Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 29
Si cominciò a parlare di Dittattura, ch'io accettai senza replica — poichè l'ho sempre creduta la tavola di salvezza, nei casi d'urgenza — e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli —
La mattina del 12, partirono i Mille per Salemi — ma essendo la distanza troppa per una tappa — ci fermammo allo stabilimento agricolo di Mistretta, ove passammo la notte — Non vi trovammo il principale dello stabilimento — ma un giovinetto fratello di quello, fece gli onori dell'ospitalità — con modo gentile e generoso — A Mistretta si formò una nuova compagnia con Griziotti —
Il 13 marciammo a Salemi — ove fummo bene accolti dalla popolazione — ed ove cominciarono a riunirsi a noi le squadre dei S. Anna d'Alcamo, ed alcuni altri volontari dell'isola.
Il 14 occupammo Vita o S. Vito — ed il 15 cominciammo a vedere il nemico, che occupando Calatafimi, e sapendo del nostro approssimarsi a quella volta — aveva spiegato la maggior parte delle sue forze sulle alture, chiamate: «il pianto dei Romani»[90].
3º periodo.
CAPITOLO IV.
Calatafimi — 15 Maggio 1860.
L'alba del 15 Maggio — ci trovò in buon ordine sulle alture di Vita — e dopo poco, il nemico ch'io sapevo in Calatafimi — usciva in collonna dalla città alla direzione nostra —
I colli di Vita, sono fronteggiati, dalle alture suddette «del pianto dei Romani» ove il nemico spiegò le sue collonne — Dalla parte di Calatafimi, coteste alture hanno un dolce declivio — Il nemico le ascese facilmente, e ne coronò tutti i vertici — che dalla parte di Vita sono formidabilmente scoscesi —
Occupando noi le alture opposte ad ostro — io avevo potuto scoprire esattamente tutte le posizioni tenute dai Borbonici — mentre questi, appena potevano vedere la catena di tiratori formata dai carabinieri Genovesi alli ordini di Mosto — e che coprivano la fronte nostra — essendo tutte le compagnie indietro coperte, e formate in scaglioni — La nostra povera artiglieria era collocata alla sinistra nostra, sullo stradale, agli ordini di Orsini — che fece alcuni buoni tiri — comunque — Dimodocchè tanto noi, che i nemici occupavamo fortissime posizioni, di fronte le une delle altre — e divise da uno spazioso terreno, con pianure ondulate e poche cascine di campagna — Era quindi vantaggioso: aspettare il nemico nelle posizioni proprie.
I borbonici, in numero di circa due milla uomini con alcuni pezzi d'artiglieria — scoprendo poca gente dei nostri, non uniformati, e frammisti a dei villici — avanzarono baldanzosi alcune catene di bersaglieri, con sostegni, e due pezzi d'artiglieria —
Giunti a tiro — essi cominciarono il fuoco: di carabine e cannoni — continuando ad avanzare su di noi —
L'ordine tra i Mille, era di non sparare, e di aspettare il nemico vicino — Comunque — già i prodi Liguri, avendo un morto, e vari feriti — uno squillo di tromba, suonando una sveglia Americana — fermò il nemico — come per incanto — Esso capì: che non aveva da fare colle sole squadre dei Picciotti — e le sue catene coi pezzi — accennarono ad un movimento retrogrado — Fu questa la prima paura che sentirono i soldati del despotismo al cospetto dei Flibustieri[91].
I Mille toccarono allora la carica: i Carabinieri Genovesi in testa — e con loro un'eletta schiera di giovani, impazienti di venir alle mani —
L'intenzione della carica: era di fugare la vanguardia nemica e d'impossessarsi dei due pezzi — ciocchè fu eseguito con un impeto degno dei campioni della libertà Italiana — non però di attacar di fronte, le formidabili posizioni occupate dai borbonici — con molte forze — Però, chi fermava più, quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono «alto» — i nostri non le udirono — o fecero come Nelson alla battaglia di Copenhaguen[92] —
I nostri fecero i sordi al tocco d'_alto_ delle trombe — e portarono a bajonettatte la vanguardia nemica, sino a mischiarla col grosso delle sue forze —
Non v'era tempo da perdere — o perduto sarebbe stato quel pugno di prodi — Subito dunque, si toccò a carica generale — e l'intiero corpo dei Mille — accompagnato da alcuni coraggiosi Siciliani e Calabresi — mosse a passo celere alla riscossa —
Il nemico avea abandonato il piano — ma ripiegato sulle alture, ove trovavansi le sue riserve — tenne fermo — e difese le sue posizioni, con una tenacità ed un valore degni d'una causa migliore —
La parte più pericolosa dello spazio che si doveva percorrere, era nella vallata piana, che ci divideva dal nemico — Ivi piovevano projetti d'artiglieria e di moschetteria, che ci ferirono un bel po' di gente — Giunti poi al piede del monte Romano — si era quasi al coperto delle offese — ed in quel punto, i Mille — alquanto diminuiti di numero, si aggruparono alla loro vanguardia —
La situazione era suprema: bisognava vincere — e con tale risoluzione, si cominciò ad ascendere la prima banchina del monte — sotto una grandine di fucilate — Non ricordo il numero — ma certo eran varie le banchine da superare prima di giungere al vertice delle alture — ed ogni volta che si saliva da una banchina all'altra — ciocchè si doveva fare allo scoperto — era sempre sotto un fuoco tremendo. L'ordine di far pochi tiri fra i nostri — era consentaneo al genere di catenacci — con cui ci avea regalati il governo sardo — quasi tutti ci mancavano fuoco — Qui pure, fu grande il servizio reso dai prodi figli di Genova — che armati delle loro buone carabine, ed esercitati al tiro, sostenevano l'onore delle armi — E ciò serva di stimolo alla gioventù Italiana per esercitarsi — e si persuada che non basta il valore sui campi odierni di battaglia — bisogna esser destri nel maneggio delle armi — e molto —
Calatafimi! Avanzo di cento pugne — io, se all'ultimo mio respiro — io miei amici mi vedranno sorridere, per l'ultima volta, d'orgoglio — sarà ricordandoti — Poichè, io non rammento una pugna più gloriosa! I Mille, vestiti in borghese — degni rappresentanti del popolo — assaltavano con eroïco sangue freddo, di posizione in posizione, tutte formidabili, i soldati della tirannide — brillanti di pistagne, di galloni, di spalline, e li fugavano!
¿Come potrò io scordare: quel gruppo di giovani che tementi di vedermi ferito, mi attorniavano, serrandosi, e facendomi del loro prezioso corpo, un baluardo impenetrabile?
Se io scrivo commosso a tante memorie — ne ho ben donde! E non è forse dover mio rammentare all'Italia, almeno i nomi di quei suoi valorosi caduti? Montanari, Schiaffino, Sertorio, Nullo, Vigo, Tuckeri, Tadei — e tanti ch'io sono ben dolente di non ricordare?
Come ho già detto: il pendio meridionale, che noi dovevamo salire — del monte Romano — era formato di quelle banchine usate dagli agricoltori nei paesi montani — Si giungeva celeremente sotto la ripa d'una banchina cacciando avanti il nemico e posavamo per prender fiatto — e preparsi all'assalto — coperti dalla ripa stessa —
Così procedendo, si guadagnava una banchina dopo l'altra, sino all'alta cima, ove i borbonici fecero un'ultimo sforzo, e la difesero con molta intrepidezza — al punto che molti cacciatori nemici — avendo terminato le munizioni — ci scaraventavano delle pietre —
Si diede finalmente l'ultima carica — I più prodi dei Mille serrati in massa sotto l'ultimo riparo — dopo d'aver preso fiatto — misurando coll'occhio lo spazio da percorrere ancora — per incrociare i ferri col nemico — si avventarono come leoni — colla coscienza della vittoria, e della santissima causa per cui pugnavano —
I borbonici non sostennero la terribile spinta dei maschi campioni della libertà — fuggirono, e non si fermarono che nella città di Calatafimi — distante alcune miglia dal campo di battaglia —
Noi cessammo di perseguirli, a poca distanza dell'entrata della città, situata in posizione fortissima — Combattendo, bisogna vincere — quest'assioma è verissimo in tutte le circostanze — ma massime, quando s'inizia una campagna —
La vittoria di Calatafimi, benchè di poca importanza per ciò che riguarda gli acquisti — avendo noi conquistato un cannone, pochi fucili, e pochi prigionieri fu d'un risultato immenso per l'effetto morale, incoraggiando le popolazioni, e demoralizzando l'esercito nemico —
I pochi flibustieri, senza galloni o spalline, e di cui si parlava con solenne disprezzo — avevano sbaragliato più migliaja delle migliori truppe del Borbone, con artiglieria ecc. — e comandate da un generale di quelli — che come Lucullo — mangiano il prodotto d'una provincia in una cena —
Un corpo di borghesi — ancorchè flibustieri — animati da amor di patria — ponno dunque vincere anch'essi — senza bisogno di tante dorature —
Il primo risultato importante, fu la ritirata del nemico da Calatafimi, che noi occupammo nella mattina seguente — 16 Maggio 1860 —
Il secondo risultato, molto valevole, fu l'assalto dato delle popolazioni di Partinico, Borgetto, Montelepre ed altre, sul nemico che si ritirava —
In ogni parte poi, si formarono squadre, si riunirono a noi — e l'entusiasmo in tutti i paesi circonvicini giunse veramente al colmo.
Il nemico sbandato, non si fermò sino a Palermo — ove portò lo sgomento nei borbonici — e la fiducia nei patriotti —
I nostri feriti e del nemico furono raccolti in Vita e Calatafimi — Noi contammo tra i nostri delle perdite ben preziose:
Montanari, compagno mio di Roma e di Lombardia, ferito gravemente, morì dopo pochi giorni — Egli era uno di quelli, che i dottrinari chiamano demagoghi, perchè insofferenti di servaggio — amano la patria — e non vogliono piegare il ginocchio alle adulazioni, ed ai capricci dei grandi — Montanari era di Modena — Schiaffino giovine Ligure, di Camogli — anch'egli dei Cacciatori delle Alpi, e delle guide — morì sul campo tra i primi — vedovando l'Italia d'uno dei migliori e più valorosi militi — Egli lavorò molto, nella notte della partenza da Genova ed ajutò Bixio in quella delicata impresa —
De Amici — anch'egli dei cacciatori delle Alpi e delle guide — da valoroso morì tra i primi sul campo di battaglia —
Non pochi dell'eletta schiera dei Mille, caddero a Calatafimi, come cadevano i nostri padri di Roma — incalzando i nemici a ferro freddo — e colpiti per davanti — senza un lamento — senza un grido, che non fosse quello di _viva l'Italia!_
Ho già veduto alcune pugne, forse più accanite, e più disperate — ma in nessuna, ho veduto militi più brillanti, dei miei borghesi flibustieri di Calatafimi —
La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la brillante campagna del 60 — Era un vero bisogno: iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto d'armi — Esso demoralizzò gli avversari — che colla loro fervida immaginazione meridionale, raccontavan portenti sul valore dei Mille — V'erano tra loro quei che avean veduto le palle delle loro carabine, — dai petti dei militi della libertà — repulse — come se avessero colpito una lastra di bronzo — e rinfrancò i prodi Siciliani — anteriormente scossi dall'imponenza degli armamenti borbonici, e dal gran numero delle loro truppe — Palermo, Melazzo il Volturno, videro molti più feriti e cadaveri — Secondo me, però, la pugna decisiva fu Calatafimi — Dopo un combattimento come cotesto, i nostri sapevano che dovevano vincere — E quando s'inizia una pugna con quel prestigio, con quel vaticinio — si vince!
Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana — ad onta di tanta disparità di mezzi e di forze — sono una sventura per l'Italia — non tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi — come per la boria de' nostri nemici, che certamente non valgono più degli Italiani — ma che dovendo combatterci, verranno a noi, come su preda facile — su gente... che si spinge avanti col calcio del fucile. Alle prime, e solenni prove dell'Italia, vi vorrà un Fabio, che sappia temporeggiare occorendo — ed il nostro paese è tale, da poter guerreggiare come si vuole — accettare o no una battaglia — E quando le posizioni, e circostanze sieno convenienti — lanciare gl'italiani che saranno divenuti impazienti di pugna — e che per natura sono suscettibili di slancio — Verrà poi Zama — ove un Scipione, senza chiedere il numero dei nemici — li cercherà, e li porrà in fuga.
Anche in questo — io devo esser tormentato dall'idea del prete — che vuol fare degl'Itali tanti sagristani — E se l'Italia non vi rimedia è un affare serio — I gesuiti, altro non ponno fare: che ipocriti mentitori e codardi! Vi pensi chi deve — e sopratutto: che per marciare e dar delle splendide bajonetatte — vi vogliono uomini forti —
3º periodo, 1860.
CAPITOLO V.
Da Calatafimi a Palermo.
Calatafimi sgombro da' nemici fu da noi occupato — 16 Maggio 1860 — La maggior parte de' nostri feriti, era stata trasportata a Vita — A Calatafimi trovammo i più gravi feriti del nemico, e furon trattati da fratelli —
¿Avevano alcun rimorso coteste dominatrici famiglie d'Italia, nell'aizzare queste nostre popolazioni infelici — siccome mastini — le une contro le altre? Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio, non è stato forse d'inimicarle — per puro interesse individuale o dinastico? Ed il _monticino di fimo e di sangue_ — come Guerrazzi chiama il papato — non è forse lì, in Roma — nel cuore d'Italia — per venderla al maggiore offerente — e per tenerla perennemente divisa?
Sarebbe lunga e tediosa la storia di tutti cotesti signorotti — oggi per fortuna del nostro paese — per la maggior parte mendicanti — E se no, tuttora traditori e pervertitori delle nazioni —
Il 17 giungemmo ad Alcamo, città importante — e vi fummo accolti con molto entusiasmo —
A Partinico il popolo era frenetico — Molto maltrattato dai soldati borbonici, anteriormente alla pugna di Calatafimi — quando questi tornarono fuggendo e sbandati, la popolazione di Partinico diede loro adosso — massacrando quanti potevano, e perseguendo il resto verso Palermo —
Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati borbonici, per le vie, divorati dai cani!
Eran cadaveri d'Italiani — da Italiani sgozzati — che se cresciuti alla vita dei liberi cittadini, avrebbero servito eficacemente la causa del loro oppresso paese — ed invece: come frutto dell'odio, suscitato dai loro perversi padroni — essi finivano straziati, sbranati dai loro proprï fratelli, con tal rabbia da far inorridire le jene!
Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico, la collonna ascendeva per Borgetto sull'alti-piano di Renne — da dove dominava la Conca d'oro[93] e la vezzosa Regina dei Vespri — che se Italia, fra le sue cento città, avesse una mezza dozzina di Palermo — da molto tempo lo straniero, non calpesterebbe questa nostra terra — e certo, i governi dei birri e delle spie — o marcerebbero diritto, o il diavolo se li porterebbe via —
Renne, sarebbe una posizione formidabile, se, nello stesso tempo che domina lo stradale da Palermo a Partinico — essa non fosse dominata dalle alture immediate ad ostro e tramontana — che appartengono ai monti irregolari, che circondano la ricca vallata della capitale.
Renne è famosa nella campagna dei Mille, per due giorni di copiosa pioggia, passati senza il necessario per affrontare le intemperie — Ove fu assai incomodata la gente — ed ove quel pugno di prodi, provò: esser disposto ai disagi — siccome a sanguinose battaglie —
3º Periodo, 1860.
CAPITOLO VI.
Rosolino Pilo e Carrao.
Prima del cinque Maggio, partivano da Genova due giovani Siciliani, con destinazione alla Trinacria —
L'uno, bellissimo, e castagno di capigliatura, apparteneva ai principi di Capace — ed aveva quella delicatezza di forme, che sembrano una specialità dell'agiatezza —
L'altro aveva la bellezza del plebeo meridionale con una capigliatura d'ebano — un volto regolare ma bronzato — tarchiato della persona — e robusto — Egli era, a non ingannarsi, uno di quella casta — che la fortuna ha condannato a menar le braccia per la sussistenza — e che qualche volta, stimolati dall'ambizione, si lanciano al di fuori della loro orbite, e se coadjuvati dal genio, si vedono transitare dall'infimo della condizione umana, ai gradini superiori — Tali i Cincinnati, i Mario, ed i Colombi —
Ambi poi, Rosolino Pilo e Corrao — a cuore di Leone — E i Mille, li trovarono in Sicilia, dopo di una traversata portentosa — facendo propaganda emancipatrice — e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna a sollevarsi — colla speranza di pronti soccorsi dal continente —
Due individui e non più, sbarcavano sulla loro terra, proscritti, condannati a morte — e correvano l'isola intiera — compiendo il loro santo apostolato. E senza esitare dirò: con tanta sicurezza — come sulla terra d'asilo — Sappilo tirannide! E sappi: che questa non è contrada da spie! Tu hai perduto il tuo tempo, prodigando ogni specie di corruzione! Qui, su questa lava del padre dei Volcani — il tuo potere brutto di sangue — e di vergogne — è efemero!
Butta giù: quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno più crede, e mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo, o da Caracalla — qui, altro non è — che quistione di tempo — d'anni — forse di giorni — Che s'intendano questi ringhiosi discendenti delle discordie e della grandezza — ed in poche ore — come nei Vespri — verun vestigio resterà più del Maniscalchi, e simile sudiciume —
Rosolino Pilo, in una scaramuccia, con i borbonici, mentre i Mille facevano alcune fucilate nelle vicinanze di Renne, fu colpito da piombo nemico — mentre si accingeva a scrivermi, dalle alture di S. Martino — e stramazzò cadavere —
Italia, perdeva uno de' più prodi di quella brillante schiera — che col nobile contegno — fa obliare — o sentir meno le sue umiliazioni, e le sue miserie —
Corrao men fortunato di Rosolino — dopo d'aver pugnato valorosamente, in ogni combattimento del 60 — morì di piombo Italiano per gare individuali —
Sicilia — non dimenticherà certamente quei due eroïci suoi figli — veri precursori dei Mille —
3º periodo, 1860.
CAPITOLO VII.
Continua da Calatafimi a Palermo.
Dopo d'aver passato due giorni a Renne — con forti piogge — senza ricoveri — e poca legna — per cui fummo obligati, bruciare anche i pali da telegrafo — scesimo sino al villagio di Pioppo — sopra Monreale; ma non era quella, posizione conveniente, per la pochezza delle nostre forze —
Verso il 21 — una ricognizione del nemico — ove vi furono poche fucilate — mi fece determinare di ripigliar posizioni più forti — al dissopra dell'incrocicchio delle strade che confluiscono a Renne — tenendo così, libere le comunicazioni, per la via di Partinico che avevamo percorso — e per S. Giuseppe più ad Ostro —
La posizione suddetta era conveniente, come punto tattico — ed avressimo potuto ricevervi il nemico con vantaggio — Ma la strada, che da Palermo va a Corleone — mi sembrò più conveniente — a noi — sotto la doppia considerazione: di presentarci un teatro d'operazioni più vasto assai — e per metterci a contatto colle bande più numerose — che trovavansi dalla parte di Misilmeri, Mezzojuso e Corleone — ove mandato Lamasa per riunirle —
Mi decisi dunque, di traversare di notte — dallo stradale che occupavamo, a Parco, che si trova su quello di Corleone a Palermo.
Il movimento si principiò prima di notte — ma le difficoltà del sentiero, per ove dovettimo passare a spalla d'uomini — cannoni e materiale — e la dirottissima pioggia che durò tutta la notte — con folta nebbia — resero quella marcia la più disagiata ch'io m'abbia eseguito — ed era già gran giorno quando la testa della collonna, alla spicciolata giungeva in Parco —
I cannoni poi, appena verso sera terminarono d'arrivare con grandissimo stento —
La stessa pioggia, con nebbia folta, fu causa che il nemico, non ebbe conoscimento della nostra marcia — senonchè molto dopo il nostro arrivo a Parco —
Parco è dominato da posizioni forti — che noi occupammo — e sulle quali fecimo alcune opere di difesa collocandovi i nostri cannoni — Coteste posizioni però sono dominate da alti monti — e quindi girabili —
Il 24 Maggio, il nemico uscì da Palermo, con forze considerevoli, divise in due collonne — La prima veniva per la gran via, che dalla capitale va a Corleone, e nell'interno dell'isola — passando a Parco — La seconda dopo d'aver seguito per un pezzo, la strada di Monreale — traversò la vallata — e minacciò le nostre spalle — fiancheggiandoci alla sinistra — ed avviandosi verso le Portelle di Piana dei Greci —
Io non avrei temuto l'attacco di fronte — ad onta d'esser il nemico assai superiore in forze — ma il movimento alle spalle, per i monti che ci dominavano — mi fece disporre alla ritirata — prima dell'arrivo del nemico —
Ordinai, dunque, la marcia immediata dei cannoni e bagagli per la strada maestra — ed io con un pugno di Picciotti — e la compagnia Cairoli — mi recai ad incontrare per le Portelle, quella seconda collonna, che tentava di tagliarci la ritirata —
Il movimento nostro riuscì a meraviglia — Io giunsi sulle alture, prima che il nemico se ne impadronisse — ed alcune fucilate lo fecero fermare — Dimodocchè io mi trovai con tutte le mie forze a Piana — avendo per lo stradale di Corleone, libero tutto l'interno dell'Isola — e potendo movermi a piacimento —
Le popolazioni di Piana e Parco — ci giovarono moltissimo come ausiliari, e come pratici — massime un Barone Peta del primo paese —
A Piana dei Greci passammo tutto il resto della giornata — lasciando riposare la gente — In quel giorno ebbimo a deplorare la morte del prode giovane Mosto, fratello del Maggiore comandante della compagnia carabinieri Genovesi — che col solito valore, avea ritardato il procedere dei borbonici —
A Piana io mi decisi di sbarazzarmi dei cannoni e del bagaglio — per poter operare più liberamente su Palermo — congiungendomi colle squadre di Lamasa che si trovavano allora a Gibilrossa —
Al far della notte — quindi, io feci seguire cannoni, e bagagli, sulla strada di Corleone agli ordini di Orsini. Io colla gente, dopo d'aver preso la stessa via per un pezzo — obliquai a sinistra nella direzione di Misilmeri — per un sentiero boschivo non molto disagiato —
Il movimento dei cannoni sulla via di Corleone, ingannò il nemico, siccome io l'avevo sperato — Egli il 25, continuò la marcia verso quella città — credendo di perseguire tutta la forza nostra — ma non seguiva altro che Orsini — quasi senza gente —
Io traversai colla collonna il bosco Cianeto, ove dormimmo — il giorno seguente si raggiunse Misilmeri, ove la popolazione ci accolse con grande entusiasmo — ed il 26 a Gibilrossa — ove si trovava il nostro Lamasa con varie squadre riunite —
Dopo d'aver conferito con Lamasa, e cogli altri capi Siciliani, di fuori e dentro Palermo — si decise d'attaccare il nemico nella capitale della Sicilia —
In quel giorno 26 — vi furono vari stranieri, nel nostro campo — massime Inglesi ed Americani — manifestando molta simpatia per la bella causa dell'Italia — Un giovane ufficiale americano, si staccò un revolver dal cinturone e me l'offerse gentilmente come pegno dell'interesse che prendeva a noi —
Van Meckel e Bosco, comandavano la collonna borbonica che seguiva per Corleone dietro la nostra artiglieria — ed ignorando il nostro movimento su Gibilrossa — E bisogna confessare ad onore del bravo popolo Siciliano — che solamente in Sicilia, era ciò eseguibile — Sì! e solamente dopo due giorni, della nostra entrata in Palermo — seppero quei capi nemici: d'esser stati da noi ingannati — e giunti nella capitale, mentre ci credevano a Corleone —
La sera del 26, al principio della notte — s'iniziò la nostra marcia su Palermo, scendendo per un sentiero coperto, ed assai difficile, che conduce da Gibilrossa, sullo stradale di Porta Termini —