Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 25
¿Chi può descrivere la scena commovente di Como in quella notte — e chi può ricordarla senza esserne commosso?
La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini, s'erano impadroniti dei miei militi — Abbracciamenti, pianti, grida, pazzie! erano all'ordine della notte! I pochi a cavallo che con me marciavano alla testa della collonna — duravan fatica, per non esser rovesciati — e tirati giù per le gambe — massime dalle ragazze la di cui bellezza, sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori!
De' nemici, non si sapevan notizie certe — Chi diceva: ch'erano in tale, od in tal'altro quartiere — Chi diceva: fossero marciando verso la Camerlata — Il fatto che mentre noi entravamo da una parte — loro uscivano dall'altra — e che non trovandosi sicuri alla Camerlata, proseguirono in confusione verso Milano — lasciando dietro loro, nei depositi della Camerlatta molte vettovaglie ed armi —
I poveri, valorosi Cacciatori delle Alpi — bivacarono per le vie, e piazze della città di Como — ed avevan ragione d'esser stanchi — Partiti la mattina da Varese — avevan marciato tutto il giorno — e poi combattutto, e marciato ancora la metà della notte — Ed era un prodigio per giovani non fatti alla fatica delle marcie —
L'amor sacro di patria, poteva solo sostenere in piedi quella magnifica gioventù Italiana —
Io la feci da veterano: dopo d'aver combinato la formazione d'alcune barricate — allo sbocco di strada verso la Camerlatta — e d'aver contemplato commosso d'affetto, i miei stanchi compagni — sdrajati nelle strade e sulle piazze, io accettai per un momento un'asilo offertomi, credo: in casa Rovelli —
Il nemico aveva ricevuto un forte colpo — Dalla natura del terreno, dai vari combattimenti, e dalla sovrastante notte — v'era da suporre ch'egli aveva molti dispersi — e quindi fosse demoralizzato — Così succedette veramente —
Però, persuaso ch'egli contava circa 9000 uomini — 12 pezzi d'Artiglieria, e un bel po di cavalleria — e noi meno di 3000, con poche guide a cavallo — senza un sol cannone — e pensando: che la posizione di Como, in un fosso dominato da tutte le parti da formidabili alture — tuttociò mi teneva all'erta su quanto poteva succedere il giorno seguente — se avessimo avuto da fare con un nemico intraprendente — Tutti codesti pensieri turbarono il brevissimo mio riposo — e l'alba mi trovò a cavallo, marciando verso la Camerlata, per prender notizie del nemico — Egli aveva evacuato quel punto importante... fu il sommario delle notizie raccolte — e ne fui ben contento — I miei bravi militi erano spossati, al punto, da non augurar loro un combattimento per quella giornata — Si prese possesso della Camerlatta — e si occupò militarmente — I cacciatori riposarono — tutto il giorno — a loro grandissima soddisfazione —
La vittoria era stata compra con alcune perdite ben sensibili! Non eran molti, i morti e feriti nostri ma di vaglia — Il prode Capitano Decristoforis, avea pagato colla vita, l'intrepidezza e lo slancio generoso — con cui avea portato la sua compagnia all'attacco di fronte della posizione di S. Fermo — ed era sensibilissima perdita questa —
Giovane, bello, modesto com'una fanciulla — egli aveva tutte le doti che fanno gli eroi — ed i gran Capitani — Decristoforis era della terra degli Anzani, dei Daverio, e dei Manara — era come loro nato in terra serva — ma avea provato come loro: che un popolo generatore d'uomini di quella tempra — deve servir a nessuno!
Come loro: eran poca cosa la bravura, il valor personale, accanto alle brillanti qualità dell'anima, che lo adornavano — e la patria dei Scipioni, e dei Gracchi — la nazione che conta i Vespri e Legnano — ponno esser deviate compresse per un momento — per un momento calpestate dalla prepotenza straniera — o prostratte dal contagio corrutore degli impostori — ma non esauste giammai, di figli tali, da far stupire il mondo —
Pedotti! non della statura di Decristoforis, ch'era piccolo — ma della stessa bravura — aveva pur pagato il suo tributo alla patria — giacendo cadavere tra i valorosi che avevano assalito di fronte —
Pedotti, apparteneva pure alla schiera eletta dei giovani Lombardi delle prime famiglie — che vennero al principio dell'armamento dei volontari — ad ingrossarne le fila — Egli avea largito il suo oro per la compra d'armi — e dava la vita al suo paese! Cartellieri prode come i primi della stessa schiera — s'era trovato anche lui dal 48 avanti — ovunque si pugnava per l'Italia —
Giovani coraggiosi! le vostre ossa serviranno di fondamento eterno all'edifizio di questa patria — che voi avete idolatrata — e le donne delle venture generazioni Italiane, insegneranno ai loro bimbi le vostre gesta gloriose — ed a benedire i santi vostri nomi! Io non ricordo i nomi dei tanti miei fratelli d'armi — in quella veramente grandiosa fazione — caduti — ove pochi ed inesperti giovani — sbaragliavano, collo slancio del patriotismo — le falangi più numerose assai del feroce Urban — che sino a Monza fuggiva, senza girarsi indietro per vedere chi l'avea sconfitto —
Il possesso di Como, ingigantiva la situazione nostra di mezzi d'ogni specie, di credito, e di riforzi d'uomini e d'armi — I piroscafi, grazie alla buona volontà dell'amministrazione — e de' loro comandanti, erano nostri — e quindi noi padroni del Verbano — Tutt'i paesi del lago — la Valtellina, Lecce, ecc. — s'eran pronunciati a favore nostro — Dovunque si chiedevano armi, per contribuire all'impresa patria — Si difettava d'armi però — e massime di munizioni — già consumate nelle pugne antecedenti — E non solamente lontani dalla nostra base il Piemonte ma quasi intieramente interrote le comunicazioni — Il patriotismo d'alcuni individui — suppliva alcune volte alle comunicazioni — col Piemonte riguardo alle notizie — ma armi e munizioni era difficile od impossibile d'averne —
Ciò mi fece nascere l'idea di riavicinarmi al lago Maggiore — e tentare nello stesso tempo un colpo di mano su Laveno — Ecco dunque nuovamente i cacciatori delle Alpi sulla strada da Como a Varese —
Il maggiore Bixio, distinto e risoluto ufficiale — uno di quelli come Cosenz e Medici — a cui si può affidare la direzione di qualunque impresa — ove certamente faranno il loro dovere — Bixio, dunque lo destinai ad avanzarsi, per osservare Laveno — Ma a lui non toccò l'assalto meditato — perchè nell'avvicinarmi a quel punto — mi venne suggerito: l'operazione potersi coadjuvare dal lago — e Bixio era il migliore che poteva incaricarsi d'un'impresa acquatica — perchè alla dote d'esser un bravo militare riunisce quella d'esser un esperto Capitano di mare —
Si stette poco in Varese, e si marciò a Gavirate — scaglionando poi la brigata da Gavirate a Laveno — Avrei potuto tentare un'assalto serio di notte su Laveno con tutta la brigata — però da notizie ricevute sapevo Urban in traccia nostra, molto ingrossato — e non mettevo dubbio quindi — a non impegnarmi con tutte le forze — avendo un formidabile nemico alle spalle — non lontano —
Mi limitai dunque ad un colpo di mano parziale — e ne incaricai due compagnie del primo reggimento — I capitani Bronzetti, e Landi — Il maggiore Marrocchetti doveva sostenerli col resto del battaglione — ed il collonnello Cosenz col resto del reggimento —
Fratanto mi erano arrivati due piccoli obici di montagna — e due cannoncini con alcune munizioni — condotti dal prode Capitano Griziotti —
L'operazione su Laveno non riuscì: il capitano Landi che assaltò per il primo — entrò nel forte verso la una della mattina, con una ventina di uomini — e non seguito dal resto della compagnia fu obligato di evacuarlo, essendo lui stesso gravemente ferito —
Il Capitano Bronzetti fu traviato dalle guide, e non giunse a tempo per cooperare all'assalto — dimodocchè, respinti, i nostri furono obligati di prender posizioni scoperte; ed ai nemici da dietro a' ripari dei parapeti riescì facile il ferirne alcuni —
Se col Capitano Landi, fosse entrato il resto della compagnia — e fosse stato seguito dall'altra compagnia di Bronzetti — il forte occupato da un'ottantina di nemici — sarebbe certamente rimasto in nostro potere — Preso quel forte, dominante tutte le altre posizioni, ed i vapori — io avrei potuto facilmente occupare Laveno — e tenermi così — aperte le comunicazioni col Piemonte —
Mancò l'assalto del forte, e mancò quello del lago sui vapori — non avendo potuto il maggiore Bixio indurre le barche di finanza della riva Piemontese ad accompagnarlo — Bisognò quindi pensare alla ritirata — Quando il nemico s'accorse — all'alba — che il nostro assalto era stato mancato — cominciò un fuoco tremendo, contro le compagnie che si ritiravano e le riserve — I forti ed i vapori canoneggiavano disperatamente, come s'avessero voluto vendicarsi della paura ricevuta nella notte — Essi tiravano dei razzi — trastullo favorito degli Austriaci — in quantità strabocchevole — Vero trastullo: giacchè mai ho veduto un'uomo od animale ferito da quella specie di spauracchi —
Volendo l'Austria — colla spavento massime — dominare in Italia — essa si è servita con molta compiacenza dei descritti razzi — che intimorivano senza ferire — e degli incendi che impaurivano e ferivano — Se ne ricordino bene i nostri concittadini! Io spero: le popolazioni che per loro sventura, l'hanno ancora sul collo, se ne sbarazzeranno presto — e più non vedremo i suoi razzi ed i suoi incendi — Ma se a caso — andasse diversamente la cosa — ricordiamoci dei razzi, degli incendi, e degli assassinï!
A mezzogiorno di Laveno, vi è un'altura coronata da boschi — dalla quale si domina perfettamente tutte le posizioni di Laveno ed il porto — Io avevo inviato la nostra piccola artiglieria su quella posizione — Essa servì ad allontanare alquanto i vapori — e la ritirata si fece in assai buon'ordine —
Il Capitano Landi si condusse da prode — avendo condotto sino dentro la fortezza la testa della sua compagnia — Forse l'oscurità della notte fu causa del traviamento del resto — Egli vi fu gravemente ferito — Se tanta fortuna avesse avuto il Bronzetti — anche valorosissimo — la riuscita dell'impresa era sicura — I tenenti Spegazzini, e Sparvieri, vi furono pure feriti combattendo egregiamente —
La sera dello stesso giorno, io ebbi avviso: che Urban era entrato in Varese — Ciò mi contrariava alquanto — io ero tagliato da Como — e non c'era tempo da perdere —
Ci gettammo in Val Curia colla brigata — ed attraversammo Val Gana — per questa valle scesimo alla vista di Varese — e giunsi colla vanguardia sino sotto Bium superiore —
Cominciava la notte — si poteva attaccare il nemico con poco rischio — colla ritirata sicura in caso avverso, nelle forti posizioni di Val Gana —
Dalle alture che dominano Varese dal settentrione, io avevo perfettamente osservato tutte le posizioni occupate dal nemico — e dal numero che ne scorgevo mi sembrava numeroso — abbenchè non tanto quanto lo dicevano gli abitanti — Niente meno però di 12 a 15 milla — L'artiglieria la vidi — e vidi pure occupate le posizioni dominanti — com'era naturale —
Era grande la mia voglia di attaccare Urban e liberare Varese — Ma sapevo: il generale Austriaco: voler vendicare sui poveri abitanti le sue sconfitte — e sapevo pure: quanto era capace di farlo —
Contuttociò io non attaccai — e mi decisi di ricondurre la brigata a Como —
A Malnate v'era pure un corpo Austriaco — e non si poteva però seguire lo stradale — che da Varese conduce a Como — Fui obligato quindi, di seguire più alpestri vie — che grazie alle buone guide datemi dal podestà di Arcisate — noi potemmo percorrere, ad onta d'un diluvio di pioggia — che continuò senza interuzzione d'un solo minuto — per tutta la strada —
Fu questa una nuova prova di costanza, e di coraggio per i miei giovani compagni — Noi passammo a poca distanza da Malnate — ma era tanto il temporale — che non v'era pericolo di trovarvi esploratori Austriaci — La collonna s'era fatta lunghissima — ed una volta, io tentai di fermarne la testa, ma impossibile — solo marciando si poteva tener contro il temporale — ed il freddo — che colpiva i poveri militi — Fu quella, una marcia lunga e disagiata — Alcuni fiumicelli, e torrenti ingrossati ci diedero molta fatica a passarli — massime la coda della collonna ed i carri —
Giunsimo a Como, e quella buona popolazione, accolse i nostri cacciatori colla solita amorevolezza — presto, furono dimenticati i pericoli e le fatiche passate — Era ben tempo però, di giungere a Como — alquanto sconforto s'era manifestato nel paese — per la nostra lontananza — Gli Austriaci, ed i preti amici loro — maestri di menzogne — ne avevano inventato d'ogni genere — ed avevano massime: un talento singolare, per fare aparire masse, e corpi nemici in ogni punto e direzione —
Le autorità s'eran ritirate sul lago — ed alcune compagnie ch'io avevo lasciato pria di partire per Laveno — s'eran pure ritirate — I feriti — cosa inconveniente — furon pure trasportati a Menaggio —
Tutto ciò aveva sgomentato la popolazione — e se qualunque forse nemica fosse comparsa su Como, in quel poco tempo della nostra assenza — tutto sarebbe ritornato agli Austriaci —
Chi mi aveva poi informato di tutto questo fu una coraggiosa ed avvenente fanciulla — che mi comparse — in un legno, sulla strada da Rubarolo a Varese — come una visione — mentre io marciavo colla brigata su quella città per attaccarvi Urban — Quella bella fanciulla, si era partita da Como, per annunciarmi lo stato deplorabile in cui si trovava, e sollecitare il mio ritorno —
A Como si pensò a qualche opera di difesa — su tutti i punti dominanti ed importanti dei dintorni — La popolazione si prestò alacremente a tali opere — La battaglia di Magenta però succeduta in quei giorni cambiò la faccia delle cose — Quella battaglia, com'era ben naturale, elettrizzò lo spirito publico — e fece più facile la condizione nostra — mentre quella del nostro avversario Urban a Varese — era divenuta ben critica — e non sarebbe stato difficile di farli metter giù le armi, se avessimo avuto alcune migliaja d'uomini di più — Considerando però: esser la mia brigata in quei giorni di circa due milla uomini — capaci di combattere — io non potevo certamente rischiarmi ad esser schiacciato, gettandomi attraverso la strada che doveva seguire il nemico tanto superiore in numero —
Io così stesso — avevo deciso una mattina di spingermi a cavaliere, sulle strade che Urban doveva percorrere per Monza — e ne fui distolto da varie ragioni — massime da quella che Urban sapendoci sulla strada di Monza — avrebbe preso quella di Como — per noi più importante e più sicura — sotto tutti gli aspetti —
Padroni del lago di Como coi vapori — non v'era più un solo punto sul lago — che non avesse abbassato le abborrite insegne dell'Austria — ed innalzato il tricolore — La importante città di Lecco — ci apriva pure la gran strada della Valtellina — e quella dell'Oriente, che va a Bergamo e Brescia — con cui era già in relazioni strette il nostro prode Gabriele Camozzi —
Gabriele Camozzi — è uno di bei caratteri — di cui fu ricca l'Italia nell'epoca del suo risorgimento — caratteri ch'è sempre una fortuna trovare, e che vi appariscono proprio nelle ore solenni d'un modo interessante — Io l'avevo veduto per la prima volta a Bergamo — ed avevo amato quella fisionomia simpatica — modesta e risoluta — La simpatia suscitatami era corrisposta — poichè all'atto del bisogno — io trovai le dieci milla lire del Camozzi — pronti a migliorare la mia condizione —
Verso l'epoca della battaglia di Novara — noi troviamo Camozzi — riunendo verso Bergamo, tre o quattro cento compagni — tra loro molti de' propri contadini — e marciando al soccorso di Brescia — la città eroïca — i di cui cittadini pugnavan col coltello, contro i numerosi ed aguerriti soldati dell'Austria — e si sostenevano per vari giorni — esempio sublime! Che seguito da tutte le città Italiane — insegnerebbe ai tracotanti vicini — che questa terra non è più vileggiatura per loro — e che non v'è potenza sulla terra che potrebbe dominare l'Italia con tali figli!
Sì! Il Camozzi marciava unico coi suoi compagni, in sostegno del valoroso popolo di Brescia — e fu bello quell'atto di coraggio e di slancio — per animare, per proteggere i combattenti, e pericolanti fratelli — o almeno per dividerne la sorte infelice!
Io ero lontano quando seppi tanto del Camozzi — e ne fui commosso d'ammirazione e di rispetto!
Oggi (1872) l'Italia non deve più temere: invasioni straniere — Una nazione che può armare più di due millioni di cittadini — chi diavolo potrà domarla! Ma perciò si dovrà seguire l'esempio de' prodi Bergamaschi — Gabriele Camozzi — come già dissi: era in corrispondenza con Bergamo, e co' paesi circonvicini — è superfluo il dire, quanto valevole mi era la cooperazione di quell'egregio compagno —
Ho già accennato, più sopra, i motivi che m'impedivano di gettarmi sulla linea di ritirata di Urban — Non abbracciando tale determinazione — e non volendo rimanere ozioso — divisai di operare sulla linea di Lecco, Bergamo e Brescia — linea più consentanea al genere nostro di operazioni — ed alle esigue forze a cui era ridotta la brigata —
Si continuava a suscitare l'insurrezione di coteste città e paesi importanti — conservando sempre la nostra libertà d'azione — Deciso dunque a quest'ultimo partito — cominciai ad imbarcare sui vapori parte della brigata per Lecco —
In quel tempo ricevetti una comunicazione del generale Fanti — ove mi diceva: se mi sembrava possibile, di operare in combinazione colle forze da lui comandate, contro Urban — Io non so da chi fu rimessa tale comunicazione — ma siccome non vidi il messo — ne fui richiesto da lui di risposta — io continuai la mia mossa verso Bergamo — lasciando agli alleati, la cura di perseguire Urban — allora in ritirata su Monza e l'Adda —
Da Lecco seguimmo la marcia su Bergamo — ove si trovavano gli Austriaci — si fece prigioniero un ufficiale nemico — che girava nei dintorni — imponendo una contribuzione di dodici milla svanziche — sotto minaccia in caso di rifiuto — della distruzione del paese — soliti complimenti di quei gentili padroni — consueti a metter subito in opera le loro minaccie — Questa volta — essi furon pagati con moneta simile a quella con cui Camillo pagò in Roma i Galli — cioè: con ferro.
Nell'avvicinarsi a Bergamo di mattina a buon'ora — seppimo dagli abitanti — che i nemici evacuavano la città — e per celere che fosse la nostra marcia, non fu possibile ragiungerli —
Noi occupammo Bergamo — ove trovammo cannoni e molte munizioni — ad onta d'aver il nemico procurato di distruggere ogni cosa —
Successe in Bergamo un fatto curioso — Al principio della nostra occupazione — dalla stazione della strada ferrata ci venne la notizia — che un corpo di mille uomini — partiva da Milano in soccorso del presidio di cotesta città —
Io radunai la brigata in detta stazione — occultandola nei fossi e nei caseggiati — e nei punti dei dintorni vantaggiosi ad occuparsi — Veramente il treno colla truppa Austriaca avvicinava; ma un cantoniere di codesta nazione che si trovava a Seriate — alla distanza di due miglia circa — avvertì il nemico della nostra presenza in Bergamo — Il nemico avvertito non proseguì il suo cammino, e si fermò a Seriate — indeciso probabilmente sul da farsi —
Il capitano Bronzetti, colla sua compagnia — inviato a quella direzione, in riconoscenza, caricò risolutamente il nemico, dieci volte più numeroso, e lo pose in fuga.
Quando io giunsi con alcuna forza per sostener Bronzetti il nemico era già scomparso — Ciò serva d'esempio ai nostri concittadini: Che tali padroni non meritavano, certo, d'averci per servi — e ciò prova a qual punto di demoralizzazione eran giunti i fucilatori di Ugo Bassi e Ciceroacchio —
Ebbimo alcuni feriti in quell'incontro veramente straordinario — ed il valoroso tenente Gualdo — fu malamente ferito in una gamba — che le venne amputata — Poco stettimo in Bergamo, sapendo: che il nemico metteva a contribuzione i paesi della Bassa — Marciammo in giù colla brigata — e si riparmiarono molte depredazioni ai poveri abitatori delle campagne —
Ci avviamo dopo verso Palazzolo — ove avevo fatto precedere il Cosenz col suo reggimento — Giunti a Palazzolo e sapendo il nemico sulla strada di Brescia — divisai di accelerare la marcia verso l'egregia città — che già era stata evacuata — ma che temeva una ricomparsa de' vicini nemici — alcuni messi della stessa eran venuti a raguagliarmi d'ogni cosa — e sollecitarmi a nome dei Bresciani —
I miei poveri cacciatori eran giunti a Palazzolo spossati da forzate marcie — ma contavo sullo slancio della prode gioventù che mi accompagnava — e non m'ingannai! Feci sondare dai comandanti di corpi: se non si sentirebbero capaci di proseguire nella stessa notte sino a Brescia: ed una sola voce si alzò tra quei valorosi campioni dell'Italia! A Brescia! A Brescia! e verso le 11 della sera, eccoli ancora avviati per quella città — colla stessa alegria e disinvoltura — dimentichi come sempre — di disagi e stanchezza.
Cacciatori delle Alpi! Miei giovani e coraggiosi compagni! Nel momento in cui scrivo di voi — unico pegno ch'io possa consacrarvi dell'affetto mio — in questo momento voi siete perseguiti, dalla pedanteria e dall'invidia — di chi fece nulla, o poco per l'Italia — mentre voi opraste quanto un patriota può per il suo paese!
In questo momento, i vostri prodi ufficiali, sono supplantati dai Tersiti dell'Illiade Italiana — che gozzovigliano lautamente — e la maggior parte dei nostri — i migliori — respinti, come se fossero nemici — vagando, elemosinando, per le stesse contrade — ove con voi debellarono i depredatori delle nostre terre — Ebbene, Cacciatori delle Alpi — poveri e generosi miei fratelli d'armi! il nostro paese non potrà rifiutarvi un plauso — per le tante gloriose fatiche sopportate — ed egli spera, che nell'ora del pericolo, benchè repulsi — maltrati dai malvagi — voi, tornerete ancora, collo stesso slancio, e la stessa ilarità — a combattere i suoi nemici —
Coloro, che tanto si mostrano interessati ad abbassarvi — e far sparire l'assisa gloriosa — che li abbarbaglia — e che poveramente vi adornava a Varese, a Como, a Seriate, non potranno negarvi un senso d'ammirazione per le vostre gesta — e sopratutto per la vostra costanza a supportare i disagi, e le fatiche delle marcie straordinarie da Varese a Como — da Palazzuolo a Brescia!
A mezza strada da Palazzuolo a Brescia — in un punto che non ricordo — si trovava il nemico — non si doveva attaccare, ma evitarlo — giacchè l'impresa ne sarebbe stata ritardata — e poca v'era — probabilità di successo nell'attacare un nemico superiore — Si prese quindi una strada a sinistra — assai buona e non molto più lunga —
I Bresciani avvisati mandarono ad incontrarci una quantità di vetture, per gli stanchi — e nella mattina seguente, si giunse a Brescia, ove si trovò quella popolazione, riunita tutta ad accoglierci — come avevan fatto a Bergamo — ma qualche cosa più d'entusiasmo — che si potrebbe chiamare Bresciano — cioè unico!
Palermo — Genova — Milano — Brescia — Messina — Bologna — Casale! Quando le città Italiane, saran tutte decise, di trattare i nemici del nostro paese — come voi avete fatto — Oh! Non più terra di padroni e di servi — sarà questa nostra — ma di libera gente e da tutti rispettatta —
Nella rocca di Brescia, come in quella di Bergamo si trovarono molti cannoni, e munizioni — Si passò in quella città alcuni giorni, per lasciar riposare la gente — quindi si marciò verso Rezzate ed il Chiese — ove si credeva: il nemico passasse in ritirata —
Egli, però, trovavasi ancora in forze a Castenedolo — e ciò indicavano le pattuglie, che numerose, si avvicinavano alla strada principale — che da Brescia mette a ponte S. Marco — da noi percorsa —
Essendo a Rezzate, io ricevetti — dal quartiere generale del re — l'ordine di occupare Lonato — e che mi si manderebbe, per cooperare a tale operazione, due reggimenti di cavalleria, ed una batteria d'artiglieria — agli ordini del generale Sambuy —