanni Cairoli, morto poi anch'egli in seguito alle ferite, e quel suo racconto, insieme alle auree _Noterelle di uno dei Mille_ del poeta Cesare Abba, dovrebbe essere scuola di patriottismo a tutti ed insegnato dai nostri professori di letteratura alle novelle generazioni.

Garibaldi col generale Fabrizi, Alberto Mario, Egisto Bezzi, Stefano Canzio e un pugno dei suoi militi rimase invano dal 27 al 30 ottobre nei dintorni di Castel Giubileo e della Cascina di S. Colombo a spiarvi il cuore di Roma; il 30 si spinse anzi con somma audacia al Casale de' Pazzi rimpetto al Monte Sacro per eccitare a brevissima distanza dalla città la rivolta, e deluso ordinò la retromarcia per accentrare le sue forze in Monterotondo.

Ma intanto i governi e i loro satelliti non dormivano ed avvenivano cose gravi.

Il generale Menabrea era riuscito a raccapezzare un ministero reazionario della più pura acqua e il 27 ottobre, appunto il giorno dopo e quasi a dispetto della vittoria di Monterotondo, annunziando la formazione del suo ministero faceva pubblicare un memorabile proclama dal re con ordine a noi ribelli di porci prontamente dietro le linee delle nostre truppe.

Vittorio Emanuele fra altro vi confessava ingenuamente: «L'Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicine alle nostre, sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del Capo della religione cattolica, _non è la mia_.»

Ma accadeva ben altro, ad offesa d'Italia e del nostro onore.

Il 28 ottobre sbarcavano a Civitavecchia i soldati di Napoleone III e il primo reggimento francese si presentò a Roma in piazza Colonna il 30. E in codesto stesso ultimo giorno le truppe italiane varcavano la frontiera pontificia per combattere la rivoluzione occupandone come di solito il terreno conquistato; ma dietro imperioso e perentorio comando da Parigi il nostro meschino governo e vassallo le richiamò immediatamente come un ragazzo sorpreso in marrone e rosso del ricevuto rabbuffo.

Il sire di Francia nella sua orgogliosa e punita prepotenza non voleva in veruna maniera l'unità d'Italia con Roma capitale e il suo pensiero veniva tassativamente scolpito in seguito nel suo discorso del 18 novembre per la riapertura del corpo legislativo: «I rapporti dell'Italia colla Santa Sede _interessano l'Europa intiera_, e noi abbiamo proposto alle Potenze di regolare questi rapporti in una Conferenza, e di prevenire così nuove complicazioni.»

E Rouher faceva eco e chiosa al padrone collo storico e deriso _jamais_ di Roma all'Italia e colla frase: «La convenzione del 15 settembre è la ricognizione assoluta, implicita, necessaria, _reciproca_ del potere temporale e del regno d'Italia.»

Di ripicco Garibaldi il 31 ottobre da Monterotondo invitava i generali Nicotera e Acerbi a riunirsi al colonnello Pianciani in Tivoli, che dominando Roma e avendo alle spalle le aspre e sicure montagne della Sabina doveva diventare la base e il centro delle nostre operazioni, e risaputo l'intervento francese e dei soldati italiani gridò il 1º novembre in un fiero proclama: «Se però fatti infami, continuazione della vigliacca Convenzione del settembre, spingessero il gesuitismo di una sudicia consorteria a farci mettere giù le armi in obbedienza agli ordini del Due Dicembre, allora ricorderò al mondo che, qui, io solo generale romano con pieni poteri, dal solo governo legale, della repubblica romana, eletto con suffragio universale, ho il diritto di mantenermi armato in questo territorio di mia giurisdizione.»

L'irritazione e l'entusiasmo fra noi nel campo chiuso di Monterotondo erano al colmo e insieme l'allegria non per tutto codesto cessava. Il necessario però ne faceva omai difetto, pane, carne e vino più non v'erano se non in qualche casa ospitale; quando ne capitava il destro si mangiavano dei montoni rosolati sulle baionette, dei quali la Comarca abbonda, si beveva a rinforzo qualche gotto d'acquavite, il colonnello Missori pagò cinque lire un mozzicone di sigaro e nelle pipe si fumava corteccia di viti e persino odoroso e vaporoso assenzio in semini comperati dal farmacista.

Ma per noi fu al sommo disastrosa la diserzione sulle ultime ore di moltissimi camerati, in guisa che mentre in principio eravamo a Monterotondo dalle otto alle nove migliaia di militi, ci trovammo il giorno di Mentana poco meglio di quattro mila. Per esempio, la mia e la compagnia comandata da Achille Bizzoni si componevano ciascuna di circa settanta volontari al pari delle altre della nostra colonna, e a Mentana la più numerosa rimase la mia con quattordici, mentre quella di Bizzoni colle altre si assottigliò a sette ed anco meno.

Alcuni erano stanchi, affamati ed esausti; non a tutti arride la vita senza prospettiva e piena di triboli del ribelle, l'insubordinazione è contagiosa fra i deboli di spirito e le male arti del governo vi soffiavano dentro. Di tal esodo o fuga venne persino incolpato Mazzini com'egli volesse subitanea la proclamazione nell'Agro Romano della repubblica o innanzi tutto la dichiarazione della decadenza della monarchia in Firenze; ma l'accusa è completamente falsa e contraria alla storia di quei tempi.

Venendo a Passo Corese noi avevamo già incontrato parecchi fuggiaschi della Toscana, che a scherno lungo la strada si interrogavano: o dove vai, Ferruccio? E di ciò molti ponno porger testimonianza.

E Mazzini non era già soddisfatto di Garibaldi, che aveva evocato il titolo di generale della repubblica romana? Non sapeva egli, che tra i volontari esisteva un comitato segreto avente incarico di proclamare d'accordo con Garibaldi la repubblica all'ingresso di Roma?

Mentre il nostro duce annunziava al mondo i suoi pieni poteri di generale romano, ai piedi della torre del palazzo Piombino in Monterotondo, a mezzo di una scalinata rustica e tra l'erba bagnata d'un giorno piovoso, discorrevano con mistero Alberto Mario, sottocapo dello stato maggiore di Garibaldi, Agostino Bertani, il maggiore Giuseppe Guerzoni, il colonnello Giuseppe Missori, il giovane principe Piombino in persona e chi scrive, e in quel colloquio veniva designato il valoroso, che primo avrebbe dovuto sventolar la bandiera rossa dopo una vittoria. Il giorno stesso i medesimi e il generale Fabrizi, il colonnello Menotti, i maggiori Canzio e Bellisomi si radunavano all'identico scopo in una sala del palazzo Piombino e Garibaldi assistette alla loro discussione e ai loro progetti.

Non doveva egli Mazzini conoscere simili deliberazioni e concerti? Potevano i garibaldini acclamare colui, che ribelli ne appellava e ci contrastava la marcia su Roma? Certo si è che a Roma, a Firenze e in tutta la penisola il sentimento popolare e lo sdegno nostro ad imprese fortunate avrebbero punito a misura di carbone chi, disponendo delle forze d'Italia, se ne giovava per impedirle l'incoronamento della propria unità.

Un po' di storia a posto non reca danno e certi segreti viene il tempo che occorre svelarli perchè non scendano nel sepolcro con noi.

Del resto la furia di Napoleone e delle nostre truppe di accorrere sui nostri passi per schiacciarci non era dessa sola la prova, che l'epoca della bandiera del 1860 era per noi esaurita e chiusa? Quali furono sempre in seguito sino alla morte le espressioni e i propositi di Garibaldi?

Mazzini poi l'11 febbraio 1870 così scriveva al nostro generale:

«Voi sapete ch'io non credevo nel successo, ed ero convinto esser meglio concentrare tutti i mezzi sopra un forte movimento in Roma, che non irrompere nella provincia; ma una volta l'impresa iniziata, giovai quanto potei.» [Blank Page]

Nomentum.

È codesto l'antico nome latino di Mentana, che corrompendosi e troncandosi si tramutò nell'odierno di quel villaggio adesso celebre in tutto l'orbe.

La posizione di Garibaldi e de' suoi nella rocca di Monterotondo, il vecchio _Eretum_, era grave assai per non dir meglio disperata. Il governo italiano ci avversava a viso aperto come ribelli e banditi, onde difficilissimo riusciva il procacciarci vettovaglie, indumenti e munizioni; le nostre truppe, in parte smaniose al pari di Bixio in Perugia di venirci in aiuto, dovevano invece rimanersene vane spettatrici del formidabile torneo coll'arma al piede, e data la contingenza, farci magari fuoco addosso; l'arrivo dei francesi era pronostico di guerra eccessivamente sproporzionata per numero e per arnesi di combattimento, i papalini se n'erano ringalluzziti e ne avevano i movimenti più liberi, ed omai la era una follia l'attendere prima d'una nuova nostra strepitosa vittoria la rivoluzione in Roma.

Garibaldi non se ne dava apparente pensiero, e tranquillo come un eroe d'Ossian passava quasi intiera la giornata sul belvedere della robusta torre di palazzo Piombino, dove tacito e con insistenza da metter pena fissava verso Roma la meravigliosa cupola di Michelangelo per torcer poi gli sguardi leonini in giro sul classico Tivoli e sulla plaga ondulata fra il Tevere e l'Aniene.

A lui certo in quegli istanti ricorreva la memoria della famosa ritirata da Roma dopo la difesa leggendaria, quando il 4 luglio del 1849 si era con un pugno di valorosi indomiti e colla sua intrepida Anita accampato qui in Monterotondo ed in Mentana per traversare inarrivabile e fra nemici ad ogni passo i gioghi degli Apennini verso Venezia ancora eroica in armi, e coll'occhio della mente in spasimo avrà visto la sua amazzone brasiliana, compagna di glorie e di rovesci, seppellita nelle sabbie presso la pineta di Ravenna e orribilmente disotterrata dai cani, feroci al pari degli austriaci inseguenti.

Quel grande fidava nella sua perizia e nel suo genio e, non sentendosi per nulla perduto, aveva per molte e serie ragioni tattiche e strategiche, ed anche per sfuggire un conflitto civile colle truppe italiane, divisato di trasferire il suo quartier generale a Tivoli, dove governava il colonnello Pianciani. Costà aveva dato convegno ai generali Nicotera ed Acerbi, troppo immerso quest'ultimo nell'amministrazione di Viterbo, e colla riunione di tutte le sue sparse falangi avrebbe potuto mettere un forte campo, non di leggieri espugnabile, sulla ridente altura di Tivoli, in vista e a poca lontananza della sospirata Roma. Egli faceva frequenti e in persona e con scorta di pochi ufficiali le sue ardite e famose ricognizioni, nelle quali aveva preso lingua che i papalini intendevano uscir di Roma e assalirlo sulla via Nomentana. In Monterotondo stava il nerbo delle sue forze e per tenersi in comunicazione con Tivoli e sorvegliare la strada minacciala, egli aveva disposto il battaglione Ciotti in Mentana e spartiti i volontari del colonnello Paggi a Monticelli, S. Angelo in Cappoccia, Monte Porci e Monte Lupari, mentre provvedeva colle poche centinaia di uomini del duca Lante di Montefeltro contro la possibilità di un assalto alle spalle dalla via Salaria e dalla insanguinata stazione di Monterotondo.

Il dì dei morti passò in rivista parte dei volontari, che malgrado la fame e la spossatezza elettrizzò al combattimento, e diede ordine che il mattino seguente all'alba si partisse per Tivoli. Ma parecchi erano addirittura scalzi o quasi, ed essendo per miracolo arrivate in cittadella varie casse di scarpe, non si riuscì la domenica, 3 novembre, ad impedirne la distribuzione, il che ritardò la partenza, e fu innocente causa della battaglia di Mentana.

Quella famosa domenica del 3 era una vera giornata umida di novembre, il cielo ingombro da una nuvolaglia trasparente, e il sole faceva di quando in quando capolino a mezzo e gettava qualche largo sprazzo di luce verso il pendìo di Tivoli come per rammentare la sua esistenza e invitarci propizio sulla strada da percorrere. [Blank Page] [Illustration: ]

Verso le undici antimeridiane, Garibaldi, ansioso per la partenza, stava ritto in piedi sulla prediletta torre di palazzo Piombino, fiero come un dì al Gianicolo sulla torretta del casino Savorelli presso San Pancrazio, e manovrava il cannocchiale da Roma lungo la via Nomentana e verso Tivoli. Di fianco ne seguivano l'intensa contemplazione il genero Canzio, Adamoli e lo scrivente, persone tutte vive ancora [Vedi illustrazione].