Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 37
«Andiamo a casa a proclamar la Republica — e far le barricate» dicevano ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 — E veramente, era molto più comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano — di tornarsene a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per coprirsi — mancanti di molte cose necessarie — con, contro di noi l'esercito nostro — ed i papalini e Francesi che bisognava combattere. Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a Mentana — e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei milla uomini — vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente — di una metà della gente — lascio pensare dico: a che punto di moralità, e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti volontari —
Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana — e potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti — Ma è alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli — come non devo accennarli a quella parte eletta della gioventù nostra da loro traviata! —
Mazzini era certo migliore dei suoi seguaci — ed in una sua lettera a me diretta, in data dell'11 Febbraio 1870 — relativamente al fatto di Mentana, egli mi scriveva:
«Voi sapete ch'io non credevo nel successo — ed ero convinto, esser meglio concentrare tutti i mezzi, sopra un forte movimento in Roma[115], che non irrompere nella provincia — ma una volta la impresa iniziata giovai quanto potei» —
Io non dubito dell'asserzione di Mazzini — ma il danno era fatto: O egli non fu a tempo di avvisare i suoi fautori — o questi vollero continuare nel danno —
Ricciotti non trovò in Inghilterra, i mezzi che si potevano sperare — perchè tra cotesti nostri amici, s'era fatta pure circolare la voce seguente: «perchè» si diceva: «rovesciare il papato per sostituirvi un governo peggiore».
E nell'Agro Romano — i suoi — come già dissi: disseminavano lo sconforto tra i miei militi, e cagionarono l'enorme diserzione già narrata — e senza dubbio, motivo principale del rovescio di Mentana —
Dall'alto della torre del palazzo Piombino, a Monterotondo — ove passavo la maggiore parte della giornata — osservando Roma, gli esercizi dei giovani nostri militi nel piano — ed ogni movimento nella campagna — io la vedevo la processione di gente nostra, che s'incamminava verso passo di Correse — cioè: che se ne andavano alle loro case — Ed ai compagni, che me ne avvertivano, io rispondevo: «Oibò! cotesti non sono nostri che se ne vanno, saran campagnoli che vanno o vengono dal lavoro» — Ma nell'anima mia sentivo il rancore dell'atto perverso — e tentatavo di nasconderlo — o di menomarlo ai circostanti — solito contegno, nelle circostanze urgenti —
In conseguenza dello stato morale della gente — sopra descritto — e trovandosi per noi — ermeticamente chiusa la frontiera settentrionale dai corpi dell'esercito Italiano — e quindi nell'impossibilità di procacciare il necessario oltre quella frontiera — Noi dovevamo cercare altro campo d'azione ed altra base — per poter vivere, mantenersi, ed aspettare gli eventi, che dovevano finalmente sciogliere la quistione Romana. Per tuttociò, fu deciso di marciar per il fianco sinistro verso Tivoli, onde metter l'Apennino alle spalle — ed avvicinare le provincie meridionali —
La marcia fu decisa per il 3 Novembre mattina ma per motivi d'aspettare e distribuire scarpa — non si potè esser pronti a movere senonchè verso il meriggio — di quel giorno —
Noi uscimmo da Monterotondo sulla via di Tivoli. L'ordine di marcia era circa il seguente:
Le collonne agli ordini di Menotti marceranno in buon ordine con una vanguardia di bersaglieri in avanti — da circa mille passi a due milla —
In avanti della vanguardia, marceranno esploratori a piedi, preceduti da guide a cavallo —
Su tutte le strade che vengono da Roma, sulla nostra destra — si spingeranno dei fiancheggiatori a piedi ed a cavallo — più verso Roma che possibile, sulla stessa destra; e sulle alture che dominano il paese, si collocheranno delle vedette — che ci possono avvisare a tempo, di qualunque movimento nemico —
Una retroguardia si occuperà di spingere avanti i restii, e lascierà nessuno indietro —
L'artiglieria marcerà al centro delle collonne —
I bagagli seguiranno in coda delle collonne rispettive — Con questo — più o meno — ordine di marcia, c'incamminammo da Monterotondo per Tivoli —
Sventuratamente però — pare: cadessero nelle mani dei nemici — i pochi nostri esploratori a cavallo — e ne avevimo pochissimi — dimodocchè i papalini, giungendo per la via Nomentana — quasi sorpresero la vanguardia nostra e l'impegnarono — Passato il villaggio di Mentana, le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico. Retrocedere in tale contingenza, e già impegnati coi nemici — valeva una fuga — e non v'era altro espediente: che di accettare il combattimento — occupando le forti posizioni che ci stavano a mano — Io mandai dunque a Menotti — che marciava alla vanguardia — l'ordine di occupare le forti posizioni suddette — e di far testa. Feci successivamente seguire avanti il resto delle collonne, spiegandole destra e sinistra in sostegno delle prime — ed alcune compagnie, rimasero in collonna sulla destra di riserva —
La strada che da Mentana va a Monterotondo — linea d'operazione nostra in quel giorno — è una strada buona, ma incassata e bassa — Fui obligato quindi di cercare sulla nostra destra, una posizione adeguata, per collocarvi i due pezzi nostri presi ai nemici nel giorno 25 Ottobre. Ciò si eseguì con molta difficoltà, per mancanza di gente e cavalli pratici, e per essere il terreno frastagliato di sieppi, vigne — e molto ineguale —
In tanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea — Noi avevamo occupato posizioni che valevano quelle del nemico — anzi migliori — poichè egli non potè mostrare la sua artiglieria durante il giorno — e per un pezzo le posizioni nostre si sostennero, ad onta dell'immensa superiorità delle armi dei contrari — siccome del maggior numero di loro — Devo però confessare: I volontari, demoralizzati com'erano, per il gran numero di disertori nostri già accennato — non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. Distinti ufficiali, ed un pugno di prodi che li seguivano, spargevano il lor sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno — ma la massa non era dei soliti nostri intemerati — Essa cedeva superbe posizioni — senza opporvi quella resistenza, ch'io mi potevo aspettare —
All'1 p.m. circa ebbe principio il combattimento — e verso le 3, di posizione in posizione, il nemico ci avea cacciati mille metri indietro sul villagio di Mentana — Alle 3 i nostri pezzi poterono esser collocati in posizione vantaggiosa sulla nostra destra — e cominciarono a sparare con effetto sul nemico — Una carica alla baionetta da tutta la nostra linea — ed i tiri a bruciapelo dei nostri collocati nelle finestre delle case di Mentana, avevano seminato il terreno di cadaveri papalini — Noi erimo vittoriosi — il nemico fuggiva, si riocuperavano le posizioni perdute — e sino alle 4 p.m. la vittoria sorrideva ai figli della libertà Italiana — ed eravamo padroni del campo di battaglia —
Ma lo ripeto: un infausta demoralizzazione serpeggiava nelle nostre fila — Si era vittoriosi — e non si voleva complettar la vittoria, perseguendo un nemico che aveva abbandonato il campo — Voci di collonne Francesi — marcianti su di noi — circolavano fra i volontari — e non v'era tempo di trovarne l'origine — naturalmente proveniente da nemici nostri — neri o diavoli — Si sapeva l'esercito Italiano contro di noi — arrestando i nostri alla frontiera — ed intercettando qualunque roba a noi destinata — siccome ogni comunicazione. Infine, governo Italiano, preti, e Mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre fila — E non è per la tempra d'ogni uomo — resistere allo sconforto — e marciare quantunque, risolutamente al compimento del suo dovere —
Verso le 4 p.m. la voce che una collonna di due milla soldati del Bonaparte — ci attaccava in coda — diede l'ultimo crollo alla costanza dei volontari, ed era falsa — Ciocchè era vero però era: il corpo spedizionario de Failly — che giungeva sul campo di battaglia — in sostegno dei soldati del papa sconquassati —
Le posizioni riacquistate con tanto valore — si lasciano nuovamente — ed una folla di fuggenti, si ammassa sullo stradale — Invano la mia voce e quella di molti prodi ufficiali, tenta riordinarli — Invano! Si perde la voce a gridare a rimproverare — Invano! Tutti si avviano verso Monterotondo — lasciando un pezzo abbandonato — che solo il giorno seguente rimase in potere del nemico — ed abbandonando un pugno di valorosi, che dalle case di Mentana, fanno strage dello stesso —
Ognuno è valoroso, quando il nemico si ritira — e naturalmente così successe ai nostri avversari — quei papalini ch'erano scapati davanti a noi — ora sostenuti dalle collonne Francesi, vengono avanti baldanzosi — Essi ci incalzano nella nostra ritirata, e colle loro armi superiori — ci cagionano molte perdite, tra morti e feriti — I Francesi, da principio, creduti da noi papalini — vengono avanti coi loro tremendi chassepots, grandinando projetti — ma fortunatamente cagionando più timore, che eccidio — Ah! se i nostri giovani, docili alla mia voce avessero tenuto — e si poteva con poco pericolo — le posizioni riconquistate di Mentana — e limitarsi a difenderle — forse il 3 Novembre andrebbe annoverato tra le giornate gloriose della democrazia Italiana — anche con tante mancanze — e tanta inferiorità di numero come ci trovammo a Mentana —
In molte delle nostre antecedenti pugne — noi eravamo stati perdenti, sino verso la fine della giornata — ed un'aura favorevole ci avea rigettatti sulla via della vittoria — In Mentana padroni, alle 4 p.m. del 3 Novembre, del campo di battaglia — con un'ora più di costanza cadeva la notte — e fors'essa consigliava ai nostri nemici una ritirata su Roma — essendo poco tenibile la lor posizione al di fuori contro gente che non avrebbero loro lasciato riposo nella notte —
Verso le cinque p.m. — meno i pochi difensori di Mentana collocati nelle case — tutte le nostre collonne erano in ritirata su Monterotondo, ed in disordine — Appena si potè occupare la forte posizione dei Capuccini — con alcune centinaia di militi — Munizioni da cannoni non ce n'erano più — pochissime le munizioni da fucile — E l'opinione di una ritirata sul passo di Correse era generale —
Dall'alto della torre del castello, in Monterotondo, m'ero assicurato, ch'era falsa la notizia dei due milla Francesi sulla via Romana — che dovevano attaccarci in coda — Notizia che fu data a me stesso, da molti durante il combattimento — Sembra impossibile, che tali cose possano succedere — eppure succedono: Vari, tra i miei stessi ufficiali, di cui la fede era indubitata mi asserivano averla udita — E nella peripezia della pugna — _si diceva_: Ora in tali frangenti andatemi a cercare l'origine d'una notizia, che implica un nerissimo tradimento — Fratanto tale voce circolava fra i militi, e li sconfortava, — e tra loro si propagava colla velocità del lampo — Malvagia umana! io esclamerò — E quanti malvagi non vi sono da purgare in questa società Italiana, tanto corrotta dai preti, e dagli amici dei preti! —
Una polizia di campo è indispensabile, in ogni corpo di milizia — E tra i volontari, tanta è la ripugnanza delle polizie — che sempre difficile riesce — od impossibile d'istituirla —
Nel principio della notte del 3 Novembre — ci ritirammo sul passo di Correse[116], e passammo il resto della stessa sul territorio Romano, dentro e nei dintorni dell'osteria — Alcuni comandanti mi fecero sapere: che parte dei militi, erano disposti di non abbandonar le armi, e ritentare la fortuna — ma nella mattina io mi persuasi, che tali disposti, o non avean mai esistito — o più non esistevano —
Nella mattina del 4 Novembre, si deposero le armi sul ponte — ed i militi disarmati passarono sul territorio non papale —
Io devo una parola di lode al Generale Fabrizi, mio capo di Stato Maggiore e che lasciai incaricato per le ulteriori disposizioni del disarmo. Cotesto prode veterano dell'Indipendenza Italiana, comportossi colla solita bravura, sul campo di battaglia di Mentana — e spossato dalla fatica e dagli anni, fu trasportato in Monterotondo accompagnato da' militi — dopo d'aver animato colla parola e colla sua presenza, la gente nostra a far il dovere —
Il collonnello Caravà, che comandava a Correse un reggimento Italiano — e che era stato ufficiale ai miei ordini in anteriori campagna — ebbe con noi un contegno veramente lodevole, in tutte le circostanze —
Egli mi accolse, molto amichevolmente, fece per me e per i volontari quanto poteva — e mise ai miei ordini un convoglio della strada ferratta per recarmi a Firenze —
Ma tali, non erano le disposizioni governative: Il deputato Crispi, ch'era con me nel convoglio, opinava: non esservi motivi ad arresto — Io ero di contraria opinione, conoscendo con chi avevo da fare — Conformandovi però all'avviso dell'amico — e non essendovi altro da fare — continai col convoglio verso la capitale —
Nel viaggio le solite miserie governative: di carabinieri, bersaglieri, paure ecc. — viaggiando a tutta velocità — fui finalmente depositato all'antico mio domicilio del Varignano — da mi lasciarono poi tornare alla mia Caprera —
QUINTO PERIODO
1870-1871.
CAPITOLO I.
Campagna di Francia.
A chi ha la pazienza di leggermi — io accennerò una circostanza, che sembrerà straordinaria — ma che pure è verissima — e sulla quale preferisco lasciare i commenti al lettore —
Ch'io non sia entrato nelle buone grazie della Monarchia Sabauda al mio arrivo in Italia dall'America nel 1848 — è cosa naturale — Ch'io abbia suscitato delle antipatie fra i suoi servitori, dal primo Ministro ai generali dell'esercito — e da questi agli ultimi uscieri — innestati all'esistenza del governo reggio — era pure conseguenza normale degli uomini e delle cose —
Ciocchè non posso esattamente spiegarmi — si è: la sfavorevole accoglienza fattami da quegli uomini, che ponno chiamarsi giustamente, i luminari del moderno periodo di risorgimento nazionale, e che ne furono tanto benemeriti — come per esempio Mazzini, Manin, Guerrazzi, ed alcuni de' loro amici —
La stessa sorte toccommi in Francia nel 1870 e 1871 — Eppure in Francia come in Italia, io ho trovato una simpatia entusiastica tra le popolazioni — certamente molto superiore al mio merito —
Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui, e che meritavano la fiducia del paese — mi accolsero imposto dagli avvenimenti — ma con freddezza — Coll'intenzione manifesta — come certe volte m'era succeduto in Italia — di volersi servire del mio povero nome — ma non altro — ed in sostanza privandomi dei mezzi necessari, per cui la cooperazione mia poteva riuscir utile.
Gambetta, Cremieux, Glais-Bisoin — individualmente furono con me gentili — ma, il primo più di tutti, su cui avrei dovuto aspettarmi — se no, sua simpatia individuale — almeno su d'un concorso attivo ed energico — mi lasciò in abbandono per un tempo prezioso —
Nei primi di Settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in Francia — ed io il 6 offrì i miei servigi a quel governo — che ebbe sempre vergogna di proclamarsi Republicano —
Il governo Francese stette un mese, senza rispondermi — tempo prezioso, in cui si poteva far molto — e che fu perduto o pochissimo si fece — E qui giova ripetere: esser grande errore dei popoli, che rimangono padroni di loro stessi — come successe alla Francia ed alla Spagna in due settembre consecutivi — di non eleggere il governo di un solo Onesto col nome di Dittattore od altro — ma d'un solo! Non ricorrere ai governi molteplici, generalmente di dottori, che passano la maggior parte del tempo a deliberare, invece di agire celeremente, come esigono le urgenti circostanze —
In Francia, anche peggio fecero — in luogo d'uno molteplice, ve ne furono due — E tutti conoscono il risultato del difettoso sistema —
Invece, eletto un solo — quel desso — avrebbe probabilmente, identificato la sede del Governo col suo quartier generale — ciocchè in sostanza ebbero i Prussiani — e che diede loro tanto immenso vantaggio sui loro avversari — Ed in luogo d'una Babele, la Francia avrebbe avuto un governo forte —
Solo in principio di ottobre, seppi che sarei accolto in Francia — ed il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione — venne a cercarmi in Caprera — col piroscafo la _Ville de Paris_ capitano Coudray — e collo stesso giunsi a Marsiglia il 7 ottobre 1870 — Esquiros prefetto dell'illustre città — e la popolazione entusiasmata, mi accolsero festosamente — ed ivi un telegramma del governo di Tours mi chiamava immediatamente presso dello stesso — Giunsi a Tours ove trovai Cremieux, e Glais-Bisoin, ambo uomini simpatici, e che credo onestissimi — non sufficienti però a sollevare la Francia dalla tremenda sventura, in cui l'avea precipitata il Buonaparte — Essi poi appartenevano ad un sistema di governo vizioso — in cui, anche colla capacità di fare il bene, non lo potevano —
Gambetta giunto in pallone il giorno dopo — scosse alquanto l'inerte macchina governativa, la galvanizzò, improvvisò dei mezzi immensi; ma fu da meno lui stesso, delle circostanze, sia per il motivo del difettoso governo — per l'erronea disposizione di affidare il nascente esercito agli stessi uomini dell'impero, che avevano perduto il primo — sia per mancanza dell'esperienza necessaria in tali terribili frangenti. A Tours perdetti vari giorni, per l'indecisione del governo — e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa — perchè compresi: volersi, come già dissi, servirsi del mio povero nome — e non altro — L'incarico che si voleva darmi era quello di organizzare alcune centinaia di volontari Italiani che si trovavano a Chambery, ed a Marsiglia — Dopo varie controversie con cotesti Signori — mi recai finalmente a Dole per raccogliere quelli elementi d'ogni nazionalità, che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges —
I Prussiani marciavano su Parigi — dopo Sedan — e naturalmente sul loro fianco sinistro — ove s'addensavano le nuove reclute della Francia essi dovevano tenere dei fiancheggiatori — e questi stessi fiancheggiatori comparvero alcune volte sino nei dintorni di Dole — ove tenevo i pochi uomini da me riuniti, in via d'organizzazione — poco equipaggiati e male armati per molto tempo. Il nostro contegno comunque fu energico — prendendo posizione a Mont Rolland prima e poi nella _foret de la Serre_ — dimodocchè Dole fu inviolato in tutto il tempo che noi vi soggiornammo — Marciando l'esercito nemico su Parigi, era naturale, si dovesse minacciare almeno la sua linea di operazione, dal Reno alla capitale della Francia — e tale necessità fu sentita dal governo della difesa — che inviava nei Vosges, la maggiore parte dei corpi dei Franchi-tiratori — ed il generale Cambriels, con una trentina di milla uomini, delle nuove leve dei mobili — alcuni battaglioni del vecchio esercito, e qualche pezzi d'artiglieria — Tutte quelle forze, furono respinte dai Vosges su Besançon, dal preponderante nemico, mentre ci trovavamo ancora a Dole — ed il prefetto Ordinaire di Besançon, mi telegrafò per due volte, acciò mi recassi da lui, per provvedere ai mezzi d'impedire lo sbandamento delle forze suddette —
Il Sig. Ordinaire avea ideato di ragranellare sotto il mio comando tutte le frazioni di corpi esistenti nel dipartimento — ed io ero stato accolto da tutte quelle truppe e dalla popolazione di Besançon, collo stesso entusiasmo come se trovato mi fossi in Italia. Ma il Sig. Gambetta, giunto poco dopo, trovò bene di conciliare ogni cosa, e rimettere agli ordini del generale Cambriers, tutte le forze riunite dell'Est —
Si osservi che il generale Cambriers, alegava: d'aver bisogno di riposo per curare una ferita alla testa, che assai lo incomodava —
Da Dole, ebbi ordine in Novembre, di portarmi colla gente nel Morvan, minacciato dal nemico, e minacciato lo importante stabillimento metallurgico del Creusot — Io scelsi Autun per porvi il mio quartier generale — Ivi trovammo la popolazione alquanto intimorita per l'avvicinarsi dei Prussiani — per cui s'erano gettarti nel fiumicello Arroux, i soli due piccoli pezzi esistenti —
L'arrivo degli Italiani di Tanara, quei di Ravelli, alcuni Spagnuoli greci e Pollacchi, ed alcuni battaglioni di mobili — cominciarono a rialzare un po' l'effettivo del nostro nucleo d'esercito —
Con alcuni pezzi di montagna cominciò la nostra artiglieria — che furono seguiti, da due batterie da 4 rigate di campagna —
Alcune guide a cavallo, composte per la maggiore parte d'Italiani, e che divennero due squadroni completti, verso la fine della campagna — così successe colla cavalleria di linea Francese che cominciò con un distaccamento di trenta uomini di cacciatori a cavallo — e verso il termine della guerra, s'acrebbe sino a un reggimento completto.
Si organizzarono tre brigate: la prima comandata dal generale Bosak — la seconda dal colonnello Delpech, che poi passò sotto gli ordini del colonnello Lobbia — e la terza comandata da Menotti —
Alcune compagnie di Franchi-tiratori — comandate: una dal Tenente Colonnello Odoline, altra dal T.te col.o Braün — una terza dal Tte Col.o Grouchy — la quarta dal Tte Col.o Loste — una quinta dal Maggiore Ordinaire — e tutte meno Braün, operando agli ordini di Menotti, e facendo parte della sua 3ª brigata — Tutte queste compagnie operarono durante l'organizzazione — come truppe attive tra le collonne del nemico che incomodavano assai —
La 4ª brigata, sotto il comando di Ricciotti — si componeva da principio, di sole compagnie di Franchi-tiratori — operando in collonne volanti, come gli altri — e nell'ultimo della campagna la stessa quarta brigata venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati —
Capo di Stato maggiore dell'Esercito il generale Bordone — quest'uomo che più fece per la mia andata in Francia — e che tanto fu avversato — io lo credo tutt'altro che perfetto — e poco conosco dei suoi antecedenti — se non sia nella campagna del 60 nell'Italia meridionale, ove venne col bravo Deflotte — ed ove servì meritamente — Comunque, in onore del vero, io devo confessare ch'egli giovò sommamente all'organizzazione dell'esercito — all'acquisto di ogni cosa necessaria e ch'ebbe un contegno da prode sui campi di battaglia —
Nello stato mio infermo — egli poi, supplì a me stesso in ogni circostanza —
Come secondo capo di Stato Maggiore, il collonnello Lobbia fu pure molto utile —
Mio capo del quartiere generale il collonnello Canzio — sinchè egli prese il comando della 5ª brigata, a cui agiunse la 1ª dopo la morte del generale Bosak.
Canzio fu surrogato al comando del quartier generale dal Maggiore Fontana —
Il comandante dell'artiglieria dell'esercito fu il collonnello Olivier —
Il comandante Bondet, che chiamato all'esercito della Loire, vi morì — comandò il primo nostro distaccamento di trenta uomini di cavalleria — Il reggimento di cavalleria, alla fine della campagna, venne comandato dal maggiore d'uno squadrone d'Ussari, di cui non ricordo il nome.
I due nostri squadroni di guide, furono organizzati dal comandante Parlatti —
Il D.re Timoteo Riboli fu capo dell'ambulanza — Il sott'intendente Beaumés — servì da intendente sino all'arrivo d'uno di questi — il di cui nome non ricordo —
Il pagatore fu il Collonnello Martinet —
Capo del Telegrafo il collonnello Loir —
Capo del genio — collonnello Gauklair —
Comandante di piazza, presso il quartier generale il T.te Col.o Demay —
Non ricordo il nome del presidente della corte marziale.