Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 28
Essa la sfida dovunque: la combatte tra le mura del monastero — e sulle cime de' suoi estinti volcani — Ma son pochi! Le falangi del tiranno sono numerosissime — ed i patrioti sono schiacciati, rigettatti dalla capitale — ed obligati di ricoverarsi nei monti — ¿E non sono i monti, l'albergo, il santuario della libertà dei popoli? Gli Americani, gli Svizzeri, i Greci — tennero i monti, quando soverchiati dalle ordinate coorte dei dominatori —
«Libertà non fallisce ai volenti»
E ben lo provarono cotesti fieri isolani — cacciati dalle città, e mantenendo il fuoco sacro nelle montagne! Fatiche, disagi, privazioni — che importa! quando si pugna per la causa santa del proprio paese, e dell'umanità!
O Mille!..... In questi tempi di vergognose miserie, giova ricordarvi — l'anima rivolta a voi — si sente sollevata dal mefìte di quest'atmosfera da ladri, e da prostituti — pensando: che non tutti — perchè la maggior parte di voi, ha seminato l'ossa su tutti i campi di battaglia della libertà — non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera — restate, avanzo superbo ed invidiato — pronti sempre a provare ai boriosi vostri detrattori — che tutti non son traditori e codardi — non tutti spudorati sacerdoti del ventre — in questa terra dominatrice e serva!
«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana, là bisogna accorrere» voi diceste: ed accorreste, senza chiedere s'eran molti i nemici da combattere — se sufficiente il numero de' volenterosi — se bastanti i mezzi per l'ardua impresa — Voi, accorreste sfidando gli elementi, i disagi, i pericoli — con cui vi attraversaron la via, nemici, e sedicenti amici — Invano il Borbone col numeroso naviglio, incrociava, stringendo in un cerchio di ferro la Trinacria, insofferente di giogo — e solcava in tutti i sensi il Tirreno — per profondarvi ne' suoi abissi — Invano! Vogate! vogate pure, Argonauti della libertà! Là, sull'estremo orizzonte dell'Ostro, splende un'astro che non vi lascerà smarrire la via — che vi condurrà al compimento della grande impresa — l'astro che scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice — e che scorgevano i grandi che lo successero, nel più cupo della tempesta — la stella d'Italia! ¿Ove sono i piroscafi, che vi presero a Villa Spinola, e vi condussero attraverso il Tirreno, nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo — gelosamente conservati — e segnati all'ammirazione dello straniero, e dei posteri — simulacro della più grande e più onorevole delle imprese Italiane? Tutt'altro — essi sono scomparsi! L'invidia, e la dapoccagine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro vergogne!
Chi dice: essi furono distrutti in premeditati naufragi — Chi: li suppone a marcire nel più recondito d'un arsenale — E chi: venduti agli ebrei — come veste sdruscite —
Vogate però! Vogate impavidi: _Piemonte e Lombardo_[87] nobili veicoli d'una nobilissima schiera — la storia rammenterà i vostri nomi illustri, a dispetto della calunnia — E quando l'avanzo dei Mille, che la falce del tempo avrà risparmiato per gli ultimi, seduti al focolare domestico, racconteranno ai nipoti, la quasi favolosa impresa — a cui ebber l'onore di partecipare — Oh! essi ben ricorderanno, alla gioventù attonita, i nomi gloriosi che componevano l'intrepidissimo naviglio —
Vogate! Vogate! Voi portate i Mille — a cui s'agregherà il millione — il giorno in cui queste masse ingannate capiranno: esser un prete un'impostore, e le tirannidi un mostruoso anacronismo —
Com'eran belli, i tuoi Mille, Italia! Pugnando contro i piumati indorati sgherri — spingendoli davanti a loro, come se fosse gregge — Belli! Belli! e variovestiti — come si trovavano nelle loro officine — quando chiamati dalla tromba del dovere — Belli! Belli erano coll'abito ed il capello dello studente — colla veste più modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro[88].
Io ero in Caprera quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento in Palermo — Notizie incerte — or di propagante insurrezione, ora annientata alle prime manifestazioni — Le voci continuavano però a mormorare d'un moto — e questo soffocato o no, — aveva avuto luogo —
Ebbi avviso dell'accaduto dagli amici del continente — Mi si chiedevano le armi ed i mezzi del _millione di fucili_ — Titolo che s'era dato ad una sottoscrizione per l'acquisto d'armi —
Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia — Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia settentrionale — e non ancora desto dal scetticismo in cui m'avevano precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 59 — sconsigliavo dal fare, se non si avevano nuove più positive dell'insurrezione — Gettavo il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente risoluzione di 25 anni — Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la dottrina, il pedantismo — seminavano in vano di ostacoli la marcia incalzante delle sorti Italiane!
Io consigliavo di non fare — ma per Dio! Si faceva — ed un barlume di notizie, anunciava che l'insurrezione della Sicilia, non era spenta. Io consigliavo di non fare? Ma l'Italiano, non dev'essere, ove l'Italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide?
Lasciai la Caprera per Genova — e nelle case de' miei amici Augier e Coltelletti — si cominciò a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre — A Villa Spinola poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi — si principiò a fare dei preparativi per una spedizione —
Bixio è certamente il principale attore della spedizione sorprendente — Il suo coraggio, la sua attività — la pratica sua nelle cose di mare — e massime di Genova suo paese natio — valsero immensamente ad agevolare ogni cosa —
Crispi, Lamasa, Orsini, Calvino, Castiglia, gli Orlandi, Carini, ecc. tra i Siciliani, furono fervidissimi per l'impresa — così Stocco, Plutino, ecc. Calabresi —
Si era tra tutti, stabilito, che comunque fosse: battendosi i Siciliani bisognava andare — probabile, o no — la riuscita —
Alcuni voci di sconforto — mancarono però di poco, a distruggere la bella spedizione — Un telegramma da Malta, mandato da un amico degno di fede — anunciava tutto perduto — e ricoverati in quell'isola, i reduci della rivoluzione Siciliana —
Si desistè quasi intieramente dall'impresa — Bisogna però confessare: che nei Siciliani suddetti — mai venne meno la fede — e che guidati dal bravo Bixio, essi erano ancora decisi di tentare la sorte — almeno per verificare la cosa sul terreno stesso della Sicilia.
Intanto il governo di Cavour — cominciava a gettare quella rete d'insidie, e di miserabili contrarietà, che perseguirono la nostra spedizione sino all'ultimo —
Gli uomini di Cavour non potevano dire: «non vogliamo una spedizione in Sicilia» l'opinione generale dei nostri popoli, li avrebbe dichiarati reprobi — e quella popolarità fittizia — guadagnata col denaro della nazione — comprando uomini e giornali sarebbe stata scossa probabilmente —
Io potevo dunque, preparare qualche cosa — per i fratelli militanti della Sicilia — temendo poco d'esser arrestato da cotesti Signori — e sorretto dal generoso sentimento delle popolazioni — commosse fortemente dalla maschia risoluzione dei coraggiosi Isolani —
La disperazione, ed il forte proposito degli uomini del Vespro potevano soli spingere avanti tale insurrezione — Lafarina delegato da Cavour per sorvegliarci — mostrava non aver fede nell'impresa — e valevasi per dissuadermi della sua conoscenza del popolo Siciliano — essendo lui stesso nativo di quell'isola — e mi alegava: che avendo perduto Palermo — gl'insorgenti comunque essi fossero, erano perduti — Una notizia governativa però, data da lui stesso contribuì a corroborarci nella risoluzione d'agire —
A Milano esistevano una quindicina di milla fucili buoni — e di più, mezzi pecuniari di cui si poteva disporre — A capo della direzione: _Millione di fucili_ — stavano Besana e Finzi — su cui si poteva contare pure —
Besana giunto a Genova, da me chiamato, con fondi — ed avendo lasciato l'ordine alla sua partenza da Milano: che ci fossero inviati fucili, munizioni, ed agli [altri] oggetti militari che vi si trovavano — Nello stesso tempo Bixio, trattava con Fauché dell'amministrazione dei vapori Rubattino — per poterci recare in Sicilia — La cosa non marciava male — e grazie all'attività di Fauché e Bixio — e lo slancio generoso della gioventù Italiana, che accorreva da ogni parte — noi ci trovavamo in pochi giorni atti a prendere il mare — quando un'incidente inaspettato, nonchè ritardarci, quasi impossibile rendeva la nostra impresa —
I mandati, per ricevere i fucili a Milano, trovarono alla porta del deposito, carabinieri reali, che intimarono di non pigliare un solo fucile! Cavour aveva dato tal ordine — Cotesto ostacolo non mancò di contrariarci ed indispettirci — non però di farci desistere dal nostro proposito — e siccome non potendo avere le armi nostre, noi tentavamo d'acquistarne altrove — e ne avressimo trovato certamente — allora Lafarina offrì mille fucili, ed otto milla lire — ch'io accettai senza rancore — Liberalità pelosa delle volpi alto-locate — E realmente: noi fummo privi dei buoni fucili nostri che restarono in Milano, e fummo obligati di servirci dei cattivissimi fucili Lafarina —
I miei compagni di Catalafimi, racconteranno con che armi pessime, essi ebbero a combattere — contro le buone carabine Borboniche — in quella pugna gloriosa —
Tutto ciò ritardò la nostra partenza — e fummo quindi in dovere di rimandare a casa molti volontari — il cui numero diventava superfluo — per l'insufficienza dei trasporti — e per non insospettire inutilmente le polizie — non eccetuate la Francese e la Sarda —
La ferma volontà di fare, però, e di non abbandonare i nostri fratelli della Sicilia, vinse ogni ostacolo —
Si richiamarono i volontari ch'eran stati destinati alla spedizione — che accorsero immediatamente, massime dalla Lombardia — I Genovesi erano rimasti pronti — Le armi, le munizioni, i viveri, i pochi bagagli — s'imbarcarono a bordo di piccole barche —
Due vapori: il _Lombardo_ ed il _Piemonte_ — comandati il primo da Bixio ed il secondo da Castiglia — furono fissati — e nella notte del 5 al 6 maggio — uscirono dal porto di Genova — per imbarcare la gente che aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola —
Alcune difficoltà inevitabili, in tale genere d'imprese, non mancarono di contrariarci — Giungere a bordo di due vapori nel porto di Genova, ormeggiati sotto la darsena — impadronirsi degli equipaggi, e costringerli ad ajutare i predoni — Accendere i fuochi — prendere il _Lombardo_ a rimorchio del _Piemonte_ — che si trovò pronto — mentre non lo era l'altro — e tutto ciò con uno splendido chiaro di luna; son tutti fatti più facili a descriversi, che ad eseguire — e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacità, e fortuna —
I due Siciliani Orlando, e Campo, della spedizione — ed ambi macchinisti ci valsero sommamente in tale circostanza —
All'alba tutto era a bordo — L'ilarità del pericolo, delle venture — e della coscienza di servire la causa santa della patria — era impronta sulla fronte dei Mille — Erano Mille, quasi tutti Cacciatori delle Alpi — quelli stessi che Cavour abbandonava alcuni mesi prima nel fondo della Lombardia alle spalle degli Austriaci — e che rifiutava di mandar loro il rinforzo ordinato dal re — quelli stessi cacciatori delle Alpi, che si ricevevano nel ministero di Torino — quando disgraziatamente ne abbisognavano — come se fossero apestati — e come tali si cacciavano — gli stessi mille, che si presentavano due volte in Genova per correre un pericolo certo — e che si presenteranno sempre, ove si tratta di dar la vita all'Italia — non aspettando altro guiderdone che quello della loro coscienza —
Belli! eran quei miei giovani veterani della Libertà Italiana — ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di tentare ogni cosa —
3º Periodo, 1860.
CAPITOLO II.
Il cinque Maggio.
O notte del 5 Maggio — rischiarata dal fuoco di mille luminari, con cui l'Onnipotente adornò lo spazio! L'Infinito!
Bella, tranquilla solenne — di quella sollennità che fa palpitare le anime generose, che si lanciano all'emancipazione degli schiavi!
Tali, erano i mille — adunati e silenziosi, sulle spiaggie dell'orientale Liguria — raccolti in gruppi, cupi — penetrati dalla grande impresa — ma fieri d'esservi caduti in sorte — succedan pure i disagi o il martirio!
Bella, la notte del gran concetto! Tu romoreggiavi nelle fibra di quei superbi — con quell'armonia indefinita, sublime, con cui gli eletti sono beati contemplando, nello spazio sterminato, l'Infinito! Io l'ho sentita quell'armonia, in tutte le notti che si somigliano alla notte di Quarto — di Reggio, di Palermo, del Volturno — ¿E chi dubita della vittoria quando portato sulle ali del dovere e della coscienza — tu sei sospinto ad affrontare i perigli, la morte — siccome il bacio delizio della tua donna?
I Mille battono il piede sulla roccia — come il corsiero generoso impaziente della battaglia — ¿E dove vanno essi a battagliare in pochi — contro numerose ed aguerrite soldatesche? Han forse ricevuto l'ordine d'un sovrano — per invadere, conquistare una povera infelice popolazione — che rovinata dalle imposte di delapidatori ha rifiutato di pagarle? No! essi corrono verso la Trinacria — ove i Picciotti, insofferenti del giogo d'un tiranno — si son sollevati — ed han giurato di morire — piutosto che rimanere schiavi —
¿E chi sono i Picciotti? Con quel modestissimo titolo, essi altro non sono: che i discendenti del grandissimo popolo dei Vespri — che in un'ora sola trucidò un'intiero esercito di sgherri — senza lasciarne vestigio!
I due piroscafi giunsero sulla rada di Quarto — e l'imbarco dei Mille fu eseguito celeremente — essendo stati preventivamente preparati tutti i gozzi[89] necessari all'uopo —
3º periodo, 1860.
CAPITOLO III.
Da Quarto a Marsala.
Tutti imbarcati, e pronti a proseguire verso Sicilia nuovo incidente, fece rabbrividire i più risoluti — e poco mancò non giungesse ad annientare l'impresa.
Due barche appartenenti a certi contrabandieri, eran state caricate colle munizioni, capsule, ed armi minute — Quelle barche dovevano trovarsi sulla direzione del monte di Portofino e la lanterna di Genova — Si cercarono per più ore in quella direzione e fu impossibile di trovarle —
Importantissima mancanza: munizioni da guerra con capellozzi — ¿E chi ardisce avventurarsi ad un'impresa ove bisogna combattere — senza munizioni? Eppure dopo d'aver cercato tutta la mattina — in ogni direzione — e dopo d'aver preso olio e sego a Camugli, per la macchina — i due piroscafi si dirigevano a Scirocco — fidando nella fortuna d'Italia — Per aver munizioni conveniva toccare un porto della Toscana — e si scelse Talamone —
Io devo encomiare le autorità tutte di Talamone, e di Orbitello, per la cordiale e generosa accoglienza — ma particolarmente il tenente collonnello Giorgini comandante militare principale — senza il di cui concorso, non avressimo certamente potuto provvederci del necessario —
Non solamente trovammo munizioni a Talamone, ed Orbitello, ma carbon fossile e cannoni — ciocchè facilitò molto e confortò la spedizione nostra —
Dovendo agire in Sicilia, non era male apparire — anche con una diversione nello stato pontificio — minacciando cotesto stato e quello del Borbone verso tramontana — con cui si otteneva almeno: di ocupare l'attenzione del nemico — o dei nemici — per alcuni giorni — verso quella parte — ed ingannarli sul vero obbiettivo dell'impresa —
Lo proposi a Zambianchi, ed accettò risolutamente —
Egli avrebbe fatto certamente di più — s'io avessi potuto lasciarli più uomini e mezzi — e s'accinse all'opera difficoltosa con una sessantina d'uomini — Infine da S. Stefano, ove si caricò un po di carbon fossile, noi salpammo direttamente per la Sicilia — con prora al Marettimo — nelle ore pomeridiane del 9 Maggio —
La navigazione fu felice — ebbimo però due incidenti dispiacevoli prodotti dallo stesso individuo — che aveva la mania di volersi annegare — ma che per due volte, ci diede molto disturbo, senza poter ottenere l'intento —
Egli s'era gettatto in mare dal _Piemonte_ — e lo salvammo malgrado tutta la velocità del vapore — con uno di quei colpi di mano che tanto onorano l'uomo di mare —
Fermare il piroscafo — metter un canoto in acqua — e precipitarsi nello stesso con tutta la velocità, di cui è capace il marino — senza misurare il pericolo — e vogare verso il pericolante, alla direzione indicata da quei di bordo — fu tanto presto fatto quanto si descrive — Il marino Italiano, non è secondo a nessuno, in quei momenti, che molto abbisognano di sveltezza e coraggio —
Eppure tale individuo che sembrava così deciso a morire, cambiava divisamento colla freschezza dell'acqua — e colla prossimità della morte — giacchè una volta in mare, egli nuotava com'un pesce — e faceva ogni sforzo per ragiungere i suoi salvatori —
Lo stesso successe al _Lombardo_, e questa volta, quasi diveniva fatale alla spedizione, la pazzia del preteso suicida —
Quell'individuo aveva fatto la prima prova col _Piemonte_ a Talamone — In quel porto, ove sbarcammo la gente in terra — per meglio adagiarsi che a bordo ove necessariamente era ristretta — egli s'imbarcò sul _Lombardo_, di contrabbando; poichè tenuto per pazzo — s'era sbarcato dal primo — e s'era raccomandato al comandante di Talamone — Non si sa come però — egli s'era trovato nuovamente sul _Piemonte_ — e col canoto che lo salvò s'era rimesso al _Lombardo_. Da questo fece l'ultima prova d'annegamento nella sera del giorno 10 — vigilia del nostro aprodo in Sicilia —
In quella sera del 10, lusingandomi di poter scoprire il Marettimo — io avevo fatto fare grande sforzo di macchina al _Piemonte_, di marcia superiore — E quindi per tale motivo — e per la caduta in mare dell'individuo suddetto dal _Lombardo_ — questo nostro compagno era rimasto indietro fuori di vista —
Non avendo potuto scoprire il Marettimo — io pensai subito al compagno — che avevo rilevato al tramonto e che compariva una nuvoletta sull'orizzonte —
Mi nacque subito un senso di pentimento — di timore, aumentato dalla caduta della notte — Staccarci dal _Lombardo_, e per colpa mia — era spiacevolissima cosa — ed un contratempo alla già ben ardua impresa —
Feci perciò, diriger subito la prora alla direzione del compagno — Aumentandosi l'oscurità della notte cresceva il mio timore — ogni minuto sembravami un'ora — l'incidente poi dell'uomo in mare — non saputo e ch'era causa del ritardo — io stetti per un momento in dubbio di smarrire il _Lombardo_ — È indicibile, ciocchè io soffersi in quel breve tempo — e qual rimprovero facevo a me stesso — per la folle impazienza di spingermi alla scoperta del Marettimo —
Finalmente comparve il _Lombardo_ — ed era naturale il non perderlo, navigando l'uno sull'altro — eppure io avevo avuto una paura maledetta!
Ora, per compimento ne accadde una più bella —: Nella posizione, ove noi avevamo fatto notte col _Piemonte_ v'erano vari bastimenti sconosciuti, in vista — Bixio li avea veduti — e non avea potuto riconoscerli, per la gran distanza — Dimodocchè scorgendo noi — che in luogo di aspettarlo — com'era successo avanti — vogavimo con tutta velocità alla sua direzione — ci prese per un gran piroscafo nemico, e cercò di allontanarsi da noi, dirigendosi a tutta forza verso Libeccio —
Vera disperazione! Io m'accorsi dell'errore — e feci fare ogni segnale — convenuto — e non convenuto — giacchè si adoperarono fanali, ch'eravamo convenuti di non usare — per non suscitar sospetti — ma non valendo questi, corsimo dietro il compagno, prima di perderlo di vista nell'oscurità.
Lo ragiungemmo felicemente — e ad onta del romore delle ruote, la mia voce fu conosciuta, e tutto fu riparato — Navigammo vicini il resto della notte — e nella mattina scoprimmo il Marettimo, e ci dirigemmo a mezzogiorno di quell'isola —
Durante il viaggio s'erano formate otto compagnie di tutta la gente, con a capo d'ogni compagnia, gli ufficiali i più distinti della spedizione — Sirtori era nominato capo di Stato Maggiore — Acerbi Intendente — Türr ajutante di campo — S'erano distribuite le armi, e le poche vestimenta, che si poterono raccogliere prima della partenza —
Il primo progetto di sbarco, fu per Sciacca — ma il giorno essendo avanzato — e temendo d'incontrare incrociatori nemici — si prese la determinazione di sbarcare nel porto più vicino di Marsala — 11 Maggio 1860 —
Avvicinando la costa occidentale della Sicilia — si cominciò a scoprire legni a vela, e vapori — Sulla rada di Marsala, erano alla fonda due legni da guerra, che si scoprirono esser Inglesi —
Deciso lo sbarco a Marsala ci dirigemmo verso quel porto — ove approdammo verso il meriggio — Entrando nel porto vi trovammo legni mercantili di diverse nazioni —
La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra — e non si poteva giungere più felicemente —
Gli incrociatori borbonici da guerra — avevano lasciato il porto di Marsala nella mattina — s'eran diretti a levante — mentre noi giungevamo da Ponente e si trovavano alla vista verso capo S. Marco — quando noi entrammo —
Dimodocchè quando essi giunsero a tiro di cannone, noi avevamo già sbarcato tutta la gente dal _Piemonte_ — e si principiava lo sbarco del _Lombardo_ —
La presenza dei due legni da guerra Inglesi, influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de' legni nemici — naturalmente impazienti di fulminarci — e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro — La nobile bandiera di Albione, contribuì anche questa volta — a risparmiare lo spargimento di sangue umano — ed io, beniamino di cotesti Signori degli Oceani — fui per la centesima volta il loro protetto —
Fu però inesatta la notizia data da nemici nostri: che gl'Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente, e coi loro mezzi — I rispettatti, ed imponenti colori della Gran Brettagna — sventolando su due legni di guerra della potentissima marina — e sullo stabilimento Ingham — imposero titubanza, ai mercenari del Borbone — e dirò anche vergogna — dovendo essi far fuoco, con imponenti batterie, contro un pugno d'uomini armati di quei tali fucili — con cui la Monarchia suole far combattere i volontari Italiani —
Ciò nonostante i tre quarti dei volontari, trovavansi ancora sul molo, quando i Borbonici cominciarono la loro pioggia di ferro — sparando con granate e mitraglie — che felicemente nessuno ferirono —
Il _Piemonte_ abbandonato da noi fu portato via dai nemici — Lasciarono il _Lombardo_ perchè arenato —
La popolazione di Marsala, attonita dall'inaspettato evento non ci accolse male — Il popolo ci festeggiò — I magnati fecero le smorfie — Io trovai tutto ciò molto naturale — Chi si assuefa a calcolare ogni cosa al tanto per cento — non è certo tranquillo alla vista di pochi disperati — che vogliono sradicare il cancro del privilegio e della menzogna da una società corrotta per migliorarla — Massime poi, quando cotesti disperati — in pochi — senza cannoni da trecento e senza corazzate — si avventano contro una potenza creduta gigante — come quella del Borbone —
I magnatti, ossia gli uomini del privilegio — pria di avventurarsi in un'impresa — vogliono assicurarsi da che parte soffia il vento della fortuna — e dei grossi battaglioni — ed allora i trionfatori ponno esser certi di trovarli docili — senza smorfie — ed esaltati se occorre — ¿Non è questa la storia dell'egoïsmo umano in tutti i paesi?
Il povero popolo all'incontro ci accolse plaudente — e con segni manifesti d'affetto — Egli ad altro non pensò che alla santità del sacrificio — all'ardua e generosa impresa, a cui s'accingeva quel pugno di prodi giovani venuti da lontano in soccorso dei fratelli —
Passammo il resto dell'11, e la notte a Marsala — qui, cominciai a valermi di Crispi — Siciliano onesto — e di molta capacità — e che mi giovò sommamente negli affari governativi — e nelle indispensabili relazioni col paese, ch'io non conoscevo —