Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 31
Il centro colle sue rispettive riserve, sullo stradale che conduce in Melazzo — seguendo il littorale — avea la fronte coperta da un muro di cinta fortissimo — a cui s'eran praticate molte feritoje — Lo stesso muro poi, era coperto da foltissimo cannetto — che ne rendeva l'assalto di fronte impraticabile — Dimodocchè il nemico ben riparato, con armi buone — osservava, e fucilava i nostri poveri militi, fallacemente coperti dai suaccennati cannetti —
La loro sinistra, in possesso d'una linea di case, a levante di Melazzo, formava martello — e quindi fiancheggiava con fuoco micidiale chi assaltava il centro — l'ignoranza del terreno su cui si pugnava, fu la causa principale di perdite considerevoli per parte nostra — e molte cariche che si fecero sul centro nemico, potevano risparmiarsi —
La mia prima idea d'attacco — era stata di assaltare il nemico, prima di giorno, rompendone il centro con una forte collonna in massa — coll'oggetto di dividerlo, separar la sua sinistra — farla prigioniera se possibile — e menomare così la sua superiorità in artiglieria e cavalleria —
Non fu però possibile l'esecuzione di tal piano, per esser giunti a riunirsi tardi i corpi nostri sparsi in diverse posizioni — ed era gran giorno quando s'iniziò il combattimento generale —
L'oggetto mio principale — essendo stato pure: di chiudere il centro e la destra nemica in Melazzo — ove non avrebbero potuto sostenersi molto tempo — tanta gente e la guarnigione della piazza — feci perciò portare la maggior parte delle nostre forze sul centro e la sinistra del nemico — ove si attaccò vigorosamente —
Essendo il campo di battaglia, una pianura perfetta, coperta d'alberi, vigne, e cannetti — non si potevano scoprire le posizioni del nemico —
Invano io ero salito sul tetto d'una casa per poter discernere qualche cosa — Invano, avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo —
Molti morti, e molti feriti, erano il risultato delle nostre cariche sul centro — ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto scoprire il nemico, che da dietro il terribile riparo — dalle feritoje li fulminava —
Si durò così, in una pugna ineguale ed accanita sino dopo il meriggio — A quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia — e si rimaneva scoperti da quella parte —
La nostra destra e centro — che s'erano riunite al comun pericolo — tenevano — ma con molta difficoltà — e con perdite ben considerevoli —
Bisognava però vincere: e tale era il fatale animatore di quella stupenda campagna — ove nei più serii dei nostri combattimenti — come Melazzo ed il Volturno — fummo perdenti per più di metà della giornata — ed ove a forza di costanza — e di non disperar giammai — si pervenne a sconfiggere un nemico superiore in tutto — Servan gli esempi di coteste _facili vittorie_ ai nostri figli che dopo di noi saranno obligati di sostenere l'onore Italiano sui campi di battaglia —
Bisognava vincere! Le nostre perdite eran maggiori, di quante lo furono nelle varie pugne dell'Italia meridionale — La gente era stanca — Il nemico aveva comparativamente perduto nulla — I suoi soldati freschi, intatti — e le sue posizioni formidabili — Eppure bisognava vincere!
E gl'italiani devono vincere — sinchè duri sotto il talone straniero — la benchè minima parte della terra — che dia vita ai Bronzetti[98] ed ai Monti[99] —
Come già dissi: tutte le condizioni della battaglia erano in favore del nemico sino verso il pomeriggio — ed i nostri prodi, non solo, non avevano avanzato un passo — ma avevan perduto terreno — massime sulla nostra sinistra —
«Procura di sostenerti come puoi, dissi io al generale Medici — che comandava nel centro: — io raccolgo alcune frazioni dei nostri, e cercherò di portarmi con esse sul fianco sinistro del nemico»
Tale risoluzione fu la chiave della giornata — Il nemico incalzato di fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare — si caricò francamente — e vi si tolse un cannone che ci aveva danneggiato molto tirando a mitraglia di rimbalzo lungo lo stradale —
Una carica della cavalleria, che si trovava di sostegno al pezzo catturato — fu eseguita dai borbonici d'un modo brillante — e ricacciò i nostri un pezzo indietro — dimodocchè io stesso rimasi oltrepassato dai caricanti cavalieri, ed obligato di gettarmi in un fosso laterale alla strada — ove difendermi colla sciabola alla mano —
Tale circostanza durò poco — Il collonnello Missori colla solita sua bravura — mi apparve alla testa dei vari distaccamenti nostri — che antecedentemente avean conquistato il cannone — e mi disimpegnò — e sbarazzò col suo revolver del mio antagonista di cavaleria nemica —
I distaccamenti suddetti erano: la compagnia Bronzetti — e siciliani di nuova formazione — comandati dal prode collonnello Dunne — Non ricordo gli altri —
Rincalzato il nemico da cotesti valorosi — piegò finalmente, e ritirossi precipitosamente verso Melazzo, spinto dall'intiera assalitrice nostra linea —
La vittoria fu completta — Invano le forti artiglierie della piazza proteggevano la ritirata dei borbonici —
I nostri militi disprezzando il grandinare della metraglia, e dei moschetti — assaltarono Melazzo, e prima di notte, erano padroni della città — avevano circondato il forte da tutti i lati — ed innalzato barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza —
Il trionfo di Melazzo fu comprato a ben caro prezzo il numero de' morti e feriti nostri, fu immensamente superiore a quello dei nemici — E qui, è nuovamente il caso di ricordare le armi pessime con cui hanno dovuto combatter sempre — i nostri poveri volontari[100] —
Quella giornata, se non fu delle più brillanti, fu certo delle più micidiali — I borbonici vi combatterono — e sostennero le loro posizioni bravamente per più ore —
Comunque il destino del Borbone era segnato —
I risultati ne furono stupendi — Il nemico rinchiuso in Melazzo, fu presto obligato di ritirarsi nella cittadella — ove fu cinto di barricate, erette da noi stessi — ed ove trovandosi calcato, per mancanza di spazio a tanta gente, fu obligato di capitolare, il 23 Luglio 1860 — rendendo fortezza, artiglieria, munizioni — ed una quantità di muli per i cannoni —
Padroni di Melazzo, e di tutta l'isola — meno le fortezze di Messina, Agosta, e Siracusa — portammo subito le nostre forze sullo stretto — Il generale Medici, occupò Messina, senza resistenza — fortificammo la punta del Faro; ed i nostri vapori poterono liberamente trafficare da Palermo alle posizioni del littorale da noi occupate —
Dall'occupazione di Palermo — si erano acquistati altri piroscafi mercantili — e coll'acquisto poi del _Veloce_[101] vapore da guerra borbonico, che ci condusse il bravo comandante Anguissola — ci trovammo con una piccola marina, che ci servì ottimamente in tutti i nostri bisogni —
Occupammo dunque lo stretto di Messina dal Faro, a quella città —
Le collonne Bixio, ed Eber[102] ci ragiungevano per le vie di Girgenti e Caltanisetta — e si formò una quarta divisione Cosenz — Dimodocchè ci trovammo ben presto, con una forza imponente, per noi assuefatti a vederne ben poca —
3º periodo.
CAPITOLO XI.
Nello stretto di Messina.
Giunti allo stretto — bisognava passarlo — Sicilia reintegrata nella grande famiglia Italiana — era certo un bellissimo acquisto ¿Ma che? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompletta, monca, la patria nostra? E le Calabrie, e Partenope, che ci aspettavano a braccia aperte? Ed il resto d'Italia, ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava passarlo — a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici — e di chi per loro!
Un giorno, si potè, per mezzo d'un parteggiante nostro Calabrese, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d'Alta fiumara — molto importante punto, della costa orientale dello Stretto — Incaricai i colonnelli Missori, e Mussolino di passare con dugento uomini nella notte — e procurare d'impadronirsi del forte suddetto —
Ma sia per difetto d'intelligenza — per paura della guida — o per altri motivi, l'impresa fallì — La gente sbarcata s'incontrò con una pattuglia nemica, che sconfisse — ma che, dando l'allarme furono i nostri obligati di prender le montagne —
Il preludio dell'impresa non era favorevole — e convenne abandonare il progetto di passare lo stretto a Faro e cercare di eseguire il passaggio in altra parte —
In quei giorni, giunse da Genova, Bertani e mi annunciò: che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna — circa cinque milla uomini dei nostri, da lui riuniti a Genova — e spediti a quella via pria della sua partenza di là — Tale determinazione di fermare cotesta gente agli Aranci, aveva origine da chi: come Mazzini, Bertani, Nicotera, ecc. — senza disapprovare le operazioni nostre nell'Italia meridionale, opinavano per diversioni nello stato pontificio o Napoli — o forse ancora, repugnavano di sottomettersi all'ubbidienza della Dittatura —
Per non urtare intieramente coll'idea strategica di quei Signori — mi nacque il pensiero di ragiungere io stesso cotesti cinque milla uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli —
M'imbarcai dunque con Bertani, a bordo del _Washington_, dirigendoci per gli Aranci (golfo) —
Giunti in quel porto — trovammo parte soltanto della spedizione — il maggior numero s'era già diretto per Palermo — Tale circostanza mi fece cambiar d'opinione sul progetto per Napoli —
Imbarcammo parte della gente sul _Washington_ perchè fosse più comoda — passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Melazzo, e tornammo a punta di Faro — ove il generale Sirtori avea già disposto: due piroscafi nostri, il _Torino_ ed il _Franklin_ — facessero il giro della Sicilia, da Settentrione, ad occidente, e ostro sino nella parte orientale dell'isola a Taormina —
Fu cotesta: savia e felice risoluzione — I due piroscafi suddetti — giunsero a Giardini — porto di Taormina, v'imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria —
Dovendo la spedizione de' due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per Calabria — lo stesso giorno del mio arrivo a Faro — io m'imbarcai per Messina — vi presi una vettura — e giunsi a tempo per imbarcarmi col _Franklin_, e passare anch'io in Calabria —
Io voglio narrare un'incidente curioso successo a Giardini pria della nostra partenza per Calabria —
Giunto in quel punto della costa orientale Siciliana, vi trovai il generale Bixio, occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard — a bordo dei due piroscafi _Torino_ e _Franklin_ —
Il magnifico _Torino_ aveva già molta gente a bordo, ed era in buonissimo stato — Il _Franklin_ all'incontro andava a pico, era quasi pieno d'acqua — ed il macchinista, protestava che non poteva seguire viaggio in tale stato —
Da ciò Bixio si trovava molto contrariato — e si disponeva a partire col _Torino_ solo — Io però, essendo stato a bordo al _Franklin_ — ed avendo fatto gettar in mare quasi tutti gli ufficiali di bordo — sommergersi e cercare se potevano trovare la falla[103]. Mandai — nello stesso tempo — sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori — e con quelli fare della purina[104] — ciocchè stagnò alquanto il legno — radolcì il macchinista — e sapendosi che io stesso andrei col _Franklin_ — si cominciò ad imbarcare il resto della gente — e verso le 10 p. m. navigammo verso la costa di Calabria — ove si giunse felicemente —
3º periodo.
CAPITOLO XII.
Sul continente Napoletano.
Circa alla fine d'Agosto 1860 — e verso le 3 a. m. d'una bella giornata aprodammo sulla spiaggia di Melito — All'alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli — e senza l'arenamento del _Torino_ — che non potè uscire, ad onta degli sforzi fatti dal _Franklin_ per tirarlo fuori — potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio —
Alle 3 p. m. comparvero tre vapori borbonici capitanati dal _Fulminante_ — e cominciarono a cannonegiare, gente, vapore, ed ogni cosa — Provarono di metter fuori il _Torino_ — ma non potendovi riuscire lo incendiarono — Il _Franklin_ era partito e fu salvo —
Verso le 3 della mattina, del giorno seguente lo sbarco, noi marciammo su Reggio — Passammo il capo dell'Armi, per lo stradale, e meriggiammo vicino un villagio, che si trova tra quel capo — e la bella sorella di Messina — La squadra nemica osservava i nostri movimenti —
Verso sera, ripresimo la marcia su Reggio — e giunti ad una certa distanza della città — obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così, gli avamposti nemici, che ci aspettavano sullo stradale.
Il collonnello Antonino Plutino, e vari patriotti Reggiani erano con noi — dimodocchè avevamo delle buone guide. Fecimo varie fermate, durante la notte, per lasciare riposare la gente, e per riunirla — ed alle due della mattina — assaltammo Reggio —
3º periodo.
CAPITOLO XIII.
Assalto di Reggio.
L'assalto di Reggio, si eseguì dalla parte delle colline, cioè dall'oriente — ove trovammo poco resistenza per non essere aspettatti da quella parte — Le truppe borboniche si rinchiusero nei forti — dopo d'averci scaricato le loro armi — per cui ebbimo feriti il generale Bixio, il collonnello Pluttino e pochi altri ufficiali e militi — Gli avamposti nemici furono tagliati e parte fatti prigionieri — In quella notte successe uno di quei fatti, che può servire di norma ai giovani militi — e che si deve scansare inesorabilmente.
Io raccomando sempre: nelle operazioni di notte, di non sparare — e non mancai di ripeterlo varie volte in quella stessa notte — prima, e durante la marcia — Ma ad onta delle mie ammonizioni, i miei giovani compagni — mentre erano schierati sulla piazza di Reggio — dopo d'aver fugato il nemico nei forti — un tiro che partì dalle file — e chi dice da una finestra — forse involontariamente — fece sparare i fucili a tutta la collonna, composta di circa due milla uomini, senza vedere un solo nemico.
Io, che mi trovavo a cavallo, in mezzo a quel quadrato di tempesta — l'ordinanza della gente era in quadrato come la piazza — mi gettai giù, con una sola venturosa palla nel capello.
Non è la prima volta ch'io vedo tale sconcio, veramente vergognoso per dei militi — che al coraggio devono sempre aggiungere il sangue freddo — Sconci, che quando non sono accompagnati dalla fuga sono rimediabili — come successe in questa circostanza — Ma quando il panico si complica colla fuga — e qualche volta da certi codardi — col «salva chi può» allora ciò diventa proprio roba disonorevolissima — non da castigarsi colla fucilazione, ma a legnate ed a calci!
«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dalla canaglia — e quel grido aver per conseguenza la fuga di giovani militi non sperimentati — che trascina poi sovente i provetti con loro — Ed uomini cui succedono tali vergogne — devono desiderare naturalmente: sia la codardia loro, coperta dalle tenebre della notte — perchè, se di giorno — essi avranno il soghigno — il disprezzo — anche delle abitatrici di lupanari.
Ma stolti che sono! Se vi fosse realmente della cavalleria — ciocchè non succede generalmente nei panici — cagionati per lo più da cause frivole — ¿Non sarebbe meglio ricevere tale cavalleria, alla punta del moschetto — che col piatto delle spalle — essendo la cavalleria — veramente temibile per la gente che fugge?
Una carica di cavalleria, per le strade, o piazze d'una città — con cui una ventina d'uomini a cavallo, disperdono moltitudini di migliaia — Ma un individuo solo a piedi, col suo fucile, mettendosi lateralmente alla strada, alla piazza — in una porta — o dietro un pilastro — punta un cavaliere qualunque — e li porta via la punta del naso — in caso non abbia voglia di rovesciarlo — In ogni modo i panici — a cui vanno soggetti, massime i meridionali — sono disonorevoli a qualunque classe di militi — e l'unico miglior rimedio: si è di procurare non sparino i militi — cioè: sparino poco di giorno — e meno ancora di notte.
Padroni della città, al far del giorno, io dissi al generale Bixio: «Io, salgo sulle alture per scoprire, e vi lascio». Due erano i motivi, che mi spingevano a tale determinazione. Il primo: era di osservare, se rimanevano forze nemiche fuori di Reggio — Il secondo: veder se arrivava la collonna Eberard ch'era rimasta in dietro, e doveva giungere nella mattina —
Appena giunto sulle alture che dominano Reggio, io vidi una collonna nemica, forte di due milla uomini circa — che veniva da tramontana, avanzandosi sulle alture ch'io occupavo — Nel muovermi da Reggio — avevo fatto marciare meco una piccola compagnia di fanteria — e mi accompagnavan pure i tre ajutanti miei: Bezzi, Basso, e Canzio — che tutti furono obligati di moltiplicarsi in quel giorno, per la pocchezza del nostro numero, a proporzione di quello del nemico —
Io avevo collocato la mia piccola forza, sul punto culminante delle colline — ove si trovava la casa d'un colono — ch'io feci ritirare prevedendo un combattimento.
La mia previsione non andò errata: la collonna del generale Ghio, comandante in capo le forze di Reggio — s'avanzava realmente ed era vicinissima. Io posi in situazione di difesa la compagnia suddetta — e mandai per rinforzi nella città.
La posizione era delicata: i nemici eran molti — i miei pochi — e se i borbonici, in luogo di seguire il loro metodo prediletto: di far fuoco avanzando — caricano a dirittura i miei pochi militi — era impossibile di resister loro — ed incerto, l'esito della giornata — Giacchè essendo la città di Reggio, sulla sponda del mare — le colline circostanti la coronano da quasi ogni parte, meno da quella dello stretto — ed essendo i borbonici padroni di tali alture dominanti, e dei forti che si trovavano tuttora in loro potere — facilmente diventava per noi un rovescio — Ma anche questa volta la vittoria doveva sorriderci: giungendo in pochi — ma solleciti, i rinforzi inviati dal generale Bixio — si tennero le alte posizioni, da prima occupate — ed essendo accresciuti i nostri, in numero sufficiente — si caricò il nemico, che abbandonò il campo di battaglia — e si pose in ritirata verso settentrione.
I risultati dei combattimenti di Reggio — furono d'un'importanza somma — Si arresero i forti dopo alcuna difesa — Si rimase padroni d'un enorme materiale, da bocca e da guerra — ed ebbimo come base d'operazione sul continente una piazza, per noi, ben importante.
Nella mattina si perseguì il corpo di Ghio — che capitolò il giorno dopo — lasciando in nostro potere, molte armi minute — ed alcune batterie di campagna.
Si arresero tutti i forti che dominano lo stretto di Messina — compresovi Scilla — nelle vicinanze del quale era sbarcata la divisione Cosenz — che riunita alla divisione Bixio, contribuì alla capitolazione di Ghio.
Qui, devo menzionare una perdita preziosa per la democrazia mondiale — Deflotte, rappresentante del popolo a Parigi nel tempo della Republica — proscritto dal Bonaparte — s'era riunito ai Mille in Sicilia — e passò lo stretto colla divisione Cosenz.
I borbonici, all'annunzio dello sbarco di detta divisione, giunsero al littorale per attaccarla — e si contentarono però: di molestarla con alcune scaramuccie — In una di queste, il nostro Deflotte con un contegno d'intrepidezza ammirabile — fu ferito a morte da piombo nemico.
La nostra marcia lungo le Calabrie, fu un vero, e splendido trionfo, progredendo celeremente, tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte di loro in armi, contro l'oppressore borbonico.
A Soveria mise abasso le armi, la divisione Vial, forte di circa otto milla uomini — dandoci un materiale immenso, in cannoni, moschetti, e munizioni — La brigata Caldarelli, capitolò colla collonna Calabrese di Morelli a Cosenza.
Infine dopo una corsa celere, di pochi giorni da Reggio a Napoli — precedendo sempre le mie collonne che non potevan ragiungermi, ad onta di marcie forzate — io giunsi nella bella Partenope.
3º periodo.
CAPITOLO XIV.
Ingresso a Napoli — 7 Settembre 1860.
L'ingresso nella grande capitale — ha più del portento, che della realtà — Accompagnato da pochi ajutanti — io passai frammezzo alle truppe borboniche, ancor padrone, e mi presentavano l'armi, con ossequio più rispettoso certamente — che non lo facevano in quei tempi ai loro generali.
Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope, non ricorderà il gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva l'aborrita dinastia, che un grande statista Inglese, avea chiamato «Maledizione di Dio!» e sorgeva sulle sue ruine, la sovranità del popolo — che una sventurata fatalità, fa sempre poco duratura.
Il 7 settembre, un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici, che si chiamavano ajutanti[105], entrava nella superba capitale dal focoso destriero[106] acclamato, e sorretto dai cinque cento milla abitatori, la di cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un'esercito intiero — li spingeva alla demolizione d'una tirannide — all'emancipazione dei sacri loro diritti — la di cui scossa, avrebbe potuto movere l'intiera Italia, e portarla sulla via del dovere — il di cui ruggito, basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili — ed a rovesciarli nella polve!
Eppure il plauso, ed il contegno imponente del grande popolo, valsero nel 7 settembre 1860 a mantenere innocuo l'esercito borbonico, padrone ancora dei forti, e dei punti principali della città — da dove avrebbe potuto distruggerla.
Io entrava in Napoli — mentre tutto l'esercito meridionale, trovavasi ancora ben distante verso lo stretto di Messina — ed il re di Napoli — avea abandonato, il giorno antecedente, il suo seggio per ritirarsi a Capua.
Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori popolani — ed i ricchi tapeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo calzare del proletario.
Esempi questi, che dovrebbero servire — a qualche cosa, anche per i governi — che falsamente si titolano riparatori — almeno al miglioramento della condizione umana — ma che non servono per l'egoïsmo, l'albagìa, la cocciutaggine degli uomini del privilegio — che non si correggono nemmeno quando il leone popolare, spinto alla disperazione, rugge alle loro porte, per sbranarli con ira selvaggia, ma giusta, ma figlia dell'odio seminato dalla tirannide —
A Napoli, come in tutti i paesi percorsi dallo stretto di Messina — le popolazioni furono sublimi d'esaltazione e d'amor patrio — ed il loro imponente contegno — contribuì certo moltissimo, a sì brillanti risultati.
Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale — fu il tacito consenso, della marina militare borbonica — che avrebbe potuto: se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale — E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i corpi dell'esercito meridionale, lungo tutto il littorale Napoletano, senza ostacoli — ciocchè non avrebbero potuto eseguire con una marina assolutamente contraria.
In Napoli più potente che a Palermo, aveva il Cavourismo lavorato indefessamente — e vi trovai non piccoli ostacoli — Corroborato poi dalla notizia: che l'esercito Sardo invadeva lo stato pontificio, esso diventava insolente.
Quel partito basato sulla corruzione — nulla avea lasciato d'intentato — Esso s'era lusingato pria, di fermarci al di là dello stretto — e circoscrivere l'azione nostra nella sola Sicilia — Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone — per cui già un vascello della marina militare Francese era comparso nel Faro — Qui ci valse immensamente il veto di Lord John Russel — che in nome d'Albion imponeva al sire di Francia: di non mischiarsi delle cose nostre.