Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 27

Chapter 273,544 wordsPublic domain

Con quest'ultimo quindi, una franca antipatia reciproca fu manifestata, sino dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale — e non v'era pericolo ch'egli trattasse di pormi al comando delle truppe delle Romagne ch'egli governava — La mia chiamata da parte di quei signori — era stato dunque stimolata da quella poca popolarità di cui godevo — e di cui essi volevan servirsi per popolarizzare essi stessi — Non altro, e presto ne vedremo le prove —

Farini..... così per _celia_ — era espressione sua — un giorno scrivendo a Fanti, le aveva proposto il comando delle truppe dell'Italia centrale — Fanti con quella sua propria pacatezza — non aveva accettatto risolutamente — ma faceva sperare: che accetterebbe, una volta regolata la sua posizione col governo Sardo —

Il fatto sta: che la mia presenza nel centro — era accettattissima dalle popolazioni e dall'esercito — e quanto più tale sentimento era manifesto — tanto più diventava insopportabile ai governanti — quindi questi animosi a sollecitare l'arrivo del generale Fanti — che collocato militarmente come mio superiore — poteva solo frenare l'ardore mio di far bene — e tranquillare i nuovi regnanti — come gli antichi gelosissimi dell'aure popolari —

Abbenchè nato rivoluzionario — perchè non quieto, non stabile, può rimanersi chi soffre. ¿E chi non soffre vedendo la sua patria serva e depredata? Cio nonostante, io non ho mancato, quando necessario, di sottopormi a quella disciplina necessaria — indispensabile alla buona riuscita di qualunque impresa — e sino dal tempo ch'io m'ero convinto: dover l'Italia marciare con Vittorio Emanuele — per liberarsi dal dominio straniero — io ho creduto un dovere sottomettermi agli ordini suoi a qualunque costo — anche facendo tacere la coscienza mia Republicana —

Ho creduto di più: qualunque sia la capacità sua — che l'Italia doveva concederli la Dittattura, sinchè il suo territorio fosse complettamente sgombro dallo straniero — Tale fu il mio convincimento nel 1859 — oggi modificato, perchè le colpe della monarchia sono molte — perchè poteva farsi un mondo da noi soli — e si è sempre preferito inginocchiarsi or a' piedi dell'uno — ed ora dell'altro, implorando miseramente, e vergognosamente il nostro —

Ciò premesso — Nell'Italia centrale — agli ultimi mesi del 59 — cento milla giovani si sarebbero serrati intorno a me — e con loro — si volgeva certo, favorevole la diplomazia Europea — oppure coi soli trenta milla allora riuniti nei ducati, e nelle Romagne potevasi decidere in quindici giorni la sorte dell'Italia meridionale — Fare infine, ciocchè si fece coi Mille un'anno dopo —

I governanti sarebbero rimasti ai loro posti — frattanto — avrebbero amministrato le loro provincie — ed avrebbero fatto una figura secondaria — è vero — ma gloriosa — coadjuvando le nostre operazioni — Essi così non stimarono — quindi si collegarono ad abbassarmi, ed annientare l'azione mia — due di loro per meschine considerazioni — il Cipriani in ubbidienza, probabilmente, agli ordini di colui — che — potrei ingannarmi — vuole tutt'altro — che l'Unione dell'Italia (1859)

Intanto io trascinai una ben deplorabile esistenza per alcuni mesi — facendo poco o nulla — in un paese ove si poteva, e si doveva far tanto!

Organizzare della truppa — tediosissima occupazione per me — con un'antipatia nata per il mestiere di soldato! Per me, fatto milite qualche volta, perchè nato in paese schiavo — ma sempre con repugnanza — convinto: sia un delitto doversi maccellare reciprocamente per intendersi!

Obligato di limitarmi alla divisione Toscana — io m'occupai a migliorarne la condizione —

Venne Fanti — vi furono alcune panzane, verso il tempo del suo arrivo — per esempio: Farini mi assicurava, dover Fanti assumere il Ministero della guerra — ed io terrei il comando delle truppe —

Giunse Valerio, mandato dal ministero Piemontese, e mi disse: «guarda che se tu non sei contento, Fanti non vuol accettare» ed io risposi a Valerio: «non sono contento» e così stesso Fanti accettò —

Infine, l'interessante per quei signori — era di sbarazzarsi del mio individuo — senza eliminare intieramente il mio nome — di cui abbisognavano per farsene belli colle plebi — A loro sembrò di aver trovato un'espediente a tante miserie — nominandomi: secondo capo delle truppe della lega — Questa lega — poi, erano tre provincie della penisola — i di cui forti governi — per non dispiacere a certi padroni — non ardivano di chiamarsi Italia! Ecco in che modo si va costituendo — questo umile, e vergognato nostro paese!

Qui, cominciarono i bassi intrighi per disgustarmi — Fanti ricusava di accettare i miei prodi ufficiali dei Cacciatori delle Alpi — chiamati da me col consenso del governo di Modena — ed accoglieva qualunque altra classe di ufficiali — I miei poveri Cacciatori venuti in folla — sin dal principio, che mi seppero nell'Italia centrale — ad accrescere i corpi esistenti e formarne dei nuovi — erano maltrattatti — Giungevano per esempio: dalle più remote parti della Lombardia — scalzi, colla loro giacchettina di tela — stanchi, affranti dal viaggio — e per qualunque piccola mancanza di età, di costituzione fisica, di statura, ecc. erano repulsi — E credete: si domandasse loro, se avevan mangiato — e se avevan mezzi per mangiare, e tornare alle loro case? Nemmen per sogno!

Il governatore Cipriani, d'intelligenza con Fanti mi manda a Rimini per armare due legni mercantili con cannoni — e mi fa scortare da un suo fratello, portatore della cifra d'intelligenza — con cui corrispondeva col primo senza ch'io nulla sapessi —

Ero a Rimini — e qualunque ordine, parole ecc. si davano al generale Mezzacapo — che trovavasi esser mio subordinato —

Io apprezzavo tutta la difficoltà della mia posizione — e mi toccava ad inghiottir veleno — colla speranza di poter giovare a questa sventurata mia terra — Per fortuna, ero alquanto compensato dei soprusi d'una codarda consorteria — dall'affetto delle popolazioni e dei miei militi —

Un tempo — io mi lusingai di modificare l'ingrata situazione — e poter fare qualche cosa d'utile — cercando di guadagnare Fanti con amicizia — e feci ogni sforzo per acquistarla — ma si vedrà ben presto come m'ingannavo — e come si giuocò la mia buona fede —

Ancona, le Marche, l'Umbria — erano insofferenti del giogo papale — e prima del mio arrivo — erano d'intelligenza con Cipriani per sollevarsi — L'armamento dei due bastimenti a Rimini, era stato motivato da quella circostanza — ed io avevo avuto istruzioni, per coadjuvare un movimento in quei paesi —

La mia presenza a Rimini, esaltava quelle buone popolazioni — Ma francamente: massime per parte di Cipriani — si voleva aver l'apparenza di fare — e non solamente, si voleva non fare — ma inceppare l'azione e farla retrocedere — Con me, intanto, si usavano astuzie: un'idea non so se di Cipriani o di Fanti — era suggerita: di far giurare i volontari per 18 mesi. I volontari, sin dal principio degli avvenimenti, che ci avean portati al nuovo stato di cose — erano colla ferma: di _sei mesi dopo la guerra_ — Tutta quella brava gioventù serviva volenterosa, e non avrebbe fiatatto, anche se avesse dovuto servire per 10 anni — guerra durante — I diciotto mesi però di ferma fissa, non piacevano — io lo sapevo — e l'osservai prima a Cipriani, poi al generale in capo. Le mie osservazioni non valsero — e poco mancò: non perdessimo l'intiera divisione Mezzacapo, per tale intempestiva misura —

Essendo a Bologna, io fui chiamato dall'Intendente Mayer di Forlì, e dal Collonnello Malenchini — Spaventati dalla diserzione, e dai congedi richiesti, nei corpi stanziati sulla linea della Cattolica. Io corsi, e pervenni a fermare in parte la dissoluzione di quei corpi — ma mentre faticavo in tale lavoro, Mezzacapo impiegava ogni sforzo per ottenere il contrario — cioè: far giurare per 18 mesi, con ordine forse di Fanti — e lo faceva colla compiacenza di contrariarmi — e forse anche di farmi scomparire, dagli occhi di chi non mi conosceva —

Invano, io avevo chiesto di sospendere temporariamente il giuramento —

Intanto le popolazioni delle Marche, e dell'Umbria, continuavano ad agitarsi — Il vecchio, e prode brigadiere Pichi — veterano della libertà Italiana — nativo d'Ancona, mantenevasi in costante corrispondenza colle oppresse popolazioni — Pratiche erano aperte pure col regno di Napoli — e con la Sicilia —

Con meno opposizione per parte dei governanti, e dei loro generali — che se fossero stati pagati dai nostri nemici, per far male, non potevano far peggio — noi potevamo tentare ogni cosa — e seguire una marcia trionfale, verso il mezzogiorno dell'Italia — più facilmente, e più complettamente, che non si eseguì un anno dopo —

Io avevo bensì delle istruzioni dal generale Fanti, espresse circa nei termini seguenti:

«Essendo attacatto dalle truppe pontificie, respingerle — ed invadere il loro territorio — oppure, in caso d'insurrezione d'una città come Ancona — o d'un intiera comarca — invadere in ajuto dell'insurrezione» La prima ipotesi, era impossibile, perchè certamente i pontifici non pensavano ad attacarci —

La seconda, era diventata difficilissima pure — essendo gli avversari nostri molto vigilanti — ed avendo aumentato i presidï d'Ancona, Pesaro, ecc.

Nonostante s'introducevano armi in Ancona, nelle Marche, e si tenevano di buon animo quelle popolazioni — I giovani militi che componevano i corpi di vanguardia avrebbero risposto ad un ordine di marciare avanti con grida frenetiche di gioja — tale era l'entusiasmo generale, per correre a liberare i fratelli —

Ma pesava sulla nostra povera patria quella fatalità, che da tanti secoli, la tiene incatenata indietro — sotto una forma, o sotto un'altra — essa trova sempre in se stessa quel germe maledetto — che ne contraria il progresso —

Sempre — sono sono le sue discordie — che la martoriano — oggi poi, vi si agiunge tale stormo di dottrinari — che impossessati del timore della cosa publica — e sostenuti da chi non vuole l'Italia grande (1859) ne addormentano gli slanci generosi —

Mentre io preparavo tutto per agire — di dietro si mandavano ordini ai miei subordinati, di non ubbidirmi —

Il generale Mezzacapo per esempio: aveva un dispaccio, in cui il generale Fanti diceva: «Nessuno si mova, senza mio ordine — e questo trasmettetelo al generale Roselli» —

Non solo i miei subordinati generali Mezzacapo e Roselli, avevano ordine di non ubbidirmi — ma lo stesso mio stato maggiore, aveva ordine, di andare a mettersi, a disposizione del collonnello Stefanelli preposto al comando della divisione Toscana —

Tale era la mia condizione nell'Italia centrale quando giunse a Rimini il generale Sanfront inviato dal re — Egli mi trovò molto perplesso, e sdegnato contro la condotta sleale de' miei avversari, e senza il suo arrivo non so: a quel disperato partito, io mi sarei deciso —

Accompagnai il generale Sanfront a Torino, ed ebbi una conferenza con Vittorio Emanuele — la conseguenza della quale fu: ch'egli consiglierebbe al generale Fanti d'accettare la demissione offertali dai governi di Firenze e Bologna — che la presenza di Cipriani nelle Romagne, era divenuta nociva — e che io alla testa delle forze del centro, avrei operato per il bene della causa comune, come avrei trovato a proposito — non dandomi però il suo consentimento — per l'invasione del territorio pontificio —

Solite reticenze molto naturali nella sua posizione al cospetto d'un rivoluzionario: come non consentì un'anno dopo alla spedizione di Sicilia — al passaggio dello stretto di Messina — e finalmente alla marcia su Roma che finì ad Aspromonte. Io partivo da Torino — contento — e non perdevo tempo certamente nel recarmi a Modena — ove trovai Farini e Fanti, a cui spiegai francamente il risultato della mia missione —

I miei oppositori, però, non dormivano: un telegrafo del Ministero della guerra, diceva a Fanti: di non accettare la demissione — e fratanto si lavorava presso Vittorio Emanuele, per cambiare le sue disposizioni a mio riguardo —

La prima misura da prendersi nell'Italia centrale: era quella di far discendere Cipriani, dal governo di Bologna — Egli doveva scendere colle buone, o colle cattive: io lo significai a quei Signori — In caso, avessimo dovuto operare nello stato pontificio, non si poteva lasciare, dietro di noi un governatore contrario — che ad altro non tendeva — che ad inceppare l'armamento nazionale —

La misura Cipriani, fu accolta favorevolmente da tutti —

Tutti erano interessati all'allontanamento di quell'uomo — Farini e Fanti sopratutti —

Fanti prevenuto da me sulla risoluzione del re, non era uomo da resistervi — ma Napoleone, Cavour, Farini, Minghetti, ecc. — erano troppo interessati a sostenerlo —

Rattazzi — forse l'unico, fra i mestatori politici, che avrebbe dovuto apogiarmi — era debole, irresoluto — e forse anche lui alquanto Napoleonizzato —

Ecco dunque Vittorio Emanuele — contrastato (se tuttociò non era un tranello) nelle sue buone intenzioni — e piegando ancora davanti alle prepotenze Cavouriane, come l'aveva fatto al principio della guerra, quando aveva dato l'ordine d'acrescere la mia forza col reggimento dei Cacciatori degli Appennini — che mi furono mandati poi a guerra finita —

Farini — volpe vecchia — barcheggiava — Io, all'interpellanza di Minghetti: ¿Chi succederebbe a Cipriani? risposi: Farini. E veramente con ciò, si ottenevano due vantaggi — Il primo: era quello dell'unione delle Romagne ai ducati di Parma e Modena — con un governo solo — Il secondo: con Farini, uomo d'intelligenza superiore e di cuore Italiano — si otteneva: ciocchè non s'era mai potuto ottenere coll'altro — cioè spingere all'armamento ed all'unificazione —

Sin dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale, io avevo capito Farini — e s'egli non m'ispirava diffidenza come Italiano — non molta fiducia m'avea ispirato come amico personale — ed all'ultimo poi, m'ero accorto: ch'egli non agiva meco di buona fede. L'ultime mie parole a Farini, nel palazzo di Bologna furono le seguenti: «voi non foste schietto con me» e siccome lui mi rispondeva alquanto alterato — io aggiunsi ancora: «Sì! voi avete la principale colpa di questo pasticcio!»

Devo confessare però, che a Modena, Farini avea fatto molto bene durante la sua dittattura — e che a Bologna — egli continuò a fare lo stesso — A Modena, lui e Frapolli fecero ciò, che nessuno ha potuto uguagliare nelle altre parti d'Italia — in misure energiche, armamenti, organizzazione ecc.

Tutto questo però, non deviava il dittattore, dalla sua condotta poco schietta con me — e mentre egli rimaneva d'accordo sul da farsi a Bologna — lui al governo amministrativo ed io alle armi — scorgevo nel contegno della sua pallida faccia — ch'egli riceveva impressioni avverse dal di fuori — e ch'era disposto ad agire secondo l'aura che soffierebbe dal Piemonte — E l'aura aveva cessato di soffiare favorevolmente per me da Torino — I miei avversari avevano avuto il dissopra sullo spirito del re, influenzato senza dubbio, anche da Parigi — ove la discesa di Cipriani dal seggio di Bologna, e la mia comparsa al comando delle truppe del centro — non piacevano certamente — Io in luogo de' miei avversari — avrei detto: «Garibaldi ritirati!» ma cotesta gente, non era capace di tanta franchezza e cercava invece di allontanarmi — con ogni specie di contrarietà — e miserabili stratagemmi —

Il prestigio mio nei militi, e nelle popolazioni — (sembravami almeno) mi poneva nel caso: di poter operare, anche a dispetto de' miei avversari — Io, non temevo certamente di lanciarmi una volta ancora nel vortice rivoluzionario — ove non mancava d'esservi probabilità di riuscita — ma era una rivoluzione ch'io dovevo iniziare — dovevo sciogliere nella milizia, e nel popolo ogni vincolo di disciplina — Vi era davanti e dietro a me l'intervento Francese: a Roma, a Piacenza, ecc. — Infine la sacra causa del mio paese, ch'io potevo compromettere mi trattennero dal fare. Io aspettavo dal re, qualche cosa — come fummo d'accordo — che doveva: se non autorizzare il mio operato — almeno implicitamente condiscendere — lasciandomene tutta la responsabilità — e pronto a reprimermi — anche se fosse occorso — A tutto io mi sottomettevo — ed a qualunque evento ero disposto — Ma nulla giunse!

Io mandai finalmente il maggiore Corte da Vittorio Emanuele — e fui chiamato a Torino — Giunto nella capitale — mi presentai al re — e m'accorsi subito del cambiamento in lui operatosi dalla mia ultima conferenza — Egli mi ricevette colla solita bontà — ma mi fece capire in poche parole: che le esigenze del di fuori lo obligavano allo Statu quo — e che credeva meglio: tenermi da parte per qualche tempo —

Il re desiderava ch'io accettassi un grado nell'esercito — non accettai ringraziandolo — ma accettai un bel fucile da caccia, ch'egli volle regalarmi — e che m'inviò per il Capitano Trecchi — del mio stato maggiore, mentre io era già in un vagone del treno per Genova — Giunsi a Genova, da Genova a Nizza — ove passai tre giorni coi miei figli — e tornai a Genova per trovarmi pronto al vapore che partiva per la Maddalena — il 28 Novembre 1859 —

Ero pronto alla partenza — avevo il mio bagaglio a bordo — quando trovandomi in casa del mio amico Coltelletti — mi giunse una deputazione di distinti Genovesi — col sindaco della città il Sig.r Moro — Quei signori, mi significarono: che il mio allontanamento sarebbe stato un male in quelle circostanze: io mi conformai a rimanere — ed accettai l'ospitalità offertami dal mio amico Signor Leonardo Gastaldi — in una sua villa di Sestri — ove passai pochi giorni — In quel tempo parlavasi di guardie nazionali mobili — ed il Collonnello Turr — mi disse che il re desiderava di vedermi per combinare qualche cosa a tale proposito —

Giunto a Torino vidi il re — con me sempre buono — vidi Ratazzi ministro, ed assicuro che m'ispirò poca fiducia — Con ambi, rimasi d'accordo, ch'io sarei incaricato dell'organizzazione, della guardia Nazionale mobile della Lombardia — ed io mi contentai di tale disposizione per due motivi — Il primo era quello di poter preparare un buon contingente per l'esercito nella guerra indispensabile, in cui l'Italia dovrebbe necessariamente tuffarsi ancora — Il secondo, di poter collocare in quelle guardie mobili — tanti, de' miei poveri fratelli d'armi, raminghi e senza pane — una gran parte —

Mentre a Torino, io aspettavo la nomina che dovea prepormi alla suddetta organizzazione — e fui visitato dagli egregi patrioti Brofferio, Sineo, Asproni — ed altri deputati liberali — che mi manifestarono voler profitare del mio soggiorno nella capitale per conciliare le diverse frazioni del partito avanzato — scisse da qualche tempo, e che si facevano una guerra indecorosa e nociva alla causa Italiana — solite magagne del nostro povero paese!

Da principio dubitando di poter riuscire all'intento propostomi — ed avversando un po', qualunque associazione, che non sia quella della nazione intiera — io ricusai di accettare — e sarebbe stato meglio: avessi perseverato in tale risoluzione — Ma sollecitato ancora, e facendomi capire: che si poteva fare gran bene, riuscendo, io accettai finalmente — e si combinò d'istituire una Società, che sotto il nome di _nazione armata_ — accoglierebbe tutte le altre[84]. Sin lì — tutto andava perfettamente — e tutti gl'individui appartenenti alle differenti società — che si presentavano a me — aderivano all'idea della fusione, e se ne mostravano contenti —

Una riunione della Società: _Libera Unione_ — doveva sancire l'atto conciliativo — ma all'opposto quelli stessi che con me s'eran mostrati soddisfatti dell'avvicinamento proposto — propugnarono idee affatto contrarie, e con un pretesto o coll'altro — dissero: essere la conciliazione impossibile —

Era idea mia antica — e me ne persuasi sempre più: che per metter d'accordo noi Italiani — vi voglion le stangate — e niente meno.

Fu tutta fatica perduta — e peggio poi: gli ambasciatori stranieri, forti della debolezza governativa — e come si disse: eccitatti da Cavour e da Bonaparte allora onnipotente — chiesero delle spiegazioni — e per corollario, il ministero in massa — meno Ratazzi, chiese la demissione —

Il pretesto fu la nazione armata — la mobilizzazione della guardia nazionale — e se mi è permesso tanta presunzione: il mio povero individuo, implicato in tutto ciò —

La _Nazione armata_ — fu cotesto un fulmine per quella miserabile diplomazia che vuole l'Italia debole — Diplomazia _chauvine_, Bonapartesca, e che ha per continuatore il piccolo monarca della Republica Francese[85].

Ciò serva ai miei concittadini: e sappiano dunque, che per passare dallo stato di conigli, come siamo stati sin'ora a quello di leoni da spaventare i prepotenti nostri vicini, vi vuole la _nazione armata_ — cioè due millioni di militi — ed i preti, onestamente occupati alle bonifiche delle paludi Pontine —

Il re mi fece chiamare, e mi disse: che bisognava desistere da qualunque delle idee progettatte —

_P. S._ Per dimenticanza io non ho forse menzionato il collonnello Peard — chiamato volgarmente:

«L'Inglese di Garibaldi»

Questo valoroso figlio della Britannia, comparì nel 59 tra i nostri volontari, armato di tutto punto, con una preziosa carabina — e facendo l'ammirazione di tutti per la precisione dei suoi tiri, e per lo straordinario sangue freddo — ove maggiore era il pericolo —

Il collonnello Peard — modesto e senza pretese — giacchè egli non voleva soldo — compariva ogni volta che i nostri volontari entravano in campo —

Si distinse molto nel 59 — e nel 60 egli contribuì molto alla venuta di quel bellissimo contingente Inglese — che quantunque giunto tardi — fece eccellente prova — negli ultimi fatti d'armi combattutti nelle pianure di Capua —

Se Bonaparte, e la monarchia Sarda — non ci avessero vietato di marciar su Roma, dopo la battaglia del Volturno — il contingente Inglese — che si aumentava ogni giorno — ci avrebbero giovato sommamente all'acquisto dell'immortale capitale d'Italia —

Il maggiore d'artiglieria Dawling — ed il cap.no Forbes — ambi Inglesi — pugnarono da valorosi nelle fila dei volontari — Come loro, io vorrei poter segnalare alla gratitudine della mia patria tutti quei prodi e valorosi che la servirono colla vita —

Deflotte — che dobbiamo considerare martire nostro — e Bordone — oggi generale — meritarono pure tutta la riconoscenza nostra —

TERZO PERIODO

CAPITOLO I.

Campagna di Sicilia — Maggio 1860.

Sicilia! Un filiale, e ben meritato affetto mi fa consacrarti queste prime parole d'un periodo glorioso — terra di prodigi e d'uomini prodigiosi!

Tu genitrice degli Archimedi — porti nella luminosa tua storia — due impronte — che si cercano invano nella storia dei più grandi popoli della terra — Due impronte del valore e del genio — che provano: la prima, che non v'è tirannide per fortemente costituita essa sia — che non possa esser rovesciata nella polve, nel nulla — dallo slancio, dall'eroismo d'un popolo — come il tuo insofferente d'oltraggi —

Questa prima: sono i sublimi — gl'immortali tuoi Vespri!

La seconda appartiene al genio di due fanciulli — che fanno probabili le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni dell'Infinito[86].

Anche una volta — Sicilia! Ti toccava di svegliare i sonnolenti! Di strappare dal letargo, gli addormentati dalla diplomazia, e dalla dottrina — Coloro, che non del proprio ferro armati — confidano ad altri, la salvezza della patria, e così la mantengono nella dipendenza, e nell'umiliazione —

L'Austria è potente — i suoi eserciti sono numerosi; alcuni formidabili vicini — sono contrari per miserabili mire dinastiche al risorgimento d'Italia — il Borbone ha cento milla soldati! E che monta! Il cuore di 25 millioni, palpita, freme d'amor di patria! La Sicilia che lo riassume tutto — insoffrente di servaggio, ha gettatto il guanto alla tirannide —