Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 24

Chapter 243,664 wordsPublic domain

Dieci giovani di quei dintorni, che avessero deciso: di assalire quei trionfatori a bastonate — gli disarmavano, o gli uccidevano —

Tanto però, può lo sconforto e l'inganno, seminati tra le popolazioni — che ne rimangono snervate, per forti e bellicose che sieno — E quelle stesse poi — all'uopo — vi danno dei militi — che ben guidati — valgono i primi del mondo —

Passammo la Sesia, e marciammo su Borgomanero —

Giunto in cotesto ultimo paese — io presi le mie disposizioni per passare il Ticino — A Biella già avevo conferito col prode Capitano Francesco Simonetta — sul modo di passare quel fiume — e lo aveva mandato avanti con alcuni de' suoi cavalieri — per prendervi le disposizioni necessarie a tale operazione[82] —

Cotesto prode ed intelligente ufficiale, aveva uno stabilimento a Varallo Pombia — era quindi praticissimo dei luoghi che avvicinavano le sponde del Ticino — ed amato dalle popolazioni — dimodocchè egli preparò qualunque cosa per il passaggio, con una sagacia veramente ammirabile —

Io conferï con pochi de' miei più distinti ufficiali sulla mia determinazione, ed in termini da far capire ch'ero risoluto a tentare senza esitazione —

La mia paura — francamente — era: d'esser richiamato indietro — o d'aver qualche contr'ordine —

Da Borgomanero io ordinai i viveri ad Arona — e gli alogi — persuaso, che in quel paese, non mancherebbero spie Austriache da informarne il nemico —

Giunsi ad Arona colla brigata al principio della notte — entrai nel paese con alcuni cavalieri — fingendo di volervi prendere stanza — ciocchè facevano pure gli Ufficiali d'allogio, comissari e forieri —

Ordinai segretamente che si prendessero tutte le precauzioni, nelle differenti avvenute del paese, acciocchè la truppa non entrasse — e la feci incamminare verso Castelletto —

Giunti a Castelletto vi trovai le barche pronte al dissotto del paese — feci passare il secondo reggimento col Collonnello Medici — Tutto il resto, rimase sulla sponda destra — Il passaggio si effettuò in buon ordine — solamente siccome le barche erano un po pesanti, e molto cariche — non potendosi maneggiare facilmente, non approdavano allo stesso luogo — alcune era trasportate alquanto abbasso dalla corrente — e ciò cagionò alcun ritardo per la riunione del reggimento sulla sponda Lombarda —

Finalmente, si marciò su Sesto Calende — si fecero prigionieri alcuni preposti e gendarmi — e si stabilì subito il porto, su cui continuò a passare il resto della brigata — Credo il 17 Maggio 1859 —

Erimo sulla terra Lombarda! Al cospetto della potente dominatrice che da dieci anni preparava il suo esercito vittorioso — ch'essa ora credeva invincibile — a compiere ciocchè le avea mancato Novara — Forse sognando piacevolmente — di metter le ugne dell'aquila sua su l'intiera penisola —

Erimo tre milla — il bagaglio era poco, giacchè avevimo lasciato il sacco della gente a Biella — I carri avevano avuto ordine di fermarsi in Piemonte — meno pochi destinati alle munizioni — Alcuni muli per le stesse, e per l'ambulanza — s'erano provveduti — dall'egregio ed instancabile Bertani, capo-chirurgo —

Da Sesto Calende marciai colla brigata a Varese nella notte — Bixio col suo battaglione prese per la sponda del lago Maggiore verso Laveno — con ordine di fermarsi sullo stradale, che da quel punto mette a Varese —

Decristoforis rimase a Sesto colla sua compagnia, per tenerci le comunicazioni aperte col Piemonte — questo valoroso ufficiale, fu il primo, come lo era stato a Casale, ad impegnarsi col nemico —

Gli Austriaci sapendoci a Sesto Calende — mandarono una forte ricognizione — e vi trovarono Decristoforis colla sola sua compagnia — Quel prode non contò il nemico, si battè risolutamente, e dopo una onorevole pugna, ripiegò sul distaccamento di Bixio — Tale era stato il concerto — perchè, io era ben persuaso, di non poter con sì poca forza — tenere l'importantissimo punto di Sesto Calende —

Gli Austriaci però — con quella loro caratteristica prudenza, non lo tennero nemmeno — e si ritirarono su Milano —

Fratanto le popolazioni Lombarde si animavano — non v'era da sperare da questo buon popolo una di quelle insurrezioni decisive — terminanti — I disinganni erano stati molti, e molti i patimenti —

La gioventù più animosa trovavasi la maggior parte nell'esercito Austriaco, nel nostro, in esiglio — o con noi — Ciononostante io ero ben contento della loro cara accoglienza — della premura usata per provederci i bisogni e quella di darci notizie delle mosse dei nemici, e servirci di guide, ove abbisognava —

Sopratutto poi, per le cure ai nostri feriti, prodigate da quelle care donne Lombarde —

L'accoglienza ricevuta a Varese, nella notte che seguì quella del nostro passaggio — è qualche cosa di ben difficile a descriversi — Pioveva dirottamente — ciononostante, io sono sicuro — che non mancava uno solo della popolazione — uomo, donna, o ragazzo — che non fosse fuori a riceverci — Era spettacolo commovente! il veder popolo e militi confusi in abbracciamenti di delirio!

Le donne, le vergini, lasciando da parte, la naturale pudicizia si lanciavano al collo de' rozzi militi con effervescenza febbrile! Non eran però tutti rozzi i miei compagni — poichè molti appartenevano a distinte famiglie della Lombardia, e di altre provincie Italiane — Ma Italiani tutti — legati al patto santo dell'emancipazione patria, come a Pontida —

La manifestazione d'affetto del caro popolo di Varese per il primo in quel periodo — era tanto più soddisfacente: che si era certi, non vi si trovavano persone compre — vociferazioni ufficiali, o birresche!

E cosa sono i disagi, le privazioni, i pericoli — quando sono compensati così — dall'affetuosa gratitudine d'un popolo che si redime! Contemplino, per un momento, questo spettacolo, i freddi, egoisti, insaziabili mercanti di popoli — e se non si commovono — rinunzino essi a far parte dell'umana famiglia a cui non son degni di appartenere!

Varese avea rovesciato lo stemma imperiale — sostituendovi il vessillo nazionale, pria del nostro arrivo — avea disarmato alcuni gendarmi, e preposti imperiali — Noi erimo in una città amica, piena d'entusiasmo — e che compromessa, com'era, ci trovavamo nell'obligo di difendere — E con tre milla uomini al cospetto dell'immenso esercito Austriaco — si può difender poco — Di più dovendo stare alla difesa d'una città — si perdeva quella mobilità indeterminata, occulta — che costituiva la parte più preziosa della nostra esistenza su d'un fianco del nemico —

Varese ha delle posizioni forti, come Bium, per esempio e potrebbe esser difesa da forze superiori — mediante alcune fortificazioni che non v'erano — S'innalzarono delle barricate, nelle principali entrate della città — e si cominciò ad armare alcuni cittadini, colle armi da loro stessi prese ai nemici —

Urban, generale Austriaco, era il destinato all'esterminio nostro — Le prime notizie ch'io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di Brescia — erano nientemeno ch'egli comandava a quaranta milla uomini — V'erano nemici a Laveno — e s'avanzava un corpo dalla parte di Milano — V'era proprio da aver i brividi —

L'obligo di difendere la città di Varese, per non esporla al castigo di Urban — che si diceva inesorabile — mi poneva in qualche aprensione — Libero di movermi in qualunque senso, fuori della città — io, poco avrei temuto i numerosi nemici — ma nell'obligo di aspettarli a punto fisso, in una città non fortificata e senza un cannone — quindi poco o niente preparati a seria difesa, era cosa poco tranquillante —

Però non v'era rimedio — per tanti motivi, non si poteva abbandonare Varese — e conveniva decidersi ad aspettarvi il nemico a qualunque costo — Una volta decisi, poi, ogni timore era scomparso —

Il collonnello Medici col secondo reggimento, occupava lo sbocco della strada di Como, cioè la nostra Sinistra — Il collonnello Arduino, il centro, col terzo — Ed il collonnello Cosenz col primo la destra — cioè: lo stradale che viene da Milano — Io era sulle alture di Bium superiore colle riserve —

Si conosceva l'arrivo d'Urban a Como — ed altri movimenti di truppe dalla parte di Milano — che senza dubbio, dovevano esser combinati con quelli del primo —

Medici che ad un valore a tutta pruova — riunisce molta sagacia militare, aveva coperto l'ala sua, con quante opere, si poterono effetuare in quei pochi giorni — e ben valsero — giacchè quel punto, fu veramente l'obbiettivo su cui Urban venne a cozzare, con tutta la sua potenza —

Nella mattina del 25 Maggio, apena giorno — si scoprì la collonna nemica, che si avanzava su Varese dallo stradale di Como —

Il Capitano Nicolò Suzini, che colla sua compagnia era stato mandato in imboscata, alla distanza di circa un miglio dalla città — in un caseggiato di campagna dominante lo stradale — ricevette per il primo il nemico, e con molta bravura — Dopo d'averlo fucilato per un pezzo, a poca distanza, si ritirò sulla nostra destra —

Dopo quel primo ostacolo — Urban formò la sua collonna d'attacco per lo stradale — e preceduta d'alcune linee di tiratori — la lanciò contro la nostra sinistra, che la riceveva dalle posizioni antecedentemente preparate — col sangue freddo da veterani — Io feci sostenere quell'ala da due compagnie del primo reggimento, battaglione Marrocchetti —

Il conflitto durò poco — dopo d'averli ricevuti a brucia pelo — i prodi cacciatori del secondo reggimento animati dai valorosi Medici e Sacchi — saltaron fuori dei ripari — e caricarono i soldati dell'Austria alla bajonetta — facendo loro rifare la strada da dove eran venuti — assai più celeremente —

Io mi ero figurato: che l'attacco non si sarebbe limitato al fronte solo della nostra sinistra — e che secondo tutte le regole per assaltare una posizione come quella di Varese — si avrebbe dovuto: simulare se si voleva sulla strada principale della sinistra — ma portare le massime forze a rovescio — ossia al nord di Bium — ove il terreno è dominante —

Urban invece attaccò il toro per le corna — e tanto meglio per noi — che pochi come eravamo — avevam bisogno di non esser distratti con combinazioni d'assalti su vari punti — e dalla parte di Milano ove esistevano delle forze nemiche considerevoli —

Dall'alto di Bium — ove avevo posto il mio quartier generale — posizione dominante — e preziosa per padroneggiare un campo di battaglia — io scoprivo perfettamente ogni mossa del nemico, e nostra — e la parte posteriore — cioè la settentrionale che non potevo scoprire — la feci esplorare dal capitano Simonetta colle sue guide — servizio di cui ero perfettamente sicuro —

Assicuratomi, che di nient'altro si trattava, che dell'attacco di fronte sulla nostra sinistra — io scesi da Bium, e feci seguire le persecuzioni del nemico — dando ordine al resto della brigata di continuare in buon'ordine il movimento —

I nemici co' due pezzi d'artiglieria di cui s'eran serviti all'attacco di Varese — ed un plottone di cavalleria di scorta agli stessi — si fermavano ad ogni conveniente posizione — ma continuavano a ritirarsi al primo aparire dei nostri — quantunque male si perseguita un nemico che possiede le tre armi — senza cannoni e cavaleria —

Solo nella posizione di S. Salvatore, passato Malnate, gli Austriaci fecero testa — In quel punto, successe un combattimento accanito a fucilate — ove si distinsero i prodi carabinieri Genovesi — I nemici da una parte d'un burrone perpendicolare alla strada, ed i nostri dall'altra.

Noi ebbimo più feriti in quest'ultimo, che nel primo combattimento — essendo la posizione del nemico dominante, e coperta da folto bosco —

Il nemico, borioso di quel vantaggio — procurato dai cannoni, e da moschetti superiori ai nostri — fece avanzare, sulla nostra sinistra, un corpo di fanti — che ci caricò energicamente — e la fece ripiegare alquanto — Ma essendo stata occupata dai nostri una cascina — che dominava quella parte del campo di battaglia — e codesti vedendosi sostenuti da riserve che marciavano in soccorso — caricarono con tanto vigore il nemico, che lo precipitarono nel burrone, da dove non si vide più comparire —

La posizione occupata dagli Austriaci, dall'altra parte del burrone suddetto, era formidabile, e dominava la strada — Di fronte, era temerario attaccarla — ed io meditavo il modo di poterla girare — ciocchè non era impossibile — essendo rimasti tranquillamente padroni della cascina descritta, dominante la nostra sinistra — e da cui quasi coperti, potevimo varcare la parte superiore del burrone, e fiancheggiare il nemico per la sua destra, senza che ce lo potesse impedire —

Ero deciso a quest'ultimo espediente — quando mi giunse come un fulmine, la notizia, che una forte collonna nemica, sulla sinistra nostra, marciava su Varese —

Io rimasi veramente mortificato — e dicevo tra me stesso: possibile che la fuga di Urban, altro non sia stato che uno stratagemma! N'ero indispettito oltremodo — ed immediatamente, mandai ordine al collonnello Cosenz, che formava la riserva, di marciare su Varese — occuparlo militarmente e difenderlo a tutt'oltranza —

Io feci colla brigata, una marcia di fianco sulle alture di sinistra per ingannare il nemico — che non poteva conoscere: se tale marcia era eseguita per girarlo — e quando giunto al coperto della montagna, si obliquò a sinistra per un sentiero che conduceva a Malnate — ove si riunì la gente per marciare su Varese, senza perdita di tempo —

La notizia della collonna nemica, marciando su Varese esistendo sempre — io n'ero un po sorpreso — tale collonna, non solamente era stata veduta dai contadini, e da militi — ma da ufficiali superiori — Finalmente si giunse a Varese — e non se ne parlò più — quell'idea svanì tra le acclamazioni del buon popolo — e fu come una nube nera cacciata dall'entusiasmo cittadino —

Io mi figuro: che veramente aveva esistito tale collonna, e credo in questo modo:

Attaccando Urban, col grosso delle sue forze, la nostra sinistra a Varese — doveva aver mandato, per girarci — come attacco combinato, la forza che s'era veduta, e di cui avevo avuto notizie da S. Salvatore — Tale combinazione riuscì, come molte combinazioni di notte — o come certe di giorno — in luoghi ove non si conosce bene il terreno — cioè: di molto difficile riuscita —

Una combinazione d'attacchi di notte — con varie collonne — per riuscire, abbisogna di molte circostanze favorevoli — e gran pratica del terreno con buone guide — una perizia a tutta prova, per chi conduce le collonne — una milizia che non sia molto novizia — e finalmente un terreno con meno ostacoli di quello che da Varese conduce a Como — o alle Alpi — Poichè, allontanandosi destra o sinistra dalle strade, si cade in sentieri difficilissimi — Tale, credo, fu il motivo dell'apparizione della strana collonna — altro che una forza traviata — forza ch'era stata destinata a girarci per la nostra sinistra — e che vedendosi ingolfata in burroni sconosciuti — avea procurato di uscirne — movendosi in varie direzioni — e finalmente spossata — s'era gettatta in alcuna valle recondita per riposarsi —

Questa fu la conclusione da me dedotta — dai vari rapporti avuti su questa forza nemica — e se la gente nostra non fosse stata stanca — io avrei inseguito certamente quei traviati — con molta probabilità di catturarli —

Codesti fatti succedono nel nostro paese — ove i preti insegnano ai contadini: esser la loro patria il cielo — non l'Italia — che insegnano ad odiare! e gli eretici liberali che insegnano a maledire — ed a benedire i liberatori Chauvins od Austriaci!

E lo dico con anima amareggiata: «anche oggi — sventuratamente, succederà lo stesso — perchè il prete non si mette al suo posto — ed oggi, come sempre — egli insegna ad amar lo straniero ed odiar l'Italia!

Se quella masnada Austriaca — si fosse trovata invece, in un paese — ove s'insegna al contadino d'amare una patria che lo fa prospero — essa sarebbe stata certamente distrutta, od obligata di posar le armi —

Si raccolsero tutti i feriti nostri ed Austriaci — e s'inviarono a Varese — I prigionieri — che giustamente potevano pagare col loro sangue — quello dei nostri preziosi — assassinati dall'Austria — Ciceroacchio — Ugo Bassi — e tanti — furono invece trattatti con cure — forse più gentili ancora — dei nostri stessi.

Ciò non monta! Italia ben fa d'esser umana co' suoi carnefici! Il perdono è l'apannagio dei grandi — e la nostra bella patria — lo sarà grande — quando sanata dalla nera, scrofolosa genia — dei gesuiti e gesuitanti —

Marciammo quindi su Varese, con tutta la brigata, per lasciar riposare la gente — che molto abbisognavano di riposo —

Era questo, il primo combattimento per i nostri cacciatori delle Alpi — ed essi vi avevano spiegato un valore al dissopra d'ogni aspettazione — Militi giovani e nuovi alla pugna per la maggior parte — avevano combattutto con truppe regolari — ed educate a disprezzar gl'italiani — e le avevan fugate in ogni incontro — Io augurai bene da questa prima vittoria —

Le nostre perdite erano state comparativamente insignificanti, — per ciò che riguarda il numero — ma importanti, sensibili...! considerando la classe d'individui, che si perdevano — poichè la maggior parte degli uomini che mi ubbidivano — erano — non solo giovani di famiglie distinte ed educati — ciò era il meno — poichè gli educati ed i distinti — come i proletari — devono pagare il loro tributo alla patria — ma vi si trovavano nelle fila — come semplici militi, delle celebrità artistiche distintissime —

Bella e cara gioventù speranza dell'Italia — e che dovea nella ventura epopea del suo risorgimento — dar gli uomini che compirono Calatafimi — Monterotondo, e Dijon —

Tra i feriti non s'udiva un lamento — e se qualche grida si udivano — tra gli operati dal ferro chirurgico — quello era il grido di: «Viva l'Italia!» E quando un popolo giunge a questo punto: le tiare — le prepotenze dello straniero — e la tirannide domestica ponno far fagotto —

Tra i morti v'era pure un figlio — il suo primo perduto — di quella donna — per cui la posterità, confonderà questo periodo di miserie — coi giorni più gloriosi di Sparta e di Roma! — Un figlio dell'incomparabile madre dei Cairoli — la matrona Pavese —

Il più giovane dei tre ch'essa aveva mandato — Ernesto — cadeva — combattendo, rotto il petto da piombo Austriaco — sul cadavere d'un tamburino nemico ch'egli aveva ucciso di bajonetta!

Mi passò per la mente tutta l'afflizione di quella madre, sì buona! si affetuosa per i suoi figli — e per chi aveva la fortuna di avvicinarla! Io m'incontrai lo stesso giorno, collo sguardo del maggior fratello... Benedetto — valoroso e modesto ufficiale!... caro, come tutta quella cara famiglia — I suoi occhi si fissaron nei miei — ma... una sola parola non usci da ambedue — solo io lessi in quel malinconico sguardo — «mia madre!....» e pensai io pure a tutta la somma di dolori che si preparavano a quella generosa!

E quanti altri di cui non conoscevo le madri — giacevano su quel campo di strage — o mutilati e morenti, col desiderio di veder ancor una volta la desolata genitrice!

Poveri giovani! O piutosto felici giovani! il di cui sangue riscattava l'Italia da lungo servaggio — e per sempre!

Le generose donne di Varese — supplivano all'assenza dei parenti! Donne Italiane!... io scrivo commosso vedete: e lo credereste: ho pianto nel narrarvi della Cairoli — sarà debolezza — prendetela come volete — eppure ne ho già veduto dei campi di battaglia e feriti, e morenti, e cadaveri — e mi sento ancora, permettetene la presunzione, non più forte come lo ero a vent'anni — ma fervido d'anima, come lo ero allora — ove si tratti di tempestare per questa sacra terra! Dio mi conceda di chiuder gli occhi pronunciando l'ultimo accento: «Essa è libera tutta!»

Sì! le donne di Varese, supplivano alle madri dei nostri feriti — e bisogna confessarlo — anche i feriti nemici, dividevano le cure di quelle sante donne —

Io sono in dubbio: se fu il 25, o il 26 Maggio — il giorno del combattimento di Varese — pare certo però: che il 27 si marciò su Como —

Io sapevo quanto vale: attaccare un nemico sconquassato da una prima batosta — per forte ch'egli sia — e non ne volevo perder l'occasione —

Marciammo dunque per Como da Varese, nella mattina del 27 Maggio, per la strada di Cavallasca — e giunsimo in cotesto paese dopo mezzogiorno — La gente avea marciato molto ed era stanca — Ma l'ora era propizia: all'avvicinar della notte si può attacare anche una forza superiore, con meno pericolo — massime in posizioni montane, come quelle che dovevan servir di teatro alle nostre imprese — ed ove la cavalleria, ed artiglieria, possedute dal nemico avevan poca eficacia.

Lasciai dunque riposare la gente — e cominciai a prendere tutte le informazioni possibili, sulle posizioni occupate dal nemico, la sua forza, ecc. — ed avendo notizie ch'egli occupava in numero, la forte posizione di S. Fermo, ch'io stimai subito esser la chiave di tutte le altre — destinai alcune compagnie agli ordini del bravo capitano Cenni — per girare tale posizione sulla sua destra — Il secondo reggimento attaccherebbe di fronte — subito che le compagnie fiancheggiatrici, avessero avuto tempo di portarsi sul fianco nemico —

Passato il tempo determinato — il collonnello Medici fece attaccare colla solita bravura la fronte della posizione — mentre Cenni colle compagnie suddette l'attaccava di fianco —

Il nemico sostenne intrepidamente il nostro attacco — e si battè con ostinatezza e valore — La posizione era forte — dominante, e con fortissimo recinto — ed il combattimento durò accanito per circa un'ora — Finalmente, avvolti da tutte le parti, gli Austriaci cominciarono a cedere, fuggire ed una parte arrendersi —

Questo primo sollecito successo — ci rese padroni di tutte le posizioni dominanti — e ben valse — perchè gli Austriaci si avanzavano grossi dalla Camerlatta e da Como — in soccorso dei loro distaccamenti nelle alte posizioni —

Medici alla destra, Cosenz alla sinistra — apogiati da alcune compagnie del terzo reggimento guidate dai prodi maggiori Bixio e Quintini — respinsero il nemico su tutti i punti —

Il fuoco dei bravi carabinieri Genovesi — colle loro armi di precisione — contribuirono molto al successo della giornata —

I nemici eran molti — ed i nostri valorosi cacciatori, non ebbero che la superiorità del terreno, guadagnato col loro primitivo slancio — Eran respinti gli Austriaci — però con un terreno montano come quello su cui si combatteva — essi trovavan sempre una posizione da tenersi fermi — e qualche volta da respingere i nostri militi, che da troppo vicino li incalzavano.

La stessa configurazione del terreno, impediva di poter scorgere uno spazio grande del teatro della pugna — e spesso si aveva notizia d'un impegno parziale dalle fucilate che si udivano —

Dall'alto si vedevan le forti riserve del nemico, schierate in buon ordine, nel piano sottostante — e le sue artiglierie — 12 pezzi — che a nulla li servirono —

Dopo i combattimenti narrati, e venendo la notte, io procurai di riunire le nostre forze, molto sparse e divise dalle ineguaglianze del terreno — e dalla moltiplicità delle pugne —

Riunita la brigata, si marciò immediatamente per lo stradale che scende a Como in zig-zag — ed nemico retrocedeva — mentre noi avanzavamo — Nel borgo S. Vito si fece alto per prendervi notizie — ma era difficile trovare abitanti — scomparsi dal timore d'esser maltratatti — E finalmente fu deciso l'ingresso nella città —

La popolazione impaurita — da principio — e non sapendo che truppa fosse l'invadente — giacchè oscura era la notte — si manteneva, porte e finestre chiuse — e non si vedeva una sola persona — Ma quando conobbero — all'accento della favella: esser noi! Gl'Italiani! I fratelli! Allora successe una scena — impossibile a descriversi — e che meritava esser illuminata dal sole — Fu lo scopiare di una mina — In un lampo la città fu illuminata — le finestre ghermite di popolo — e le strade ingombre — Le campane tutte tempestarono a stormo — e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici —