Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 33

Chapter 333,624 wordsPublic domain

Il maggiore fratello — caduto contro gli Austriaci a Seriate — Il secondo, non meno eroïcamente a Castel Morrone — Resta un terzo ai vecchi genitori — ed anche questo col consenso degli incomparabili vegliardi — pronto a dar la sua vita all'Italia — Servano tali esempi d'eroïsmo alle generazioni venture — Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane — il maggiore Bronzetti, alla testa di circa dugento uomini, sosteneva l'urto di quattro milla borbonici — e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui occupate — Invano il nemico, per tante volte, intimò la resa, a qualunque patto — meravigliato da tanta bravura — Invano! Il prode Lombardo, avea deciso di morire co' suoi compagni — ma non arrendersi —

Avanzo di dieci assalti pochi restavano del piccolo suo battaglione — la maggior parte giacevano morti, o morenti sul campo della strage —

I pochi restanti però — non vollero udire di resa — trincierati nell'alto del rovinato castello — ed animati dall'esempio del loro valoroso capo — «Arrendetevi ragazzi» gridavano gli ufficiali borbonici: Arrendetevi — non vi sarà torto un capello — e già faceste abbastanza per l'onore»

«Che arrendersi!» gridavano quei superbi, e gloriosi figli d'Italia: «Fatevi avanti — se avete animo!»

Essi terminarono sino all'ultimo cartuccio — sostennero l'urto finale colla bajonetta — e caddero tutti! Soli, alcuni pochi, gravemente feriti, furono trasportati a Capua —

¿Ed ove giacciono le ossa di cotesti eroi, dell'eroïco Bronzetti? Italia! Terra di monumenti — Le ricorderai?

3º periodo.

CAPITOLO XVIII.

Combattimento di Caserta Vecchia — 2 ottobre 1860.

Reduce la sera del 1º — in S. Angelo — stanco ed affamato, per nulla aver preso nella giornata — io ebbi la fortuna di trovarvi i miei prodi carabinieri Genovesi — in casa del parrocco — Fu quella una venturosa scoperta: ebbi un lauto pranzo, il cafè dopo quello — e mi sdrajai saporitamente — non ricordo ove —

Comunque: nemmen quella notte, ero destinato a riposare.

Appena sdrajato, ebbi notizie: che una collonna nemica di 4 a 5 milla uomini — trovavasi a Caserta Vecchia — minacciando di scendere a Caserta —

Era notizia da non disprezzarsi — e diedi ordine: per le due della mattina, ai Carabinieri Genovesi di trovarsi pronti, con 350 uomini del corpo di Spangaro — ed una sessantina di montanari del Vesuvio —

Con tale forza — marciai all'ora suddetta su Caserta, per la via della montagna e S. Leucio — Prima di giungere a Caserta — il collonnello Missori, ch'io avevo incaricato di scoprire il nemico — con alcune delle valorose sue guide — mi avvertì: trovarsi il nemico, schierato, sulle alture di Caserta Vecchia — stendendosi verso Caserta — ciocchè potei verificare io stesso, poco dopo —

Mi recai a Caserta, per concertare col generale Sirtori il modo d'attaccare quel nemico — che non credetti sì ardito, d'attaccare il quartier generale nostro — e che m'ingannai in tale apprezzamento, come si vedrà presto —

Combinai col generale suddetto di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano, e di marciare al nemico per il suo fianco destro, cioè: attaccandolo per le alture del parco di Caserta — mettendolo così tra noi, la brigata Sacchi di S. Leucio, e la divisione Bixio, a cui avevo mandato ordine di attaccare il nemico dalla parte di Maddaloni —

I borbonici, dalle alture, scoprendo poca gente in Caserta, proposero d'impadronirsene — non conoscendo probabilmente il risultato della battaglia del giorno antecedente — e quindi lanciarono circa la metà delle loro forze su cotesta città assaltandola vigorosamente — Dimodocchè mentre io mi trovavo marciando al coperto — girando il loro fianco destro — due milla di loro scendevano dalle alture piombando sul nostro quartier generale — e se ne sarebbero forse impadroniti — se il generale Sirtori — colla solita bravura, con una mano di prodi che si trovavano nella città — non li avessero respinti — Io procedevo intanto, coi Calabresi del generale Stocco, quattro compagnie dell'esercito regolare nostro[110] ed alcune altre frazioni di corpi — verso la destra del nemico — che trovammo schierato in battaglia nell'alto — servendo di riserva, a coloro che stavano attaccando Caserta — e che senza dubbio non s'aspettava l'improvisa apparizione nostra —

I borbonici sorpresi resistettero poco — e furono spinti quasi alla corsa — perseguiti dai coraggiosi Calabresi ecc. — sino a Caserta Vecchia — Alcuni si sostennero un momento, in cotesto villaggio, facendo fuoco dalle finestre, e da certe macerie, che loro servivano di riparo — ma presto furono circondati e fatti prigionieri — quei che fuggirono verso ostro, caddero in potere dei corpi di Bixio — che dopo d'aver combattutto e vinto, valorosamente il 1º a Maddaloni — giungeva come un lampo, sul nuovo campo di battaglia —

Quei che presero verso tramontana, capitolarono col generale Sacchi — a cui avevo ordinato di seguire il movimento della mia collonna — Dimodocchè di tutto il corpo nemico — che giustamente, ci aveva alquanto sgomentati — pochi furono quelli che poterono salvarsi —

Tale corpo era lo stesso, che aveva attaccato, e distrutto il piccolo battaglione del Maggiore Bronzetti, a Castel Morrone — e che l'eroïca difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi — aveva trattenuto la maggiore parte del giorno 1º Ottobre, ed impedito quindi, che ci giungesse alle spalle nella fiera battaglia — Chi sa: il sacrificio dei dugento martiri — non fosse la salvazione dell'esercito nostro.

Come si è veduto durante la battaglia del Volturno chi la decise furono le riserve giunte sul campo di battaglia, verso le 3 p. m. E se coteste riserve fossero state trattenute a Caserta da un corpo nemico — la giornata risultava almeno indecisa — Ciò prova pure: esser state le disposizioni dei generali borbonici — non tanto cattive — e che nelle combinazioni di guerra — bisogna esser secondati dalla fortuna, o da un genio, molto superiore —

Il corpo di Sacchi, contribuì non poco — a trattenere la collonna nemica suddetta — al di là del parco di Caserta, nella giornata del 1º respingendola valorosamente —

Colla vittoria di Caserta Vecchia — 2 Ottobre 1860 si chiude il glorioso periodo delle nostre battaglie nella campagna del 60 —

L'esercito Italiano del settentrione che Farini e compagni, inviavano per combatter noi, personificazione della rivoluzione[111], ci trovò frattelli — ed a cotesto esercito toccò la cura di ultimare l'annientamento del borbonismo nelle due Sicilie — Per sistemare la condizione de' prodi miei commilitoni — io chiesi il riconoscimento dell'esercito meridionale — siccome parte dell'esercito nazionale — e fu un'ingiustizia non concederlo — Si voleva godere il frutto della conquista — ma cacciarne i conquistatori —

Ciò inteso: io deposi a mano di Vittorio Emanuele,[112] la Dittattura, che m'era stata conferita dal popolo — proclamandolo re d'Italia — A lui raccomandavo i miei valorosi fratelli d'armi — e questa era la sola parte sensibile del mio abbandono — desïoso com'ero di ripigliare la mia solitudine —

Io lasciavo quella gioventù generosa — che s'era lanciata attraverso il mediterraneo, fidente in me — disprezzando ogni genere di contrarietà, di disagi, di pericoli — affrontando la morte, in dieci accaniti combattimenti, colla sola speranza dello stesso guiderdone, ottenuto in Lombardia, e nell'Italia centrale: nel plauso dell'angelica loro coscienza — e in quello del mondo, testimone di fatti stupendi —

Con tali compagni — alla di cui bravura — io devo la maggior parte de' miei successi — io affronterei certo volentieri — qualunque più ardua impresa!

QUARTO PERIODO

Dal 1860 al 1870.

CAPITOLO I.

1862 Campagna di Aspromonte.

Una pianta vale in ragion diretta — del suo prodotto — E così l'individuo: vale, secondo il prodotto benefico — ch'egli può donare al suo simile — Nascere, vivere, mangiar e bere — e morire poi — è apannagio anche dell'insetto.

In un periodo come quello del 1860 — nell'Italia meridionale — un'uomo vive: e vive di vita utile per le moltitudini — Cotesta è la vera vita dell'anima!

«Lasciate fare a chi tocca»! dicevano generalmente coloro — che col muso nella greppia dell'erario publico — eran disposti a far nulla, o far male — In conseguenza di tale teoria, la monarchia Sabauda — per tre volte lanciava il suo veto — alla Spedizione dei Mille: la prima volta non voleva che si partisse per Sicilia — la seconda che si passasse il Faro — e la terza, che si passasse il Volturno —

Si partì per Sicilia — si passò il Faro ed il Volturno — e perciò le cose d'Italia non andarono peggio —

«Voi dovevate proclamare la Republica» gridarono i Mazziniani, e gridano anche oggi — come se cotesti dottori, assuefati a legislare il mondo dal fondo delle loro scrivanie — dovessero conoscere lo stato morale e materiale de' popoli — meglio di noi, ch'ebbimo la fortuna di capitanarli e guidarli alla vittoria —

Che le monarchie, come i preti, provino ogni giorno più: che nulla di buono, si può sperare da loro — è cosa patente — Ma che si dovesse proclamare la Republica, da Palermo a Napoli nel 1860 — ciò è _falso_! E coloro che vogliono persuader del contrario — lo fanno per quell'odio di parte che hanno manifestato dal 48 in quà, in ogni occasione — e non, per esser convinti di quanto asseriscono —

Ebbimo il veto della monarchia nel 1860 — e l'ebbimo nel 1862 — Rovesciare il papato — credo tanto valesse — e qualche cosa di più — che rovesciare il borbone — E nel 1862 — ciocchè si proponevano le solite camicie rosse — era di buttar giù il papato — incontestabilmente, il più fiero ed accanito nemico dell'Italia — ed acquistare la naturale capitale nostra — senz'altra meta, senz'altra ambizione — che quelle di fare il bene della patria —

La missione era santa, le condizioni erano le stesse — e la generosa Sicilia — meno alcuni che già stavano comodamente seduti, alla mensa da noi preparata nel 60 — rispondeva col solito suo slancio, al grido di «Roma o morte» da noi proclamato a Marsala —

E qui, giova ripetere — ciocchè già dissi altra volta: «Se Italia avesse posseduto due Palermo — noi avressimo potuto ragiunger Roma, non disturbati»

Il venerando martire dello Spielberg — Pallavicino, governava a Palermo — A me certo repugnava: cagionar alcun disturbo a quel mio vecchio amico — Io però, ero convinto: esser colpa «il lasciar fare a chi tocca» sicuro che nulla, si tentava di fare, senonchè colla spinta — di chi non voleva rimaner pianta inutile —

Quindi: il grido: «Roma o morte» a Marsala, seguito dalla raccolta de' miei prodi alla Ficuzza — tenuta, e selva a poche miglia da Palermo —

Quivi si riuniva un'eletta schiera della gioventù Palermitana — e poi dalle provincie —

Corrao, il valoroso compagno di Rosolino _Pilo_, ed altri egregi, procuravano armi — Bagnasco, Capello, ed altri illustri patrioti — formavano un comitato di provvedimento — Dimodocchè co' miei inseparabili fratelli d'armi del continente Nullo, Missori, Cairoli, Manci, Piccinini, ecc. — presto nuovi Mille — si trovavano in campo — disposti come i primi ad affrontare la tirannide sacerdotale, certamente assai più nociva della borbonica —

Ma colla monarchia, noi avevimo il delitto di dieci vittorie, e l'insulto d'aver aggrandito i suoi apannagi — tutte cose che i re non perdonano —

Una gran parte di coloro, che vociferarono con entusiasmo l'unificazione patria, nel 60 — ora ben seduti e soddisfatti — o biasimavano l'impresa nostra — o si tenevano da parte — per non appestarsi al contatto di rivoluzionari, incontentabili ed irrequieti —

Comunque, grazie alla fiera attitudine di Palermo — ed alle vive simpatie della Sicilia tutta — noi potemmo percorrer l'isola sino a Catania — senza ostacoli serï —

La brava popolazione di Catania — non fu da meno — ed il suo contegno — trattenne nei limiti dell'inazione — chi, certamente, aveva voglia di fermare l'impresa nostra. —

Due piroscafi — uno Francese — e l'altro della compagnia Florio — capitati nel porto di Catania fornirono il mezzo di trasporto per il continente — Alcune fregate della marina militare Italiana incrociavano davanti al porto — ed avrebbero potuto impedire l'imbarco ed il passaggio — Esse — senza dubbio ne avevano l'ordine — Ma, sia detto ad onore di chi le comandava — ostilità non ve ne furono da parte loro — Ed io invio un plauso a quei comandanti — E credendo di conoscer anch'io l'onor militare — dirò con coscienza del vero: che in casi simili, un'uomo d'onore deve fare a pezzi la sua sciabola —

Il modo in cui si passò lo stretto di Messina — fu molto pericoloso, per esser stracarichi di gente — i piroscafi, ad onta che molti de' nostri militi, non poterono imbarcarsi per mancanza di spazio — Nella mia vita da marino — ne ho già veduto dei bastimenti molto carichi — Mai però, come in detta circostanza — Essendo la maggior parte dei nostri militi — nuovi arrivati — non contati ancora nelle compagnie — quindi non conosciuti dagli ufficiali — essi si affollarono talmente a bordo di quei poveri piroscafi sommergendoli —

Inutile era pregarli di sbarcare — nemmeno per sogno — e si correva a pericolo sommo — forse alla morte — Io rimasi per un pezzo in dubbio —: se si doveva partire in tal modo — Che perplessità, che responsabilità era la mia!

Dalla risoluzione d'un momento, dipendeva chi sa chè — per il mio paese —

Come dar ordini? Mentre ognuno che si trovava sui piroscafi, era impossibilitato di moversi dal suo posto, ed anche di girarsi —

Già la notte cadeva colle sue tenebre — bisognava decidersi — a metter in moto — o rimanere lì — serrati come sardelle — in una posizione intenibile — aspettando il giorno ad illuminar un fiasco —

Si mise in moto — e la fortuna, anche questa volta parteggiò per il diritto e la giustizia — Il vento ed il mare furon proporzionati alla situazione dei veïcoli — V'era come nella prima traversata del 60 — un po' di vento al Faro — e fortunatamente poco mare —

Verso l'alba, dopo d'aver felicemente traversato lo stretto — approdammo nella spiaggia di Melitto, ove si sbarcò tutta la gente —

Come nel 60, si prese la strada del littorale verso il capo dell'Arma — con direzione a Reggio — Allora avevamo per avversari i borbonici — che si cercavano per combatterli — Oggi stava davanti a noi l'esercito Italiano, che si voleva evitare a qualunque costo — ma che pure a qualunque costo ci cercava per annientarci —

Le prime ostilità contro di noi, furono commesse, da una corazzata Italiana — che costeggiando il littorale parallellamente alla direzione nostra, ci regalò d'alcuni tiri di moschetteria, obligandoci ad internar la gente per metterla al coperto —

Alcuni distaccamenti inviati da Reggio — con ordini ostili — assalirono alcuni dei nostri che marciavano di vanguardia; invano si fece sapere loro, che non si voleva combattere — invano — la loro intimazione era di arrenderci — e non volendolo com'era naturale — conveniva fuggire alle loro scariche fratricide —

A tale stato di cose — e per scansare un'inutile spargimento di sangue — io ordinai di obliquare a destra, e prendere la via dell'Aspromonte — Le ostilità dell'esercito Italiano contro di noi — ebbero la naturale conseguenza di spaventare le popolazioni — e renderci gli approvigionamenti molto difficili — I miei poveri volontari mancavano d'ogni cosa, anche del più necessario: l'alimento — e quando si poteva, per miracolo, incontrar qualche pastore — con gregge — questi non voleva con noi trattare — peggio che se fossimo stati briganti —

Infine, noi erimo tenuti per scomunicati, e fuori legge — i preti, ed i retrogradi — avendo poca difficoltà, a persuaderne, quelle buone ma rozze popolazioni —

Noi erimo però la stessa gente del 60 — e la nostra meta era tanto nobile, quanto quella di prima — Eravam certo meno favoriti dalla fortuna — e non fu la prima volta — ch'io vidi le popolazioni Italiane inerte — ed indifferenti per chi le voleva redente —

Non così la Sicilia — io devo confessarlo — e quel popolo generoso — fu fervido nel 62 come avanti — Egli ci diede i migliori della sua gioventù — e fra i provetti, il venerando barone Avizzani, di Castrogiovanni, che sopportò come un giovinotto le grandi privazioni e disagi della campagna — E furon molti i disagi e le privazioni! — Io, vi ho sofferto la fame — e mi figuro: molti dei miei compagni, più di me la soffersero —

Infine dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili — l'alba del 29 Agosto 1862 — ci trovò sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati — Alcune patate mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento — prima crude — passato poi il primo orgasmo della fame — se ne mangiarono arrostite.

E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della Calabria — Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le difficoltà di comunicazioni — ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi abitanti — con abbondanti provviste — di frutta pane ed altro — L'imminente catastrofe però ci diede poco tempo per profitare di tanta benevolenza —

A Ponente, alla distanza d'alcune miglia — si cominciò a scoprire, verso le 3 p. m. la testa della collonna Pallavicini, destinata ad attaccarci — Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata — troppo debole, ed esposta ad esser accerchiata — ordinai un cambiamento di campo verso la montagna — e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona l'Aspromonte — ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte verso i nostri assalitori —

E veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito sardo — e vi volle molto amore del proprio paese — per non entrare in una guerra fraticida — Nel 62 però, l'esercito Italiano, perchè più forte, e noi più deboli assai — ci votò all'esterminio — ed alacremente corse su di noi — come su briganti — e forse più volontieri. Intimazioni, non ve ne furono di sorta — Giunsero i nostri avversari — e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente — Tali, certamente erano gli ordini: si trattava d'esterminio — e siccome tra figli della stessa madre — potevasi temare titubanza — cotesti ordini, furono senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione — Giunto a lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene — avanzò risolutamente su di noi, e cominciò il solito «fuoco avanzando» sistema adottatto anche dai borbonici, e che ho già descritto difettoso —

Noi, non rispondemmo — Terribile fu per me quel momento! Gettatto nell'alternativa di deporre le armi come pecore — o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della monarchia — o dirò meglio: i capi che comandavano quei soldati — ¿Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile — e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo facea supporre —

Io ordinai: non si facesse fuoco — e tale ordine fu ubbidito — meno da poca gioventù bollente — alla nostra destra, agli ordini di Menotti — che vedendosi caricati un po sfacciatamente, caricarono, e respinsero —

La posizione nostra nell'alto — colle spalle alla selva — era di quelle da poter, tenere dieci contro cento — Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto ragiungerci — E siccome succede quasi sempre: esser fiero chi assale, in ragion diretta della poca resistenza dell'avverso — i bersaglieri che chi marciavano sopra, spesseggiavano maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee, per risparmiare la strage — fui regalato con due palle di carabina — l'una all'anca sinistra — e l'altra al maleolo interno del piede destro —

Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo — Coll'ordine di non sparare — quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta — rimanendo presso di me tutti i miei prodi ufficiali — fra cui i tre egregi chirurghi nostri — Ripari, Basile, ed Albanese — alla cura gentile dei quali, io devo certamente la vita —

Mi repugna, raccontar miserie! — Ma tante furono, manifestate in quella circostanza — dai miei contemporanei — da nauseare anche i frequentatori di cloache! —

Vi fu: chi si fregò le mani, al fausto per lui anunzio, delle mie ferite — che si credettero mortali — Vi fu: chi sconfessò l'amicizia mia — e vi fu: chi disse, essersi ingannato cantando qualche merito mio —

Però in onore dell'umana famiglia — devo confessare che anche i buoni, vi furono che ebbero per me cura di madre — che mi custodirono con cure veramente amorevoli — filiali! — E fra i primi, io devo rammentare il mio caro Cencio — Cattabene — tolto prematuramente all'Italia — La monarchia Sabauda — avea ottenuto la gran preda — ed ottenuta come la volea — cioè: in uno stato — che il diavolo probabilmente — se la porterebbe via —

Si usarono veramente quelle civiltà banali — comuni, che si costumano anche per i grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo — ma, per esempio — invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina — fui imbarcato a bordo d'una fregata — e condotto al Varignano — facendomi così transitare tutto il Tirreno — con immenso tormento alla mia ferita del piede destro — Giacchè — se non delle più mortali — essa era certamente delle più dolorose — Ma la preda si voleva vicina, ed al sicuro — Ripeto: mi ripugna di narrar miserie — e mi fastidia di tediare chi ha la pazienza di leggermi — con ferite, ospedali, prigioni, e carezze di reggi avvoltoj —

Fui dunque condotto al Varignano — alla Spezia, Pisa e quindi a Caprera — Molti furono i patimenti — e le cure gentili degli amici miei — molte — Al decano dei chirurghi Italiani — all'illustre professore Zanetti — toccò l'onore di operar l'estrazione della palla —

Finalmente dopo tredici mesi — cicatrizzò la mia ferita del piede destro — e sino al 66 — condussi vita inerte ed inutile —

4º periodo 1866.

CAPITOLO II.

Campagna del Tirolo.

Circa quattr'anni, eran passati dal giorno in cui fu fucilato in Aspromonte — Io dimentico presto le ingiurie — e così credettero gli opportunisti — Coloro, per cui, più l'utilità, che la moralità dei mezzi, serve di bussola —

Già da giorni si vociferava d'alleanza colla Prussia contro l'Austria — ed il 10 Giugno 1866 — giungeva in Caprera — il mio amico Generale Fabrizi — ad invitarmi per parte del governo, e dei nostri a prendere il comando dei volontari, che numerosi si riunivano in ogni parte d'Italia —

Lo stesso giorno si partì con un piroscafo per il continente — e si marciò subito verso Como, ove doveva aver luogo la maggiore concentrazione di volontari —

I volontari eran veramente molti — la solita bella e focosa gioventù — sempre pronta a combattere per l'Italia — senza chieder mercede — Con essa, brillavano per condurla — i coraggiosi veterani di cento pugne —

Comunque: non cannoni — i volontari ponno perderli — catenacci al solito, e non buone carabine di cui già era fornito l'esercito — Parcimonia miserabile nel vestiario ecc. — per cui molti militi andarono al nemico vestiti da borghesi — Infine le solite miserie, a cui hanno assuefatto i nostri volontari — le cariatidi della monarchia —

Gli auspici sotto i quali, s'iniziava la campagna del 66 — promettevano all'Italia un risultato brillante — e quel risultato fu meschino — vergognoso!

Il pessimo sistema, con cui si governa questo paese — ove il denaro publico, serve a corrompere quella parte della nazione — che dovrebbe essere incorruttibile — cioè gli uomini del parlamento, i militari, e gli impiegati d'ogni specie — tutta gente, sventuratamente, che con poca fatica si fa inginocchiare ai piedi del Dio Ventre —

La corruzione portata da Buonaparte, o moltiplicata in Francia, colla distribuzione del salame e del vino alle truppe, da cui egli voleva il 2 Decembre, si estese massime in questo nostro povero paese, che è condannato a scimiottare sempre i nostri vicini —