Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 36
I capitani Giuseppe Cuneo e Pietro Suzini si adoperarono a mio favore d'un modo veramente lodevolissimo — Buoni, coraggiosi e molto pratici, essi ci servirono di guida, di consiglio — ed affrontando con noi, i disagi, le fatiche, ed il rischio — non ci vollero lasciare, senonchè dopo d'averci accompagnati sul _S. Francesco_ —
Domenico N. del primo stazzo — tolse il solo materazzo che aveva dal letto ove giaceva la moglie inferma — e lo portò nella Conca per accomodarvi il mio letto — con alcuni cussini — Tale è l'ospitalità Sarda — Egli fu operosissimo nel procurarci tutti i cavalli necessari — senza i quali, sarebbe stato quasi impossibile il nostro viaggio attraverso i monti della Gallura — Nicola dello stazzo di porto S. Paolo — subito che m'ebbe conosciuto, ad onta del mio travestimento, e della barba e capelli tinti — mi accolse con quella franchezza, e benevolenza — che distingue il ruvido, ma generoso e fiero pastore Sardo — Io sono innamorato del popolo Sardo in generale — ad onta di difetti che le si attribuiscono e sono certo — che con un buon governo — che volesse veramente occuparsi della prosperità, e progresso di cotesto buona, ma poverissima popolazione — si potrebbe fare di essa, una delle prime — ricca com'è d'intelligenza e di coraggio —
Grande ed ubertosissima terra — un vero Eden, si farebbe della Sardegna — oggi un deserto — ove la miseria, lo squallore, la mal'aria sono impronte sulle caratteristiche fisionomie degli abitatori — Il governo che per disgrazia di tutti, regge la penisola, appena sa se esiste una Sardegna — occupato com'è a preparare una schifosa reazione, e ad impiegare i tesori dell'Italia — a comprare spie, poliziotti, preti, e simile canaglia — demoralizzando e rovinando l'esercito, per compiere le voglie libidinose del Buonaparte — di cui non è che una miserabile prefettura (1867) —
Il 17 Ottobre 1867, alle 2 p. m. circa, io abbracciavo affetuosamente, i cari Canzio e Vigiani, a bordo della paranza _S. Francesco_ — Essi aveano compiuto una difficilissima missione — affrontando disagi e perigli per liberarmi —
Alle 3 p. m. dello stesso giorno, si salpava, e con vento da Scirocco, mediocre — dopo una bordata, la paranza navigava fuori di Tavolara, con prora a Tramontana quarta a Greco —
Il 18 verso i meriggio, avvistammo Monte Cristo, e nella notte stessa entrammo nello stretto di Piombino —
Il 19 albeggiò minaccioso, con vento forte da Ostro e Libeccio con pioggia — Tale circostanze favorirono il nostro approdo a Vado — tra il canale di Piombino e Livorno —
Il resto del giorno 19, si passò in Vado, aspettando la notte per sbarcare — Verso le 7 p. m. sbarcammo sulla spiaggia algosa ad Ostro di Vado — in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io —
Vagammo per un pezzo a trovar la strada — essendo quella spiaggia assai paludosa — ma ajutato nei passi più difficili dai miei compagni — potei giungere con loro, nel villagio di Vado — ove per fortuna Canzio e Vigiani trovarono subito due biroccini, e via per Livorno — A Livorno si giunse in casa Sgarellino — ove trovammo le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza — Ivi, venne Lemmi, che da vari giorni ci aspettava con una carozza, per condurci a Firenze — Montammo, e si giunse nella capitale verso la mattina — accolti con gentile ospitalità in casa della famiglia Lemmi —
Il 20 — in Firenze, fui accolto dagli amici, e dalla popolazione, a cui non si potè nascondere il mio arrivo — Accolto con dimostrazioni di gioia — eppure trattavasi di acquistar Roma capitale d'Italia — e togliere il primato alla metropoli madre di Galileo, e di Michelangelo — Ed il generoso popolo di Firenze, giubilava — Grande e vera manifestazione di patriotismo — di cui l'Italia — come a Torino, in pari circostanza — deve tener conto —
Ragiungere i miei fratelli d'armi — ed i miei figli, che si trovavano al campo in presenza dei nemici — era il mio gran desiderio e quindi fu breve la mia permanenza nella capitale — Passai a Firenze il resto del giorno 20 e tutto il 21 Ottobre — Il 22 con un convoglio speciale, mi avviai verso la frontiera Romana sino a Terni, e di là in carozza per il campo di Menotti — che raggiunsi il 23, al passo di Corese —
Essendo la posizione di Corese, poco idonea ad una difesa, per truppe in pessima condizione — com'erano i nostri poveri volontari — marciammo per monte Maggiore — e da questa posizione, nella notte dal 23 al 24 — ci dirigemmo in diverse collonne su Monterotondo — ove si sapeva trovarsi circa 400 nemici con due pezzi d'artiglieria —
La collonna comandata dai maggiori Caldesi, e Valsania, doveva principiare il suo movimento alle 8 p.m. del 23 — giungere a Monterotondo verso mezzanote — e procurare d'introdursi nella città con un'assalto dalla parte di ponente, che si credeva, ed era veramente la parte più debole — ove le mura di cinta rovinate, erano state supplite da case, con porte esterne, e quindi di non difficile accesso —
Questa collonna di destra, composta per la maggiore parte di coraggiosi Romagnoli — per gli inconvenienti inseparabili ad un corpo, non organizzato — mancante di tutto — stanco — e senza poter trovare guide pratiche del paese — arrivò di giorno sotto la cinta di Monterotondo — e fu per conseguenza fallitto l'attacco di notte — È incredibile lo stato di cretinismo, e di timore in cui il prete, ha ridotto cotesti discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione! Io già lo avevo provato nella mia ritirata da Roma nel 49 — ove con oro alla mano — non mi era possibile di trovare una guida — E così successe nel 67 —
Quando si pensa: in una città Italiana come Monterotondo — colle porte di casa — a ponente — che mettevan fuori della cinta — non trovarsi un solo individuo — capace di darci relazione, su ciò che esisteva dentro — Mentre noi erimo Italiani per Dio! pugnando per la liberazione patria — mentre dentro — v'era la più vile ciurmaglia di mercenari stranieri, al servizio dell'impostura — «Libera chiesa in libero Stato» ha detto un grande ma volpone statista: Sì! ebben lasciatela libera cotesta nera gramigna — ed avrete i risultati ch'ebbero la Francia e la Spagna — oggi, per i preti cadute all'ultimo gradino delle nazioni —
La collonna di sinistra comandata da Frigezy, giunse fuori di Monterotondo a Levante, occupò il convento dei Capuccini verso le 10 a.m. colle posizioni adjacenti — e spinse alla sua sinistra alcune compagnie, per darsi la mano coi corpi nostri di destra — ciocchè fu impossibile per tutto il giorno 24 — essendo tremendo il fuoco nemico da quella parte — La collonna del centro — guidata da Menotti — con cui mi trovavo — avendo marciato da Monte Maggiore, direttamente all'obbiettivo, fu pure arrestato da' passi disagevoli della strada Moletta — e nonostante giunse la prima all'albeggiare, sotto le posizioni che contornano Monterotondo da Tramontana —
Io ordinai a questa collonna, comandata da Menotti — e composta per la maggiore parte dai prodi bersaglieri Genovesi di Mosto e Burlando — di occupare le forti posizioni settentrionali, già accennate — ma di non assaltare — pensando poter combinare l'attacco colle altre collonne che dovevano giungere a poca distanza di tempo — Ma lo slancio dei volontari non potè trattenersi — ed invece di limitarsi ad occupare le posizioni suddette — essi si lanciarono all'assalto di porta S. Rocco — affrontando un fuoco micidialissimo — che da tutte le finestre del paese — in quella parte — li fulminava —
Essendomi allontanato dalla collonna del centro sulla sinistra, per potere scoprire la collonna di Frigezy, che doveva giungere da quella parte — io mi accorsi con pena e stupore dell'impegno in cui s'eran avventati i bersaglieri Genovesi per troppo coraggio — Quell'attacco prematuro ci costò una quantità di morti e feriti — valse però a stabilire nelle case adjacenti a porta S. Rocco, alcune centinaia di volontari — che più tardi, sostenuti e coadjuvati da compagnie fresche d'altri corpi — poterono incendiare la porta suddetta — ciocchè ci valse l'entrata e presa del paese —
Tutto il 24 Ottobre, fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la città di Monterotondo, e la guarnigione composta di zuavi papalini, per la maggiore parte, armati d'eccellenti carabine, e due pezzi d'artiglieria — ci fulminava — senza che si potesse rispondere dovutamente, coi soliti nostri catenacci — e per trovarsi i nemici al riparo, da non poterne scoprire uno solo —
Monterotondo è dominato dal palazzo dei principi di Piombino — di cui un giovane di quella famiglia militava con noi — Cotesto palazzo, o piutosto castello è spaziosissimo e fortissimo — Il nemico ne avea fatto una fortezza, con delle feritoie tutto attorno ed un parapetto sulla piattaforma orientale ove teneva i due pezzi — uno da 12 e l'altro da 9 — Tra i caduti all'attacco di porta S. Rocco — contavano i prodi maggiore Mosto, gravemente ferito, il capitano Uziel mortalmente — il mio caro e buon Vigiani che tanto avea contribuito alla mia liberazione da Caprera — a cui dovevo tante gentilezze — morto! e tanti altri valorosi! —
Io ricorderò nella pagina seguente i nomi di coloro che cadettero valorosamente per la liberazione di Roma nel 67 — e non rammentandoli tutti, certamente, incarico il mio stato maggiore di compiere a quel sacro dovere:
MORTI
Achille Cantoni — maggiore Vigo Pelizzari — idem Martino Franchi — idem Martinelli — idem Testori Luigi — idem Defranchis — idem De Benedetti Uziel — capitano Vigiani Antonio — 1º tenente Latini Ercole Achille Borghi Annighini Antonio Lombardi Pio Permi Giuseppe Conte Bolis di Lugo Andreuzzi Silvio — T.te Ettore Morasini Bovi figlio del maggiore Bortulacci Gironimo Lenari Sante } Trovati feriti alla stazione Giordano Ettore } di Monterotondo, dai zuavi Scholey Giovanni di Londra } del papa — e massacrati
FERITI
Bezzi Egisto — maggiore Mosto Antonio — idem Stallo Luigi — idem Gavitani Vincenzo Galliani Giacomo Manara Domenico Sgarbi Antonio Mayer di Livorno Sgarellino Pasquale Capuani Paolo Galliani Giacomo
4º periodo, Ottobre 1867.
CAPITOLO VII.
Assalto di Monterotondo.
Cotesto assalto prova abbastanza: a qual punto trovavasi il morale della gente ch'io comandava — pria della propaganda Mazziniana che invitava i volontari a tornare a casa per proclamare la Republica —
Passammo il giorno 24 Ottobre — come abbiamo detto — a cingere Monterotondo — preparare fascine e zolfo per incendiare la porta di S. Rocco — e prendere tutte quelle disposizioni d'assalto, che si poterono —
Le tre collonne comandate da Salomone, Caldesi, Valsania e Menotti — meno alcune osservazioni verso la via Romana, da dove potevano giungere soccorsi ai nemici — s'erano massate per l'assalto decisivo di porta S. Rocco —
Frigezy doveva attaccare simultaneamente la città, da levante — e possibilmente incendiarvi pure la porta del castello —
L'attacco era deciso per le 4 a.m. del 25 — I nostri poveri volontari, nudi, affamati, e bagnate le poche vesta si erano sdrajati sull'orlo delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti aveano colme di fango — e rese quasi impraticabili — Pure spossati dalla stanchezza anche nel fango si sdrajavano quei bravi giovani! Io confesso: ero quasi disperato di poter far rialzare quei soffrenti per l'ora dell'assalto — e volli dividere la loro miserabile situazione sino verso le 3 a.m. seduto tra loro —
A quell'ora, gli amici che mi attorniavano, mi chiesero: ch'io entrassi un momento nel convento di S. Maria, distante pochi passi, per sedermi all'asciuto — e mi condussero, unico sedile, in un confessionale — ove stetti pochi minuti.
Non appena seduto, ed apogiate le spalle addolorate dal star molto tempo in piedi — quando un rumore come di tempesta — un grido solenne d'una moltitudine dei nostri, che si precipitavano nell'uscio della porta ardente mi fece risaltare, e correre con quanta celerità potevo verso la scena d'azione — gridando anch'io: «Avanti!» —
Incendiata intieramente la porta, colpita da due piccoli nostri cannoncini, che sembravan due canocchiali — e non presentando più, che un mucchio di rovine ardenti — di cui si aspettava l'estinzione — i nemici ritentavano di barricadarla nuovamente — e perciò cominciavano ad avvicinarvi, carri, tavole, ed altri oggetti d'ostruzione — Ciò però non garbava ai nostri, cui tanta fatica e pericolo avea costato lo incendiarlo — Il primo oggetto che si presentò alla porta spintovi dai zuavi, fu un carro — ma non ebbero tempo di metterlo a posto — Una scintilla elettrica, eroica, si sparse come il fulmine nelle fila dei patriotti — e furibondi, si precipitarono nell'uscio ardente come energumeni —
Altro che stanchi, spossati, e affamati! — Non avevo forse già visto operar dei miracoli a cotesta gioventù Italiana! Diffidarne era un delitto — roba da vecchio decrepito!
Non valsero ad arrestarli, il carro attraversatto — i rottami ardenti, ammonticchiati sulla soglia — una grandine di fucilate, che pioveva da tutte le direzioni — Essi mi facevano l'effetto d'un torrente, che rotti gli argini ed i ripari — si precipita nella campagna —
In pochi minuti la città fu inondata dai nostri, e tutta la guarnigione rinchiusa nel castello — Alle 6 p.m. si cominciò l'attacco del castello, essendo i nostri, già padroni di tutti gli sbocchi di strade, che conducevano a quello — ed avendoli barricati tutti si mise il fuoco alle scuderie, con fascine, paglie, carri, e quanti oggetti combustibili vi si trovavano —
Alle 10 a.m. si respinsero con poche fucilate circa due milla uomini — che da Roma, avanzavano al soccorso degli assediati —
Alle 11, la guarnigione affumicata, e temente di saltare in aria, col fuoco alle polveri, che tenevan di sotto — alzò bandiera bianca, e si arrese a discrezione —
Il prode maggiore Testori, poco prima della resa dei nemici, aveva preso la determinazione di mettersi allo scoperto, alzando una bandiera bianca, per intimar loro di arrendersi — ma quei mercenari, violando ogni diritto di guerra, lo fucilarono con vari colpi, e lo lasciaron cadavere — Ebbi un'immensa fatica, dopo tanti e siffatti atti di barberie di cotesti sgherri dell'inquisizione — per salvar loro la vita — essendo i nostri irritatissimi contro di loro.
Io stesso fui obligato di condurli fuori di Monterotondo, e farli scortare al passo di Correse — da quaranta uomini, agli ordini del maggiore Marrani —
Successe in Monterotondo, ciocchè succede in una città presa d'assalto — e che poca simpatia s'era meritata, per il mutismo e l'indifferenza, quasi avversione — manifestata verso di noi — E devo confessare: che disordini non ne mancarono — E tali disordini impedirono pure, di poter organizzare dovutamente la milizia nostra — quindi, poco si potè fare in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo —
Colla speranza, di meglio poter organizzare la gente fuori, tenendola in moto — toglierla ai disordini della città — ed avvicinarci a Roma — uscimmo da Monterotondo il 28 ottobre, ed occupammo le colline di S. Colomba — Frigezy, facendo la vanguardia occupò Marcigliana — e spinse i suoi avamposti sino a Castel Giubileo, e Villa Spada —
Nella sera del 29, trovandomi a Castel Giubileo, mi giunse un messo da Roma, che avea parenti nella collonna e quindi conosciuto — egli mi assicurò esser i Romani decisi a fare un tentativo, d'insurrezione nella notte stessa — Ciò m'imbarazzò alquanto — non avendo tutta la gente a mano — Nonostante mi decisi io stesso, di spingermi coi due battaglioni dei bersaglieri Genovesi — sino al casino dei Pazzi, a due tiri di fucile dal ponte Nomentana — nell'alba del 30 —
Una guida nostra, con un'ufficiale, che giunsero primi nel casino stesso, v'incontrarono un picchetto nemico, e vennero con quello a colpi di revolver — La guida fu ferita leggiermente nel petto — e siccome era maggiore il numero di nemici — i nostri si ritirarono, avvisandomi con altri tiri della presenza dei papalini — Ma fecero tutto ciò con sangue freddo e da valorosi —
Retrocedemmo da quel punto, all'incontro dei due battaglioni in marcia — e subito ch'essi arrivarono, si occupò il casino dei Pazzi, le case della Cecchina — ch'è uno stabilimento pastorizio, ad un lungo tiro di carabina a tramontana dal primo — e la strada, fiancheggiata da un muro a secco, che va dal casino alle case — Rimanemmo tutto il giorno 30, in cotesta posizione aspettando di udire qualche movimento in Roma — o qualche avviso dagli amici di dentro — ma inutilmente —
Verso le 10 a.m. uscirono due collonne nemiche in ricognizione — una dal ponte Nomentano — l'altra alquanto dopo, dal ponte Mammolo — I soldati del papa, sulla destra nostra, avanzando in tiratori, a portata di carabina — ci fecero fuoco tutto il giorno — ma i nostri, ubbedendo agli ordini, non rispondevano — giacchè sarebbe stato inutile, coi nostri fucili pessimi — sprovvisti com'erano i Genovesi delle loro buone carabine — Solamente, quando baldanzosi, o irritati dal nostro silenzio, i zuavi si avanzarono più vicini — i nostri imboscati al casino dei Pazzi — ne uccisero quattro — e ne ferirono alquanti —
La nostra posizione, a pochi passi da Roma — ove s'era concentrato tutto l'esercito papale — era arrischiata — e quando io vidi uscirne le due collonne, di cui non si poteva precisare il numero chiesi a Menotti, che si trovava indietro: che ci facesse sostenere da alcuni battaglioni, ch'egli stesso portò immediatamente —
Persuaso che nulla si faceva in Roma — e meno si sarebbe fatto, coll'arrivo dei Francesi già anunciato, e realizzato in quei giorni — io disposi la ritirata su Monterotondo — lasciando molti fuochi accesi, in tutte le posizioni da noi occupate — per ingannare il nemico —
Qui, la Mazzineria profitò della circostanza per fare il broncio — e seminare il malcontento tra i volontari — «Se non si va a Roma, dicevano essi: — meglio tornare a casa —».
E veramente: a casa, si mangia bene, si beve meglio, si dorme caldi — e poi, anche... la pelle è più sicura.
Le posizioni da noi occupate: Castel de' Pazzi — Cecchina, Castel Giubileo, ecc. — eran troppo vicini a Roma, e non difendibili contro forze superiori — convenivano quindi, altre posizioni più forti, e più lontane — Monterotondo ci offriva tali condizioni, e più facilità per vivere —
4º periodo, 3 Novembre 1867.
CAPITOLO VIII.
Mentana — 3 novembre 1867.
Il 31 ottobre era tutta la forza dei volontari rientrata in Monterotondo — e vi rimase sino al 3 novembre —
Tutto quel tempo fu impiegato a vestire alcuni militi, i più bisognosi, calzarli, armarli organizzarli come si poteva —
Si fecero occupare da tre battaglioni, le forti posizioni di S. Angelo, Monticelli, e Palombara — comandati dal colonnello Paggi — Tivoli fu occupato dal collonnello Pianciani, con un battaglione — Il generale Acerbi, occupava Viterbo con un migliaio d'uomini — il generale Nicotera occupava Vellettri con un altro migliaio —
Ed il maggiore Andreuzzi operava sulla sponda destra del Tevere con dugento uomini —
Prima del 31 Ottobre, molti volontari accorrevano ad ingrossare le collonne comandate da Menotti dimodocchè esse ascendevano già al numero di circa 6000 uomini —
La situazione dei corpi volontari, quindi, se non era brillante, non era deplorabile — se avessimo coll'ajuto del paese, potuto complettare l'armamento, il vestiario, e quanto abbisognavano i nostri poveri militi —
L'esercito papalino era demoralizzato, ne avevimo battutto una parte a Monterotondo, ed il resto s'era concentrato in Roma — ove sfidato da noi non aveva osato di uscirne —
Il popolo Romano, oppresso, massacrato ne' suoi tentativi insurrezionali — gridava vendetta — e si preparava con nuovo animo — capitanato da Cucchi ed altri prodi — a cooperare co' suoi liberatori di fuori, a farla finita con preti e mercenari —
Tutto prometteva infine, la caduta del prete nemico del genere umano —
Ma il genio del male vegliava ancora sulla conservazione del principale suo sostegno: il pontefice della menzogna! Dalle sponde della Senna — ov'egli impera, per la disgrazia della Francia e del Mondo — esso minacciava sull'Arno, accusava di codardia i conigli — e suscitava il coraggio della paura, e della malafede — Alla voce del padrone gli uomini che sì indegnamente governano l'Italia — coprendosi il volto, colla solita maschera del patriotismo — ingannavano la nazione, invadendo il territorio Romano — e dicevano: «Eccocci! noi abbiamo tenuto parola — Alle prime fucilate di Roma, noi corriamo all'ajuto dei fratelli!» —
Menzogna! Menzogna! Voi correste: ma per l'eccidio dei fratelli, in caso essi fossero stati fregiati dalla vittoria finale — E correste, quando eravate sicuri: che i patrioti di Roma, erano schiacciati! Morti! —
Menzogna! Menzogna! Voi, ed il magnanimo alleato, occupaste Roma ed il suo territorio, per lasciare l'esercito dei mercenari del Papa, libero, intiero, risollevato dalle sue sconfitte — pesare con tutte le sue forze — la superiorità delle sue armi, e dei suoi mezzi — sopra un pugno di volontari, malissimamente armati — e privi d'ogni cosa più necessaria — coll'oggetto di vederli soccombere —
E se l'esercito papalino — non era suffiente — come non lo fu — lì, stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte — e, mi fa orrore il pensarlo — anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! —
¿Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perchè non si doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) —
Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli d'Italia, e di mercenari stranieri — come lo furono le pianure di Capua, sette anni prima — E la causa per cui pugnavano i militi che avevo l'onore di comandare — era sacra nell'Italia meridionale — quanto quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del mondo! —
Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di Mentana —
Già dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente — dacchè cominciò la nostra ritirata dal casino dei Pazzi — e il motivo della loro propaganda era falso — senza ragione alcuna —
Per chi ha senno, è ben facile concepire: non esser tennibile la posizione nostra sotto le mura di Roma — all'arrivo dei Francesi — e per la composizione delle forze che comandavo — In uno stato d'ogni bisogno — senza artiglieria, ne cavalleria — Infine incapaci di poter far fronte a una seria sortita — anche dei soli papalini — e senza mezzi — se pure non ci avessero attaccati — di sussistervi due giorni —
Padroni invece di Monterotondo — che trovasi anche alla vista di Roma — eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi — con posizioni dominanti — e ad una distanza da potere pressentire il nemico — quando ci fosse venuto sopra —
Tuttociò, però dalla parte dei Mazziniani erano pretesti — e non bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo — la potenza del pretismo, ed il sostegno del Bonaparte — No! anche loro, come sempre, dovevano giungere a dare il calcio dell'asino — a chi non aveva altra aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. «Noi faremo meglio» mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono uomini della Monarchia — a Lugano nel 1848 — E vedete che data da molto tempo la guerra a me fatta, a punta di _spillo_ dai Mazziniani —