Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 23
Non feci parola — ma alla sera del Sabbato, in cui terminavano i miei lavori — me ne andai a Lima, cercai della casa sua — era un gran magazzeno — vi entrai — chiesi a lui se mi conosceva — ed alla sua risposta affermativa li diedi quattro bastonate con una canna leggiera che portavo di solito — siccome nel calore della cosa però, non mi ero curato s'egli fosse accompagnato o solo — mi trovai ad aver da fare con due antagonisti più robusti di me — Il nuovo arrivato vedendomi impegnato col suo compagno, mi amministrò una bastonata per di dietro sulla testa che mi coprì il volto di sangue, e nello stesso tempo cercava di ferirmi con uno stocco da tergo —
Io vacillai per un pezzo — stordito — e fui sul punto di cadere — cadendo io ero morto — ed i miei avversari erano giustificati dall'atto mio d'averli assaliti in casa propria.
Non cadetti per fortuna! E riscaldato dal sangue mio che m'inondava il volto — diventai furente — disarmai uno dei due — il più forte avversario — l'altro cominciò a fuggire nell'interno — certo più spaventato dello stato mio d'eccittamento — che dalla mia forza — e subito fu seguito dal secondo — Io rimasi padrone del campo di battaglia — in uno spazioso magazzeno di merci che non mi appartenevano — e cercai ricovero altrove —
Degno di menzione, è l'amore dei miei concittadini, manifestatosi in tale circostanza — verso di me. La polizia di Lima eccitata da un furibondo console Francese — voleva violentemente arrestarmi ma il contegno degli Italiani le tolse tale voglia — Essi si mantennero dignitosi — ma v'eran tutti — e Lima li contava a migliaja — tutta gente forte, e ben disposta — Tutti vennero alla riscossa — e dissero rispettosamente al commissario di polizia che non m'arrestasse — Il commissario fece molto schiamazzo, ma non mi arrestò — attorniato com'era, da quella folla d'uomini — tranquilli, ma risoluti nel loro proposito —
Il console Francese esigette da principio, una soddisfazione dal governo Peruano — che si formolava nientemeno: che in una multa, ed in parole di scusa da parte mia — Il console sardo Canevarro, era l'intermediario di quelle trattative — e non mancò d'interessarsi a me — Infine si conchiuse la cosa, senza multa, e senza parole di scusa —
Quando io penso alle nostre colonie Italiane dell'America meridionale — vi è veramente da andarne superbi — Quei nostri conterranei sulla terra libera di quelle Republiche — mi sembrano, valer più assai che nelle nostre contrade — Il prete sotto codesto cielo benedetto — striscia da rettile, come dovunque — ma sui nostri non ha dominio — e pochissimo sui figli di quel paese prediletto — I governi, non sempre son buoni — ma interessati come sono a fomentare l'immigrazione straniera — la proteggono, massime d'Italiani, che tanta affinità hanno colla razza Iberica —
Nell'America meridionale l'Italiano è generalmente laborioso ed onesto — quando qualche perverso si presenta, i nostri lo tengan d'occhio — e se fallisce non son tranquilli — finchè non sia cacciato dal loro consorzio —
La parte marina poi, di codesta nostra emigrazione, è poco conosciuta, massime dal governo Italiano — ma certo, essa si compone della frazione più energica dell'immensa marina nazionale — massime Ligure — di cui detto governo non ha saputo trar partito sin'ora — e che in nessun tempo — dev'essere inferiore alle marine mercantili o da guerra dei nostri vicini —
Veleggiai poco dopo, colla _Carmen_ — verso le isole di Cincia, a mezzogiorno di Lima — ove si caricò guano — destinato per la China — e tornai al Callao per le ultime disposizioni del lungo viaggio —
Il 10 gennaio 1852 salpai dal Callao per Canton —
Impiegammo circa 93 giorni nel viaggio — sempre con vento favorevole — Passammo alla vista delle Isole di Sandwich — ed entrammo nel mare di China tra Luzon e Formosa nelle Filipine —
Giunto a Canton, il mio consegnatario mi mandò a Amoy — non trovandosi a vendere il carico guano nella prima piazza —
Da Amoy tornai a Canton — e non essendo pronto il carico di ritorno — caricai per Manilla differenti generi —
Da Manilla tornai a Canton — ove si cambiarono gli alberi della _Carmen_, trovati guasti — ed il rame. Pronto il carico — lasciammo Canton per Lima —
Dagli studi fatti dei venti regnanti — sulle due linee da percorrere per tornare a Lima — l'una al nord in cerca dei venti variabili di quell'emisfero — l'altro al sud, passando fuori dell'Australia — io scelsi la seconda —
Nella zona torrida, che sarebbe di 46° 56′ coll'equatore in mezzo — e che più generalmente si può calcolare sino a 60° — poichè le brezze per lo più si estendono a 30° di latitudine d'ogni lato dell'equatore —
Nella zona torrida dico — ove le brezze soffiando da levante a ponente, con eterna costanza — chi tentasse di traversare diritto da Canton a Lima — non ultimerebbe il viaggio nemmen se fosse carico di viveri, poichè avrebbe sempre contrari, venti e maree —
Allontanandosi invece da cotesta zona verso i poli, si va colla quasi certezza di trovarvi dei venti variabili — e che generalmente soffiano da ponente a levante — massime se si oltrepassano i 50° gradi di latitudine in un emisfero o nell'altro —
Veleggiammo verso il mare d'India — ed uscimmo dall'arcipelago Indiano per lo stretto di Lombok — dopo d'aver bordeggiato con alcune difficoltà in quelli stretti, avendo trovato la Monsoon[79] del Sud Ouest, ancora attiva —
Nel mare Indiano — fuori di quello stretto, trovammo le brezze costanti da levante — a pochi gradi di distanza — Presimo le mura a sinistra,[80] e continuammo così, sino verso i 40° gradi di latitudine meridionale — ove trovati i venti da ponente, seguimmo per lo stretto di Bass — tra l'Australia e Van-Diemen — In codesto stretto, aprodammo in una delle Hunter Islands, per avere dell'acqua.
Vi trovammo uno stabilimento, lasciato di fresco da un Inglese colla moglie — per motivo d'esservi morto il compagno — notizia, che ci diede una tavola eretta sulla di lui tomba — ed ove era scritta sommariamente la storia della colonia — «I conjughi» diceva la iscrizione; «intimoriti di trovarsi soli in quell'isola deserta, l'abbandonavano per passare a Vandiemen» —
Il più importante dello stabilimento era una casetta rozza — ma comoda — d'un piano — industriosamente costrutta, ove si trovavano tavole, letti, sedie, ecc., non di lusso certamente, ma con quell'impronta d'agiatezza, così naturale agl'inglesi —
Un orto, per noi, il più utile ritrovato — poichè, vi trovammo delle patate fresche — ed altra ortaglia, di cui fecimo abbondante provvista —
Isola deserta dell'Hunter Islands — quante volte tu m'hai deliziosamente solleticato l'immaginazione — quando stuffo di questa civilizzata società — sì ben fregiata da preti e da birri — io mi trasportavo coll'idea verso quel tuo grazioso seno — ove aprodando per la prima volta fui ricevuto da uno stormo di bellissime pernici — ed ove tra secolari piante d'alto fusto — mormorava il più limpido, e più poetico ruscello — in cui ci dissettammo piacevolmente — e con abbondanza fecimo la necessaria provvista d'acqua per il viaggio —
Dallo stretto di Bass, veleggiammo tra la nuova Zelanda, e _Lord Aukland land_, mettendosi poi a cavaliere del 52º di latitudine meridionale, e su cui spinti da forti venti da ponente, ci dirigemmo verso la costa occidentale dell'America —
Avvicinando quindi detta costa — dopo molti giorni di prospera navigazione — obliquammo a sinistra verso la zona torrida, cercando i venti generali, che soffiano eternamente dal Sud-Est — e che ci condussero a Lima, dopo una traversata di circa 100 giorni —
Negli ultimi giorni si scarseggiò di viveri, per cui si mise la gente alla razione per previdenza — Si sbarcò il carico a Lima, e si partì in zavorra per Valparaiso — ove giungendo, si noleggiò la _Carmen_ per un viaggio dal Chilì a Boston con rame. Aprodammo in vari porti della costa di Chilì: Coquimbo, Guasco, Herradura — e si terminò il carico con lana sopra il Rame, a Islay (Perù).
Partimmo da Islay, veleggiammo a mezzogiorno per il capo di Horn, e dopo una traversata molto tempestosa nelle alte latitudini giunsimo a Boston — Da Boston ebbi ordine di andare a New York — ove giunto ricevetti una lettera, con alcuni rimproveri dal proprietario della _Carmen_ — che mi sembrò, non meritare — e per cui lasciai il comando di detto legno —
Io devo agiungere, sul conto di D.n Pedro Denegri padrone della _Carmen_: esserne stato trattatto con molta gentilezza, in tutto il tempo ch'ebbi la fortuna di servirlo — Ma un Tersito — parasita, che s'era introdotto in casa sua, era pervenuto a mettermi in sospetto col principale.
Rimasi alcuni giorni ancora a New York, godendo la cara compagnia dei miei preziosi amici Foresti, Avezzana, e Pastacaldi — ed in quel mentre, essendo giunto nel porto, il Capitano Figari, con intenzione di comprare un bastimento — mi propose di comandarlo per condurlo in Europa —
Io accettai, e fummo col Capitano Figari a Baltimore, ove si acquistò la nave _Commonwealth_ — si caricò di farina e grano — e veleggiai per Londra, ove giunsi in Febbraio del 54 —
Da Londra andai a Newcastle ove caricammo carbon fossile per Genova — e giunsimo in quest'ultimo porto il 10 Maggio dello stesso anno —
Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier — ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni — Da Genova passai a Nizza, ove ebbi finalmente la fortuna di stringere al seno i miei figli — dopo un esiglio di cinque anni —
Il periodo decorso, dal mio arrivo a Genova in Maggio del 54 — sino alla mia partenza da Caprera in Febbrajo 1859 — è di nessun interesse — Io lo passai: parte navigando — e parte coltivando un piccolo possesso — da me acquistato nell'isola di Caprera —
2º Periodo.
CAPITOLO XI.
Ritorno alla vita politica.
In febbrajo 1859 — io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di Lafarina —
Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia — e disposti a far la guerra all'Austria — di accarezzare il popolo Italiano — Manin, Pallavicino, ed altri distinti Italiani, cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda — per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali — all'adempimento di quell'unificazione Italica — sogno di tanti secoli delle menti elette della penisola —
Credendo: io avessi conservato alcun prestigio nel popolo — il conte di Cavour onnipossente allora mi chiamò nella capitale — e mi trovò certamente docile all'idea sua, di far la guerra alla secolare nemica d'Italia — Non m'ispirava fiducia il suo alleato — è vero — ma come fare: bisognava subirlo —
Pesa sull'Italia — come un incubo — una terribile coscienza di debolezza — frutto, certo delle discordie, e dell'educazione pretina — che non manca di padroneggiare, anche oggi — ultimi giorni del 59 — un gran numero degli ammoliti figli dell'Ausonia — massime nelle classi assuefate agli agi della vita —
Bisogna arrossire, ma pur confessarlo: colla Francia per alleata, si faceva la guerra allegramente — senza di essa — nemmen per sogno! Tale era l'opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo — E tuttociò per non sapere — o non volere — far uso degli elementi nazionali a disposizione — e d'esser sempre la causa del nostro povero paese — in mano, a malvagi — o della casta delle dottrine — assuefata ad argomentare con lunghe ciarle — ma non ad oprare gagliardamente —
Un popolo disposto a non piegar il ginocchio davanti allo straniero è invincibile — e non abbiam bisogno di andar lontani per cercar degli esempi che lo provino: Roma dopo la perdita di tre grandi battaglie — e col terribile suo vincitore alle porte — faceva sfilare le sue legioni alla vista d'Annibale — e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra di tali portenti — colla fronte alta si ponno sprezzare le tracotanze straniere!
Del governo, vedevo il solo Cavour, a Torino — L'idea di far la guerra col Piemonte all'Austria, non era nuova per me — nè quella di far tacere qualunque convincimento politico — allo scopo di far l'Italia comunque sia —
Era quel programma — lo stesso, che fu adottatto alla nostra partenza da Montevideo per Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino — di unificare la patria Italiana con Vittorio Emanuele, mi fu comunicata a Caprera — essa mi trovò collo stesso credo politico —
¿E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca — e tanti altri nostri grandi?
Io posso con orgoglio dire: fui, e sono Republicano; ma nello stesso tempo — non ho creduto il popolare sistema, esclusivo al punto, da imporsi colla violenza — alla maggioranza d'una nazione —
In un paese libero — ove la maggioranza virtuosa del popolo — senza pressione — vuole la Republica — il sistema Republicano è certamente il migliore.
Trovandomi dunque nel caso, di dover dare il mio voto — come mi successe a Roma in 1849 — a tale sistema — lo darei sempre; e procurerei sempre di convincere nella mia opinione le moltitudini —
Non essendo possibile la Republica — almeno per ora (1859) sia per la corruzione che domina la società presente — sia per la solidarietà in cui si mantengono le monarchie moderne — e presentandosi l'opportunità di unificare la penisola colla combinazione delle forze dinastiche colle nazionali — io vi ho aderito assolutamente —
Dopo pochi giorni della mia permanenza a Torino — ove dovevo servire di richiamo ai volontari Italiani — io m'accorsi subito con chi avevo da fare — e cosa da me si voleva — Me ne addolorai — ma che fare: accettai il minore dei mali — e non potendo oprare tutto il bene — ottenerne il poco che si poteva — per il nostro paese infelice —
Garibaldi dovea far capolino — comparire, e non comparire — sapessero i volontari ch'egli si trovava a Torino per riunirli — ma nello stesso tempo, chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra alla diplomazia — Che condizione!
Chiamar i volontari — e molti — per comandarne poi il minor numero possibile — e di questi coloro che si trovavano meno atti alle armi —
I volontari accorrevano — ma non dovevano vedermi —
Si formarono i due depositi di Cuneo e Savigliano, ed io fui relegato a Rivoli — verso Suza —
La direzione e l'organizzazione dei corpi, fu affidata al generale Cialdini — Di Cuneo ebbe il comando Cosenz — di Savigliano Medici — ambi egregi ufficiali — che formarono il primo e secondo reggimento — base ed orgoglio dei cacciatori delle Alpi — Un terzo reggimento si formò pure a Savigliano con Arduino — composto anche questo delli stessi elementi — ma che non fece la buona figura dei primi per colpa del capo —
Una commissione d'arruolamento, istituita a Torino sceglieva la gioventù più forte e meglio conformata — dell'età da 18 a 26 anni per i corpi di linea — I troppo giovani — troppo vecchi — o difettosi — ai corpi volontari —
Nell'ufficialità si fu più corrivi — e si ebbe il buon senso d'accettare la maggior parte degli ufficiali da me proposti — Non tutti erano academici — ma quasi tutti furono secondo le mie speranze — degni della santa causa che si propugnava —
Formai il mio Stato Maggiore, con Carrano, Corte, Cenni, ecc. — Come ho detto: l'organizzazione era intieramente a carico del generale Cialdini —
Vari progetti, furono sbozzati dal governo, in quei primi tempi — Il primo fu: di operare io, verso il confino dei Ducati — avrebbe avuto quello — immensi risultati — ma fu presto cambiato — per timore, senza dubbio, di mandarmi a contatto di popolazioni che potevano aumentar troppo i corpi volontari — e si preferì destinarmi all'estrema sinistra degli eserciti — Cara, mi era pure, l'idea di rivedere la terra Lombarda — e quelle belle popolazioni così malmenate dalla tirannide straniera —
Mi si promise da principio la truppa di finanza, e credo non passò loro per la mente i guardaciurma — Promessi pure alcuni battaglioni di bersaglieri — era troppa gente — e non ebbi mai gli uni nè gli altri — Anzi affluendo oltremodo i volontari — per paura che ne avessi troppi, si chiamò il generale Ulloa a formare i cacciatori degli Apennini — che dovean ragiungermi — e che giammai vidi — sino alla fine della guerra —
Il generale Lamarmora — ministro della guerra — che sempre avea avversato l'istituzione dei volontari — si rifiutò a riconoscere i gradi de' miei ufficiali — dimodocchè vi fu l'obligo, per dare alcune legalità a quei rejetti, di ricorrere al sutterfugio di dar brevetti firmati dal Ministro dell'Interno — e non dall'eccellenza della guerra —
Tutto — comunque — si soffriva in silenzio: trattavasi di far la guerra per l'Italia — e combattere gli oppressori dei fratelli nostri —
Le cose politiche incalzavano — e le jattanze dell'Austria, mostravan prossimi i desiderati conflitti. Ciò, attivava alquanto l'armamento dei corpi volontari, e la loro organizzazione era spinta dall'attività del generale Cialdini —
L'invasione degli Austriaci sul territorio Piemontese, non ci trovò pronti — ma disposti però sempre, a marciare comunque fosse —
Fummo destinati sulla sponda destra del Po, a Brusasco — sulla estrema destra della divisione Cialdini destinata a difendere la linea della Dora Baltea — e coll'intento di coprire — lo stradale che da Brusasco conduce a Torino —
Il ministero avea mandato alcuni cannoni, al vecchio Castello di Varrene — per dominare dicevasi: la strada da Vercelli a Torino — Io ricevetti ordine di occupare e difendere cotesta posizione — ciocchè avrebbe inceppato i miei movimenti, in caso il nemico si fosse avanzato —
Comunque fosse — noi erimo lanciati alla liberazione della nostra Italia! sogno di tutta la vita!... Io, ed i miei giovani compagni, anelavamo l'ora della pugna — come il fidanzato quella di congiungersi a colei ch'egli idolatra —
Puri di qualunque bruttura d'oro, di ciondoli, di grandezze — noi ci spingevamo: avanti — accarezzando i disagi, i pericoli, i soprusi...... ed anche gli oltraggi delle sette — che per inimicizia, o per invidia — ci insidiavano — seminando di spine il nostro sentiero — e c'insidiavano, sino a voler annientare l'assisa — il nome glorioso — acquistato su cento campi di battaglia! Sì! sino agli oltraggi, eravam decisi di tolerare, mediante ci lasciassero combattere i nemici dell'idolo nostro!
Passaronsi alcuni giorni a Brusasco, a Brozolo, a Pontestura — quelle prime marcie cominciarono ad assuefarvi i militi — Si approfittava delle fermate nei vari paesi per esercitarli — assuefarli ai differenti servizi d'avamposti, di pattuglie, ecc.
Essendo stato chiamato il generale Cialdini, alla difesa di Casale — noi fummo destinati ai suoi ordini. Si fece una sortita di ricognizione da quella piazza, e si videro gli Austriaci per la prima volta.
In un finto attacco, fatto dai nemici sulle posizioni esterne della piazza, il secondo Reggimento agli ordini di Medici, diede prova di quanto sarebbero capaci i Cacciatori delle Alpi — caricando valorosamente gli Austriaci, e cacciandoli davanti a loro — Si distinsero in quella occasione il Capitano Decristoforis ed il sargento Guerzoni, poi sottotenente —
Lo stesso giorno di quell'attacco, e poco prima che succedesse — io ero stato chiamato dal re al suo quartier generale di S. Salvatore.
Egli mi ricevette benevolmente — mi diede delle istruzioni, e delle facoltà larghissime — per recarmi a coprire la capitale, mentre vi potesse esser pericolo d'un assalto imprevisto del nemico — e portarmi una volta quel pericolo svanito — sulla destra dell'esercito Austriaco per incomodarlo —
Ritornai dunque verso Torino sino a Chivasso — Là trovai l'ordine, di mettermi a disposizione del generale Sonnaz, colla brigata — Ebbi occasione in quella circostanza di ammirare il valore, e sangue freddo, di quel bravo vecchio generale — in una riconoscenza, spinta sino nelle vicinanze di Vercelli — Il nemico in forte numero, usciva da cotesta città, faceva delle scorrerie, toglieva, e depredava, quanto si trovava davanti — gettando lo spavento e la desolazione, tra le popolazioni circonvicine.
Negli ordini; in scritto, avuti dal re — v'era quello di chiamare a me, tutti i volontari rimasti nei vari depositi — ed il reggimento dei Cacciatori degli Apennini, composto dei giovani, venuti dalle differenti provincie Italiane, per servire ai miei ordini —
Per l'invio dei Cacciatori degli Apennini — ne scrissi a Cavour — e sotto un pretesto od altro — mai volle mandarmeli, ad onta del ordine suddetto — dimodocchè, mi persuasi: che non si voleva crescere il numero de' miei militi — Vecchia rogna, cominciato a Milano in 1848 da Sobrero, seguita a Roma da Campello — quando decretava: che il corpo da me comandato, non potrebbe oltrepassare il numero di cinquecento uomini — e continuato da Cavour nel limitarmi ai tre milla —
La composizione dei tre reggimenti, era di sei battaglioni, ciascuno di 600, formante un totale di 3600 — ma i depositi, e la poca assuefazione alle marcie dei miei giovani militi, li aveva ridotti, prima di passare il Ticino a tre milla —
Il Re, che se non avesse il difetto d'esserlo — ciocchè lo spinge e lo tuffa in molte più colpe — ma che, di coloro che lo attorniavano nel 59 — non era certo il peggiore — il re dico: inviò un second'ordine di marcia verso il lago Maggiore per operare sulla destra dell'esercito Austriaco — Ciò non piacque forse alla camarilla — ma a me moltissimo — e mi trovavo quindi libero nelle mie manovre — posizione che mi valeva un tesoro —
Mi congedai dunque, dal prode mio vecchio generale — a cui già mi legava un vero affetto — e marciai a Chivasso e di là a Biella —
L'accoglienza brillante e simpatica, fatta dai Biellesi alla mia gente, fu di buon augurio — Soggiornammo un giorno o due in quella cara città — e seguimmo poscia per Gattinara —
I nemici da Novarra — avendo sentito che mi dirigevo a quella volta — mandarono una ventina di soldati per tagliar la corda del Porto della Sesia — ma una guardia nostra, situata in quel porto ne impedito l'atto a fucilate —
Qui non è fuori di proposito, accennare ad un fatto ben vergognoso per noi Italiani — e che le popolazioni non devono permettere — perchè disonorevolissimo — nei paesi ove ciò succede —
È vero che il sistema di terrore adottatto dagli Austriaci in Italia — aveva intimorito le popolazioni sommamente — e quello di Cavour: d'ordinare il disarmo delle guardie nazionali ai confini era inqualificabile — Non era quindi straordinario di veder commettere: atti di debolezza dai nostri paesani — e di prepotenza da cotesti signori ultramontani — che per tanto tempo si son creduti padroni delle case nostre, nostre sostanze, e di noi stessi —
Preceduti dalla paura che avevano saputo incutere i dominatori dell'Italia, estorcevano dagli abitanti quanto volevano — ed il fatto seguente per noi, ben umiliante lo prova abbastanza — e fa tanto più stupire: che ciò succedeva fra le forti popolazioni subalpine — di tradizioni militari, ricche, e che da molto tempo possedevano un brillante esercito —
La stessa ventina d'Austriaci mandati a tagliar la corda del Porto[81], non potendovi riuscire, se ne tornarono a Novara da dove erano partiti — e per non perder intieramente il frutto delle loro fatiche — requisirono, non so quanti viveri — carri per trasportarli; e s'incamminarono quindi sui carri, ubbriacchi, verso il loro quartiere — percorrendo uno spazio di quindici miglia almeno, in un paese nemico, ove le abitazioni sono agglomerate e numerose — e la gente forte e ben disposta quanto ne' più favoriti paesi del mondo — senza che venisse l'estro ad un solo Italiano — di tirare una pietrata a quell'ebbra masnada —
¡Ma questo non dovrebbe più succedere nel nostro paese perchè troppo degradante!
Eppure succede: perchè il prete ha insegnato ai contadini — che non son gli Austriaci i nemici d'Italia — ma noi liberali scomunicati! Ed il governo per la _grazia di Dio_ protegge i preti!