Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 6

Chapter 63,665 wordsPublic domain

Il piccolo _Seival_, avendo smontato il cannone nel combattimento, per il mare grosso — prese la stessa direzione —

Fui dunque obligato d'approdare pure in Imbituba, col vento da Greco, che nella notte variò al mezzogiorno.

Con tale vento, era impossibile di entrare nella Laguna — e certamente i bastimenti imperiali da guerra, stazionati all'isola di S. Catterina — informati dall'_Andurinha_ (il patacho con cui avevimo combattuto) sarebbero venuti ad attacarci — Bisognava quindi prepararsi a combattere —

Il cannone smontato del _Seival_, fu collocato su d'un promontorio, che formava la baia dell'Imbituba, dalla parte di levante, e vi si costrusse un parapetto gabbionato —

Tale lavoro si eseguì di notte — ed appena giorno si scoprirono tre legni imperiali diretti a noi. Il _Rio-pardo_ fu imbossato nel fondo della baia — e la pugna ben ineguale, ebbe principio — essendo gli imperiali incomparabilmente più forti — I nemici favoriti nelle manovre, da piccolo vento che sortiva dalla baia — mantenevansi alla vela con brevi bordate, e cannonegiavano furiosamente — potendo in tal guisa aprire a piacimento, gli angoli di direzione de' loro fuochi tutti concentrati sul povero e solo _Rio-pardo_ da me comandato —

Nonostante si combatteva da parte nostra, colla massima risoluzione — e ben da vicino — poichè sino alle carabine erano state poste in opera da ambe le parti.

In ragione inversa, delle forze, certamente, andavano i danni — e già la tolda nostra era coperta di cadaveri e di mutilati, crivellati i fianchi del _Rio-pardo_, e distrutti gli attrezzi dell'alberatura —

Si era decisi di pugnare sino alla morte, e tal decisione, era corroborata dall'aspetto imponente, dell'Amazzone Brasiliana — Anita! Che non solo, non volle sbarcare — ma prese parte gloriosa all'arduo conflitto —

Se noi combattevimo con decisione, non era poco l'ajuto che il prode Manuel Rodriguez — comandante il cannone sulla costa — ci dava con buoni tiri ed eficaci.

Il nemico era impegnatissimo contro il _Rio-pardo_ — e varie volte, nel vederlo approssimar molto, io mi aspettavo ad un abordagio — e noi, erimo pronti a tutto, meno a cedere — Infine dopo varie ore di accanito combattimento, a nostra gran sorpresa egli ritirossi.

Si disse poi: esser il motivo della ritirata del nemico — la morte del Comandante della _Bella Americana_ (uno dei legni nemici di maggior forza)

Noi passammo il resto della giornata a seppellire i morti, e raconciare i danni importanti, sofferti dal povero _Rio-pardo_ —

Nel giorno seguente, il nemico si mantenne lontano a noi a prepararci per una nuova pugna — quindi più tardi, protetti dall'oscurità della notte, salpammo per la Laguna, avendo bonacciato il vento da mezzogiorno.

Di prima notte avevimo silenziosamente imbarcato il cannone che s'era posto sulla costa — e quando il nemico s'accorse della nostra partenza, noi erimo alquanto avanzati — e solo nella mattina del giorno seguente, ci raggiunse, e sparò alcune cannonate senza colpirci.

Noi entrammo nella Laguna di S. Catterina festeggiati dai nostri, che si stupivano, come avessimo potuto scampare ad un nemico, tanto più forte di noi —

CAPITOLO XX.

Ritirata.

Altre faccende, e ben serie, ci aspettavano alla Laguna — Coll'avanzarsi dei nemici, grossissimi per terra — ed il contegno prepotente, con cui si eran trattati i Cattarinensi, spinsero alcune popolazioni a sollevarsi contro la Republica — e fra gli altri il paese d'Imiriù, situato al fondo del Lago verso Libeccio.

Il Generale Canabarro mi diede l'esoso incarico di sottomettere quel paese, e per castigo saccheggiarlo.

Io fui obligato di adempiere il comando — Ed anche sotto un governo Republicano, è ben repugnante il dover ciecamente ubbidire —

La guarnigione ed abitanti avevano fatto dei preparativi di difesa verso il lago — Io sbarcai a tre miglia di distanza a levante — e li assaltai improvvisamente dalla montagna — cioè alle spalle — Sconfitta ed in fuga la guarnigione fummo padroni d'Imiriù —

Io desidero per me, ed a chiunque non abbia dimenticato d'esser uomo: di non esser obligato a dar sacco — Credo: che abbenchè vi sieno delle prolisse relazioni di tali misfatti — impossibile sia narrarne minutamente tutte le sozzure, e nefandità — Io mai ho avuto una giornata di tanto rammarico, e di tanta nausea dell'umana famiglia!

Il mio fastidio e la fatica sofferta, in quel giorno nefasto — per raffrenare almeno le violenze contro le persone — furono immense — e vi pervenni, credo, a forza di sciabolate — e noncurante della mia vita — Ma circa alla roba d'ogni specie, non mi fu possibile evitare un disordine terribile.

Non valse, l'autorità del comando, nè i ferimenti da me usati, e da pochi ufficiali non domi dalla sfrenata cupidigia — Non valse, la voce espressamente sparsa, che il nemico tornasse alla pugna più numeroso di prima — e sorpresi così sbandati ed ebbri, ne avrebbe fatto un maccello — se fosse veramente comparso — Ciocchè non tutto era falso, poichè i nemici vedevansi sulle alture — ma non ardirono attaccarci. Nulla valeva a trattenere gl'insolenti saccheggiatori — e disgraziatamente, quel paese, benchè piccolo, era riccamente provvisto d'ogni genere — massime di bevande spiritose — essendo esso un deposito che provvedeva parte considerevole degli abitatori de' monti. Dimodocchè l'ubbriachezza fu generale —

Si noti: che la gente meco sbarcata, io non conoscevo per la maggior parte di nuova leva, ed indisciplinatissima — Certo, se si presentavano cinquanta nemici in tale circostanza, ad attacarci, noi erimo perduti.

Infine, con minaccie, percosse, ed uccisioni si pervenne ad imbarcare quelle fiere scatenate — Imbarcaronsi alcune botti d'acquavite, e comestibili per la divisione, e ritornossi alla Laguna.

Per dare un altro saggio della classe di genti ch'io comandavo in quella spedizione — valga il fatto seguente:

Un sargento tedesco, molto stimato dai soldati, era stato ucciso ad Imiriù — Io ordinai fosse sepellito — ma siccome altro da fare avevano i militi — e poi col pretesto anche, che il cadavere di quel prode meritava d'esser portato alla Laguna, ove ricevere un'onorevole sepoltura — il cadavere del sargento fu imbarcato.

Passeggiando io, sulla tolda del bastimento — e vedendo luce nella stiva ove allogiava la maggior parte della gente — mentre in viaggio — io vidi il seguente spettacolo:

Il sargento tedesco, alto e corpulento, disteso nel centro d'una folla di gente, le di cui fisionomie avvinazzate, eran tutt'altro che gentili — e su quei ceffi poi, riverberandosi il chiaro d'alcune candelle di sego, piantate nel collo di bottiglie collocate sulla pancia del cadavere — facevan l'effetto di certi demoni, rappresentanti giucatori d'anime a tre sette o a briscola — E tali me li ricordo ancora quei depredatori dei poveri abitanti d'Imiriù, giuocando sulla pancia del cadavere d'un loro compagno il prodotto dei loro furti.

Intanto la vanguardia nostra, col collonnello Teixeira, ritiravasi davanti al nemico, che si avanzava dal Settentrione, celeremente, e fortissimo.

Nella Laguna principiavasi a passare i bagagli della divisione sulla sponda destra della Barra — e presto bisognò pensare a passar la truppa.

CAPITOLO XXI.

Combattimento ed incendio.

Nel giorno della ritirata, e passaggio nostro sulla sponda destra, di tutta la divisione, con molto materiale, io ebbi il mio da fare — poichè, se non molta numerosa era la gente — la maggior parte era cavalleria, e molto spazioso il tratto di mare, che doveva varcarsi, e correntoso.

Io faticai dunque dalla mattina, sino verso mezzodì — impiegando quanti palischermi erano a mia disposizione — per passar tutto — E m'avviai quindi verso l'entrata della Laguna, in alta posizione, per osservare i legni nemici che s'avanzavano, in combinazione colla truppa di terra, e carichi essi stessi di molta truppa.

Pria di salire la montagna, io feci avvertire il Generale: che il nemico si disponeva a forzare l'entrata della Barra — operazione di cui io non dubitava, avendo veduto le manovre della squadra nemica, dal punto stesso ove stavo effetuando il passagio — Giunto poi sull'alto, me ne accertai indubitatamente.

Erano i legni nemici in numero di ventidue — non barchi di grande portata — ma adeguati alla profondità della foce del lago — Ripetei quindi immediatamente l'avviso al generale Canabarro — e non v'era tempo da perdere —

Però, fosse titubanza per parte del Generale, o veramente avesse la gente, indispensabile bisogno di mangiare, e riposarsi alquanto — il fatto fu: che nessuno giunse a tempo, per coadjuvare alla difesa della foce — in un punto, ove se fosse stata collocata la fanteria nostra — potevasi fare una strage di nemici.

Invece, la resistenza fu eseguita dalla batteria, situata sulla punta orientale, comandata dal valoroso Capitano Capotto — ma che, per poca pratica degli artiglieri — e cattivo stato dei cannoni — pochissimo danno fece —

Lo stesso successe, a bordo dei tre piccoli legni della Republica da me comandati — ove gli equipagi erano scarsi — ed in quel giorno, molti ed i migliori, erano rimasti occupati a passare il resto della divisione — ed altri restii sulla costa, per non esporsi a combattimento tremendo e disuguale —

Io scesi la montagna, e fui celeremente al mio posto, a bordo del _Rio-pardo_ — e giunsi, che già l'incomparabile mia Anita, colla solita intrepidezza, già aveva sparato la prima cannonata, puntata da lei stessa — ed animando colla voce le ciurme sbigottite —

Il combattimento durò poco, ma fu micidiale — non morì gran numero di gente — perchè ve n'era poca a bordo — degli ufficiali esistenti nei tre legni, però, io rimasi solo — in vita —

La squadra nemica, entrò tutta, facendo un fuoco d'inferno con artiglieria e moschetti — Favorita dal vento e dalla corrente che ne radoppiava la velocità essa ebbe poco danno — e gettò l'ancora a tiro di cannone da noi, continuando a cannonegiarci, con pezzi di calibro superiore ai nostri. Io chiesi della gente al generale Canabarro — per poter continuare la pugna — ma ebbi in risposta di dar fuoco ai legni nostri, e ritirarmi colla gente in terra.

In tale missione, avevo mandato Anita — ingiungendole di non tornare a bordo — ma essa non mandò — tornò colla risposta — E veramente io dovetti all'ammirabile sangue freddo della giovine eroina — il poter salvare le munizioni da guerra.

Seguitando il nemico a fulminarci colle sue artiglierie — ed io, quasi solo, dovendo incendiare la piccola nostra flottiglia, ebbi molto da faticare per eseguirne l'intento.

Ebbi pure a sopportare il doloroso spettacolo dell'incendio dei cadaveri de' miei fratelli d'armi, impossibilitato di dar loro altro genere di sepoltura — o far loro gli onori che meritavano.

Passando successivamente a bordo dei vari legni nostri per incendiarli — vi era un maccello di cadaveri e di membra sparse — per la tolda — Il comandante della _Itaparica_ — Juan Enrique del paese della Laguna, lo trovai tra altri cadaveri passato nel mezzo del petto da un _biscaïno_ (metraglia tonda di ferro) Il Comandante della _Cassapava_ — Giovanni Grigg — aveva ricevuto tale una mitragliata, e sì da vicino, che il solo busto rimaneva intiero del suo cadavere — E siccome era rubicondo di volto ed essendo rimasto apogiato alla murata dalla parte opposta da dove era stato colpito ei somigliava vivo.

In pochi minuti, le ceneri di quei valorosi compagni eran sommerse dalle onde!!! e più non esistevano le navi, quei miseri spauracchi dell'impero — ma terribili, che lo dovean divorare — secondo il detto del generale Canabarro.

Cadea la notte, quando io riuniva i superstiti compagni, e marciava alla coda della divisione, in ritirata verso il Rio-grande — per la stessa strada, che percorremmo pochi mesi prima gonfio il cuore di speranze, e preceduti dalla vittoria.

CAPITOLO XXII.

Vita militare per terra — Vittoria e sconfitta.

Tra le peripezie non poche della mia vita procellosa — io non ho mancato d'avere bei momenti — e tale, abbenchè sembra, avrebbe dovuto esser il contrario — era quello, in cui alla testa di pochi uomini, avanzo di molte pugne — e che giustamente avean meritato il titolo di valorosi — Io marciava a cavallo con accanto la donna del mio cuore — degna dell'universale ammirazione — e lanciandomi in una carriera, che più ancora di quella del mare, aveva per me attrative immense.

¿E che m'importava il non aver altre vesti, che quelle che mi coprivano il corpo? E di servire una povera Republica, che a nessuno poteva dare un soldo? Io, avevo una sciabola ed una carabina, che portavo attraversata sul davanti della sella.

La mia Anita, era il mio tesoro, non men fervida di me, per la sacrosanta causa dei popoli — e per una vita avventurosa — Essa si era figurato le battaglie, come un trastullo — ed i disagi della vita del campo come un passatempo — Quindi comunque andasse, l'avvenire ci sorrideva fortunato — e più selvaggi, si presentavano gli spaziosi Americani deserti — più dilettevoli e più belli ci pareano. Poi sembravami d'aver fatto il mio dovere, nelle diverse e pericolose fazioni di guerra in cui m'ero trovato — e d'aver meritato la stima, dei bellicosi figli del Continente (Rio-grande).

Noi marciammo dunque in ritirata sino a _las Torres_ — limite delle due provincie — ove stabilimmo il campo — Il nemico contentossi d'impadronirsi della Laguna, e non c'inseguì.

In combinazione però col corpo di Andrea — avanzavasi per la _Serra_ (monti e foreste) la divisione Acuñha, venuta dalla provincia di S. Paolo — per tagliarci la ritirata — e dirigendosi per _Cima da Serra_ (departamento nelle montagne, appartenente alla provincia del Rio-grande)

I Serrani, soprafatti da forze superiori, chiesero soccorso al generale Canabarro — ed egli dispose una spedizione agli ordini del Collonnello Teixeira, in aiuto di quelli — Noi fecimo parte della spedizione — Riuniti ai Serrani, comandati dal Collonnello Arañha, battemmo complettamente in Santa Vittoria, la Divisione Acuñha — Morì nel fiume Pelotas il generale nemico, e la maggior parte di quella truppa rimase prigioniera.

Tale vittoria, rimise sotto l'autorità della Republica, i tre dipartamenti di Lages, Vaccaria, e Cima da Serra — Dopo alcuni giorni entrammo trionfanti in Lages (Gennaio 1840).

Intanto l'invasione imperiale aveva rialzato codesto partito in Missiones, ed il Collonnello Mêlo, imperiale, aveva accresciuto in quella provincia il suo corpo — a circa cinquecento uomini di cavalleria —

Il Generale Bento Manuel destinato a combatterlo s'era contentato d'inviare il Tenente Collonnello Portiñhos, che per non aver forze sufficienti limitossi ad osservare Mello, che si diresse verso S. Paolo.

La posizione nostra e possanza — ci metteva in caso non solo di opporsi al passaggio di Mello — ma di sconfigerlo — Così non volle la sorte —

Il collonnello Teixeira incerto: se il nemico verrebbe per Vaccaria — o per altra via chiamata: i Coritibani, divise in due la forza: mandò il collonnello Aranha colla miglior parte, e migliore cavalleria della Serra in Vaccaria — e marciò lui colla fanteria — e parte di cavalleria composta per la maggior parte di prigionieri di S. Vittoria, verso i Coritibani — E per questa parte apunto si diresse il nemico.

Il frazionamento delle nostre forze, ci riescì fatale: la recente nostra vittoria, l'indole ardimentosa del nostro capo, dei Republicani in generale — e le informazioni avute del nemico, che ne menomavano la forza, ed il morale, ce lo fecero disprezzare oltremodo — In tre giorni di marcia fummo ai Coritibani, e campammo a certa distanza del passo di Maromba, per ove si supponeva dovesse arrivare il nemico — Si posero guardie in quel passo, ed in altri punti necessari a guardare.

Verso la mezzanotte, la guardia del passo, fu attaccata dal nemico, con tanta furia, che appena ebbe tempo di ripiegarsi, scambiando alcune fucilate — Da quel momento sino all'alba stettimo con tutte le forze, pronte al combattimento —

Non fu tarda l'apparizione del nemico, il quale avendo passato il fiume con tutta la sua gente — erasi schierato non lungi da noi, in atto pure di combattere.

Tutt'altro che Teixeira, vedendo la superiorità del nemico, avrebbe spedito celeremente ad Aranha per richiamarlo a noi — ed intanto procurato di trattener il nemico sino alla giunzione — Ma l'arditissimo Republicano, temete non gli sfuggisse il nemico — e perdere l'occasione di combatterlo.

All'attacco dunque! E non valse la vantaggiosa posizione in cui il nemico si trovava.

Mello profitando dell'ineguaglianza del terreno — avea formato la sua linea di battaglia, sopra una collina assai alta, davanti alla quale trovavasi una valle assai profonda, ed intralciata da folti cespugli — egli aveva coperti sui suoi fianchi, alcuni plottoni di cavalleria non veduti da noi.

Teixeira ordinò di attacarlo, con una catena di fanteria, e profitare per ciò degli ostacoli della valle — Fu eseguito l'attacco, ed il nemico simulò di ritirarsi — Ma mentre la nostra catena, dopo d'aver varcato la valle perseguiva il nemico a fucilate — fu essa stessa caricata di fianco da uno squadrone coperto, dal fianco destro del nemico, ed obligata di ripiegarsi in disordine, e riconcentrarsi sul grosso della forza.

Morì, in quell'incontro, uno dei più valorosi ufficiali nostri, Manuel N. e molto caro al nostro capo.

Riforzata la catena, e riportata avanti, con più risoluzione, il nemico retrocesse finalmente, e si pose in ritirata, lasciando un cadavere de' suoi sul campo.

Pochi furono i feriti d'ogni parte — poichè poca gente d'ambi i lati avea preso parte alla pugna. Intanto ritiravasi il nemico con precipitazione — e noi lo perseguimmo senza posa —

Ambe le catene di cavalleria, della vanguardia nostra e retroguardia del nemico — scaramucciavano — e così, per nove miglia circa — essendo noi obligati di lasciar la fanteria molto addietro — non potendo certamente tenersi a paro, colla celerità dei cavalli — ad onta d'ogni sforzo — Di tale circostanza, profittò il nemico, o la suscitò lui stesso —

Giunta la nostra vanguardia, sull'alto del passo di Maromba — il comandante della stessa, maggiore Giacinto — mandò un messo al Collonnello, per avvertirlo, che il nemico passava il guado — e che già il _ganado_[41] e le _cavalladas_[42] erano dall'altra parte — Indizio: che il nemico continuava a ritirarsi —

Il valoroso Teixeira, non esitò un momento, e comandò si mettessero i plottoni nostri di cavalleria al trotto, per poter attaccare il nemico, dell'atto del passaggio, e sbaragliarlo — Mi ordinò pure: di fare ogni sforzo colla fanteria per seguirlo.

L'astuto Mello, aveva manovrato per ingannarci: Egli avea fatto marciare i suoi plottoni, con precipitazione, per toglierli dalla nostra vista — e giunto nelle vicinanze del fiume Coritibano — fece bensì passare all'altra sponda, i bovi ed i cavalli — ma la truppa la schierò dietro certe colline, sulla nostra sinistra, che la nascondevano intieramente.

Prese tali misure — avendo lasciato un plottone di protezione alla sua catena di tiratori — e scorto ch'egli ebbe la fanteria nostra a molta distanza — retrocesse coperto dalle alte colline sulla nostra sinistra, ed uscendo improvviso, con una conversione a sinistra, attaccò l'uno dopo l'altro, i nostri plottoni di fianco e li sbaragliò complettamente.

Il plottone nostro, di sostegno alla nostra catena che incalzavano il nemico colle lancie nei reni, fu il primo ad avvedersi dell'errore — ma non avendo nemmeno tempo di convergere — ebbe la sorte di tutti gli altri.

Lo stesso successe a tutti — Malgrado il coraggio e la risoluzione di Teixeira — e di alcuni ufficiali Rio-grandensi valorosissimi — Ed in poco tempo la cavalleria nostra presentava il vergognoso spettacolo d'un gregge di pecore in fuga.

A me, non era piaciuto il lasciare tanto indietro la nostra fanteria, essendo la cavalleria composta di elementi poco fidi — per la maggior parte, uomini stati fatti prigionieri in Santa Vittoria — Perciò io sforzavo i miei fanti a tutta possa — per inoltrarli al combattimento — ma invano —

Giunto ad un'altura, io vidi lo strazio dei nostri, e conobbi non esser più tempo d'influire sulla vittoria — ma procurare di non perder tutto — Chiamai a voce una dodicina de' più svelti, e più intrepidi de' miei marini, che presero il trotto alla mia voce — benchè già stanchi dalla lunga e forzata marcia — e li feci prender posizione in un sito forte per fanteria — dominante non solo ma irto di roccie e di cespugli — Da quel punto principiammo a far testa al nemico, ed a insegnarli che non era vittorioso ovunque.

In quel punto si ripiegò il Collonnello, con alcuni ajutanti, dopo d'aver tentato ogni sforzo, con indicibile coraggio — per arrestare i fuggenti.

La fanteria col Maggior Peixotto, che la comandava ai miei ordini — ci raggiunse, nella stessa posizione, e fu terribile allora la difesa, e molto micidiale al nemico.

Noi perdemmo molti fanti di coloro che rimasti indietro, furono involti co' fuggitivi nostri di cavalleria, e quasi tutti uccisi.

Intanto forti del sito, e riuniti in numero di settantatre, noi combattevamo il nemico con vantaggio — essendo esso privo di fanteria, e poco avvezzo a combattere tal'arma — Nonostante il vantaggio nostro — noi ci trovavamo in una posizione isolata — e conveniva di cercare un ricovero più sicuro, e da dove si potesse imprendere una ritirata senza esser molestati dal nemico — E sopratutto non dare al nemico vittorioso, il tempo di rannodare tutte le sue forze, ed ai nostri quello di raffredarsi.

Un _capon_ (Isola d'alberi e folta) trovavasi alla nostra vista, distante circa un miglio — noi imprendemmo la ritirata alla direzione di quello.

Il nemico procurava di avviluparci nel transito, e ci caricava a scaglioni, ogni volta il terreno glielo permetteva — In tale circostanza ci valse moltissimo: esser gli ufficiali armati di carabina — e siccome tutti aguerriti, respingevansi le cariche del nemico, a piè fermo, con impavida intrepidezza — In tal modo, giunsimo a ricoverarci nel _capon_, ove non ci molestò più il nemico —

Internati alquanto nel bosco, noi scelsimo un sito chiaro di piante, e riuniti, colle armi pronte, stettimo riposando, ed aspettando la notte.

Il nemico fece alcune intimazioni di resa, dal di fuori — a cui non rispondemmo —

CAPITOLO XXIII.

Ritorno in Lages.

Giunta la notte fecimo alcuni preparativi per la partenza — La maggior difficoltà fu per i feriti — tra cui il maggior Peixotto, con una palla in un piede — Verso le 10 di sera, accomodati nel miglior modo i feriti, s'incominciò la marcia costeggiando il _capon_, che si lasciava a destra — e cercando di guadagnar la costa del _Mato_ (foresta) — quella foresta forse la maggiore del mondo, stendesi dagli alluvioni del Plata, sino a quelli dell'Amazzone[43] coronando le creste _da Serra do Espinasso_ (Spina dorsale del Brasile), in una estensione di circa trenta quattro gradi di latitudine — Non conosco l'estensione sua in longitudine, probabilmente immensa —

I tre dipartimenti di Cima da Serra, Vaccaria, e Lages, sono _campestres_ in mezzo alla foresta, cioè campi attorniati da quella — Coritibanos, situato nel dipartimento di Lages, provincia di Santa Catterina — era il teatro del mio raconto — così chiamato dagli abitanti venuti da Coritiba, paese nella provincia di S. Paolo.

Dunque noi costeggiavimo il _capon_, per avvicinarci alla Selva suddescritta, cercando la direzione di Lages, per riunirci al corpo d'Aranha — da noi sventuratamente staccato —

Successe all'uscita nostra dal _capon_, uno di quei casi — che provano quanto l'uomo è figlio delle circostanze, e quanto può il terror panico sugli uomini anche i più intrepidi —

Si marciava in silenzio — e com'era naturale, disposti a combattere se s'incontrava il nemico — Ebbene — un cavallo, che probabilmente avea perduto il cavaliere nella giornata — e che trovavasi colle redini, morso, e sella, procurando di malamente pascolare — al poco rumore da noi fatto quell'animale si spaventò e prese a fuggire.