Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 34
Corruzione, certo non ne mancava in Italia — ed i corrutori vi si trovavano abili come dovunque; ma coi successi dell'impero — col suo avvenimento fatale — Impero menzogna — sin dal suo nascere — poichè esso nacque coll'epigrafe della pace — e fu un continuo fomite di guerra — senza la quale sapeva di non poter vivere — In tutte le epoche rivolgendo i suoi sforzi, ad abbattere la libertà, dovunque, e dovunque sostituirvi il despotismo — Con tale corrutore, per modelo, dico: la società Italiana più intimamente si pervertiva, e contaminava l'esercito nostro, chiamato ad esser uno dei migliori del mondo — Si complettava il quadro di corruzione coll'elemento contadino, il più numeroso del nostro esercito, ed il più forte — che il prete mantiene nell'ignoranza — e nell'odio della causa nazionale, percui in Italia, come in Francia, si son vedute le famose sbandate di Novara e di Custosa —
Per un momento noi fummo sottratti all'ignominioso protettorato del Buonaparte — e non sapendo far da noi, mai, gettatti in altra alleanza, meno antipatica almeno — quella della Prussia — che certo ci valse molto al dissopra dei meriti nostri —
Comunque fosse: la campagna del 66 — si apriva con un'orizzonte brillante — La nazione, benchè esausta da un governo predone, si mostrava ricca d'entusiasmo e di sacrifizi — La flotta numerosa, doveva misurarsi con un nemico inferiore — e che si teneva per vinto — e per la prima volta, il nostro esercito, quasi doppio dell'Austriaco in Italia — vedeva sotto i suoi vessilli i figli tutti della penisola dal Lilibeo a Cenisio — vogliosi, e gareggianti di combattere il secolare nemico — e che sola la boriosa ignoranza, ed incapacità di chi lo guidava, poteva condurre a Custosa —
I volontari che potevano ammontare a cento milla con un mediocre governo, per la solita paura, furono limitati circa a un terzo di quel numero — e al solito trattatti in armamento vestiario ecc. — E quando la catastrofe di Custosa ebbe luogo — poche migliaia trovavansi a Salò, Lonato e Lago di Garda — mentre i loro reggimenti di coda, erano ancora nell'Italia meridionale aspettando scarpe, armi, ecc. —
Tutto prometteva una campagna brillante — nonostante tanti ostacoli — e che doveva annoverare la nostra nazione tra le prime dell'Europa — ringiovinire questa vecchia matrona e ricondurla ai tempi primitivi della vita Romana — Ma non fu così: condotta dal gesuitismo, in vesta marziale, essa fu trascinata in una cloaca d'umiliazioni!
Il governo spinto dall'opinione publica — ma sempre nemico dei volontari — di cui diffida e teme — perchè rappresentanti dei diritti, e della libertà dell'Italia — ne arma alquanti, ma il loro armamento, organizzazione e bisogni — si rissentono dell'antipatia e della malevolenza con cui furono accolti —
E così stesso essi sono spinti alla frontiera, ove tra due giorni deve ruggire la battaglia! La precipitazione, con cui furono accelerate le mosse dell'esercito — e gli eventi sfortunati che seguirono subito — favorirono la concentrazione dei volontari — Giacchè — solite gesuitiche corbellerie — era intenzione nell'alte sfere — per non metter tanti volontari insieme — di dividerli in due e lasciarne la metà nell'Italia meridionale con certi pretesti divolgati per mascherar la magagna — ma ch'eran soli pretesti —
Qui, io devo fare giustizia al re: sino dai primi momenti, in cui mi comunicava la sua intenzione di propormi al comando dei volontari, per via del dottore Albanese — egli mi partecipava l'idea di gettarci sulle coste Dalmate per cui mi sarei inteso coll'ammiraglio Persano — e si disse che tale determinazione, fu assolutamente combattutta dai suoi generali, e in particolare dal generale Lamarmora —
La risoluzione di spingerci verso l'Adriatico, mi piacque talmente ch'io ne feci fare a Vittorio Emanuele, i miei complimenti per il concetto proficuo e grandioso — Era veramente troppo bello il concetto, perchè potesse capere in certi cervelli del consiglio Aulico Italiano — ed io presto potei pesuadermi — che il trattenere cinque reggimenti di volontari ad ostro — altro non era che diffidenza — volendoli togliere dai miei ordini — e fare circa: ciò che s'era fatto nel 59 col reggimento degli Apennini —
Ebbi dunque per campo d'azione, le sponde del lago di Garda — contrariamente alle prime proposte fattami: ove si diceva di lasciarmi la scelta delle operazioni —
Che magnifico orizzonte si presentava all'oriente per noi — Sulle coste Dalmate con trenta milla uomini — v'era proprio da sconvolgere la monarchia Austriaca — quanti elementi simpatici ed amici — trovavamo noi in quella parte dell'Europa Orientale, dalla Grecia all'Ungaria! Tutte popolazioni bellicose, nemiche dell'Austria e della Turchia — e che poca spinta abbisognano per sollevarle contro i loro dominatori — Noi avressimo occupato certamente il nemico, da obligarlo ad inviare un potente esercito contro di noi — diminuire le sue armate dell'occidente e del Settentrione — e se no internarci nel cuore dell'Austria — e gettare il tizzone del risorgimento alle dieci nazionalità — che compongono, quel corpo eterogeneo e mostruoso — Dovendo operare sul lago di Garda, io chiesi di porre sotto il mio comando la flottiglia esistente a Salò, ciocchè facilmente ottenni — Ma, se si osserva il misero stato, in cui si trovava quella flottiglia — si vedrà facilmente, com'essa riuscì di mero imbarazzo — e di non poco fastidio per salvarla dalla flottiglia nemica più numerosa, e molto meglio organizzata. I volontari dovettero fornire la maggiore parte della gente — massime di marini — per equipaggiar la flottiglia, e guarnir il littorale per proteggerla, massime dopo l'infausta giornata di Custoza — e la ritirata dell'esercito nostro —
Un reggimento intero dovette rimanere a Salò col solo intento di dare il servizio di vigilanza in quel porto, ed in tutta la costa contigua — e forti che si eressero man mano, per proteggerlo —
Il generale Avezzana, con un numero adeguato di ufficiali — compresovi un forte distaccamento di volontari marini, venuti da Ancona, Livorno e da altri porti di mare — dovettero pure rimanere in Salò allo stesso oggetto —
La flottiglia Austriaca contava sul lago di Garda otto piroscafi da guerra, armati di 48 cannoni — con equipaggi proporzionati — e forniti d'ogni bisogno — La flottiglia Italiana — al mio arrivo in Salò — non aveva pronta che una sola cannoniera da un cannone — le altre cinque, come la prima, a vapore e collo stesso armamento — una era in terra — inutile — e le altre quattro colle macchine non in ordine — È vero: che si lavorò subito, a metter in istato di muoversi le quattro galleggianti — ma appena verso la fine della guerra, si ebbero in pronto cinque cannoniere, con un cannone da 24 ciascuna, cioè cinque cannoni da 24 — mentre il nemico contava 48 cannoni del calibro da 80 in giù. Si lavorò pure alla costruzione ed armamento di zattere — che avrebbero potuto essere di non poca utilità — ma la mancanza del necessario — e la lentezza del lavoro — fecero sì: che non si pervenne mai, a poterne avere una sola, pronta da trascinarsi sul lago —
4º periodo 1866.
CAPITOLO III.
Battaglie, combattimenti.
Chiamati sulla sponda occidentale del lago di Garda, tutt'i reggimenti nostri — ed avendo l'ordine di operare nel Tirolo — io spinsi il 2º reggimento ed il 2º bersaglieri verso il Caffaro, per impadronirsi di quel ponte e della forte posizione di Monte Suello — ciò che fu eseguito con celerità e bravura — cacciandone gli Austriaci in un combattimento glorioso —
L'iniziativa della nostra campagna, cominciava bene, e col resto dei reggimenti disponibili, io mi accingevo a seguir da vicino nel Tirolo, quella prode nostra vanguardia — quando accade la fatale battaglia del 24 Giugno —
Comunicatomi dal generale Lamarmora, l'esito infelice di quella giornata — coll'ordine di coprire Brescia — e di non contare sull'apogio dell'esercito nostro che si ritirava dietro l'Oglio — io richiamai dal Tirolo la vanguardia — e pensai subito ad un concentramento, di quante forze potevo riunire, su Lonato — Punto che soddisfava il triplice obbietivo di coprire Brescia, Salò, e che poteva giovare a raccogliere alcuni dispersi e materiali dell'esercito — Ciòcche ebbe luogo realmente —
I nostri prodi volontari, ricchi solo di patriotismo e di entusiasmo — all'ordine mio venivano avanti a marcie forzate — verso Lonato — ma armati di fucilacci, e privi de' principali oggetti di corredo — che si provvedevano marciando — era difficile, potessero arrivare presto — massime i reggimenti del mezzogiorno —
Nei giorni che seguirono lo sventurato 24 — noi occupammo Lonato e Desenzano, con posti avanzati a Rivertella — prima con uno, poi con vari reggimenti, che prendevano il loro posto di battaglia, mentre arrivavano — Essendo da suppore con probabilità: che gli Austriaci non resterebbero inerti, dopo la ritirata dell'esercito nostro —
I Reggimenti dell'Italia meridionale, nonostante, ad onta di ogni sforzo per venire avanti — non sarebbero stati a tempo per coadiuvarci — se il nemico, profitando de' suoi vantaggi — si fosse spinto su di noi — E mi pare, che verso il 26 — giorno probabile dell'apparizione del nemico — noi non avressimo potuto opporre — al dissopra di otto milla uomini — con una batteria di montagna — ed un pezzo da 24 della flottiglia — collocato sull'altura di Lonato — Da tutto ciò si deduce: che la risoluzione di tener Lonato contro l'esercito nemico vittorioso — se fosse marciato avanti — era un pò arrischiata nondimeno essa fu ben proficua — I volontari Italiani, ne ponno andare superbi — ed i giovani ponno ritrarne l'ammaestramento: che prima di ritirarsi davanti a un nemico — per forte che sia — conviene almeno vederlo, assaggiarlo — e calcolare freddamente il danno, e la vergogna che può risultare da una ritirata precipitosa —
Tenendo Lonato, Desenzano — e gli avamposti nostri a Rivoltella — e sulla destra della nostra fronte sino a Pozzolengo — noi coprimmo veramente Brescia — come ci veniva ordinato — Salò col suo arsenale, depositi e flottiglia — e potemmo con grande soddisfazione raccogliere dispersi dell'esercito e convogli dello stesso —
A me rincresce di calpestare i caduti — e non vorrei che si considerasse il mio dire, sulla direzione dell'esercito — come una rapresaglia per i molti torti ricevuti, da chi allora dirigeva — Ma bisogna pur confessare — che aspettando tutti dei risultati brillanti — da un brillante esercito, il doppio in numero del nemico — con mezzi immensi — la prima artiglieria del mondo — molto entusiasmo nella truppa — e molta bravura — e trovarsi in un momento delusi — con quel bell'esercito in confusione — ritirandosi senza essere perseguito dal nemico — dietro un fiume alla distanza di trenta miglia — e lasciando scoperta la quasi intiera Lombardia — bisogna confessare — lo ripeto: che fu un terribile colpo per tutti —
L'esercito principale, si ritirava dal Mincio all'Oglio — e si ritirava dopo d'essersi battutto — E l'esercito di destra — cioè del Po — perchè si ritirava? Con novanta milla nomini — ed un fiume come il Po davanti al naso — quell'esercito si ritirava — inseguito da chi? Il nemico avea ottanta milla uomini sul Mincio — e benchè vittorioso — dopo una battaglia con un'esercito superiore — quegli ottanta milla uomini dovevano esser almeno menomati e stanchi. ¿E perchè ritirarsi dal Po, sino all'Apennino? Io non me ne posso dar ragione —
Non conosco il generale Austriaco che comandava i nostri nemici nel 1866 — comunque — egli dev'esser un generale di genio — avendo vinto un'esercito più numeroso del doppio — e composto di militi, che certamente valevano i suoi —
Le vittorie dei Prussiani al settentrione — influirono certamente a fermarlo — Egli però con un poco più di risoluzione — poteva schiacciare i miei ottomilla uomini senza artiglieria — e venirsene a villeggiare nel cuore della Lombardia e del Piemonte — con molta probabilità di ottenere una pace a condizioni per lui favorevoli —
Tra i volontari però non vi fu confusione — non timore — non sconcerto — Tutti afflisse cotesta sciagura nazionale — ma a nessuno nacque un senso di diffidenza, sui destini del paese — e lo stesso entusiasmo con cui quella brava gioventù, avea lasciato i suoi focolari, durava — anzi cresceva per la delicata, e temeraria posizione nostra —
Guerra! combattere! chiedevan tutti — E se avessero avuto, almeno, un mese d'organizzazione — di scuola da campo — ed armati dovutamente essi avrebbero operati miracoli — Meditando pacatamente sulle cause del rovescio del nostro esercito — e lasciando da parte l'incapacità di certi comandi e la poca affezione dell'elemento contadino alla causa nazionale — coll'imparzialità della storia — si può arditamente stabilire: esser difettoso il piano di campagna adottatto sino dal principio —
È sempre: voler battere il nemico tutto — colla metà sola del nostr'esercito —
Mentre il generale Austriaco batte la metà del nostro esercito coll'intiero suo — sistema che generalmente da la vittoria a chi l'adotta — e di cui vi sono tanti esempi nella storia delle battaglie —
L'esercito Italiano dividevasi in due: il primo di cento venti milla uomini sul Mincio — ed il secondo di novanta milla sul Po — Ambi come si vede, superiori all'esercito nemico — che contava circa ottanta milla uomini fuori delle sue fortezze —
Minacciare su vari punti, con divisioni, o al più con corpi d'esercito — poi con una massa di circa cento ottanta milla uomini dar il colpo decisivo al forte dell'esercito nemico — questo sembrami il primo errore commesso dal nostro generale in capo —
Le foci del Po — io credo fosse il punto più adeguato per il passaggio del nostro grande esercito — ove si potevano avere quanti se ne volevano — piroscafi e barche per facilitarlo — E padroni poi delle due sponde del gran fiume — potevasi subito dopo passare il resto delle forze nostre e tutto il materiale in poco tempo —
Accorrendo il nemico per combatterci — egli non avrebbe avuto almeno il sostegno del terribile quadrilatero.
Il generale Austriaco profitando degli errori nostri — concentrava saviamente, quante forze aveva disponibili nei dintorni di Verona — e cadeva sull'esercito nostro del Mincio dimezzato — che prima iniziava l'offensiva —
Napoleone il 1º non eran molti anni, che avea manovrato in modo simile — ed avea battutto lasciando l'assedio di Mantova — le due metà dell'esercito Austriaco l'una dopo l'altra — su ambe le sponde del Garda — Esse avevano commesso l'errore di dividersi per attaccarlo — mettendo il grande lago tra esse — e il gran capitano le prevenne e le distrusse —
Dopo la grande battaglia di Custosa, noi tenemmo le posizioni di Lonato e Desenzano — sinchè un ordine dal comando supremo — ci ordinava di ripigliare le operazioni nel Tirolo — essendo l'esercito nuovamente in istato da tornare all'offensiva —
Lasciando il 2º Reggimento a coprire Salò — la flottiglia, ed i punti più importanti del lago sino a Gargnano — Il tutto agli ordini del generale Avezzana — ed avendo ultimato le batterie di difesa della costa occidentale — noi ripigliammo la via del Caffaro col 1º, 3º reggimenti — e 1º battaglione bersaglieri —
Il nemico intanto dopo il nostro abbandono del Caffaro — e gonfio della vittoria di Custosa — avanzò guarnito fortemente cotesto punto, e Monte Suello — io decisi con un colpo di mano di cacciarnelo, per aprire la via del Tirolo —
Partito il 3 luglio da Salò — all'alba — io giunsi a Rocca d'Anfo verso il meriggio — e trovai il colonnello Corte, allora al comando della vanguardia, composta dei tre corpi suddetti — che aveva già preso le sue disposizioni, per sloggiare il nemico dalla nostra frontiera —
Egli aveva spedito il maggiore Mosto, verso Bagolino, con 500 uomini, per la via montana — e per le valli a ponente di Rocca d'Anfo — coll'oggetto di operare una diversione sulla destra, ed alle spalle del nemico —
Scoprendo da Rocca d'Anfo, un'avamposto Austriaco, a S. Antonio — circa ad un tiro di cannone dalla fortezza, si cercò pure di girarlo, inviando un distaccamento del 1º bersaglieri, agli ordini del Cap.o Bezzi, per la montagna —
Nessuno dei due distaccamenti diversivi, riuscì nell'impresa, per la difficoltà delle strade, e per la pioggia dirotta —
Io forse, contai troppo sullo slancio dei prodi volontari — ed avrei dovuto differire l'attacco all'altro giorno, essendo i militi stanchi e fradici dalla pioggia — colle loro armi, e munizioni in deplorevole stato —
Ma contando sull'effetto di un brusco inaspetato attacco — e sopratutto sull'entusiasmo d'uomini, che aveva veduto superare ostacoli ben maggiori — mi decisi alla pugna —
Verso le 3 p. m. essendo giunto il Capitano Bezzi, per la montagna di sinistra, al punto convenuto, fece un segnale — ed io ordinai alla collonna d'attacco — rimasta sin'allora coperta dalla fortezza — di marciare avanti a passo celere — e di assaltare il nemico —
Il colonnello Corte, marciava alla testa della collonna, coi suoi aiutanti, e disponeva — con quel sangue freddo che lo distingue — l'attacco in buon ordine — e collo slancio degno dei volontari Italiani —
Per un pezzo, tutto andava bene, ed il nemico ripiegava davanti alla bravura dei nostri — ma rinforzato dalle riserve, che coronavano le alture di Monte Suello — ed i nostri militi trovando sempre posizioni più formidabili — essi furono alla fine fermati nel loro slancio, ed un numero grande di feriti, venendo indietro per lo stradale, sostenuti dai loro compagni, alcuna confusione comunicarono nella collonna — Perdemmo uno dei nostri migliori ufficiali — in quell'affare — il Capitano Bottino — e tanti altri prodi militi — Il numero de' feriti nostri, fu certo molto maggiore di quello dei nemici — Solito apannaggio conferito ai volontari Italiani dal solito consiglio Aulico — dovendo loro combattere sempre con catenacci — contro armi superiori — E quì trattavasi di carabine Tirolesi, essendo i nostri nemici tutti di quei montanari. Fuga non vi fu veramente — il timore non invase i nostri giovani militi — ma erano affranti dalla fatica delle marcie anteriori alla pugna, e dall'assalto in posizioni così difficili — La maggiore parte — e massime il 3º reggimento — sprovvisto di giberne, non avevano un solo cartuccio asciutto — Dei fucili pessimi che non facevano fuoco, o se lo facevano, non arrivavano il nemico — che armato di superbe carabine ci fulminava.
Infine la giornata restò indecisa, e si rimase nelle posizioni occupate sotto Monte Suello — Ferito alla coscia sinistra, io fui obligato di ritirarmi — lasciando il comando al colonnello Corte, che si sostenne bravamente, tutto il resto della giornata nelle posizioni acquistate — Il colonnello Bruzzesi del 3º lo coadiuvò valorosamente —
All'alba del 4, essendosi ritirato il nemico da Monte Suello, noi l'occupammo col battaglione Cairoli del 9º reggimento — al quale — avendolo trovato sulla strada verso Barghe — avevo ordinato di marciare avanti nel giorno antecedente. Nello stesso giorno, si occupò Bagolino ed il Caffaro —
Il resto dei corpi volontari, ancora sprovvisti del necessario — venivano avanti, ma lentamente — verso il Tirolo — per essere obligati di provvedersi cammin facendo —
Lodrone e Darzo, furono occupati con poca resistenza, e finalmente si occupò ponte Dazio, e Storo, ove si stabilì il mio quartier generale — Storo piccolo villaggio al confluente delle due valli Giudicaria e d'Ampola — era per noi importante — ma per esserlo veramente: si dovevano occupare le alture che lo dominano — massime Rocca Pagana — altissimo pico che lo minaccia quasi verticalmente —
Dovendo penetrare nella Giudicaria poi, conveniva, indispensabilmente, impadronirsi prima del forte d'Ampola, che padroneggia la valle dello stesso nome, e che mette nella val di Ledro, da dove il nemico poteva sboccare, e tagliarci, — impadronendosi di Storo e ponte Dazio — dalla nostra base d'operazione, Brescia —
Avendo coperto la nostra sinistra, coll'occupazione di Condino, e le alture di ponente tutta la nostra cura, fu rivolta nel dominare e circuire il forte d'Ampola —
In quei giorni ci giunse la famosa 18ª brigata comandata dal maggiore Dogliotti — con 18 magnifici pezzi da 12 —
Con tale brillante artiglieria, io ho potuto formarmi una idea esatta — di ciò che vale la nostra artiglieria Italiana — ch'io stimo con orgoglio, non seconda a nessuna nel mondo — Il 16 luglio, il nemico tentò di cacciarci da Condino — I nostri contrariamente agli ordini miei, si erano spinti da Condino sino a Cimego — ed occuparono il ponte, ivi esistente sul Chiese — senza provvedere di guarnir le alture — indispensabili in quel paese scoscese — per proteggere la forza che si trova nella valle —
Il nemico con forze superiori delle tre armi — respinse i nostri da Cimego — e senza alcuni pezzi della nostra eccellente artiglieria — giunta in quei giorni — la giornata poteva costarci molto. Fortunatamente le perdite non furono grandi e quivi come sempre, l'inferiorità dei nostri fucili fu causa delle perdite nostre — maggiori di quelle del nemico —
Il maggiore Lombardi, uno dei prodi, di tutte le pugne Italiane, e dei migliori ufficiali nostri, morì in quel giorno sul campo —
Lo stesso giorno tornando da Condino a Storo in carozza — un'imboscata nemica su Rocca Pagana — ci fulminò per un pezzo — ma senza ferimenti. In tale giorno a Condino, si distinse molto il collonnello Guastalla —
I prodi generali Haug, e maggiore Dogliotti incaricati dell'assedio del forte d'Ampola — lo condussero presto a buon segno — I volontari arrampicati sulle scoscesissime montagne, che lo dominano, ridussero gli assediati a non potere mostrare la faccia all'aperto in nessuna parte, e lo circuirono complettamente —
I pezzi portati a spalla dai volontari ed artiglieri — o tirati con corde fra i dirupi sulle alture, fecero ben presto un mucchio di macerie — non delle casamatte, di grande solidità, ma di tutti gli edifizi attigui a quelle —
Molte granate tirate dai bravi artiglieri nostri penetrarono per le canoniere e fecero stragi — Un pezzo nostro collocato sulla strada dal valoroso tenente Alasia — che vi perdè la vita — contribuì molto a sconcertare il nemico —
Infine, dopo pochi giorni d'assedio, di canoneggiamento, e di fucilate — si arrese quel piccolo — ma per noi importantissimo forte —
La guerra del Tirolo, come in tutti i paesi di montagne — non può essere condotta, senonchè col possesso delle alture — Invano si tenterebbe anche con forze formidabili, contro minori d'inseguire il nemico nelle valli — Questo coi suoi eccellenti tiratori sulle vette dei monti, e sui pendii — farebbe sempre una strage delle truppe, avanzando per le strade delle vallate —
Perciò ad eccezione del monte Suello — ove, forse per impazienza — non ci attennemmo esattamente a tale massima — tutte le nostre operazioni in avanti, furono sempre precedute dall'occupazione dei monti circostanti — e quantunque i cacciatori Tirolesi, sieno pratici di quel genere di guerra — armati di eccellenti carabine — che maneggiano con una maestria stupenda — e che sono anche soldati valorosi — se si arriva a dominarli dalle creste — essi cedono — e la tenacità nostra nel procedere avanti — fu sempre coronata dal successo, ad onta di perdite ben considerevoli — Successo dovuto all'occupazione delle alture particolarmente —
«Fare l'aquila» era quindi il motto prevalso tra i volontari — a cui si raccomandava particolarmente — «Fare l'aquila» cioè impadronirsi delle alture — pria di qualunque marcia avanti per le vallate — Tale massima deve osservarsi anche nelle ritirate — ove il terreno e le circostanze lo permettano —
La resa del forte d'Ampola, e l'occupazione della catena di monti che stendonsi da Rocca Pagana, sino alle sommità del Burelli, Giovio, Cadrè, ecc. — dominando le due valli di Ledro, e Giudicaria — ci apersero facile la via in val di Ledro — e potemmo stendere la testa della nostra collonna di destra, sino a Tiarno e Bezzeca —