Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 22
Il nostro viaggio da Prato alle Maremme — fu veramente singolare — Noi percorremmo gran tratto di paese in un legno chiuso — fermandoci per cambiar cavalli di tapa in tapa — ed in vari paesi le nostre fermate erano oltremodo lunghe — avendo, i cocchieri che ci guidavano, molto meno premura di noi di procedere avanti — Dimodocchè si dava agio ai curiosi di circondare la vettura — ed alcune volte, erimo pure obligati discendere per mangiare od altro — dovendo coprire alquanto e dissimulare, l'eccezionale condizione dei nostri individui —
Nei piccoli paesi, erimo naturalmente alla berlina degli oziosi, che congetturavano in mille modi sull'esser nostro — disposti al cicaleccio sopra individui che non conoscevano — e che i tempi difficili d'una terribile reazione attorniavano di dubbï —
A Colle, particolarmente, oggi paese patriotico ed avanzato — fummo attorniati da una folla — che non mancò darci segni manifesti di sospetto, e di avversione alle nostre fisionomie tutt'altro che, di pacifici, ed indifferenti viaggiatori — Non altro successe però — oltre a qualche parolaccia indecorosa — e che noi dissimulammo com'era naturale —
Erimo, sventuratamente, ancora ai tempi, in cui i preti dicevano alla gente: esser i liberali una massa d'assassini (1849) — Alcuni anni dopo però io fui ricevuto nello stesso paese, con tanta entusiastica gentilezza — ch'io certamente ricorderò tutta la vita. Passammo sotto le mura di Volterra — ove trovavasi allora Guerrazzi, con parte dei compromessi politici della Toscana — e ci limitammo di calcare il cappello negli occhi, passando —
Il primo sito di sicuro rifugio — ove giungemmo nelle vicinanze delle Maremme — fu S. Dalmazio, in casa del D.r Camillo Serafini — uomo generoso, vero patriota Italiano, e dotato d'un coraggio, e d'una fermezza non comune — Deputato Toscano al parlamento in 1859 — dopo l'emancipazione del suo nobile paese, egli certamente come il bravo Giovanni Verità — partecipò a qualunque coraggiosa deliberazione di quell'assemblea — e mi figuro: si sia ritirato in disgusto come tanti, per non trovarsi al contatto di gente che non meritano di rappresentare l'Italia — Soggiornammo vari giorni, in casa di Serafini — e fummo condotti in seguito in uno stabilimento di bagni, appartenente ad un altro Martini, parente del primo — e come questo benefico —
Di lì, in casa d'un Guelfi, più vicino al mare — ed in ogni luogo, ricevemmo un'ospitalità degna della maggior gratitudine —
Fratanto si trattava da quei generosi amici — con un pescatore Genovese — per esser portati nella Liguria — Un bel giorno vari giovinotti Maremmani, di quei dintorni, armati coi loro fucili a due colpi — come i cacciatori di Ravenna — e come questi svelti, forti, e coraggiosi — vennero a cercarmi in casa del bravo Guelfi — ci diedero ad ambi un'arma uguale alla loro — e ci condussero attraverso boschi, sulla sponda del mare, a poche miglia a levante di Follonica — porto caricatore di carbone, nel golfo di Sterlino —
Là trovavasi la barca peschereccia, che ci aspettava — Noi c'imbarcammo commossi dalle prove d'affetto, che ci prodigarono i nostri giovani liberatori —
Com'ero fiero d'esser nato in Italia! — In questa terra di morti! Fra questa gente che non si batte — dicono i nostri vicini: ove da molti secoli — perchè caduti dal trono da cui i nostri padri dominavano il mondo — pur ricordandosi dell'indole nostra — cotesti protervi limitrofi — c'imponevano il rettile nero della teocrazia — per umiliarci — depravarci — corromperci d'anima e di corpo — acciochè curvi, cretini non udissimo più il fischio della verga — a cui ci avevano dannato in eterno — Come se il loro regno di pigmei — fosse per durar sempre — mentre il tempo _con sue fredd'ali_, spazzava anche il gigante di tutte le grandezze umane, passate, presenti, e future — le di cui macerie risorgono oggi sui sette colli —
Fiero d'esser nato in Italia, dico: ove ad onta di star sotto il dominio di preti e di ladri — sorge, una gioventù, che disprezzando i pericoli, le torture, e la morte — marcia impavida al compimento del dovere — all'emancipazione dello schiavo!
Imbarcati nel golfo di Sterlino — a bordo d'un pescatore Ligure — veleggiammo verso l'isola d'Elba — ove si dovevano imbarcare attrezzi, ed alcune provviste — Passammo parte del giorno ed una notte a porto Longone — Di là, costeggiando la Toscana, giunsimo sulla rada di Livorno — e senza fermarci continuammo verso ponente —
Io non dubitavo della sfavorevole accoglienza, che per parte del governo — m'aspettava negli Stati Sardi — e mi venne l'idea, sulla rada di Livorno, di chiedere asilo a bordo d'un vascello Inglese, che vi si trovava ancorato — Il desiderio, però, di veder i miei figli, prima di lasciar l'Italia — ove sapevo di non poter stare — prevalse — e verso settembre sbarcammo in salvo a Porto Venere —
Da porto Venere a Chiavari, nulla di nuovo — e fummo ospitati in quest'ultima città, in casa di mio cugino Bartolomeo Pucci, di carissima memoria —
Fummo festeggiati dalla buona famiglia di mio parente come pure da cotesta cara popolazione di Chiavari — e dai numerosi Lombardi che vi si trovavano rifuggiati dopo la battaglia di Novarra —
Ma il generale Lamarmora, allora commissario regio a Genova, sapendo del mio arrivo — ordinò fossi trasferito in quella capitale — scortato da un Capitano di carabinieri travestito —
Io non trovai, affatto strano il procedimento del generale Lamarmora — Egli era istromento della politica, prevalente allora nel nostro paese; ed istromento intimo — nemico poi per propensione di chiunque, fosse come me, macchiato del suggello Republicano —
Fui rinchiuso in una segreta del palazzo ducale di Genova — e quindi trasportato di notte, a bordo della fregata da guerra il _S. Michele_ — In ambi luoghi, però, trattatto con deferenza, sia da Lamarmora, come a bordo dal cavalleresco comandante Persano — Io, altro non chiesi, che 24 ore per andare a Nizza ad abbracciare i miei figli — e tornare poi a prendere il mio posto di reclusione — Sulla mia parola mi permise ogni cosa il generale Lamarmora —
Non so, se vi furono — a bordo del piroscafo _S. Giorgio_ che mi condusse — altri travestiti — ma sicuramente al mio arrivo in Nizza, vi si trovavano avvisi preventivi, ed i carabinieri in alerta — che secondo le consuetudini delle autorità regie — mi fecero ritardare varie ore per sbarcare — e quindi non ebbi altro tempo, che di giungere a Caras, ove si trovavano i miei figli, passarvi la notte, e ripartirne subito —
La vista de' miei figli, ch'io ero obligato di abbandonare chi sa per quanto — mi addolorò sommamente — Essi rimanevano in mano amiche è vero: i due maschi con mio cugino Augusto Garibaldi — e la mia Teresa con i conjughi Deidery, che ad essa servirono di genitori — Ed io dovevo allontanarmi indefinitamente! Sì, indefinitamente — poichè mi si propose di scegliere un luogo d'esiglio!
Qui, non devo passare sotto silenzio, la maschia difesa che presero della mia causa, i deputati della sinistra nel parlamento Piemontese — Baralis, Borella, Valerio, Brofferio, alzaron potentemente la voce in mio favore — e se non pervennero a sottrarmi all'esiglio — mi sottrarono certamente ad alcunchè di peggio —
V'era, come sempre, insaziabile sete di sangue nel partito Austro-prete — ed era stato vittorioso dovunque nella penisola —
Richiesto di scegliere un luogo d'esiglio — io scelsi Tunis —
La mia speranza su migliori destini del mio paese — mi facea preferire un sito vicino — A Tunis trovavasi un Castelli di Nizza amico mio d'infanzia — ed un Fedriani amicissimo mio dal 34 — e compagno della prima mia proscrizione —
M'imbarcai dunque per Tunis sul vapore da guerra il _Tripoli_ — A Tunis, il governo, subordinato alle ispirazioni della Francia — non mi volle — e fui trasportato indietro, e depositato nell'isola della Maddalena — ove stetti una ventina di giorni — Cosa ridicola! Non mancò chi m'accusasse al governo Sardo — o lo stesso governo lo finse: ch'io tramavo rivoluzioni — In quell'isola, ove la metà della popolazione — era in quel tempo a servizio regio — o pensionata — Buona popolazione d'altronde — che mi trattò molto bene —
Dalla Maddalena, fui imbarcato per Gibilterra sul brigantino da guerra _Colombo_ — Il governatore Inglese di cotesta piazza — mi diede sei giorni di tempo per evacuarla — Con tanto affetto — e con ragione — com'ebbi sempre per quella nazione generosa — non posso dissimulare: che molto scortese, futile, ed indegno mi sembrò tale procedimento —
2º Periodo.
CAPITOLO X.
Esiglio.
Se quel calcio al caduto — fosse stato dato da un vile, da un debole — pazienza! Ma da un rapresentante dell'Inghilterra — terra d'asilo universale! Ciò mi colpì sensibilmente!
Bisognò sgombrare — però — anche che avessi dovuto gettarmi in mare — e dal consiglio d'alcuni amici io mi decisi di passar lo stretto — e cercare un rifugio in Africa, dal Sig. G. Batta Carpeneto — console Sardo a Tanger — che mi accolse e mi ospitò in casa sua per sei mesi — coi miei due compagni ufficiali Leggiero e Coccelli —
A Modigliana io avevo trovato un prete benefico —
A Tanger vi trovai un console regio, generoso ed onestissimo — Ad ambi io sono debitore della maggior gratitudine — E ciò prova bene: esser giusto il vecchio proverbio «l'abito non fa il monaco» — E ciò prova pure: esser l'esclusivismo, professato da certa gente, un'errore — ed esser ben difficile di trovare la perfezione nell'umana famiglia — Procuriamo d'esser buoni — inculchiamo, quanto è possibile, le massime del giusto e del vero — nelle moltitudini — combattiamo ad oltranza la teocrazia e la tirannide sotto qualunque forza — perchè rappresentanti della menzogna e del male; ma..... siamo indulgenti con questa nostra ferina razza — che fra gli altri titoli a benemerenza, ha pur quello di generar sempre una metà di sè stessa — composta d'imperatori, re, birri di tante denominazioni — e preti — che sembrano proprio tagliati con tutti i più scelti attributi di scorticatori — per maggior gloria, e benefizio del resto —
A Tanger col generoso mio ospite Carpeneto — io passai vita tranquilla e felice — quanto lo può esser quella d'un esule Italiano, lontano da' suoi cari, e dalla patria sua — Almeno due volte la settimana, si andava a caccia, e si cacciava abondantemente — Poi, un amico mise un guzzetto (piccola barca) a mia disposizione — e si fecero anche delle partite di pesca — abondante pure in quelle coste —
L'ospitalità gentile ricevuta in casa del Sig. Murray, Vice-console Inglese — mi toglieva qualche volta dalla solitaria e selvaggia mia consuetudine —
Sei mesi dunque — passarono in quella vita — che mi sembrò tanto più fortunata — quanto era stato terribile il periodo anteriore —
Nella mia relegazione, però, non ero dimenticato da tutti i miei amici Italiani — Carpanetto Francesco — a cui dovevo, sino dal principio del mio arrivo in Italia in 48, un'infinità di favori, e gentilezze — aveva ideato di raccogliere, per mezzo de' miei conosciuti, e suoi, una somma sufficiente da costruire un bastimento, destinato ad esser comandato da me per guadagnar la vita —
Tale progetto mi sorrideva: Nulla potendo fare per l'adempimento della politica mia missione; mi sarei almeno occupato, lavorando mercantilmente, d'acquistare un'esistenza indipendente — e non più star a carico dell'uomo generoso che mi avea ospitato —
Io accettai immediatamente il progetto dell'amico mio Francesco — e mi disposi a partire per gli Stati Uniti ove doveva effetuarsi la compra del legno — Verso giugno del 1850, m'imbarcai per Gibilterra, di là a Liverpool, e da Liverpool a New-York —
Nella traversata per l'America, fui assalito da dolori reumatici, che mi tormentarono durante gran parte del viaggio — e fui finalmente sbarcato com'un baule — non potendo movermi — a Staten Island — nel porto di New York —
I dolori mi durarono un par di mesi, passati parte in Staten Island, e parte nella città stessa di New York, in casa del mio caro e prezioso amico Michele Pastacaldi, ove godevo l'amabile compagnia dell'illustre Foresti — uno dei martiri dello Spielberg —
Il progetto del Carpanetto, non poteva intanto attuarsi per mancanza di contribuenti — Egli avea raccolto tre azioni di dieci milla lire ognuna, dai fratelli Camozzi di Bergamo — e da Piazzoni; ma che bastimento si poteva comprare in America con trenta milla lire? Un piccolo barco per il cabotaggio — ma non essendo io cittadino Americano, sarei stato obligato di prendere un Capitano di codesta nazione — e non conveniva —
Infine, qualche cosa bisognava fare — Un mio amico, Antonio Meucci, Fiorentino — e brav'uomo — si decide a stabilire una fabrica di candelle, e mi offre di ajutarlo nello stabilimento —
Detto, fatto — Interessarmi nella speculazione, non lo potevo — per ragione di mancare i fondi; (giacchè le trenta milla lire suddette, non essendo state sufficienti per la compra del legno — erano rimaste in Italia) mi addatai quindi al lavoro colla condizione: di fare quanto potevo —
Lavorai per alcuni mesi, con Meucci — che, benchè lavorante suo, mi trattò come della famiglia, e con molta amorevolezza —
Un giorno però, stanco di far candele — e spinto forse da irrequietezza naturale ed abituale — uscï di casa, col proposito di mutar mestiere —
Mi rammentavo d'esser stato marino — conoscevo qualche parola d'inglese — e mi avviai sul littorale dell'isola, ove scorgevo alcuni barchi di cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci —
Giunsi al primo, e chiesi d'esser imbarcato come marinaio — Apena mi diedero retta — tutti quanti scorgevo sul bastimento — e continuarono i loro lavori — Feci lo stesso, avvicinando un secondo legno — Medesima risposta — Infine ad un altro, ove si stava lavorando a scaricare — e dimando: mi si permetta di ajutare al lavoro — e n'ebbi in risposta che non ne abbisognavano — «Ma non vi chiedo mercede» io insisteva: e nulla. «Voglio lavorare per passare il freddo» (vi era veramente la neve) meno ancora. Io rimasi mortificato!
Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandar la squadra di Montevideo — di comandarne il bellicoso ed immortale esercito! A che serviva tuttociò — non mi volevano!
Rintuzai infine la mortificazione, e tornai al lavoro del sego — Fortuna ch'io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci — e quindi concentrato in me stesso, il dispetto fu minore — Devo confessar di più: non esser il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse obligato alla intempestiva mia risoluzione — egli mi era prodigo di benevolenza e d'amicizia — siccome lo era la Signora Ester di lui sposa —
La mia condizione non era dunque deplorabile — in casa di Meucci — e fu proprio un'accesso di malinconia, che m'avea spinto ad allontanarmi da quella casa — In essa, io ero liberissimo: potevo lavorare se mi piaceva — e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque altra occupazione — ma potevo andare a caccia qualche volta — e spesso si andava anche a pesca, collo stesso principale, e con vari altri amici di Staten Island, e di New York, che spesso ci favorivano colle loro visite —
In casa poi, non v'era lusso — ma nulla mancava delle principali necessità della vita — tanto per l'alogio che per il vito —
Io devo qui menzionare il maggiore Bovi — il mutilato alla difesa di Roma — e che fu mio fratello d'armi in varie campagne — Egli m'avea raggiunto a Tanger in casa del Sig. Carpeneto — nell'ultimo tempo da me passato in quella casa d'asilo — e quando mi decisi di passare in America — non permettendo i miei mezzi di condurre meco tutti i miei compagni, lasciai Leggiero e Coccelli a Tanger raccomandati — e scelsi per accompagnarmi Bovi, incapace di lavoro perchè mancante della mano destra —
Coccelli! Perchè non accennerò io ad un ricordo di cotesto mio giovine, bello, e valoroso compagno?
Coccelli era entrato bambino nella legione di Montevideo, e con molta propensione alla musica, egli suona la tromba a chiave nella superba banda della legione — e la tromba di guerra, nelle famose cariche, con cui quel valoroso corpo fece rispettatto il nome Italiano in America —
Coccelli seguì la Legione in tutte le sue campagne — e seguì la spedizione nostra del 48 in Italia — Fece con onore — come ufficiale le campagne della Lombardia e di Roma — e venne meco, quando proscritto dal governo sardo nel 49 — mi recai a Tanger —
Alla mia partenza da Tanger per l'America — io lasciai a Coccelli il mio fucile, ed ogni mio attrezzo da caccia — Egli morì, ben giovane ancora, colpito dal sole Africano nella testa —
Il mio cane da caccia, _Castore_, fui pure obligato di lasciarlo in Tanger al mio amico Sig. Murray — e quel mio fedele compagno, ne morì di disgusto!
Finalmente giunse l'amico mio Francesco Carpanetto — a New York — Egli avea da Genova, iniziato una specolazione in grande per l'America centrale — Il _S. Giorgio_, nave a lui appartenente — era partita da Genova, con parte del carico — e lui stesso era passato in Inghilterra, a preparare il resto, ed inviarlo in Gibilterra ove la nave doveva prenderlo —
Si decise: ch'io l'accompagnerei nell'America centrale — e fecimo i preparativi di partenza — e nel 51 dunque con Carpanetto effetuai un viaggio per Chagres, con un vapore Americano — capitano Johnson —
Da Chagres passammo in un Jacht della stessa nazione in S. Juan del Nord — e di là presimo una piragua — rimontando lo stesso fiume di S. Juan, sino al lago di Nicaragua — Traversammo il lago, e giunsimo finalmente a Granada, porto e paese più commerciale del lago.
In Granada stettimo pochi giorni — e vi fummo accolti gentilmente da alcuni Italiani ivi stabiliti —
In Granada principiarono le operazioni commerciali dell'amico Carpanetto — e di là visitammo allo stesso oggetto, molte parti dell'America centrale, traversando varie volte l'Istmo di Panama —
Io accompagnavo il mio amico in quelle escursioni, più come compagno di viaggio, che come collaboratore di commercio — in cui mi confesso novizio — ma tale non era Carpanetto — ed io ammiravo l'attività, e l'intelligenza con cui egli maneggiava ogni negozio, che poteva produrre dei vantaggi —
Viaggiavo in quell'epoca sotto il nome di Giuseppe Pane, che già avevo assunto nel 34 — per scansare curiosi, e molestie poliziesche —
Alle combinazioni commerciali del Carpanetto serviva di base, l'arrivo della nave _S. Giorgio_ a Lima — ed egli avea progettatto di recarsi in detta città per aspettarla — Tornammo quindi a S. Juan, del Nord, ripassammo a Chagres, e di lì rimontammo il fiume Cruz, per giungere a Panama —
In codesto ultimo viaggio, io fui assalito dalle terribili febbri endemiche in quel clima ed in quel paese seminato da paludi — Esse mi colpirono come un fulmine e mi prostrarono — Io, non fui mai, così abatutto dal male come in quell'epoca — e se non avessi avuto la fortuna di trovare degli eccellenti Italiani — tra cui due fratelli Monti — a Panama — e vari buoni Americani — io credo non mi sarei liberato dal morbo —
Il mio caro Carpanetto, poi in quella pericolosa circostanza, ebbe per me delle cure fraterne —
M'imbarcai a Panama col vapore Inglese — che doveva condurci a Lima — L'aria del mare fu per me un balsamo — e ne fui sommamente rinfrancato.
Nella traversata passammo a Guayaquil da dove cercai invano di scoprire la cima del Cimboraço — quasi sempre nascosto dalle nubi — A Païta sbarcammo, ci fermammo un giorno — e vi fui ospiziato in casa d'una generosa Signora del paese — che trovavasi in letto da anni — essendo stata colpita da un'attacco apopletico nelle gambe — Passai parte di quella giornata, accanto al letto della Signora — Io sopra un sofà — e benchè alquanto migliorato in salute, ero obligato di rimanermi sdrajato e senza moto —
Doña Manuelita di Saenz, era la più graziosa, e gentile matrona, ch'io m'abbia veduto — Essa era stata l'amica di Bolivar, e conosceva le più minute circostanze della vita, del grande Liberatore dell'America centrale — la di cui vita intiera, consacrata all'emancipazione del suo paese, e le virtù somme che lo adornavano, non valsero a sottrarlo al veleno della lingua mordace dell'invidia, e del gesuitismo, che ne amareggiarono gli ultimi giorni —
E sembra la storia di Socrate, di Cristo, di Colombo!
Ed il mondo rimane sempre preda delle miserabili nullità che lo sanno ingannare!
Dopo quella giornata ch'io chiamerò deliziosa — dopo tante angosciose — passata nella cara compagnia dell'interessante invalida — io la lasciai veramente commosso — Ambi cogli occhi umidi — pressentendo senza dubbio: esser cotesto — per ambi — l'estremo addio su questa terra — M'imbarcai nuovamente col vapore — e giunsi a Lima lunghesso la bellissima costa del Pacifico —
Ho detto bellissima, parlando del littorale occidentale dell'America, da Panama a Lima — ed avrei dovuto dire pittoresca — giacchè quella costa se eccetuati i punti di Panama, Guayaquil, Païta e Lima — offre nella maggior sua estensione, dei tratti che somigliano alle aride arene dell'Africa — Comunque la parte verde, somiglia agli Oasis — e cosa stupenda: in quel paese ove rarissime sono le pioggie ed insignificanti — l'acqua dolce zampilla vicinissima all'Oceano — e basta dovunque cavar pochi palmi, per trovarla abondantissima — Le Ande veri giganti della terra — poco distanti dal littorale, sono il serbatojo di quelle acque purissime tesoro del paese — forse più prezioso dei ricchi metalli che vi abbondano tanto —
Io mi aspettavo di trovare — in quel versante della grande catena Americana — più animata vegetazione — e meno desolanti deserti di sabbia — e me lo era ideato più bello assai il paese alle falde delle alte Cordigliere — Nato io stesso alle faldi delle Alpi, cercavo, invano, dal mare, una vallata deliziosa, da poter paragonare a quella della bella mia Nizza!
Comunque, assai pittoresca, è quell'interessante costa — non tutta bella — ma con pezzi bellissimi — come Lima — e la Valle del Paradiso — Valparaiso!
A Lima ove trovammo il _S. Giorgio_ — io ebbi splendida accoglienza da cotesta ricca e generosa colonia Italiana — e massime dalle famiglie Sciutto, Denegri, e Malagrida — Il Sig. Pietro Denegri mi diede il comando della _Carmen_, barca di 400 tonnellate, e mi preparai per un viaggio in China —
Il mio amico Carpanetto partì da Lima col _S. Giorgio_ per recarsi nell'America centrale — a prendervi il carico da lui preparato — Io non dovevo più rivedere quel carissimo uomo — a cui io andavo debitore di tanto affetto, tante gentilezze, e forse della vita — Egli moriva alcuni anni dopo di cholera, senza aver potuto ultimare le spedizioni che avea iniziato con tanta speranza e tanta sagacia — e che non fruttarono che amare delusioni, e la morte — in contrade tanto lontane dall'Italia sua ch'egli idolatrava —
Mi successe a Lima un fatto dispiacevole — prima d'imprendere viaggio — Io abitava nel principio del mio soggiorno a Lima in casa del Malagrida — ove convalescente ancora dalle febbri, io ebbi una cura ed assistenza veramente gentili da lui, e dalla cortese sua signora — In quella casa giungeva qualche volta uno di quei Francesi che professano il _chauvinisme_ — Io, poco accostevole di natura — e scorgendo cotesto individuo molto propenso a parlare — scansavo di legar conversazione con lui — quanto possibile — Un giorno però giunse a pigliarmi — e mi portò mio malgrado sul tema della spedizione Romana eseguita dall'esercito Bonapartesco — Tale argomento mi riusciva naturalmente tedioso — e procuravo di cambiarlo — ma inutilmente — ed egli non solamente si ostinò a continuarlo — ma straripò in termini poco decorosi agli Italiani — Io risposi con parole un po' aspre — trattenendomi nei limiti della decenza convenevole alla casa in cui io mi trovavo, e lì finì l'incidente —
Pochi giorni dopo — trovandomi al Callao — porto di Lima — a bordo della _Carmen_, occupato ai preparativi del mio viaggio — mi giunse un giornale di Lima in cui quel _Chauvin_ m'insultava —