Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 35
Il nostro movimento per la destra, in val di Ledro — era tanto più importante — poichè si doveva da quella parte, proteggere la giunzione del 2º reggimento, ingolfato per il Monte Nota, verso Pieve Molina, ed il lago di Garda — contrariamente ai miei ordini che lo chiamavano per la val Lorina su Ampola — a coadjuvarvi l'assedio — Quel reggimento si era disordinatamente portato troppo a destra — ed esposto ad esser distrutto dal nemico — ad onta, che le sue singole compagnie, si erano valorosamente battutte contro nemici superiori —
Io dissi anteriormente: aver lasciato il 2º reggimento a Salò, in protezione della flottiglia arsenale e forti — Lo stesso era stato cambiato dal 10º reggimento — ed ebbe ordine di marciare per val Vestina sulla destra nostra, salir quella giogaja, e discendere per val Lorina su Ampola —
Molti furono i disagi e fatiche sofferti in quella marcia dal 2º e non pochi gli errori commessi — E se la resa d'Ampola avesse tardato un giorno solo — o noi ritardato l'occupazione di Bezzeca — certo, quel reggimento era perduto, come si vedrà da quanto segue —
Premendomi l'occupazione di val di Ledro — massime per assicurare la giunzione del 2º reggimento — io avevo ordinato al generale Haug, di lasciare al maggiore Dogliotti, la cura dell'assedio d'Ampola — e di portarsi nella valle suddetta, con quanta forza poteva prelevare dall'assedio.
Era impresa ardua — pria della resa del forte — e non potè eseguirsi — È vero: che la brigata Haug componendosi del 7º e del 2º — il primo quasi tutto occupato — ai lavori d'assedio — e del 2º essendovi poche compagnie su Ampola — era ben arduo eseguire l'ordine mio —
Comunque io ero inquieto sulle sorte del 2º reggimento — e subito la resa effetuata — non perdei un momento a spingere sulla val di Ledro — il quinto reggimento — unico rimasto in riserva — le compagnie dei diversi reggimenti, che avean contribuito alla capitolazione d'Ampola — e due battaglioni del 9º reggimento — che occupava le alture di monte Giovio, ecc. —
Il movimento per val di Ledro, fu fatto a tempo, poichè il nemico avendo riunito nella valle di Conzei, sei milla de' suoi migliori soldati — scendeva per quella valle su Bezzeca coll'intenzione di separare i distaccamenti del 2º reggimento da noi — e farli a pezzi —
La valle di Conzei, scendendo da tramontana, giunge perpendicolarmente nella valle di Ledro, a Bezzeca —
Il 20 — essendo la strada d'Ampola libera — dopo la reddizione del forte — la nostra testa di collonna di destra aveva occupato quel villagio — e nella notte fu mandato un battaglione del 5º reggimento — comandante Martinelli — in ricognizione sulle alture orientali —
Cotesto battaglione — non so di chi la colpa — o per caso — trovossi, all'alba, avvilupato da forze nemiche considerevoli — e fu obligato di retrocedere con perdite considerevoli — Gli avanzi di detto battaglione, perseguiti dal nemico, si ripiegarono sulla collonna principale, che occupava Bezzeca, ed i villagi attigui a tramontana di quello — ed ivi s'impegnò un serio combattimento —
4º periodo.
CAPITOLO IV.
Combattimenti di Bezzeca — 21 luglio.
Il nemico gonfio de' suoi primi successi — venne avanti, con un'intrepidezza, alla quale erimo poco assuefatti — e successivamente cacciò da tutta la valle di Conzei, i nostri — Invano si era collocato una batteria da 8, in avanti di Bezzeca, che lo fulminò per un pezzo — Invano i capi, e gli ufficiali nostri, alla testa dei volontari — pagando di persona, si precipitarono alla carica per arrestarlo — Invano! Sino a Bezzeca, tutte le posizioni nostre, furono guadagnate dal nemico — ed egli, non solo occupò quel villagio — ma si spinse avanti dallo stesso, e portò un distaccamento sulla destra nostra — ad Ostro della val di Ledro — ad attaccarci di fianco —
Io ero partito all'alba da Storo in carozza — essendo fresca ancora la mia ferita del 3 Giugno — e dalle notizie avute — non mi aspettavo a trovar la mia gente impegnata in sì fiero combattimento — Avevo però — lasciando Storo — dato ordine di marciare avanti alla mia direzione — per le 3 p. m. al 7º reggimento — ed al 1º bersaglieri —
Giunto nelle vicinanze di Bezzeca, il cannone e le fucilate — mi avvisarono della pugna impegnata — Feci chiamare il generale Haug per averne contesa — e dai raguagli, vidi che si trattava di un affare serio —
Ambi convenimmo di far occupare le alture di Sinistra, coi battaglioni del 9º reggimento che cominciavano ad arrivare — E ben ci valsero, poichè la salvazione prima della giornata, furono quelle posizioni — occupate dai prodi di quel reggimento — e lo dico con vero orgoglio: capitanati da mio figlio Menotti — I due battaglioni del 9º eran comandati da Cossovich e Vigo Pelizzari — ambi dei Mille, e ben degni d'esserlo —
Nel centro e sulla destra nostra, i volontari venivano indietro — e lo stesso la batteria suddetta, facendo fuoco in ritirata e comportandosi valorosamente —
Un cannone di cotesta batteria, ebbe tutti i cavalli morti, e i serventi morti o feriti — meno uno — Questo prode, dopo d'aver mandato l'ultimo projetto al nemico, montò a cavallo del suo pezzo, con tanto sangue feddo — come se si fosse trovato su d'un campo di manovre —
In quel mentre, il maggiore Dogliotti mi avvisò tenere indietro una batteria fresca — Avanti! io gridai; e quella brava gente — in pochi minuti — giungeva al galoppo — obliquava a destra, collocava i suoi sei pezzi, sopra un terreno, gentilmente elevato — e fulminava il nemico, con tiri tali, che più sembravano fuoco di moschetteria — anzichè di cannone — tale era la lor celerità —
De' sei pezzi in ritirata se ne agiunsero tre alla batteria fresca — ciocchè formò un insieme di 9 bocche a fuoco formidabili —
Tutti gli ufficiali del mio quartier generale, e quanti mi capitavano a portata della voce — ebbero da me incarico, di ragranellar gente, e spingerla avanti — Canzio, Ricciotti, Cariolatti, Damiani, Ravini, ed altri, si precipitarono alla testa di un nucleo di valorosi — e coadiuvati dall'intrepido 9º sulla sinistra — fugarono il nemico già scosso dal fulminar della nostra artiglieria — oltre Bezzeca ed i villagi attigui —
Il nemico non resse più e si diede, ad una ritirata completta, abandonando tutte le posizioni acquistate, sino ben in su nella valle di Conzei, e per i monti da levante —
Cotesto combattimento del 21 Agosto, il più serio e micidiale di tutta la campagna, ci costò un gran numero di morti e feriti. Tra i primi, cadeva l'eroico collonnello Chiassi, alla testa del suo reggimento — Furon feriti: i prodi maggiori Pessina, Tanara, Martinelli — i capitani Bezzi, Pastore, Antongina — e tanti altri dei migliori —
Il nemico pure, ebbe tali perdite — che da quel giorno abbandonò ogni idea di difendere il Tirolo Italiano — e prese disposizioni di ritirata sul Tirolo Tedesco —
Il 22, io passeggiai in carozza sino a Pieve di Ledro — ove trovai il collonnello Spinazzi, con parte del suo 2º Reggimento — Si osservi che Pieve, era a un tiro di carabina da Bezzeca —
Chiesi a quel collonnello: da quanto tempo si trovava in quella posizione — e mi rispose da tre giorni — Io rimasi confuso, e dimandai: perchè non avea preso parte al combattimento del giorno antecedente — Mi disse: per mancanza di munizione — Lo lasciai — ed ordinai al generale Haug, che lo arrestasse, subito dopo aver riunito il suo reggimento —
Nel contegno del collonnello Spinazzi — pare vi fossero sintomi di demenza — poichè la condotta antecedente di quel capo per quanto sapessi — non era stato da vigliaco — poi, per codardo che possa essere un'uomo, quell'uomo — con parte d'un reggimento, che avea valorosamente combattutto, colle sue singole compagnie — non poteva rimanersi indifferente, ad un chilometro di Bezzeca, ove la pugna durò dall'alba sino alle 2 p. m. — ove il cannone avea ruggito per 9 ore — ed ove erano accanitamente impegnati dodici milla uomini da una parte e dall'altra —
Dal suo processo però, pare ch'egli non si trovasse il 21 a Pieve di Ledro — ma bensì sul monte Nota, che domina ad ostro quel paese — (ciocchè mi conferma nella mia opinione di demenza in quello sventurato ufficiale) che sul monte Nota riunì un consiglio de' suoi ufficiali, che decisero di marciare verso il campo di battaglia ove finalmente, per troppo lentezza, giunsero tardi —
Il 2º reggimento con un capo attivo poteva compiere una parte ben gloriosa in quella giornata — Esso si trovava giustamente alle spalle del nemico, quando questo occupava Bezzeca — ed impadronendosi delle alture a levante — che dominano cotesto villagio — esso, complettava un trionfo che avrebbe costatto agli Austriaci, la lor artiglieria, e molti prigionieri —
Basta portarsi sul luogo, per capacitarsi della verità della mia asserzione — Al contrario quel bel reggimento, per la salvezza del quale, si combatteva a Bezzeca, con tanto spargimento di sangue, rimaneva inoperoso, senza giovarci menomamente —
Serva tale fatto, ad esempio dei giovani ufficiali — Ove il cannone rugge — e che si sa esservi i compagni impegnati — non v'è scusa che tenga — là si deve marciare — Vi mancano munizioni — ebbene — i feriti ed i cadaveri ponno provvedervele — Là si deve marciare, ripeto: almeno che non abbiate altra missione, od ordini contrari ben espressi —
Io non narrerò i combattimenti parziali — eseguiti nei monti, e ve ne furono dei ben gloriosi, a cui certamente non ho potuto assistere — Dirò soltanto che nel 21, il nemico, per mascherare il serio movimento su Bezzeca, aveva accennato con una forza rispettabile, anche su Condino — ove il prode generale Fabrizi — capo di Stato Maggiore lo respinse colla brigate Nicotera e Corte — ed alcuni pezzi di artiglieria —
Anche su Molina, verso il lago di Garda — vi furono due impegni col nemico — in varie circostanze, in cui alcune compagnie del 2º reggimento combatterono valorosamente —
Dopo il 21 — non comparì più il nemico — ed avendo spinto il colonnello Missori, colle sue guide — in avanti di Condino in esplorazione — seppi esser disoccupata tutta la valle sino ai forti di Lardaro — Lo accennare, ed operare, verso la nostra sinistra — per la valle Giudicaria — come si fece — avea per oggetto la congiunzione della collonna Cadolini — che lasciando val Camonica, si dirigeva verso noi, per le valli di Fumo, e di Daone —
Contemporaneamente ai combattimenti di Bezzeca e Condino — ne avveniva uno alla nostra sinistra — nei monti — ove il maggiore Erba — con distaccamento — credo del primo reggimento — si era sostenuto contro una forza superiore di nemici — Ciocchè prova — esser molto numerosi gli Austriaci che ci stavano di fronte —
Sgombra di nemici, la valle Giudicaria — la giunzione con Cadolini fu facile — e riconosciuti i forti di Lardaro — io decisi un movimento per la destra su Riva ed Arco — e già si prendevano disposizioni, per rinforzare il generale Haug, incaricato di quell'ala, e di tale operazione — Ma l'ordine del 25 Agosto, di sospendere le ostilità, ci colpì al principiare di quella mossa — La campagna del 66 — è così impronta di eventi sciagurati — che non si dire: se si debba imprecare alla fatalità — o alla malevolenza di chi la dirigeva — Il fatto sta: che dopo d'aver faticato tanto, e sparso tanto sangue prezioso, per giungere a dominare le valli del Tirolo — al momento di raccogliere il frutto delle nostre fatiche — noi fummo arrestati, nella marcia nostra vittoriosa — Non si terrà tale asserzione per esagerata — quando si sappia: che il 25 Agosto — giorno in cui ci fu imposta la sospensione d'armi — non si trovavan più nemici sino a Trento — che Riva si abbandonava, gettando i cannoni della fortezza nel lago — che per due giorni, non si potè trovare il generale nemico — a cui si doveva partecipare la sospensione — che il 9º reggimento nostro, già scendeva dai monti, alle spalle dei forti di Lardaro, senza nessun ostacolo — naturalmente — giacchè tutta la guarnigione di quei forti, consisteva in meno di una compagnia — Infine, che il generale Khun comandante supremo delle forze Austriache nel Tirolo — in un'ordine del giorno, anunciava: che non potendo difendere il Tirolo Italiano si ripiegava alla difesa del Tirolo Tedesco —
In quel giorno il generale Medici, dopo i suoi brillanti fatti d'armi nella val Sugana — trovavasi a pochi chilometri da Trento — Il generale Cosenz lo seguiva colla sua divisione — e certo in due giorni — noi potevamo effetuare la nostra giunzione sulla capitale del Tirolo con 50 milla uomini — Insuperbiti dai nostri vantaggi — ed ingrossati dalle numerose bande, che già si formavano nel Cadore, Friuli ecc. — cosa non avressimo potuto tentare! Invece, io sono qui ad insudiciar carta perchè i venturi sappino delle nostre miserie. Un'ordine del comando supremo dell'esercito — intimava la ritirata, e lo sgombro del Tirolo — Io rispondevo: «Ubbidisco» parola che servì poi alle solite querimonie della Mazzineria — che come sempre: voleva ch'io proclamassi la Repubblica — marciando su Viena, o su Firenze —
In tutta la campagna del 66 — io fui molto secondato dai miei ufficiali superiori — non potendo io stesso, dovutamente assistere, ai movimenti ed operazioni di guerra — per essere obligato in carozza — Chiassi, Lombardi, Castellini, e i tanti prodi caduti in quella campagna — riscattarono, col loro nobile sangue, i nostri fratelli schiavi — che l'Italia, certamente non abbandonerà più allo straniero fosse egli il diavolo! —
Anche in questa — alcune buone carabine — ci giunsero a guerra finita — e fermo il dire!
Dal Tirolo ci ritirammo a Brescia — ov'ebbe luogo il scioglimento dei volontari — e quindi il mio ritiro a Caprera —
_P. S._ Qui pure io devo ricordare alla gratitudine de' miei concittadini il collonnello Chambers — Inglese, che mi servì d'ajutante di campo nella campagna del 66 —
Egli al combattimento di Bezzeca, fu a mio fianco durante tutto il conflitto, con un contegno intrepido — e sarebbe stato veramente più valevole se conoscitore della lingua Italiana — considerando: esser tutti i miei ajutanti occupati in diverse missioni —
Anche la sua signora, rese segnalati servigi ai nostri feriti, con cure personali — e colle sue generose oblazioni, in tutte le epoche —
Una febbre intermittente terribile mi privò per qualche tempo della cara compagnia del collonnello Chambers —
4º periodo 1867.
CAPITOLO V.
Agro Romano.
La breve campagna del 67 nell'agro Romano — fu da me preparata, in una escursione sul continente Italiano ed in Svizzera — ove assistetti al congresso della _lega della pace e della libertà_ — Io ne assumo quindi la maggior parte della responsabilità —
Generale della Republica Romana — investito di poteri straordinari, da quel governo, il più leggittimo, che mai abbia esistito in Italia — vivendo in un'ozio ch'io ho creduto sempre colpevole, quando tanto resta ancora da fare per il nostro paese — io mi figuravo con ragione: esser giunto il tempo di dare il crollo alla barracca pontificia — ed acquistar all'Italia l'illustre sua capitale —
Aspettare l'iniziativa da «chi tocca» era una speranza come quella scritta sulle porte dell'inferno — I soldati di Buonaparte non eran più a Roma — e poche migliaia di mercenari — scoria di tutte le cloache Europee — dovevano tener a bada una grande nazione — ed impedirla di far uso de' suoi diritti i più sacri —
Io mi accinsi alla crociata — Pria nel Veneto — e poi nelle altre provincie nostre, che avvicinano Roma — I due governi di Parigi e di Firenze — coi loro segugi, mi tenevano dietro — com'era naturale — Molti furono i buoni che mi coadjuvarono nell'impresa — e non pochi coloro che la contrariarono massime la Mazzineria, che si dice indebitamente partito d'azione — e che non tolera iniziativa emancipatrice a chicchessia —
Infine dopo d'aver girovagato per l'Italia — ed al mio ritorno della Svizzera — credendo non dover più indugiare — mi decisi all'azione — verso settembre —
Nello stesso tempo che si preparava il moto al settentrione — chiedevasi il concorso degli amici dell'Italia meridionale — per operare simultaneamente su Roma —
Io avea però fatto il conto senza l'oste — ed una bella notte — giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato — venni arrestato per ordine del governo Italiano, e condotto nella cittadella d'Alessandria —
Da Alessandria — ove mi lasciarono alcuni giorni — fui condotto a Genova, e da questa a Caprera — attorniando l'isola con bastimenti da guerra — Eccomi prigioniero nella mia dimora — guardato a vista e ben da vicino — da fregate corazzate minori piroscafi — ed alcuni legni mercantili, che il governo avea noleggiati a tale proposito — La spinta data al movimento sul continente, e ch'io stesso non avevo potuto iniziare per i motivi suddetti — non avea mancato di aver effetto tra i nostri amici, che non si scoraggirono per la mia detenzione —
Il generale Fabrizi mio capo di Stato maggiore con altri generosi — formarono un comitato di provvedimento a Firenze — Il generale Acerbi entrò con una collonna di volontari nel Viterbese; Menotti con altra, entrò per Corese, anche sul territorio Pontificio — e l'eroico Enrico Cairoli, con suo fratello Giovanni, ed una settantina di coraggiosi, gettandosi in barca nel Tevere — portavan armi ai Romani che ne mancavano —
Dentro Roma pure il prode maggiore Cucchi, con un pugno di valorosi — entrato con molto rischio della vita — organizzavano la rivoluzione interna — che combinata cogli assalitori di fuori doveva finalmente rovesciare quel mostruoso potere del papato — che come un canchero posa nel cuore dell'infelice nostro paese. Io non ero esattamente informato d'ogni cosa nella mia prigionia di Caprera — ma, da quanto avevo lasciato ne supponevo lo svolgimento — e poi, dai giornali, e dalla voce publica — qualche cosa si udiva — e di certo: che i miei figli ed i miei amici, erano sulla terra Romana alle mani coi mercenari pretini —
Lascio pensare: s'io potevo rimanermi ozioso — mentre quei miei cari, per istigazione mia, trovavansi pugnando per la liberazione di Roma — il bello ideale di tutta la mia vita! — Grande era la vigilanza di coloro, che avean per missione di guardarmi — e molti i bastimenti e mezzi, di cui potevan disporre — ma maggiore era il mio desiderio di compiere il mio dovere, ragiungendo i coraggiosi che pugnavano per la libertà Italiana —
Il 14 Ottobre 1867 — alle 6 p.m. io abbandonavo casa mia, dirigendomi verso il mare a settentrione — Giunsi alla spiaggia — e vi trovai il _beccaccino_ — piccolo legno comprato nell'Arno — e capace di trasportare due sole persone —
Il beccaccino, trovavasi casualmente — a pochi metri della spiaggia — e dalla parte di levante d'un piccolo magazzino che serve a metter le imbarcazioni al coperto — Nella stessa parte trovavasi una pianta di lentisco che copriva quasi intieramente il minuto schifo — dimodocchè i miei regi guardiani non avean potuto scoprirlo —
Giovanni, un giovane Sardo, custode della Goletta — dono generoso de' miei amici Inglesi — che si trovava nel porto dello stagnatello — Giovanni dico: stava nella spiagia aspettandomi — Col suo ajuto, posi il beccaccino in acqua, e m'imbarcai — Egli partì col palischermo della goletta cantarellando — Io costeggiai a sinistra la spiaggia della Caprera — facendo meno romore d'un'anitra — ed uscì in mare per la punta dell'Arcaccio — ove Frosciante altro mio fido — e Barberini ingegnere di Caprera avevano esplorato il terreno per timore di alcuna imboscata —
I miei custodi erano molti — Essi occupavano le isolette del porto dello Stagnatello — ove tenevano una barcaccia da guerra, con altre minori, pattugliando in ogni direzione, tutta la notte — meno nella direzione da me scelta, per uscire dalle loro unghie —
Era plenilunio, circostanza, che rendeva più difficile assai la mia impresa — e secondo i miei calcoli: la luna dovea uscire dal Teggialone (montagna che domina la Caprera) — un'ora circa, dopo il tramontar del sole — Io dovevo quindi profitare di quell'ora per il mio passaggio alla Maddalena — non prima ne più tardi: prima mi avrebbe tradito il sole — e più tardi la luna — Una circostanza imprevista che mi favorì molto fu la seguente: Maurizio, assistente mio, era andato alla Maddalena in quel giorno — e verso quell'ora tornava in Caprera — Un po allegro forse, non badò al «chi viva» delle barche da guerra che incrociavano numerose nel canale della Moneta che separa la Maddalena dalla Caprera — e coteste barche lo fulminarono di fucilate, che felicemente non lo colpirono — Per combinazione ciò succedeva, mentre io stava operando la mia traversata, favorito pure dal vento di scirocco, le di cui piccole ondate servivano mirabilmente a nascondere il beccaccino, che apena usciva d'un palmo dalla superficie del mare —
La mia pratica — acquistata nei fiumi dell'America, nelle canoe Indiane, che si governano con un remo solo — mi valse sommamente — Io avevo un remo, o pala di circa un metro, con cui potevo remare, con tanto romore quanto ne fanno gli acquatici —
Dunque, mentre la maggiore parte de' miei custodi si precipitavano su Maurizio — io tranquillamente, traversavo lo stretto della Moneta, ed approdavo nell'Isolella, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale guadabile —
Giunsi a Greco dell'Isolella, e vi approdai fra i numerosi scogli che la circondano — quando il disco della luna, spuntava dal Teggiolone — tirai il beccaccino in terra, e lo nascosi nella macchia — poi, mi diressi ad ostro, per passare il canale guadabile, e dirigermi verso la casa della Signora Collins —
Nel canale suddetto, mi avevano aspettatto il Maggiore Basso, ed il capitano Cuneo amico mio — che avean supposto il mio passaggio in quella parte — ma il cataclisma Mauriziano — e la quantità di fucilate che credettero sparate contro di me — li persuase esser affare finito — ed io morto o almeno prigioniero — Presero quindi la decisione di ritirarsi alla Maddalena —
Indebolito dagli anni e dai malanni — l'agilità mia era poca — tra gli scogli e cespugli dell'isola della Maddalena — Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei temuto sul mare — ma che benedivo in quel mio difficile transito — tanto più difficile: che avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi, per essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d'acqua — e quindi il canticchiare dei miei piedi nel bagno — cosa ben dispiacevole camminando — In tale stato, giunsi con tutte le precauzioni possibili in casa della Signora Collins — e vi fui accolto generosamente —
4º periodo.
CAPITOLO VI.
Sardegna — Traversato sul mare — Continente.
In casa della Signora Collins — ove ricevetti la più gentile, ed amichevole ospitalità — io rimasi sino alle 7 p.m. del 15 Ottobre 1867 —
A quell'ora giunse in casa della Signora suddetta il mio amico Pietro Susini col suo cavallo — Montai — e con quella guida praticissima — attraversai l'isola della Maddalena, e giunsi a calla Francese, a ponente dell'isola — ove m'aspettavano Basso ed il capitano Cuneo — con uno schifo ed un marinaro —
M'imbarcai, ed attraversammo in sei lo stretto che divide la Maddalena dalla Sardegna — Giunti sul territorio della Sardegna, e rimandata la barca alla Maddalena — vi passammo il resto della notte in una Conca,[113] vicino allo stazzo[114] di Domenico N. e verso le 6 p. m. del 16 — dopo d'aver riuniti tre cavalli — c'incamminammo — metà a piedi in principio, e tutti a cavallo poi — traversammo i monti della Gallura, il golfo ed il paese di Terranova — ed all'albeggiare del 17, ci trovammo sulle alture che dominano il porto di S. Paolo —
Non trovando in Porto di S. Paolo, il legno — che Canzio e Vigiani vi dovevano tenere — passammo la mattinata nello stazzo di Nicola — ed il capitano Cuneo, ad onta della stanchezza di quindici ore di cavallo, si spinse verso ostro a porto Prandinga — ove ci aspettavano i nostri amici — colà giunti felicemente dopo molte peripezie — colla paranzella _S. Francesco_ —
Prima di lasciare la Sardegna, io devo una parola di lode e di gratitudine, ai buoni amici che mi facilitarono la liberazione —