Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 32
Ciocchè più mi urtava nei maneggi di cotesto partito — era di trovarne le traccia in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorrutibili, erano dominati coll'ipocrita, ma terribile pretesto della necessità! La necessità d'esser codardi! La necessità di ravvolgersi nel fango, davanti ad un simulacro di effemera potenza — e non sentire, non capire, la robusta, imponente, maschia volontà d'un popolo che volendo _essere_ ad ogni costo — si dispone a frangere cotesti simulacri insettivori, e disperderli ne letamajo da dove scaturirono.
Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli, e di parassiti d'ogni genere — sempre pronti a servire — con ogni specie d'abbassamento e di prostituzione — chi lo paga — e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare — quel partito dico: mi fa l'effetto dei vermi sul cadavere — il loro numero ne segna il grado di putridume! In ragion diretta del numero di questi vermi — si può valutare la corruzione d'un popolo!
Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori, che da protettori la facean, dopo le nostre vittorie — e che il calcio dell'asino, ci avrebbero dato — come lo diero a Francesco II — se sconfitti — mortificazioni ch'io certo, non avrei tolerato — se d'altro trattatto si fosse, che della causa santa dell'Italia.
Per esempio, giungono due battaglioni dell'esercito Sardo, non dimandati — Il di cui scopo reale, era: il non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope, ed assicurarla — col pretesto però di porli ai miei ordini — se richiesti — Io li chiedo — e mi si risponde: che devesi ottenere il beneplacito dell'ambasciatore — questo, consultato — risponde: che si deve chiedere il permesso a Torino!...
Ed i miei prodi compagni — si battevano, e vincevano sul Volturno — Non solamente senza il concorso di un solo soldato di truppa regolare — ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia, voleva inviarci — e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano.
I pochi giorni passati in Napoli — dopo l'accoglienza gentile, fatami da quel popolo generoso — furon piutosto di nausea — giustamente per le mene e sollecitudini, dei sedicenti cagnotti delle monarchie — che altro non sono in sostanza, che sacerdoti del ventre — Aspiranti immorali e ridicoli — che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello — colpevole solo d'esser nato sui marciapiedi d'un trono — rovesciarlo, per sostituirlo del modo che tutti sanno.
Tutti sanno le trame d'una tentata insurrezione — che doveva aver luogo prima dell'arrivo dei Mille — e per toglier loro il merito di cacciar il Borbone — e farsene belli poi, presso l'Italia — con poca fatica e merito — Ciò poteva benissimo eseguirsi — se coi grassi stipendi, la monarchia sapesse infondere nei suoi agenti — un po più di coraggio — e meno amor per la pelle — Non ebbero il coraggio di una rivoluzione, i fautori Sabaudi — ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui — eppure sono maestri in tali apropriazioni — ma ne avevan molto per intrigare — tramare — sovvertire l'ordine publico — e quando nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione — oggi, che poco rimaneva da fare — ed era divenuto il compimento facile — la smargiassavano da protettori ed alleati nostri — sbarcando truppe dell'esercito sardo in Napoli — (per assicurare la gran preda s'intende) e giunsero al punto di protezionismo — da inviarci due compagnie dello stesso esercito, il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 20 ottobre —
Sempre il calcio dell'Asino!
Trattavasi di rovesciare una monarchia per sostituirla — senza volontà, o capacità di far meglio per quei poveri popoli — ed era bello, veder quei magnati di tutti i despotismi — usar ogni specie di malefica influenza — corrompendo l'esercito, la marina, la corte, i ministeri — servendosi di tutti i mezzi i più subduli — per ottenere l'intento indecoroso.
Sì! era bello il barcamenare di tutti cotesti satelliti, facendola da alleati del re di Napoli consigliandolo — cercando di condurlo a trattative _fraterne_ ed attorniandolo d'insidie, e di tradimenti — E se non avessero tanto temuto per la brutta loro pelle — essi potevano presentarsi all'Italia come liberatori.
Che bello! se potevano far stare con tanto di naso, i Mille, e tutta la democrazia Italiana — Ma sì! sono i bocconi fatti che piacciono a cotesti liberatori dell'Italia, a grandi livree.
Anche a Palermo — com'era naturale — tramavano i fautori Cavouriani — e gettavano contro i Mille la diffidenza tra la popolazione — spingendola ad un'annessione intempestiva.
Essi mi obligarono di lasciare l'esercito sul Volturno — alla vigilia di una battaglia — per recarmi a Palermo — e placare quel bravo popolo, suscitato da loro — Assenza che costò all'esercito meridionale — la sconfitta di Cajazzo — unica, in tutta quella gloriosa campagna.
3º periodo.
CAPITOLO XV.
Preludi della battaglia del Volturno — 1º Ottobre 1860.
Obligato di lasciare l'esercito sul Volturno — e di recarmi a Palermo — io avea raccomandato al generale Sirtori degno capo dello stato maggiore — di lanciare delle bande nostre, sulle comunicazioni del nemico — Ciò fu fatto — ma pare, chi ne avea l'incarico — trovò opportuno di fare qualche cosa di più serio — e col prestigio delle precedenti vittorie — non dubitò: qualunque impresa esser possibile, ai nostri prodi militi.
Fu decisa l'occupazione di Cajazzo — villagio all'oriente di Capua sulla sponda destra del Volturno — Tale posizione piutosto difendibile, distava però, dal grosso dell'esercito borbonico, accampato a levante di Capua, di poche miglia — Tale esercito contava circa una quarantina di milla uomini, ed ingrossava ogni giorno.
Per occupare Cajazzo, si fece una dimostrazione sulla sponda sinistra del Volturno — ove perdemmo alcuni buoni militi — massime per la superiorità delle carabine borboniche, e per essere i nostri allo scoperto.
Il 19 settembre ebbe luogo l'operazione — si occupò Cajazzo — ed io giunsi nello stesso giorno da Palermo, per assistere al deplorevole spettacolo, del sacrifizio dei nostri militi — che avendo marciato — secondo il costume dei volontari, con impetto verso la sponda del fiume — furono poi obligati, non trovandovi ricovero, contro la grandine di palle nemiche — di retrocedere fuggendo, fulminati nella schiena. Questo fu il risultato della dimostrazione sul fiume per chiamar l'attenzione del nemico, ed occupar Cajazzo — Il giorno seguente poi — attaccato Cajazzo da forze borboniche preponderanti — i pochi nostri furono obligati di evacuarlo, e ritirarsi precipitosamente sul Volturno — ove si perdettero non pochi militi, fucilati, ed affogati nel passagio del fiume — l'operazione di Cajazzo, fu più che un'imprudenza — fu una mancanza di tatto militare — da parte di chi la comandava.
Fra i perduti nostri, contammo il prode collonnello Tita Cattabene, coperto di ferite e prigioniero — ed il valoroso Bovi, figlio del maggiore Paolo Bovi — anche ferito e prigioniero — Non ricordo gli altri — Intanto l'impresa infelice di Cajazzo — una d'Isernia, ed il risveglio dell'Idra pretina, nelle campagne a tramontana del Volturno — risveglio, che aumentava in ragion diretta del concentramento ed acrescimento dell'esercito borbonico a Capua — Non poco anche: le astute mene dei Cavouriani — che lavoravano a tutt'uomo per screditarci — Tutto ciò demoralizzò alquanto parte nostra — rialzò il morale dei borbonici — e fu per loro, fortunato preludio, della gran battaglia meditata, che ebbe luogo poco dopo: il 1º e 2º Ottobre.
L'esercito borbonico, sconquassato in Sicilia, nelle Calabrie, ed a Napoli, da tante perdite — si ritirava dietro il Volturno, facendo centro a Capua — che provvedeva e fortificava.
Le prime collonne dell'esercito meridionale — arrivate appena nelle vicinanze di Napoli — furono dirette verso Avellino ed Ariano, a sedare alcuni moti reazionari, suscitati da preti e da borbonici — Il generale Türr ne fu incaricato — ed adempì perfettamente.
Sedati che furono i torbidi d'Avellino, Türr ebbe ordine di occupare Caserta colla sua divisione — e S.ta Maria, e gli altri corpi erano avviati a quella direzione, a misura che arrivavano su Napoli — lasciandoli soggiornare, meno tempo possibile in quella capitale — La divisione Bixio occupò Maddaloni, coprendo la strada principale, che mette a Campobasso ed Abruzzi e formando la destra del nostro piccolo esercito.
La Divisione Medici occupò monte S. Angelo — che domina Capua ed il Volturno — e fu rinforzato poi, da corpi di nuova formazione comandati dal generale Avezzana — Una brigata della Divisione Medici comandata dal generale Sacchi, occupava il pendìo settentrionale del monte Tifate che mette nel Volturno — Tutte quelle forze formavano il nostro centro — La divisione Türr occupò S.ta Maria — formando la nostra sinistra.
Le riserve agli ordini del capo di Stato Maggiore generale Sirtori, stazionarono in Caserta.
3º periodo.
CAPITOLO XVI.
Battaglia del Volturno.
L'aurora del 1º Ottobre, illuminava — nelle pianure della vecchia capitale della Campania — un'atroce mischia — una battaglia fratricida!
Dalla parte dei borbonici — è vero — eran molti i mercenari stranieri: Bavaresi, Svizzeri, ed altri che da vari secoli, sono assuefatti a considerare questa nostra Italia, come una villeggiatura od un lupanare — E cotesta ciurmaglia, sotto la guida e la benedizione del prete — ha sempre sgozzato — di preferenza — gl'italiani, dal prete educati a piegar il ginocchio — Ma pur troppo: la maggior parte dei combattenti alle falde della Tifate[107] eran _figli_ di questa terra infelice — spinti a maccellarsi reciprocamente — gli uni condotti da un giovine re, figlio del delitto — gli altri propugnando la causa santa del loro paese — Da Annibale, vincitore delle superbe legioni — ai giorni nostri, le campagne Campane — non avean certo veduto, più fiero conflitto — ed il bifolco passando l'aratro su quelle zolle ubertose, urterà, per molto tempo ancora, nei teschi, dalla rabbia umana seminati.
Tornato da Palermo, e visitando ogni giorno la posizione dominante di S. Angelo — da dove scorgevasi bene il campo nemico — a levante della città di Capua — e sulla sponda destra del Volturno — io congetturai: esser i borbonici in preparativi di battaglia — Essi si disponevano di passare all'offensiva — acresciuti — quanto potevano — di numero — e baldanzosi per pochi parziali vantaggi, ottenuti su di noi.
Da parte nostra, si fecero alcune opere di difesa — che molto valsero — a Maddaloni, a S. Angelo, e massime a S. Maria — che più ne abbisognava per esser in pianura, e la più esposta — senza ostacoli naturali.
La nostra linea di battaglia era difettosa — Essa era troppo estesa da Maddaloni a S. Maria — Il centro nemico che dovevasi considerare la massa più forte — era in Capua, da dove poteva sboccare a qualunque ora della notte, e sorprendere a circa tre miglia di distanza, l'ala nostra sinistra — schiacciarla pria di poter essere sostenuta dalle altre parti — e dalle riserve.
S. Angelo centro della nostra linea, è posizione forte per natura — ma avressimo dovuto aver più tempo, per eseguirvi le opere, di difesa, necessarie — e più gente per difenderne la vasta sua area — È, poi, dominata dall'altissimo Tifate — che la padroneggia assolutamente, se in mano del nemico — Maddaloni, posizione importantissima — che doveasi pure, tenere con tutta la divisione Bixio — poichè passando il nemico nell'alto Volturno — e prendendo la via di Maddaloni per Napoli con molta forza, sarebbe stato in poche ore nella capitale, lasciandoci noi sul Volturno Capuano.
Le riserve tenevansi a Caserta — e non eran numerose — certamente, dovendo noi occupare una linea sì estesa — Eravamo, di più, obligati di tenere alcuni corpi di concatenazione al fronte, tra monte S. Angelo e Caserta sul Volturno, a S. Leucio per impedire al nemico di frammettersi tra le nostre ali.
S.ta Maria era la più difettosa delle nostre posizioni: per esser in pianura — colle poche opere di difesa da noi innalzate in pochi giorni — per prestarsi favorevole alla numerosa cavalleria nemica — ed alla sua artiglieria, anche più numerosa e meglio servita — Essa era stata occupata, in ossequio della buona sua popolazione — che avendo avuto alcune velleità liberali, alla ritirata dei borbonici — era tremante all'idea di rivedere i suoi antichi padroni.
La forza nostra di S. Maria, collocata in riserva di monte S. Angelo, alle falde del Tifate — avrebbe reso la nostra linea assai più forte.
Occupata S. Maria, conveniva occupare Santammero come suo posto di sinistra — e mantener una forza sulla strada di S. Maria a S. Angelo — per tenere le comunicazioni aperte tra i due punti. Tuttociò era debole, e consiglio i miei giovani concittadini, che potrebbero trovarsi nello stesso caso — a non rischiare la sicurezza dell'esercito, in considerazione del pericolo d'un paese — di cui ponno ritirarsi gli abitanti in luogo sicuro.
E veramente: il difetto della nostra linea — non mi lasciava tranquillo — siccome i preparativi d'una imminente battaglia — a cui preparavasi l'esercito borbonico, più numeroso e meglio fornito d'ogni cosa del nostro.
Circa alle 3 del mattino del 1º Ottobre — io montavo in via ferrata a Caserta, ove tenevo il mio quartier generale — seguito da parte del mio stato maggiore — e giungevo in S. Maria prima dell'alba — Montavo in carrozza per recarmi a S. Angelo — ed in quel momento udivasi la fucilata verso la sinistra nostra — Il generale Milbitz che comandava le forze ivi riunite — venne a me, e mi disse: «Siamo attaccati verso Santammaro — e vado a vedere ciocchè v'è di nuovo» Io ordinai di marciare, con tutta velocità, alla carrozza —
Il romore delle fucilate ingrossava — e si estese poco a poco su tutta la fronte sino a S. Angelo — Al primo albore, io giunsi sulla strada, a sinistra delle nostre forze di S. Angelo — già impegnate — e giugendo mi accolse una grandine di palle nemiche —
Il mio cucchiere fu ucciso — la carozza fu crivellata di palle — e con me, i miei ajutanti, fummo obligati di scendere e sguainar le sciabole per aprirsi cammino — Io mi trovai presto, in mezzo ai Genovesi di Mosto — ed ai Lombardi di Simonetta — quindi, non fu necessario di difenderci noi stessi — quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i borbonici con tant'impetto — che li respinsero un buon pezzo distanti — e ci facilitarono la via per S. Angelo — L'addentrarsi del nemico nelle nostre linee, ed alle spalle — movimento d'altronde ben eseguito — con molta sagacia, e di notte naturalmente — provava esser egli ben pratico del paese —
Tra le strade che dal Tifate, e da monte S. Angelo mettono verso Capua, ve ne sono incassate nel terreno che posa sul tufo volcanico — alla profondità di più metri — Tali strade furon forse praticate in tempi antichi — come comunicazioni tatiche d'un campo di battaglia — e le acque piovane scendendo dai monti circostanti — hanno senza dubbio influito a scavarne maggiormente il fondo.
Il fatto sta: che in una di quelle strade — ponno transitarvi forze considerevoli, anche delle tre armi — ed assolutamente al coperto.
I Generali borbonici, nel loro meditatissimo piano di battaglia, aveano accortamente profitato di tali strade per far passare alcuni battaglioni alle spalle della nostra linea — e collocarsi sulle formidabili alture del Tifate — nella notte.
Disimpegnatomi dalla mischia in cui m'ero trovato per un momento — io m'incamminai coi miei ajutanti verso S. Angelo — credendo: esser il nemico solo alla sinistra nostra — ma procedendo verso le alture mi accorsi presto esserne il nemico padrone — ed alle spalle della nostra linea — Erano certamente i battaglioni borbonici — che di notte — per le strade coperte — di cui ho già fatto cenno — avean tagliato la nostra linea, e s'eran portati dietro di noi nell'alto. Senza perder tempo, raccolsi quanti militi mi cadettero sottomano, e ponendomi per le vie della montagna, cercai di girarlo al dissopra —
Mandai nello stesso tempo una compagnia Milanese ad occupare la sommità del Tifate — o S. Nicola che domina tutte le colline di S. Angelo —
Detta compagnia, e due compagnie della brigata Sacchi, ch'io avevo chiesto, e che comparirono opportunamente — fermarono il nemico — che si disperse, e di cui si fece una quantità di prigionieri — Io potei allora salire sul monte S. Angelo — da dove vidi la pugna, fervere energicamente su tutta la linea da S. Maria a S. Angelo — ora favorevole a noi — ed ora i nostri piegando davanti all'impulso delle masse nemiche —
Da vari giorni — da monte S. Angelo — ove tutto potevo discernere nel campo nemico — molti indizi mi anunziavano un'attacco; e perciò io non mi ero lasciato allettare, dalle differenti dimostrazioni fatte dal nemico sulla destra, e sulla sinistra nostra — il di cui motivo principale, era quello di obligarci ad allontanare delle forze nostre dal centro — ove esso pensava dirigere, i maggiori suoi sforzi —
E ben ci valse — poichè i borbonici, impiegarono contro di noi nel 1º Ottobre, quanta forza disponibile ancora — avevano in campo e nelle fortezze — e per fortuna ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni — nell'estensione della linea nostra — Dovunque si combatteva, e con molta ostinazione da Maddaloni a S. Maria —
A Maddaloni, dopo varia fortuna — il generale Bixio — avea respinto vittoriosamente il nemico. A S. Maria, ove il generale Milbitz fu ferito — fu pure respinto — ed in ambi i punti lasciò prigionieri, e cannoni —
A S. Angelo successe lo stesso dopo un combattimento di più di sei ore — ma essendo le forze nemiche tanto imponenti in quel punto — esse eran rimaste con una forte collonna, padrone delle comunicazioni tra cotesto punto e S. Maria — dimodocchè, per portarmi alle riserve, ch'io avevo chiesto al generale Sirtori — e che colla via ferrata dovevano giungere da Caserta a S. Maria — io fui obligato di fare un giro a levante dello stradale e giunsi in S. Maria dopo le 2 p. m.
Le riserve da Caserta, giungevano in quel momento — e le feci schierare in collonna d'attacco sullo stradale che mette a S. Angelo — La brigata Milano in testa, sostenuta dalla brigata Eber — ed ordinai in riserva parte della brigata Assanti — Spinsi pure all'attacco i prodi Calabresi di Pace, che trovai tra le piante sulla mia destra — e che combatterono pure splendidamente —
Appena uscita la testa di collonna dal folto — che copre lo stradale vicino S. Maria — verso le 3 p. m., essa fu scoperta dal nemico, che cominciò a tirarci delle granate — ciocchè cagionò un po di confusione tra i nostri — ma per un momento — ed i giovani bersaglieri Milanesi, che marciavano avanti — al tocco di carica, si precipitarono sul nemico —
Le catene dei bersaglieri Milanesi furon tosto seguite da un battaglione della stessa brigata — che caricò impavidamente il nemico, senza fare un tiro come aveva l'ordine.
Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo — è a destra di quello da S. Maria a Capua — e forma con questo, un'angolo di circa 40 gradi — dimodocchè procedendo la collonna nostra per lo stradale, lo spiegamento della stessa doveva esser sempre sulla sinistra — ove si trovava il nemico in gran numero dietro a ripari naturali — Impegnati che furono i Milanesi e Calabresi — io spinsi al nemico la brigata Eber, sulla destra dei primi — Ed era bel vedere i veterani dell'Ungheria[108] coi loro compagni dei Mille — marciare al fuoco colla tranquillità, col sangue freddo — con cui si passeggia in un campo di manovre, e collo stesso ordine — La brigata Assanti, seguì il movimento in avanti — e la ritirata del nemico tardò poco a manifestarsi verso Capua.
Il movimento di cotesta collonna d'attacco sul nemico del centro — fu quasi simultaneamente seguito a destra dalle divisioni Medici ed Avezzana — e sulla sinistra dal resto della divisione Türr — sullo stradale di Capua.
Il nemico dopo d'aver combattutto ostinatamente fu sbaragliato su tutta la linea — e si ritirò in disordine dentro Capua, protetto dal cannone della piazza — verso le cinque p. m. — Circa a quell'ora il generale Bixio, mi annunciava la sua vittoria dell'ala destra sui borbonici — Per cui, io potei telegrafare a Napoli:
«Vittoria su tutta la linea».
Il fatto del 1º Ottobre al Volturno — fu una vera battaglia campale —
Ho già detto: esser la nostra linea difettosa, per irregolarità, e per troppa estensione — Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso, il piano di battaglia dei generali borbonici.
Essi ci diedero una battaglia parallella, potendo darcela obliqua — con cui avrebbero inutilizzato le opere nostre di difesa — e ricavato dei vantaggi immensi.
Essi ci attaccarono con forze considerevoli, su tutta la linea — in sei punti diversi — A Maddaloni — a Castel Morrone — a S. Angelo — a S. Maria — a S. Tammaro, ed a S. Leucio[109] —
Diedero così una battaglia parallella — cozzando con posizioni e forze preparate a riceverli — Se avessero, invece, preferito una battaglia obliqua, ciocchè stava in loro potere — avendo essi l'iniziativa dell'attacco — facilitata dalla forte posizione di Capua — a cavallo — e con ponti sul Volturno — minacciando con avvisaglie di notte — cinque dei punti sumentovati — e nella notte stessa portare quaranta milla uomini — sulla nostra sinistra a Santammaro — io non dubito: essi potevano giungere a Napoli, con poche perdite. Non sarebbe stato — perciò — perduto l'esercito meridionale — ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato — massime tra le impressionabili popolazioni Partenopee —
Un'altro motivo d'inferiorità borbonica — era pure: «il far fuoco avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici — a cui fu fatale, in tutti gli incontri coi volontari nostri — che all'incontro li vinsero sempre — colle loro cariche a fondo e senza fare un tiro —
Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo, colle nuove armi di precisione — ed io dico con convincimento: esser più necessario ancora con tali armi —
Supponiamo un campo di battaglia piano, e sprovvisto d'ostacoli — Due linee di bersaglieri stanno in presenza — l'una marciando, e facendo fuoco sull'altra, ferma e rispondendo ai tiri nemici —
Io dico: il vantaggio esser per la linea ferma — poichè questa, carica l'arma e fa fuoco con più sangue freddo e meno spossatezza — Il milite obliqua meglio il corpo — per presentare meno superficie possibile ai projetti nemici — Mentre quello che avanza, deve essere più agitato — quindi meno precisi i suoi colpi — e sopratutto è impossibile, ch'egli possa andare avanti senza esporre il suo corpo, più di quello che aspetta — Colle armi odierne — se una catena di bersaglieri ha il sangue freddo d'aspettarne una nemica che venga, facendo fuoco avanzando — essa perderà certamente molti uomini — ma certo dei nemici non ne giungerà uno illeso — Poi, son pochi i paesi — e pochi i casi — ove una linea di bersaglieri, dovendo aspettare il nemico in posizione — non trovi nella stessa, alcun'ostacolo da coprire in parte, od in totale i suoi militi — In quest'ultimo caso — a parità di numero — non vi sarà un solo soldato — della catena avanzando, che possa giungere a quella che aspetta in posizione. O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni — o conviene caricarlo sino alla mischia — senza di che, si perderà molta gente — e non si giungerà alla meta —
Uno dei grandi vantaggi nostri alla battaglia del Volturno — fu pure la bravura dei nostri ufficiali — Quando si ha dei luogotenenti come Avezzana, Medici, Bixio, Sirtori, Türr, Eber, Sacchi, Milbitz, Simonetta, Missori, Nullo ecc. — è ben difficile: veder la vittoria, disertar le bandiere della libertà e della giustizia —
3º periodo.
CAPITOLO XVII.
Bronzetti a Castel Morrone — 1º ottobre 1860.
Accanto alle immortali famiglie dei Cairoli, Debenedetti — e di tante altre — per cui veste lutto l'Italia — posiamo alla venerazione di tutti quella dei Bronzetti —