Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 26

Chapter 263,645 wordsPublic domain

Coi nemici in forza a Castenedolo — io non potevo certamente passare il Chiese a ponte S. Marco — e cercai informazioni per poter passare più sopra — dalle notizie raccolte, mi decisi: di rifare il ponte del Bettolletto, distruto dagli Austriaci alcuni giorni prima —

L'ordine del re, quantunque accolto con gioja, da principio — mi poneva in imbarazzo — per i reggimenti di cavalleria, e l'artiglieria che doveva ragiungerci e cooperare —

Marciare con tutta la brigata — al Chiese — io lasciavo lo stradale scoperto — ove artiglieria e cavalleria — senza il nostro sostegno avrebbero corso un rischio sicuro —

Mi decisi dunque di lasciare il primo, e secondo reggimento, scaglionati sullo stradale — facendo fronte al nemico di Castenedolo, ed osservandolo — ed io con parte del terzo, la compagnia dei bersaglieri Genovesi, i quattro pezzi e le guide — mi portai sul Chiese per la costruzione del ponte a Bettolletto.

Era quasi terminato il ponte — quando mi venne la notizia: il nemico aver attaccatto i due reggimenti nostri lasciati sullo stradale — Abbandonai i lavori del ponte, ed a galoppo mi recai sul luogo della pugna —

Il primo reggimento ch'era stato attaccatto — condotto da' prodi collonnelli Cosenz e Türr, aveva respinto il nemico con molta bravura, sino sul grosso delle sue forze a Castenedolo — ma soprafatto dal numero — era stato obligato di battere in ritirata — e fu in tale stato, un po disordinato, ch'io lo trovai quando giunsi sul campo di battaglia —

Il collonnello Türr che si trovava alla sinistra, ov'io giungevo, era stato ferito — e portato fuori del campo — Io, ed i miei bravi ajutanti — Cenni, Trecchi, Meryweather riordinammo alquanto, i valorosi nostri cacciatori che nuovamente fecero testa — ma che furono obligati di ripiegare ancora, davanti all'imponenza delle forze nemiche, assai superiori — e che, non solamente incalzavano di fronte — ma cercavano di girare i nostri, ed avviluparli —

La ritirata — comunque — ebbe luogo in buon ordine protetta dal secondo reggimento — avvertito dal maggiore Carrano mio capo di stato maggiore —

Tra i prodi Ufficiali caduti nella pugna — noi ebbimo a deplorare la perdita del maggiore Bronzetti, che s'era meritato il titolo di _prode dei prodi_ — in tutti i nostri scontri — Egli fu trasportato dal campo con tre ferite di palla — e morì pochi giorni dopo — Gradenigo discendente dai famosi patrizi Veneti — ufficiale pieno di bravura — e d'un sangue freddo ammirabile — era morto alla testa dei suoi militi caricando il nemico —

Aporti — antico mio compagno di Roma — e di Lombardia — tanto valoroso nella pugna, come caro e gentile, nell'ordinario consorzio della vita — era caduto tra i nemici — e nella ritirata non potendo moversi per avere una coscia rotta — fu lasciato ed amputato poco dopo —

Io non so: se potrò palesare col tempo, i nomi dei tanti miei fratelli d'armi — martiri dell'Italia — che non ricordo — e che sì brillantemente pugnarono e cadettero sul campo di battaglia, in quel giorno ben memorabile per i cacciatori delle Alpi — Codesta giornata detta dei Treponti — fu la più contrastata e la più micidiale, in cui si trovassero i nostri del primo reggimento — ch'ebbero l'onore della giornata — Il secondo sostenne la gloria acquistata nei combattimenti anteriori — E le compagnie del terzo comandate dal bravo maggiore Croce — mostrarono ch'eran degne di combattere accanto ai valorosi loro compagni —

Il tenente Specchi fu ferito in un braccio — da quel valoroso che fu sempre — sostenendo la ritirata — Un distaccamento della compagnia Genovese — ch'io avevo condotto dal Chiese — giunse a tempo per sostenere i nostri — e segnalare la bravura di quella gente scelta — Stallo, Burlando, Canzio, Mosto, Rosaguti, Lipari — si distinsero come sempre —

Gli Austriaci cessarono di avanzare — ed i corpi de' cacciatori delle Alpi — che avean preso parte al combattimento — si riconcentravano sullo stradale presso i Treponti — raccogliendo i feriti — e ben stanchi dalla marcia, e pugna sostenuta —

Questo combattimento ebbe luogo sotto condizioni sì sfavorevoli — per aver avuto l'onore di trovarci agli ordini immediati del quartier generale principale — e quindi esser stato obligato di divider la brigata, lasciandone due terzi in protezione di quelle cavallerie ed artiglierie, che dovevano avanzare — e che mai si videro —

Per la prima volta — nella campagna — che mi trovavo a contatto del quartier generale del re — non avevo certamente motivo di lodarmene —

¿Si sapeva, o no: esser, il quartier generale dell'imperatore d'Austria a Lonato — centro di un'esercito di dugento milla uomini? — E se si sapeva, perchè mandarmi a Lonato con mille e otto cento uomini? Che non si sapesse — sarebbe aver un concetto poco favorevole allo stato maggiore del re di Sardegna — che d'altro poteva esser colpevole — non di mancar di spie —

¿E perchè promettere d'inviarmi due reggimenti di cavalleria, e una batteria d'artiglieria — per la salvezza delle quali, la mia piccola brigata fu sul punto d'essere intieramente distrutta — mentre non solo — nulla si mandava — ma nulla ho mai più saputo di tale batteria e tale cavalleria?

Fu dunque un tranello in cui si voleva avvolgermi — e perdere un pugno di valorosi — che davan sui nervi a certi grandi mastri da guerra!

Mi andai finalmente persuadendo: aver voluto burlare con noi — il quartier generale del re — e burlare un pò tragicamente — e ciò mi fece capire: non esser seria l'idea di voler occupar Lonato — e dovermi occupare dei fatti nostri — senza aspettare gli oracoli superiori — Tanto più: che partecipando — la sera — al Generale Cialdini — gli avvenimenti della giornata — egli mi fece la seguente risposta: «Mi stato fresco se vi fidate a tale gente» Io, quindi dovevo contare su me stesso, e sui miei compagni per ulteriori disposizioni — e procurare di non cader nelle ugne dell'esercito nemico — ancora intiero e poco distante da me — come lo provarono i fatti che seguirono da vicino —

Durante il combattimento già descritto — avendo osservato, che il nemico guadagnava terreno sulla sua destra — io pensai con fondamento, ch'egli tentasse di tagliar fuori la forza nostra — che si trovava sul Chiese — Per tal motivo, io mandai ordine al collonnello Arduino, che abbandonasse il ponte già costrutto — e che si ritirasse verso i monti poco distanti di Nuvolento —

Quel collonnello dando una interpretazione troppo spinta all'ordine mio — non solamente si ritirò su Novolento — ma avendo diretto l'artiglieria per Gavardo su Brescia — prese lui stesso, colla fanteria, i sentieri della montagna, e si ritirava alla stessa direzione —

Avendo dato le disposizioni di concentramento in punti determinati ai Collonnelli Cosenz e Medici — io galopai verso Arduino — per metterlo a contatto degli altri corpi alle falde dei monti — posizioni adeguate per poter sostenersi contro forze superiori — Privo d'ajutanti perchè Cenni col cavallo morto, e gli altri con cavalli stanchi — od in missione — io avanzavo solo — chiedendo notizie a chi incontrava — ed eran pochissimi gli abitanti che non fossero fuggiti o nascosti — per salvarsi dalle angherie o depredazioni, a cui li assoggettavano i soldati — amici o nemici — Poi, le _gloriose battaglie_ — hanno naturalmente poco interesse per gli indifferenti — E la gente della campagna — sin'ora almeno — è sempre stata indifferente alle pugne Italiane — quando non è stata nemica nostra —

Ogni notizia raccolta da me — facea lontana, la gente ch'io cercavo — dimodocchè alla bontà della mia cavalla — che avea galopato tutto il giorno — io dovetti di poterla raggiungere — Senza essa — io avrei dovuto nell'altro giorno, cercare quella frazione della brigata, nelle montagne verso Brescia — od in cotesta città stessa — con non poca mortificazione — La brigata rimase scaglionata — nella sera — da Rezzate a Nuvolera, Nuvolenta ecc. — Intanto l'esercito del re s'avanzava per la strada di Brescia — Il generale Cialdini — a cui ero vincolato d'amicizia — all'annunzio del nostro impegno dei Tre ponti — aveva fatto il possibile, per spingersi avanti — facendo lui la vanguardia dell'esercito reggio — ed alcuni de' corpi suoi leggieri — diceva: averli mandati in sostegno nostro comunque essi non giunsero — perchè spossati dalle lunghe marcie — o giunsero a pugna terminata —

Rimanemmo alcuni giorni scaglionati nelle posizioni suddette — La presenza nostra — ed il progresso del nostro esercito — tenevano le popolazioni di Gavardo, Salò ecc. — in eccellenti disposizioni — e di più: quei di Gavardo — avendo ristabilito il ponte sul Chiese — ch'era pure stato distrutto dagli Austriaci — io divisai di spingermi sino a Salò — passando su detto ponte —

Si riunì quindi tutta la brigata a Gavardo — e nella notte passammo il Chiese dirigendoci su Salò — Il maggiore Bixio ebbe ordine di occupare cotesta città sul lago di Garda — nella notte col suo battaglione — e la brigata rimase sulle alture, dominanti lo stradale che va al nord per quella notte — facendo il nostro ingresso a Salò, nella mattina del giorno seguente —

Contemporaneamente al progetto, di marciare sul lago di Garda, io avevo commissionato alcune barche dei laghi di Como ed Iseo — che arrivarono con noi a Salò —

Io avevo procurato delle barche, pensando naturalmente: che il nemico abbandonando la sponda occidentale del lago — avrebbe ritirato, o distrutto le barche — Esse però non furono ritirate nè distrutte —

Occupammo Salò per alcuni giorni — e l'episodio il più importante della nostra presenza in quella città — fu la distruzione d'un vapore nemico —

Essendo noi in Salò — un vapore Austriaco veniva ogni giorno a spiarci — e perciò entrava sino nel fondo del porto — _sciando_[83] e presentando sempre la prora alla bocca del porto per esser pronto alla ritirata in caso di bisogno —

Avendo osservato tale giornaliera manovra — io chiesi — al comandante d'un forte distaccamento dell'esercito, che si trovava a Gavardo, una mezza batteria di campagna, tra cui due obici —

Giunta la mezza batteria, la feci collocare all'entrata del porto, alla destra entrando, in una posizione — che costrutta a proposito, non poteva riuscire più idonea —

Erano i pezzi perfettamente collocati alla sponda del lago — e coperti da piante, che li nascondevano intieramente guardando di fuori — ma che li lasciavano liberi di far fuoco sul lago in qualunque direzione —

Sulla sinistra, entrando nel porto, avevo mandato i bersaglieri Genovesi, col Capitano Paggi, ad imboscarsi tra piante situate da quella parte —

Il vapore giunse nel porto, al solito — vogando indietro — e venne a portata da bersaglieri, che cominciarono a fucilarlo colle loro carabine di precisione —

Il fuoco dei bersaglieri fece sì, che il vapore si allontanasse da loro, e si avvicinasse alla parte opposta, ove si trovava la mezza batteria imboscata — Ai pochi tiri di cotesti bravi artiglieri — si manifestò il fuoco a bordo del vapore — che non fu più possibile di estinguersi — Esso tentò di guadagnare — a tutta velocità, — la sponda opposta del lago — ma non vi riuscì — e si sommerse a poca distanza da quella — Duolmi non ricordare il nome, del bravo ufficiale d'artiglieria, che diresse quei pezzi —

E qui mi è caro: inviare una parola d'encomio alla nostra artiglieria Italiana — certo non seconda a nessuna nel mondo!

Il generale Cialdini — ai di cui ordini — ero stato posto dal re — mi ordinò di marciare in Valtellina colla brigata — Io anticipai il collonnello Medici a quella volta — che riunì tutti i distaccamenti nostri, che si trovavano a portata di quella valle — e spinse gli Austriaci verso lo Stelvio —

Seguitai colla brigata in Valtellina — traversando il lago di Como — da Lecco a Colico coi vapori — Occupammo la valle sino a Bormio — da dove Medici, spingendosi verso lo Stelvio, obligò i nemici a sgombrare il territorio Lombardo —

I nostri giovani cacciatori delle Alpi — condotti da Medici, Bixio, Sacchi ecc. — diedero nuove prove di valore e di costanza in tale nuovo genere di guerra, tra le gole, e ruppi delle Alpi — coperte da neve eterna — ed ove i nemici avevan la pratica dei luoghi — ed erano acclimati — essendo quasi tutti Tirolesi.

Erimo dunque padroni della Valtellina — ed il generale Cialdini, occupava colla quarta divisione dell'esercito — la Val Camonica, Val Trompia — sino al lago di Garda —

Il colonnello Brignone della stessa divisione occupava Val Camonica —

Non credo fuori di proposito — dire, qui, una parola sul destino di questa quarta divisione — senza dubbio, una delle migliori dell'esercito Italiano — comandata da ufficiali distintissimi —

¿Fu essa, staccata dal nostro esercito — perchè realmente si temeva la comparsa d'un grande corpo Austriaco da quella parte del Tirolo? O fu per diminuire il nostro esercito — e farle fare una men bella figura — nella battaglia decisiva che indispensabilmente doveva darsi sul Mincio? O fu per custodire il corpo cacciatori delle Alpi, che ingrossava spaventosamente in quei giorni — e toglierli quell'Indipendenza — che sembrava non dispiacere del re — ma che non piaceva a certa gente alto locata?

A quel volpone di Bonaparte, credo non fosse estranea la prima ipotesi — e fu un mero pretesto lo allontanare la divisione suddetta dall'esercito — e privarlo così d'un capo valoroso — e d'una eccellente divisione —

Poi, i cacciatori delle Alpi — che da mille otto cento uomini, a cui eran stati ridotti dopo l'affare dei Treponti — s'eran aumentati — quasi per incanto — in poco più d'un mese a circa dodici milla — e crescevano ogni giorno — non mancavano di dar ombra alla gente a coda di paglia — che, nonostante aver predicato: a nulla servire i volontari — questi avevan la debolezza di incutere spavento a tale gente —

Quella gente stracarica di colpe — à paura di noi — e ne ha ben donde — Ci chiama rivoluzionari — e ci onora — non rinunciando noi, all'onorevole titolo — finchè vi sia canaglia sulla terra — che per gozzovigliare nelle lussurie — mantengono la parte migliore delle nazioni nel servaggio, e nella miseria — Cotesto stolto modo di procedere — poteva aver origini dallo spirito tortuoso del terzo Napoleone — e riflettersi nell'anima del re — e de' piccini suoi cortiggiani — Il fatto sta: che la battaglia di S. Martino ebbe luogo — e l'esercito Italiano composto di cinque divisioni in tutto — mancò della quarta — che poteva: dar un brillante colpo di mano ai nostri — ed agevolare l'ardua battaglia ch'essi ebbero a sostenere —

La paura di corpi Austriaci, scendendo dal Tirolo — finta, o reale — mi fu manifesta, sino dal mio arrivo a Lecco — ov'io trovai un distaccamento del genio Francese, con un'ufficiale superiore, occupati a minare la strada maestra che da Lecco conduce in Valtellina —

È vero: che tale ufficiale aveva ordine d'intendersi con me sul da farsi — ed io nessuna notizia avendo di corpi nemici avanzandosi da quella parte — lo pregai di desistere nell'opera sua di distruzione —

Io credo: il generale Cialdini, aveva ordini, emanati — senza dubbio — dalla stessa sorgente — di distruggere nelle valli superiori, strade e ponti — e tali ordini furono trasmessi al Collonnello Brignone, che occupava Val Camonica ed a me in Valtellina.

Il collonnello, a malincuore, fece distruggere qualche cosa — ed io feci studiare da alcuni ingegneri i punti più idonei ad esser distrutti in caso di bisogno — ma nulla feci distruggere — sembrandomi un'atto di timore intempestivo: rovinare ponti e strade di una necessità assoluta ai miseri valiggiani — senza che vi fossero notizie di nemici — almeno in gran numero —

Intanto accadevano le grandi battaglie di Solferino, e S. Martino — e poco dopo la pace di Villafranca — che molti tennero qual calamità, ed io come una fortuna.

All'armistizio, e poi pace di Villafranca — i Cacciatori delle Alpi, passavano i dodici milla uomini, in cinque reggimenti — ed occupavano le quattro vallate: Valtellina — Camonica — Sabbia — e Trompia — sino alla frontiera del Tirolo — Il generale Cialdini s'era ritirato colla sua divisione su a Brescia —

Di più dei cinque reggimenti — Cacciatori delle Alpi — era giunto finalmente il reggimento: Cacciatori degli Apennini — che Cavour ad onta degli ordini del re — ricevuti sin dal principio della campagna — non volle mandarci — sotto differenti pretesti — e che ci mandò poi a guerra finita —

Coll'arrivo dei Cacciatori degli Apennini — giunse pure il Collonnello Malenchini — quello stesso, che al principio dell'emigrazione della gioventù Italiana, nelle fila dell'esercito in Piemonte — se ne venne dalla Toscana con nove cento giovani — Il Malenchini fu per me un'acquisto — sia per l'affetto ch'egli aveva dai suoi militi — quanto per l'amicizia, veramente gentile a me prodigata.

Poco dopo, venne pure Montanelli — uomo, per cui avevo conservato affetto, dal momento che lo avevo conosciuto a Firenze nel 48 — e che meritava la stima di tutti per la sua abnegazione veramente esemplare! Egli era semplice milite nel corpo Cacciatori degli Apennini — quest'uomo, con Filopanti e Massimo d'Azeglio — m'hanno sempre ispirato un vero rispetto — Uomini sommi! per coraggio e superiore intelligenza — Io venero in loro l'ideale del gran cittadino! Due di loro, hanno potuto esser dottrinari per un momento — ma pagarono della persona nel giorno del pericolo —

A Curtatone ed a Vicenza furon feriti quei due illustri capi di governo — pugnando da semplici militi a fronte dei patrioti Italiani! Filopanti il grande Astronomo — l'intemerato deputato alla Costituente Romana — l'ho veduto io, col suo moschetto, combattendo alla difesa di Roma — Italia, può ben andar superba d'aver generato tali grandi! Montanelli frammezzo alla gioventù Toscana a Curtatone — e Massimo nei ranghi de' combattenti a Vicenza — sono figure che giganteggiano — e l'onorevoli cicatrici segnate sui campi di battaglia — adornano con aureola di gloria eterna — gli autori della Costituente Italiana — e del Nicolò dei Lapi —

Quando Malenchini marciò in Piemonte colla gioventù Toscana — egli avea lasciato il posto di ministro della guerra a Firenze — che l'opinione publica, onnipotente in quei tempi, aveale giustamente assegnato — Avvicinandosi l'ora delle pugne in Lombardia — egli piantò il ministero — e corse ove si trattava di combattere —

Tale abnegazione è sovente portata troppo oltre dai modesti patrioti di merito — poichè, i posti superiori da loro generosamente abbandonati — sono generalmente coperti da intriganti, che contribuiscono al male del paese —

L'armistizio di Villafranca, che tutti capirono esser preliminare di pace — lasciava i Cacciatori delle Alpi in uno stato inadeguato alla loro natura. Giovani generosi — avendo abandonato arti, e comodi della vita per giungere ove si pugnava per l'Italia — non erano certamente idonei alla pacatezza delle guarnigioni, del quartiere, e sopratutto alle esuberanti discipline della monarchia in tempo di pace —

Sin dal principio dell'armistizio, quindi, si capì: i Cacciatori delle Alpi, diventerebbero pianta esottica — in mezzo dell'esercito permanente — e sotto la perenne ed antipatica amministrazione del ministero Lamarmora —

Le notizie dell'Italia centrale all'incontro presentavano alcunchè di bellicoso — Si diceva: il Duca di Modena, pronto ad invadere il ducato — e gli Svizzeri del Papa — dopo l'eccidio di Perugia — esser avidi di gittarsi sulle Romagne —

2º Periodo 1859.

CAPITOLO XII.

Nell'Italia Centrale.

Un desiderio naturale — manifestavasi nell'Italia del centro — allora in piena ostilità contro i suoi padroni — di avere i Cacciatori delle Alpi —

Cotesto corpo godeva meritamente la stima del paese — d'indole indipendente — com'erano gli elementi che lo componevano — si poteva pensare con probabilità di non ingannarsi — ch'esso non fosse vincolato indefinitamente agli ordini monarchici — Non abbisognava quindi, stimolarlo molto — per spingerlo contro tirannelli e preti —

Montanelli e Malenchini me ne parlarono — anzi ambedue fecero un giro nel centro, e tornarono, sollecitandomi — ed esternandomi il desiderio dei governi di Firenze, Modena, e Bologna — cioè: ch'io mi recassi nell'Italia centrale — ove mi sarebbe stato dato il comando di coteste truppe —

Quando io risposi a Montanelli, che marcerei senza indugio — chiedendo la mia demissione — egli m'abbracciò commosso — Malenchini poi giunse con una lettera di Ricasoli — che mi chiamava nell'Italia centrale per comandarne l'esercito — o _parte di esso_ — In questa espressione io cominciai a capire che v'era qualche diffidenza — ma siccome, mai ho servito la causa dei popoli con condizioni — e massime quella del mio paese — io non feci parola — Il buon Malenchini però, mi diceva: che Farini con cui aveva parlato a Modena — e Pepoli che aveva veduto a Torino — lo assicurarono: che mi darebbero il comando di tutte le truppe colà esistenti —

Chiesi la mia demissione, e m'incamminai per la via di Genova a Firenze — Nella capitale della Toscana principiai a realizzare il mio dubbio — e capire che avevo da fare colla stessa gente, con cui mi era toccato di trattare dal mio primo arrivo in Italia — Lasciato in Montevideo il comando in capo d'un esercito che si batteva eroïcamente da sei anni — e giunto in Italia, coi miei poveri e valorosi settanta tre compagni — dopo vari mesi di girovagare da Nizza a Torino, da Torino a Milano — di là a Roverbella — e poi ancora a Torino, ero pervenuto ad ottenere il comando, d'alcuni resti di quartieri — poco prima della capitolazione di Milano — col grado di Collonnello — E tale comando lo ottenni quando le cose della guerra già andavano a rompicollo — e perchè a rompicollo andavano —

Io ero venuto dall'America per servire il mio paese — anche da semplice milite — e del resto poco m'importava — M'importava però assai: veder l'Italia decorosamente servita — e non lasciata in preda a certe masnade che non ci valgono — A Roma un Ministro Campello, tenendomi co' miei lontani della capitale — con sospetti meschini, m'imponeva di non superare il numero di cinquecento militi —

In Piemonte al principio del 1859 — mi tenevano come una bandiera per chiamare i volontari — i volontari accorrevano — ma da 18 a 26 anni eran destinati ai corpi di linea — I troppo giovani i troppo vecchi — ed i difettosi, erano destinati a me — a cui s'imponeva di non comparire in publico — per non spaventare la diplomazia (si diceva:) —

Una volta poi sui campi di battaglia, ove avrei potuto fare qualche cosa — mi si negavano quei volontari — ch'erano accorsi alla mia chiamata —

A Firenze non mi fu difficile capire: che avevo da fare cogli stessi uomini — e si cominciò a parlarmi della possibilità dell'accettazione del generale Fanti al comando supremo, con cui avean creduto di lusingarmi — Poverissimi furbi!

Avrei dovuto forse accettar nulla — e tornarmene alla vita privata — ma, come dissi prima: il paese era minacciato — E poi? Avevo io per costume di chiedere alcuna cosa trattandosi d'una causa sì bella! Accettai dunque il comando della divisione Toscana. Il buon popolo di Firenze, mi acclamò, mentre io entravo in palazzo vecchio — ed i governanti, com'era naturale, gradivano poco tali acclamazioni — e mi chiesero di calmare il popolo — e partire al più presto per Modena — ove si trovava il quartier generale della divisione —

A Modena vidi Farini — egli m'accolse assai bene — e mise ai miei ordini le forze organizzate di Modena e Parma —

Farini, uomo d'intelligenza superiore — assai scaltro — Egli, come tutti i governanti dell'Italia centrale, era molto ben seduto sul seggio dittattoriale di quelle belle provincie — ed un'uomo popolare accanto a lui, non lo garbava molto — Ricasoli da principio sembrommi più franco di Farini — non così astuto — ma sventuratamente collo stesso senso repulsivo verso di me — che si copriva colla mia troppa temerità ecc.

Cipriani poi, governatore di Bologna — era un Napoleonico sfegatato — e come tale, poca lega con me poteva fare —